# La Marfisa bizzarra

## Part 13

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L'abate i crocioni rinnovella, dicendo:--Andate in nome del Signore!-- Rispose Filinoro:--Ho il corpo in sella, ma nelle vostre man rimane il core.-- Un laico un suo ronzin con la bardella rassetta, in fin che gli altri fan l'amore. Filinor sprona, e a lanci via n'andava; il laico d'un trotton lo seguitava.

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Lasciamgli andar, ché poi li troveremo. Io so che nel pensier Marfisa avrete, e come giunta ell'era al caso estremo nel monastero vi ricorderete. Parve per qualche dí d'un cervel scemo. Guardava il cibo e dicea:--Non ho sete;-- guardava il vino e dicea:--Non ho fame;-- donde ridean le monacelle dame.

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Ma la calamitá raffinamento d'indomiti cervelli anch'esser suole. La bizzarra tra sé pensava drento che il gridar e il far forza erano fole. --Io fingerò--diceva--cambiamento e nausea per il mondo, con parole; ben verrá il giorno della mia vendetta: il savio tempo e luogo e punto aspetta.--

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Comincia santimonia a poco a poco, e lasciarsi trovare alla sprovvista con un breviario in man, piena di foco, rivolta verso il cielo con la vista. Le semplicette monache, a quel giuoco. l'un'all'altra dicea:--La s'è ravvista. Grazie all'immagin di Gesú bambino e al padre fondator nostro Agostino!--

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Marfisa scherza con le monacelle, e mangia e beve, e non è piú ritrosa, e alla badessa un giorno in mezzo a quelle diceva, in faccia tutta vergognosa: --Vi prego, madre, le mie maccatelle dimenticate e siatemi pietosa. Vorrei che il mondo tutto si scordasse e che di me nessun piú ragionasse.

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So ben che il caso de' parervi strano, che Marfisa sí tosto sia cambiata; ma che non può di Dio Signor la mano? Io mi sento del mondo stomacata. Per grazia, certo e poter sovrumano non odio piú il fratel né la cognata, e non vo' piú saper del secol nulla. Mi sembra esser uscita oggi di culla.--

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Non le dá la badessa molta fede: pur la conforta e loda, e fa buon viso. Dell'altre monachette ognuna crede, e lievan occhi e mani al paradiso. Marfisa a dir l'uffizio ognor si vede, e un giorno fu trovata all'improvviso con un flagello, mezzo ignuda, ardente, che si battea le spalle leggermente.

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Non v'è piú alcun che per santa non l'abbia. Al parlatorio andava qualche volta, ed affogando nei polmon la rabbia, ragiona a Bradamante e umil l'ascolta. Pur ruminando, come uscir di gabbia potesse, andava, e in sé sta ben raccolta; ma le porte eran chiuse in diligenza, perocché la badessa avea temenza.

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Ipalca damigella andava spesso a visitarla, e Marfisa con quella diceva:--Ipalca, a te tutto confesso: sappi ch'io sono un satanasso in cella. Se tu non mi soccorri, un gran successo udirai presto, una strana novella: son giá determinata nel pensiero, perdio! che appicco il foco al monastero.--

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Ipalca rispondea:--Gesú e Maria! non fate questo per l'amor di Dio;-- e poiché aveva pianto, suggeria qualche ripiego stolido e stantio. Correa pel monastero una pazzia: che si tenean per moral lavorío. l'opre e i romanzi del poeta Marco, ed ogni tavolin n'era giá carco.

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Marfisa va leggendo que' volumi, ch'erano stati sempre suoi diletti, e cerca ritrovar nei lor costumi una fuga che in capo se le assetti. _La bella pellegrina_ le die' lumi circa al fuggir da' chiostri benedetti, la qual avea trovato una ragazza, che l'era uguale e fe' bella la piazza.

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Molt'altre fughe aveva ritrovate in que' romanzi di Marco scrittore. Donne che s'eran da' balcon gettate, d'altezze che a narrarle fan terrore; altre ne' fiumi e ne' mari saltate, tutte salve per grazia del Signore. Marfisa è assai bizzarra, ma destina fuggir come la bella pellegrina.

