Part 12
So che date nel cor maledizioni divote a chi vi chiuse, a tutte l'ore; e quando recitate le orazioni, la peste a Dio chiedete al genitore; e con gli amori e con le tentazioni disperar spesso fate il confessore; e quando una vi parla del marito, non vorreste il discorso mai finito.
34
Come la volpe le ciregie sprezza che sono in cima troppo e non le arriva, voi, che siete legate alla cavezza, sprezzate il secol che di sé vi priva. Per invidia, con voi nella sciocchezza tirar vorreste ogni donna che viva, e per ridurvi in copia senza fine dove disperazion vi manda alfine.--
35
Era quivi in disparte certa suora, che al romore, alle cose, al parapiglia, non s'era mai degnata d'uscir fuora, come chi saviamente si consiglia. D'una bellezza è tal, che, se in un'ora la descrivessi, farei maraviglia: bianca, ben fatta, giovine, d'un viso, d'un occhio, d'un guardar di paradiso.
36
Se le scolpiva in faccia dell'interno la contentezza, la quiete vera; al piú cocente state, al peggior verno, godea quella forte alma primavera. Conoscea veramente che l'eterno Bene desiderabile, e solo, era. Raccolta mai per monaca richiesta non avea detto il ver siccome a questa.
37
Al ragionar furente di Marfisa, bizzarro ed empio e scandaloso e forte, disse all'altre sorelle in questa guisa e alla badessa, c'ha le luci torte: --Suore, scorgete mai ch'ella è divisa dal pensar dritto? usciamo delle porte, e lasciatela in pace, ché i rimbrotti fan mal peggiore ne' cervei corrotti.
38
Queste parole, ch'ella ha dette, sono de' libri suoi moderni, che l'han guasta; insegnamenti che le han dati in dono gli spirti forti di novella pasta. Ugualmente a' conventi è il secol buono, ma la rete oggi in quello è troppo vasta. La rabbia, ch'ella or prova, e la vergogna son frutti del suo secolo carogna.
39
Tutte dinanzi al Crocifisso nostro andiamo ad intuonare il _Miserere_, perché la sventurata questo chiostro soffra con pace, e a noi la lasci avere.-- Marfisa ha nero il cor piú che l'inchiostro: la rabbia l'avea priva del vedere. Le monachette dietro a quella santa andâro a salmeggiar dove si canta.
40
Questa giovine bella, e raro esempio nel secolo d'allora pestilente, piú satirette addosso di qualch'empio aveva e biasmi, se Turpin non mente. Diceasi ch'ella avea un cervel scempio, la macchina insensata interamente; che, non sentendo stimol di natura, nulla valea la sua santa bravura.
41
Una postilla in certo testo a penna trovo: che di Parigi ella non era, ma da Vinegia giunta in sulla Senna, e volontaria fatta prigioniera. La storia d'essa un'altra cosa accenna, cioè che con pretesti una gran schiera d'abatin, per vederla, ogni momento crollava la campana del convento.
42
E questo degli abati sará vero; ma ch'ella fosse veneziana nata non posso rassettarlo nel pensiero, poich'ella avea la macchina insensata. In quel clima non nasce di leggero scempi cervelli o carne raffreddata; donde penso: o Turpino il falso scriva; o ella non fu veneta, o fu viva.
43
Per ripigliare il filo della storia, non è da dimandar se i parigini san di Marfisa il caso alla memoria, o se lo narran per i botteghini; ma perché, quando s'è suonato a gloria, cambiasi il suon ne' vespri e mattutini, comincia a far compassion Marfisa, e fannosi discorsi d'altra guisa.
44
Sul marchese Terigi poco a poco tutte le lingue volsero il furore. --Che gran soggetto da far tanto foco --diceasi--pel decoro e per l'onore! Si sa che l'avol suo faceva il cuoco; suo padre di Martan fu servitore, e ch'egli fu d'Orlando lo scudiere, e non è uscito ancor di gabelliere.