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Una ragazza simile di faccia, di voce, di capelli, di statura, la bella pellegrina in cambio caccia di sé in convento, e fugge con bravura. Marfisa a Ipalca disse:--Corri in traccia di qualche donna della mia figura; con quel dal mondo nuovo entri nel chiostro: baratto vesti, e questo è il caso nostro.--

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Ipalca va com'una disperata cercando per la terra una Marfisa; per quanto guardi non l'ha mai trovata: ell'erano, perdio! cose da risa. --La pellegrina assai fu venturata a trovar su due piè, cosí improvvisa, un'altra lei, per cambiar la persona-- diceva Ipalca e torna alla padrona.

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E disse:--Un miglior tomo leggerete: quel della _Pellegrina_ nulla vale. Non trovo un'altra voi, come volete: l'ho ricercata infin nell'ospedale.-- La dama irata disse:--Voi morrete con quella vostra testa dozzinale. Sempre difficoltá, sempre sventure: con voi son tutte scarse le misure.

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Nella _Filosofessa italiana_ un altro modo ho letto di fuggire. Di nottetempo questa settimana potrete al muro del giardin venire. Una scala portatile alla piana appoggerete, e dovrete salire: quando siete in sul mur, tirate suso la scala e a me la calerete giuso.

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Salirò anch'io sul muro, e allor potremo ripor la scala al di fuor nuovamente, e l'una dopo l'altra scenderemo: questa è cosa da farsi agevolmente. Uscite, poscia ci travestiremo per non esser scoperte dalla gente; e poi nell'alba, all'aprir delle porte, schizzerem fuor della cittá alla sorte.

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Io voglio come maschio esser vestita: voi, come donna, siate mia mogliera.-- Diceva Ipalca:--Trista alla mia vita! Per me farò da moglie volentiera.-- Ed ebbono ogni cosa stabilita, e di fuggire un sabbato da sera. Dovea rubare Ipalca a Bradamante per le bisogne non so qual contante.

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Sapea dove la moglie di Ruggero teneva piatta una sua borsa d'oro. Ipalca aveva un occhio di sparviero, e brievemente le ciuffò il tesoro. E un sabbato di notte all'aer nero fu data esecuzione a quel lavoro, e la «filosofessa» fu imitata sino a un peluzzo, alla fuga ordinata.

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Marfisa si vestí da cavaliere, come nelle commedie fa Clarice. Ipalca non lasciava di temere; ma fa la parte, e il cielo benedice. Un calesso era pronto a lor mestiere. Apparve di Titon la meretrice: s'apron le porte; e Marfisa ed Ipalca son nel calesso, e il postiglion cavalca.

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La dama era un bel giovine a vedello. Ipalca certo è differente assai, quantunque avesse un leggiadro cappello col pennacchino e abbigliamenti gai. Un membro non avea che fosse bello. Usava del belletto sempremai, ma caricato e senza alcun ingegno, donde movea, piú che lussuria, sdegno.

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Verso la Spagna presero il cammino queste due, finta sposa e finto sposo. Lasciamle andar; diremo il lor destino. A Parigi fu il caso strepitoso. Le monache, suonato il mattutino, levato il sol, lasciarono il riposo, e sospettaron di Marfisa ingrata, veggendo la sua cella spalancata.

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Cominciano a cercarla in ogni loco ed a chiamar con religiosa voce. Una dicea:--Sant'Agostino invoco;-- l'altra un _Si quaeris_ dice, e fa la croce. Il cicaleccio cresce poco a poco, ognuna per accrescerlo si cuoce, e finalmente tutte difilate le nuove alla badessa hanno recate.

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La badessa in furor scrive a Turpino; la vicaria a due frati narra il caso; la sacristana il narra a un abatino; vuotano l'altre alla castalda il vaso; una scrive all'amica, una al vicino: in un momento a ognun la cosa è al naso. Turpino alla badessa manda a dire che si deve il silenzio custodire,

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perché non vuol che scandal si dilati. La badessa alle suore dá il precetto: le suore a capo basso, occhi serrati, tutte dicean:--Silenzio vi prometto.-- Turpino intanto un prete, de' fidati, manda a Rugger col caso in un viglietto, e lo consiglia a fare a Carlo istanza di spedir genti, e dá buona speranza.

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Al capitar del prete, la famiglia del buon Ruggero è giá tutta in rivolta. Bradamante gridava:--Para, piglia,-- ché la sua borsa d'oro è stata tolta. Ruggero è fuor di sé per meraviglia, né sa di borsa, e ognun guarda ed ascolta; non si dovea saper che la sua sposa tenesse borsa di soppiatto ascosa.

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Bradamante era fuor de' sentimenti, e strilla, e i servi vuol morti e le fanti, e disse della borsa fuor de' denti, tanto di borsa, grida a tutti quanti. Ipalca manca dagli alloggiamenti, adunque Ipalca ha involati i contanti. --Si cerchi Ipalca--Bradamante grida: --se le strappi la borsa, e poi s'uccida.--

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Il prete, col viglietto del prelato, Rugger fece morir quasi d'affanno: sopra un soffá disteso s'è gettato, dicendo.--Io vivo per maggior mio danno.-- Bradamante, che il vede addolorato, chiede se della borsa a parlar stanno. --Che borsa? che non borsa? dalla cella --disse Rugger--fuggita è mia sorella.

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--Fuggita s'è Marfisa! Ipalca manca! la borsa è andata!--Bradamante strilla, si batte il viso e poi l'una e l'altr'anca, grida a Rugger che si debba seguilla. Disse Rugger:--Quando sarete stanca, terminerete di suonar la squilla: la mia sciagura abbastanza mi pare, senza far la contrada sollevare.--

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Ruggero se n'andava a Carlo Mano; rimase la consorte disperata, che, piangendo in baritono e in soprano, ha intorno la famiglia radunata. La tien don Guottibuossi per la mano, e promette gran cose all'impazzata: talor minaccia i cagnolin parecchi, che, al pianto urlando, intruonano gli orecchi.

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Ruggero a Carlo Magno la sventura narra, e soccorso al suo caso dimanda. In traccia, di Parigi entro le mura, l'imperatore di Marfisa manda; ma gli è sí rimbambito di natura, che fuor che il letto e un'ottima vivanda nulla conosce, e a Rugger dimandava chi fosse, dieci volte, e replicava.

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Massimamente, morto il Maganzese Ganellon traditore, il suo mignone, Carlo è col capo fuori del paese, e risponde al contrario alle persone. Venne la nuova che nessun francese sa di Marfisa, donde il re Carlone disse a Rugger con viso sonnolento: --Ben guarda, ella sará nel suo convento.--

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Rugger perdé la pazienza un tratto; volta la schiena e borbottando parte. --Perdio!--dicea--l'imperatore è matto.-- Chiama Dodone e Orlando da una parte, anche il danese consigliava il fatto; e si concluse che gettasse l'arte Malgigi, per saper dalla magia dove Marfisa con Ipalca sia.

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E tutti quattro a Malagigi uniti sen vanno tosto per sapere il vero. Gli aveva il mago attentamente uditi con ciglia brusche e con viso severo. Stava Malgigi assai mal di vestiti, la barba ha lunga, e non pel suo mestiero, ma perché non aveva veramente da pagare il barbier sí facilmente.

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Per dirvi come fosse Malagigi, guercia avea guardatura e faccia nera. Benché avesse i capelli mezzi grigi, gli teneva in coltura con la cera: la polver confondea da' neri a' bigi. La sua camicia candida non era, ma tuttavia teneva i manichini grossi, antichi, giallastri e picciolini.

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Le calze ha cenerognole di stame, che aveano sparse alcune cicatrici, guarite, or colla seta verderame, or colla rossa, da' buchi nimici. Piangean le scarpe dolorose e grame, che aveano avuti assai pietosi uffici. Malgigi delle volte piú d'un paio lor dedicato aveva il calamaio.

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Le brache ha di sovatto violetto, perché cercava brache consistenti; sopra il ginocchio è corto il coscialetto, e per l'untume sono rilucenti. Guardava il mago or lo spazzo or il tetto, al ragionar de' paladin parenti, i quai chiedean che l'arte sua traesse e dove sia Marfisa lor dicesse.