45
Finalmente Marfisa era una dama, che cominciava a far la sua famiglia. Amori o non amor, fama o non fama; che gran soggetto! che gran maraviglia! Gran novitá, la moglie che cento ama fuor che il marito, da inarcar le ciglia! Terigi la fenice esser dovea, ch'una consorte tutta sua volea.--
46
Come l'olio, facevano i parlari, che sopra d'un mantello sia caduto; s'egli è una stilla, non istá poi guari che si dilata e una spanna è cresciuto. Con tutti i suoi poderi e i suoi danari, odioso è Terigi divenuto: dall'odio nasce la persecuzione; se dice il _Credo_, non ha piú ragione.
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La famiglia di Risa e gli aderenti, quella di Chiaramonte e di Mongrana, che aveano innumerabili parenti, suonan sopra al marchese una campana, che lo faceva digrignar i denti, arrabbiar, dormir poco e aver mattana; e sopra tutti gridava Rinaldo: --Io vo' ridotto al verde quel ribaldo!--
48
E co' suoi contrabbandi a Montalbano manda in rovine le gabelle sue; introduce ogni merce da lontano, tal che son rinvilite il sei per due. Terigi se ne appella a Carlo Mano, e finalmente rimaneva un bue, ché nulla si faceva, e in conseguenza l'util n'andava in somma decadenza.
49
Aggiungi che quattordici villani con autentiche carte hanno provato che discendean da' suoi cugin germani, i quai comune aveano avuto stato col padre suo, senza far con le mani o con la penna parte od accordato, e ch'ei non s'era emancipato mai; dond'essi avean pretensioni assai.
50
Quattordici porzion nel patrimonio voleano di Terigi i villanzoni, ed hanno un avvocato, ch'è dimonio e molto ben contesta le ragioni. Terigi s'accomanda a sant'Antonio per assistenza e carte e testimoni; ed ogni volta ch'uno all'uscio picchia, teme una citazione e si rannicchia.
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Don Gualtier cappellan lo confortava, e dice:--Io me ne intendo di litigi. Infin ch'io vivo--e il petto si toccava, non temete avvocati di Parigi. Io penetro nel centro della fava, so del merto e dell'ordine i vestigi. Lasciate che gambettino i forensi; le vostre facoltá son ben castrensi.
52
In _virga ferrea_ ci difenderemo; ma convien spesso tener buon consiglio, perch'ogni picciol passo, che faremo, causar può, s'egli è falso, del scompiglio.-- Il marchese dicea:--Va ben; ma temo questo andar allo scrigno, caro figlio, e questo far consulti ogni momento faccia che alfin la lite sia di vento.--
53
Prete Gualtieri andava nelle furie quando sentiva questa economia, gridando:--Eh! ci vuol altro, nelle curie, che idee meschine e che spilorceria.-- E poi Terigi carica d'ingiurie: minaccial di lasciarlo e d'andar via, dicendo:--Trovate altri direttori, che sperimenterete traditori.--
54
Il marchese, che al fòro era ignorante, avea nel prete ogni speme, ogni fede. Gli avria baciato peggio che le piante, quando ch'ei voglia abbandonarlo crede; e gli dicea:--Non esser sí arrogante. Gesú Maria! don Gualtier, giá si vede ch'io non so quel che fo né quel che dico. Pregato, il prete gli tornava amico.
55
Cosí traendo il sangue al meschinello, ragion non gli rendeva mai del speso, dicendo:--Anzi n'aggiunse il mio borsello, siccome un giorno il conto v'avrò reso.-- Terigi era per perdere il cervello; spesso da sé ragiona e sta sospeso. I drappi gli eran larghi tutti quanti, vuote aveva le guance e pengiglianti.
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Pel matrimonio, ch'era andato a monte, il Gratta, stampator delle raccolte, chiedeva il prezzo, e sudava la fronte a lagnarsi col prete molte volte. Diceva il prete:--E' convien che tu smonte, perché le nozze sono andate sciolte. Vendi i tuoi libri a peso o in su' banchetti: vuoi tu che noi turiam d'essi fiaschetti?--
57
Marco poeta s'era consumato a far canzoni e la dedicatoria, e il regalo promesso gli è negato, donde pareva fuor della memoria. --Corpo di Bacco!--giura in ogni lato-- del primo mio romanzo nella storia vo' metter la persona del marchese in vista da far ridere il paese.