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Poich'ebbon detto, il mago si fe' chino: prima di dir volea soffiarsi il naso. Avea sí rotto e lordo il moccichino, che di tenerlo in vista non v'è caso. Mise la testa sotto al tavolino (vecchio scrittoio in tre gambe rimaso), e poich'ebbe la tromba ben suonata, questa risposta a' paladini ha data:

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--Stupisco che voi siate sí ignoranti, e che giunto all'orecchie non vi sia che usciti son de' libri nuovi alquanti, i quali han disertata la magia. Non vi sono piú streghe o negromanti, un'impostura è oggi l'arte mia. I moderni scrittor spregiudicati i negromanti al sole hanno mandati.

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L'anel dell'arte non è un diamante, non v'è nessun che piú gli presti fede; pentacoli, sigil, son tutte quante cose alle quali il diavol piú non cede. Teschi, capelli, cere, bisce e piante non trarrien di sott'acqua due lamprede. Gli antichi libri miei ben posso aprire, il diavol non si move per venire.

68

I moderni scrittor colla scienza il popol e i dimoni hanno istruiti.-- Il popol non mi fa piú riverenza, né vengono i dimon, bench'io gl'inviti. Non so se netta sia la coscienza di questi scrittor nuovi fuor usciti, che inutil l'arte magica hanno resa, né so se ben la cosa abbiano intesa.

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Si credeva una volta facilmente de' diavoli e de' maghi il gran potere; che Farfarel venisse fra la gente, per far ora piacere, or dispiacere. Oggidí non si crede piú niente, pe' scrittor c'han soppresso il mio mestiere. Per ischerzo de' diavol si decide che non vengono al mondo, e poi si ride.

70

Pretendon trarre agli uomin l'ignoranza gli scrittori novelli col lor fondo. Ma questo por negli uomini costanza, circa a' spirti dannati nel profondo, fa a poco a poco credere in sostanza, non sol che mai non vengano nel mondo, ma timor toglie e sparge quel veleno di dubitar se diavoli vi sièno.

71

In quanto a me, che la professione di mago sia distrutta e posta sotto, poco m'importa. Grazie a Salomone ed a Rutilio, in altro sono dotto; ed ho sempre concorso di persone, sapendo trar la cabala pel lotto. Servo mille persone del paese con la mia _Fiorentina_ e _Bolognese_.

72

Ho fatti guadagnar danari assai con le cabale mie, che fan miracoli. Ognun mi fa regali sempremai: un giorno mi porran ne' tabernacoli. I concorrenti non mancano mai, c'hanno bisogno a interpretare oracoli: coi calcoli numerici gli appago, ed ho giá fatti di tesori un lago.

73

Alle mogli incagnate co' mariti, che rimarranno vedove, indovino. A' figli indebitati inferociti predico il padre a morte esser vicino. Di giovinette c'hanno i cor feriti e di serventi ho pien sempre il stanzino e di mariti; e chi va, e chi torna, ed io indovino amori ed odii e corna.

74

Per saper di Marfisa altro non posso che la cabala trar, se pur v'aggrada; io v'avverto però che non m'addosso, netto risponda ove Marfisa vada. Lo dirá la mia cabala allo ingrosso, ma voi dovete interpretar la strada. Se pel diritto l'interpreterete, le mani in su Marfisa metterete.--

75

Non può Dodon piú rattener le risa, e disse:--Posa, posa, Malagigi: risparmia un'impostura di tal guisa. Che fai de' tuoi tesori e de' luigi? Cambia quella camicia lorda, intrisa, se puoi col lotto guadagnar Parigi. Che fai di quelle calze e quelle brache, che par ch'abbian su avute le lumache?--

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Rispose Malagigi:--Che stupori per queste brache e la camicia mia! Io non bado a coltura né a tesori, ché m'innamora sol filosofia. Tristo a me se badassi a frange, ad ori ed all'attillatura e leggiadria: questo sarebbe in me tristo preludio; addio filosofia, scienza e studio!--

77

Ruggero, Orlando, il danese e Dodone, quantunque non avesser molta voglia, risero tutti all'ultima espressione. Malgigi anch'esso del serio si spoglia, e ride per far lor conversazione; poi disse:---Voi scorgete ciò ch'io voglia; se non credete a cabale, mi date un ducato in prestanza e ve n'andate.