58
E don Gualtier nel mio romanzo voglio che sia preso da birri in una piazza, posto in berlina, al petto con un foglio che dica: «Stuprator d'una ragazza»; ché ad ogni modo ha riscosso e fa imbroglio, ed ha condotto un mio pari alla mazza. Nel mio romanzo la berlina è poco: vo' rallegrarmi a condannarlo al foco.--
59
In questo tempo Marco aveva fatte, per sbalordire gl'inesperti putti, alcune pistolone in versi, matte, e le appellò: _Filosofia per tutti_, ripiene di sentenze molto stratte, che punto non recavano costrutti, peroch'elle diceano e disdicevano senza sistema e poco s'intendevano.
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Hai tu veduto maschera a Venezia, vestita da corrier con la scuriada di nerboforte, a far quella facezia d'un quarto d'ora lunga in sulla strada, che mena il braccio e scoppia; e quell'inezia, per quanto dura, il popol tiene a bada, e poi molto erudito il manda via, siccome Marco di filosofia?
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Per non lasciar Matteo dimenticato, egli avea dato fuori un manifesto, che chiedea mezzo scudo anticipato per tomo all'opre sue che stampa presto. E fien cinquantun tomo, ognun fregiato di rami e bella carta, e dá del resto: «Tutte le miscellanee poesie saran--dicea--con le commedie mie.
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È vero--soggiugnea--che replicate de' miei divini scritti l'edizioni poco men che il _Bertoldo_ sono state, siccome sanno i miei cari padroni; ma son poi tanto rare e ricercate, che in bella carta e buone correzioni e con figure in rame, indispensabili son per le biblioteche memorabili».
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Un'altra parte il manifesto avia che sembrava un'idea del Masgumieri; cioè che a chi volesse piegieria far per dieci assoziati a' tomi interi, sarieno dati i tomi in cortesia per la benemerenza e volentieri. Il Masgumier cosí dispensa a macco sopra il balsamo greco il taccomacco.
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Un altro scrittorel di simil forma, il qual delle _Stagion_ facea poemi, di cui Dodon avea riso _pro forma_ de' suoi cattivi versi e de' proemi, aveva detto che non prende norma dai scritti di Dodon né da' sistemi; ché non tersa scrittura ne' bei detti, ma che vuol esser succo ne' libretti.
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Dodon rideva sgangheratamente, ché non ha frega d'essere imitato, e gli diceva:--Dimmi solamente se a rider de' tuoi scritti sia peccato. Io trovo il tuo libretto un accidente di tristi versi e rubacchiar pisciato, e non ci vedo il succo che tu narri. Lascia che rida e le mascelle sbarri.
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L'ironico ricordo che mi dái, ch'io logri inchiostro in util delle genti, l'ho posto in uso prima, come sai, buffoneggiando i libri puzzolenti. Il criticarti non l'ho fatto mai; in ciò pianti carota agl'innocenti: ma dico che le tue _Stagioni_ in canti forman l'anno peggior di tutti quanti.
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Tu di' che vuoi di fatti e non parole sieno i tuoi libri; in questo sarai solo. Dunque un tuo libro battezzar si vuole di fabbro una bottega o legnaiuolo. Deh! canta autunni e tempi e luna e sole, e crediti a tua posta un usignuolo; dedica, imprimi, a tuo modo ti regola; ma tu mi par stizzita una pettegola.--
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Gl'impostori scrittor d'allora in caldo appiccorno question co' buon scrittori. Sino a quel giorno avea detto ribaldo Marco a Matteo che s'eran traditori: ma come vidon non istar piú saldo chi sa distinguer ben dal sterco i fiori, furono amici allor Marco e Matteo, e i partigian cantarono il _Tedeo_.
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Scrivea Marco in que' tempi la gazzetta: il pubblico avvertí dell'alleanza con uno stil da corno e da trombetta, come se il caso fosse d'importanza. Dicea: «Io sono Augusto--a chi l'ha letta;-- Matteo di Marc'Antonio ha simiglianza: chi non ci loda è un vil Lepido indegno, e proverá ben presto il nostro sdegno».
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Se rideva Dodon, Dio ve lo dica, di queste matte forme e braverie, e va dicendo alla sua schiera amica: --Quell'alleanza, care anime mie, ci toglie occasione di fatica a provar che i lor scritti son follie.-- Il popolo diviso in due fazioni dava riputazioni a' bighelloni.
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Perocché riscaldato e in gran puntiglio, chi Marco e chi Matteo per sostenere, vivo tenea il discorso e lo scompiglio, ed aperto il borsello per vedere e per poter gridar:--Mi maraviglio.-- Marco a Matteo può baciare il brachiere, o ver Matteo lo può baciare a Marco, facendo chi il Caton, chi l'Aristarco.
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Or che tra loro è fatta convenzione, e di vivere amici han stabilito, il popol non fará piú contenzione, e sará a poco a poco intiepidito; poi ridurrassi a dugento persone, a cento, indi a cinquanta il lor partito. Lasciamo che s'adoperi natura, ché finalmente il ver non ha paura.
73
Dodone incominciava a lusingarsi che i scrittoracci avesser decadenza; ma il mal, che aveano fatto, a ripurgarsi non bastava una quarta discendenza. Or del guascon bisogna ricordarsi, ch'era fuggito e in bando per sentenza, e va maledicendo il suo duello; ond'io ripiglio traccia dietro a quello.
74
Quel dí che fu ordinata la cattura e ch'ei la seppe (e n'andava la testa), tanta fretta gli mise la paura, che smemorato in man prese una cesta, come colui che non ha piú misura, e fuggí di Parigi in man con questa. Fece due leghe di cammino a piede, e ancora della cesta non s'avvede.
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Rassicurato alquanto, finalmente s'avvide e disse presto:--Ho fatto male. Io potea ben provedermi altramente; perdio! che reco un degno capitale!-- Cento zecchini avea per accidente, avanzo d'una paga mensuale, e bel vestito e ricco farsettino: getta la cesta e segue il suo cammino.
76
Le fole che inventava per la via per alloggiare a macco da' villani, perocché de' signor paura avia se non si vede in paesi lontani, io non le potrei dire in vita mia. Racconta circostanze e casi strani, tanto che da' piú agiati, oltre a' mangiari, per accrescer la borsa ebbe danari.
77
Un dí ch'era vicino a uscir del regno, ma in brama di tre giorni di riposo, da certi frati l'ebbe con ingegno: tenne dell'empio il fatto e del vezzoso. Ma perch'io sono giunto a certo segno che può l'ascoltator far curioso, la storia all'altro canto vi fia nota del piantare a que' frati la carota.
FINE DEL CANTO NONO
CANTO DECIMO
ARGOMENTO.
Con una burla, a macco il guascon empio vive da certi frati. Dal convento fuggon Marfisa e Ipalca, coll'esempio d'una filosofessa a lor talento. Ruggero a Malagigi, per far scempio, chiede ove sia la suora, ma giá spento è di mago il mestiere. I paladini dietro a Marfisa van fuor de' confini.
1
Uom non v'è piú vil d'un malfattore, ch'abbia la coscienza maculata, e benché mostri gran core e furore, egli ha sempre paura in sen celata. Sin ch'ei può sopraffare, egli è il terrore; ma quando alcun la faccia gli ha voltata, la coda, ch'era tesa, va tra gambe, e non è piú delle persone strambe.
2
A chi de' far co' tristi, in coscienza non saprei ricordar filosofia; perché, mostrando flemma e indifferenza, la battezzan color poltroneria; e tanto cresce arroganza e insolenza, che van dannati per la cortesia, donde un randello a tempo veramente avanza ogni filosofo eccellente.
3
Di questi peccatori il gran flagello ed il ribrezzo e la disperazione esser sogliono i birri col bargello. Quando girar gli vedono un cantone, par loro avere in sul capo il mantello, hanno la mente in gran confusione e, come Filinor, con una cesta fuggirien, ché non hanno piú la testa.