78

Ognun de' cavalier mezzo ducato gettò del mago sopra al tavolino; poi lo lasciâro, e Orlando smemorato giva dicendo:--Oh secolo meschino! Quest'uomo a' nostri dí sí riputato, che sbigottiva il popol saracino, pe' nuovi libriccini s'è ridotto a viver con la cabala del lotto!--

79

E brevemente, per andare in traccia della bizzarra, han posto ordin tra loro. Ognuno dalla stalla il caval caccia. Orlando non avea piú Brigliadoro: non è da dimandar se ciò gli spiaccia. Frontin non è piú vivo. Alfin costoro de' lor vecchi destrier tutti son privi; forse pe' cambiamenti non son vivi.

80

Sin che per lo Vangelo avea servito, vissuto era ogni antico corridore per sessant'anni, fiero ad ogni invito; Baiardo e Vegliantin pien di furore, Frontin, Rondello e Rabicano ardito era, siccome narra ogni scrittore: ma poi, cambiato il buon costume in vizio, que' destrier eran morti a precipizio.

81

Non so se ognun questo evidente segno tenesse a tristo augurio pel futuro: certo ne pianse Orlando, e con ingegno fe' predizioni, favellando al muro. I quattro paladin si dánno pegno la fede d'ire al chiaro ed all'oscuro, e di trovar Marfisa e di fermarla, di ricondurla, e fin di sculacciarla.

82

Rugger prese il cammin verso la Spagna, Dodon verso Inghilterra il caval sprona, Orlando caccia il suo verso Alemagna, il danese era assai vecchia persona, e disse:--Io cercherò questa campagna: la lepre sta dove non si ragiona.-- Adunque spinse il suo caval di passo per que' villaggi, come andasse a spasso.

83

Bradamante a Rugger dalla finestra si raccomanda per l'amor di Dio; e intorno la sua borsa l'ammaestra, gridando:--Carni mie, consorte mio.-- Rugger sprona il cavallo, che sbalestra sei peta della dama al romorio. Riser gli astanti, Bradamante alquanto s'è vergognata, ed io finisco il canto.

FINE DEL CANTO DECIMO

CANTO UNDECIMO

ARGOMENTO.

Nel viaggio Marfisa in corruzione (dopo una febbre effimera) ritrova le ville, le castella, e con ragione nelle cittá di provincia non cova. Va nella Spagna, e scopre il suo guascone in una circostanza affatto nuova; vien da Rugger sorpresa alla commedia; l'accidente è passabil, se non tedia.

1

Quella disperazion di Bradamante, per cui piú non sapea quel che facesse, era una passion predominante, che fa solo la borsa in capo avesse. Con disonor la cognata è ambulante; par che il dolor lo sposo le uccidesse; per tal fuga ognun mormora, è dolente: Bradamante la borsa ha solo in mente.

2

Né si trovava una persona ardita che le facesse un po' di correzione, e perch'era gran dama e riverita, si rispettava la sua passione. Benedetto il caval che l'ha colpita con quelle peta all'uscir del portone, che fe' alle genti far quella risata e ritirar la dama svergognata.

3

Marfisa, Ipalca e il postiglion che trotta, aveano fatta giá la prima posta. La dama al postiglion la testa ha rotta, che a chiederle la corsa le s'accosta. Cambia la posta, e grida, che par cotta, che non vuol passo lento, non vuol sosta, a ponte rotto, a buca, a sasso, a crollo vuol che si corra e se ne vada il collo.

4

Scrive Turpin che non ci fu mai caso che una corsa pagasse quella dama. Di questa veritá son persuaso, perch'ella non dipende dalla fama. Turpino fu scrittor che avea buon naso, e per prova del vero cita e chiama de' mastri postiglion le note certe, dove son le partite ancor aperte.