4
Giunto il guascone un giorno a una callaia, vide poco da lunge un romitoro, non di graticci o canne o d'altra baia, come scrivean gli antichi di pel soro; ma come, verbigrazia, quel di Praia, con giardin sotto e terre di lavoro, dove i romiti in pingue santimonia vivean, come Turpin ci testimonia.
5
Messer l'abate in quel colto diserto aveva fama d'esser un uom santo. Santo o non santo ei fosse, questo è certo che non avea mai posa tanto o quanto; perocché ricorreano al suo gran merto spesso infermi ed inferme in doglia e in pianto, spiritate, gelose e disperate a farsi benedir da quell'abate.
6
L'empio guascon pensò come potesse viver parecchi giorni a bertolotto. Come alla paperina e ben si stesse entro a quel romitorio, era giá dotto. Parecchie erbette, ch'eran quivi spesse, con fior giallastri va cogliendo il ghiotto, e fregandole al viso ed alle mani, divenne come un uom di que' mal sani.
7
Pareva impolminato e stanco e fiacco. A suo bell'agio al romitorio arranca, laddove giunto, ansando come un bracco, si metteva a seder sopra un panca, dicendo ad un romito:--Oh Dio! son stracco; io sento il respirar proprio mi manca: da Parigi qui vengo a piè per voto l'abate santo a ritrovar divoto.
8
Io sono un cavalier de' principali, e vi prego a chiamar l'abate vostro. Il romitello mise tosto l'ali, narrando questa cosa per lo chiostro. Lasciâr molti romiti i breviali pel forestier splendente d'oro e d'ostro. Se vi ricorda, al suo fuggire, ho detto che avea ricco vestito e bel farsetto.
9
Venne l'abate in mezzo a venti frati, vide il guascone con le guance gialle, che tenea gli occhi travolti e incantati, e una gota sur una delle spalle. I romiti dicean:--Fra gli ammalati, che giunti sono in quest'erema valle, noi non vedemmo un uom di peggior cera; egli è peccato un sí bel giovin pèra.--
10
L'abate chiese a Filinor chi fosse e da sua povertá che desiasse. Filinoro un pochetto si riscosse, e parve a ragionar che si sforzasse. --Padre--diss'egli,--divozion mi mosse, perché l'altre speranze omai son casse. Io sono unico figlio d'un signore, che in me piange sua stirpe che si more.
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Son di Parigi, e quattr'anni saranno che m'ha assalito una febbretta lenta. I medici hanno fatto ciò che sanno; a questa malattia n'ebbi ben trenta. Emetici e purganti provati hanno: parea talor la febbre fosse spenta; ma in capo un mese l'ugna pavonazza, ecco il ribrezzo e la febbretta in piazza.
12
Chi dicea mesenterica ella sia, chi del fegato figlia o tabe interna. Il mio ventre era fatto spezieria e d'acque amare e dolci una cisterna. Si dice che la febbre è andata via, ma m'è rimasta inappetenza eterna; io sudo, io tremo, io svengo, intirizzisco del cibo all'apparir, sí l'abborrisco.
13
Con sforzi e nausea ed avversione orrenda, qualche brodo succiai con tuorli d'uova. Lo stomaco non vuol pranzo o merenda o brodi o panatelle: nulla giova. Tosto una convulsion par che mi prenda; ristoro nello stomaco non cova; vomito tutto, insino a sangue vivo, pe' crudi sforzi, e resto semivivo.
14
Sei mesi son che portentosamente per qualche stilla d'acqua sono in vita. I dottor non mi fanno piú niente, e dicon sol, per me ch'ella è fornita. Sentendo a dir per fama dalla gente, la vostra santitá, padre, infinita, a piedi e senza servi, in divozione, ricorsi a voi per la benedizione.
15
Non so come per via non sono morto in questo lungo mio pellegrinaggio. Ben cento volte caddi a collo torto; poi sursi ancor, facendomi coraggio. Ma finalmente sono giunto in porto, e mi par di sentir qualche messaggio che dica:--Al segno dell'abate pio l'inappetenza tua n'andrá con Dio.--
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S'io risano, prometto in questo chiostro far aggiunte di fabbriche e un altare.-- Disse l'abate:--Voglia il Signor nostro che il segno in nome suo possa giovare. Direte, figlio, basso un paternostro, fede ci vuol le grucce per lasciare.-- Recata al frate fu la stola tosto: l'empio guascone in ginocchion s'è posto.
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Comincia i crocioni e le parole l'abate pio, che gli occhi stralunava. L'indegno di veder luce di sole con le sue nocca il petto si picchiava. Finí l'uffizio, quando finir suole. L'abate all'amalato dimandava com'egli stesse e come si sentisse. L'empio teneva in lui le luci fisse,
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dicendo:--Padre abate, a dirvi il vero, nello stomaco sento un pizzicore, che, manicando un bocconcello, spero sí facilmente nol trarrei piú fuore. --Presto--disse l'abate a frate Piero, ch'era ivi cuoco e si faceva onore,-- reca qualche sostanza al cavaliere.-- Frate Piero va via come un levriere
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e reca una minestra in un piattello. Filinor la trangugia in un baleno. --Sentite moto a tramandare?--a quello dice l'abate, di pietá ripieno. Rispose Filinor:--Mi sento snello, e fame ancora;--e si toccava il seno. Dice l'abate al cuoco:--Hai qualche piatto? --E' c'è un cappon--rispose--tanto fatto.
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--Reca il cappon.--Filinor lo mangiava come un morsel, che non si torce un pelo. L'abate, i frati, il cuoco, ognun gridava: --Miracolo, miracolo del cielo!-- A bocca piena il guascon replicava: --Aiuta Dio chi crede nel vangelo; questo è un miracol di natura fuora: abate santo, ho della fame ancora.--
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Frate Piero, correndo, una pernice reca in un tondo: Filinor la succia. --Miracolo, miracolo!--ognun dice. L'empio guascon col carcame si cruccia, e chiede bere, e il cielo benedice. Il cantiniere alla sua cella smuccia, e spilla un vin da far andare un morto, né certo Filinor gli fece torto.
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Non si può dir de' frati l'allegrezza per il miracol nato ad evidenza. Quel sacconaccio di scelleratezza tutto asseconda con somma avvertenza; e quando mostra d'essere in tristezza, e di sentirsi ancora inappetenza, donde rinnova il frate i crocioni, pel guasto universal de' suoi capponi.
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Quindici giorni è stato il traditore da que' romiti, e sempre ha miglior cera, perché, lavando il viso, quel giallore ad arte fatto alfin sparito s'era. --Certo--dicea,--giugnendo al genitore, vo' spedirvi un miracolo di cera, e vo' aggiungere un'ala al romitoro, ed un altar da spendere un tesoro.--
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Ogni dí con l'abate disegnando va una fabbrica nuova nel sabbione, e va crescendo idee di quando in quando: --Io vo' l'altar--dicea--di paragone.-- L'abate rispondeva:--Io non comando: seguite pur la vostra ispirazione.-- E la cucina ogni giorno crescea, sicché del fabbricar cresce l'idea.
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Da molti testimon giurati il caso fecion deporre i frati, onde n'andasse girando a stampa dall'orto all'occaso, acciò al convento la pietá abbondasse. Un testimon non era persuaso, ma pur convenne alfine ch'ei giurasse, perché il prior zelante al Sant'uffizio gli minacciava accuse e precipizio.
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Qui ristorato dal pellegrinaggio e ben disposto e in gamba, il traffurello cominciava a dispor di far viaggio, perché temeva sempre del bargello. L'abate vuol che pel cammin selvaggio dieci villani armati abbia con ello. Disse il guascone:--Un laico mi darete e qualche cavallaccio, se l'avete.
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Io non vo' certamente altri compagni: Dio m'ha condotto, Dio mi riconduca.-- L'abate aveva un suo destrier de' magni, che saria stato un bel presente a un duca. Non era tempo a pensare a' sparagni: bardato fe' che il bel corsier s'adduca. Mille baci il guascone appicca ai frati: sale a caval con gli occhi imbambolati.
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