5

A qualche postiglion data ha la mancia, se fu robusto e buon bestemmiatore; del resto il chieder prezzo era una ciancia, che tirava percosse d'un gran core. Ipalca, finta moglie, avea la guancia talor di carta e di color peggiore, e alle sciarre, a' cimenti, alle contese, vanta un suo voto che le avea difese.

6

Tra la rabbia, il furore e i patimenti e l'amor pel guascone, che conserva, sentí Marfisa un dí scuotersi i denti, e volse il viso pallido alla serva, dicendo:--Io sento ribrezzi e accidenti e una debolezza che mi snerva: mi duole il capo ed ho la bocca amara.-- Rispose Ipalca:--Questa è febbre chiara.--

7

Disse Marfisa:--Io ti darò un susorno; altro non mi sai far che triste augurie;-- e grida al postiglion che suoni il corno, sferzi i cavalli, ed entra nelle furie; e benché porti una gran febbre intorno, non lascia le minacce né l'ingiurie, ma alfin la febbre d'una buona razza basta a frenare anche una donna pazza.

8

E convenne far alto in un villaggio. perché Marfisa piú non si reggea. Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio per il finto marito che gemea, e dice:--Eccovi alfin quel dal formaggio. Caro Gesú! fuggir non si dovea.-- Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata con una guardatura spiritata.

9

Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla venne un dottor d'una trista figura. Di villa egli è, ma il capo non gli frulla, ne sa quanto un Macope ad una cura, perché l'arte sapea di non far nulla e di lasciar l'imbroglio alla natura. Tocca il polso, l'orina vuol vedere, e poi dice:--Ha la febbre il cavaliere.

10

Diman verrò, vederem, penseremo; non mangi, e beva generosamente.-- Marfisa al suo partir diceva:--Fremo; costui è un asin risolutamente.-- Torna il dottor, che par di cervel scemo, con un passo ed un viso sonnolente, ritocca il polso, vuol l'orina, e guata, poi dice:--Questa febbre è declinata.

11

Faccia bibite spesse ed abbondanti, non mangi nulla, sorba qualche brodo. Stiamo a veder diman se il mal va avanti; se cresce, penserem la forma e il modo. I rimedi dell'arte sono tanti: gli userem tutti, se il mal terrá sodo. A buon vederci: soffra e stia in riguardo.-- Poi se ne va sonniferoso e tardo.

12

La dama va in furor, dietro gli grida, lo chiama dottorello ed ignorante; e perché son di femmina le strida, Stupefatto il dottor volse il sembiante. Guarda Ipalca nel viso, e par che rida, e disse:--Questo è un musico e arrogante;-- e poi senz'altro dir scende le scale: Marfisa vuol scagliargli l'orinale.

13

Ipalca la pregava ad acchetarsi per tutti i santi e le sante del cielo. --Costui--dicea Marfisa--vuol spassarsi, e del mio male non si cura un pelo; ma s'egli spera le paghe beccarsi, non ne beccherá una, pel Vangelo!, Tu sai la circostanza e la premura; ei vuol tenermi un anno alla sua cura.--

14

Ma finalmente il terzo giorno arriva: si sente la bizzarra sollevata. Giunto il dottor al polso, disse:--Viva; questa è stata un'effimera sforzata.-- Dicea Marfisa:--Io son di febbre priva, ma voi non me l'avete discacciata.-- Rispondeva il dottor:--Questo è di fatto; ma poteva ammazzarvi e non l'ho fatto.--

15

Sonvi alcune ragion chiare e precise, d'una tal veritá, d'un'evidenza, che sono intese insin dalle Marfise e le disarma della prepotenza. La dama col dottore alquanto rise, e le fu liberale in diligenza, dicendo sempre:--È ver ciò che diceste; potevate ammazzarmi e nol faceste.

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La vostra umanitá, la virtú vostra è rara molta nella medic'arte.-- Grato a Marfisa il medico si mostra, e sonnolento la ringrazia e parte. Esce dal letto la bizzarra nostra, chiede i vestiti, e le par d'esser Marte. Ma nel rizzarsi in piè non si può dire quanto inabil trovossi al dipartire.

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