La mandragola - La Clizia - Belfagor
Part 6
_Pir._ Io l'arò caro.
_Clc._ E io molto più, che potrei udire cosa, che guasterebbe i fatti d'altri e racconcerebbe i miei.
_Ni._ Tu conosci Damone nostro vicino, da chi io ho tolto la casa a pigione per tuo conto?
_Pir._ Si, conosco.
_Ni._ Io fo pensiero che tu la meni stasera in quella casa, ancora che egli vi abiti e che non l'abbia sgombera; perché io dirò che io voglio che tu la meni in casa, dove ella ha a stare.
_Pir._ Che sarà poi?
_Cle._ Rizza gli orecchi, Oleandro.
_Ni._ Io ho imposto a mogliema che chiami Sostrate moglie di Damone, perché gli aiuti ordinare queste nozze ed acconciare la nuova sposa; e a Damone dirò che solleciti che la donna vi vadia. Fatto questo, e cenato che si sarà, la sposa da questa donna sarà menata in casa di Damone, e messa teco in camera e nel letto. E io dirò di voler restare con Damone albergo, e Sostrata ne verrà con Sofronia qui in casa. Tu, rimaso solo in camera, spegnerai il lume, e ti baloccherai per camera, facendo vista di spogliarti; intanto io pian piano me ne verrò in camera, mi spoglierò, ed entrerò a lato a Clizia. Tu ti potrai stare pianamente sul lettuccio. La mattina avanti giorno io mi uscirò dal letto, mostrando di voler ire ad orinare, rivestirommi, e tu entrerai nel letto.
_Cle._ Oh, vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia, che io l'intenda!
_Pir._ E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda. Ma e' conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perch'io dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio.
_Cle._ E' mi basta quel ch'io ho inteso; io voglio ire a ragguagliare mia madre.
_Ni._ Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, e ho ordinato una cena a mio modo. Io piglierò prima una presa di un lattovaro, che si chiama satirione.
_Pir._ Che nome bizzarro è cotesto?
_Ni._ Egli ha più bizzarri i fatti; perché gli è uno lattovaro che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovenire un uomo di novanta anni, non che di settanta, come ho io. Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzievoli. In prima una insalata di cipolle cotte; dipoi una mistura di fave e spezierie.
_Pir._ Che fa cotesto?
_Ni._ Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbero far vela a una caracca genovese. Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso, arrosto cosi verdemezzo, che sanguigni un poco.
_Pir._ Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà che vi sia masticato, o che voi lo ingoiate intero; non vi veggo io tanti o si gagliardi denti in bocca.
_Ni._ Io non dubito di cotesto, che, bench'io non abbia molti denti, io ho le mascelle che paiono d'acciaio.
_Pir._ Io penso che, poi che voi ne sarete ito, e io entrato nel letto, ch'io potrò fare senza toccarla, perch'io ho viso di trovare quella povera fanciulla fracassata.
_Ni._ Bastiti ch'io arò fatto l'uffizio tuo e quel d'uno compagno.
_Pir._ Io ringrazio Iddio, poiché mi ha data una moglie in modo fatta ch'io non arò a durare fatica né a impregnarla né a darle le spese.
_Ni._ Vanne in casa, sollecita le nozze, e io parlerò un poco con Damone, che io veggo uscir di casa sua.
_Pir._ Cosi farò.
[IV. 3]
NICOMACO, DAMONE.
_Ni._ Egli è venuto quel tempo, o Damone, che mi hai a mostrare se tu mi ami. E' bisogna che tu sgomberi la casa, e non vi rimanga né la tua donna né altra persona, perché io vo' governare questa cosa come io t'ho già detto.
_Da._ Io sono parato a far ogni cosa, pur ch'io ti contenti.
_Ni._ Io ho detto a mogliema che chiami Sostrata tua che vadia ad aiutarla ordinare le nozze. Fa' che la vadia subito come la la chiama, e che vadia con lei la serva sopra tutto.
_Da._ Ogni cosa è ordinata, chiamala a tua posta.
_Ni._ Io voglio ire insino allo speziale a far una faccenda, e tornerò ora; tu aspetta qui che mogliema eschi fuora e chami la tua. Ecco che la viene; sta parato. Addio.
[IV. 4]
SOFRONIA, DAMONE.
_Sofr._ Non maraviglia che il mio marito mi sollecitava che io chiamassi Sostrata di Damone! Ei voleva la casa libera per poter giostrare a suo modo. Ecco Damone di qua (oh, specchio di questa città e colonna del suo quartiere!) che accomoda la casa sua a si disonesta e vituperosa impresa. Ma io li tratterò in modo che si vergogneranno sempre di loro medesimi; e voglio ora cominciare ad uccellare costui.
_Da._ Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma e non venga avanti a chiamar la mia donna. Ma ecco che la viene. Dio ti salvi, Sofronia.
_Sofr._ E te, Damone; dov'è la tua donna?
_Da._ Ella è in casa, ed è parata a venire se tu la chiami; perché il tuo marito me n'ha pregato. Vo io a chiamarla?
_Sofr._ No, no, la debbe aver faccenda.
_Da._ Non ha faccenda alcuna.
_Sofr._ Lasciala stare, io non le vo' dar briga; io la chiamerò quando fia tempo.
_Da._ Non ordinate voi le nozze?
_Sofr._ Si, ordiniamo.
_Da._ Non hai tu necessità di chi ti aiuti?
_Sofr._ E' vi è brigata un mondo per ora.
_Da._ Che farò ora? Io ho fatto un errore grandissimo a cagione di questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo e senza denti. E' mi ha fatto offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la crederà cir io vadia mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato.
_Sofr._ Io ne rimando costui tutto inviluppato. Guarda come ne va ristretto nel mantello! E' mi resta ora a uccellare un poco il mio vecchio. Eccolo, che viene dal mercato. Io voglio morire, se non ha comperato qualche cosa per parer gagliardo e odorifero.
[IV. 5]
NICOMACO, SOFRONIA.
_Ni._ Io ho comperato il lattovaro e certa unzione appropriata a far risentire le brigate. Quando si va armato alla guerra, si va con più animo la metà. Io ho veduto mogliema; ohimè, ch'ella mi avrà sentito.
_Sofr._ Si, ch'io t'ho sentito, e con tuo danno e vergogna, s'io vivo insino a domattina.
_Ni._ Sono a ordine le cose? Hai tu chiamato questa tua vicina, che ti aiuti?
_Sofr._ Io la chiamai come tu dicesti; ma questo tuo caro amico le favellò non so che nell'orecchio, in modo che la mi rispose che la non poteva venire.
_Ni._ Io non me ne maraviglio; perché tu sei un poco rozza e non sai accomodarti colle persone, quando tu vuoi alcuna cosa da loro.
_Sofr._ Che volevi tu, ch'io lo toccassi sotto il mento? Io non sono usa a far carezza a' mariti d'altri. Va', chiamala tu, poiché ti giova andare dietro alle mogli d'altri, ed io andrò in casa a ordinare il resto.
[IV. 6]
DAMONE, NICOMACO.
_Da._ Io vengo a vedere se questo amante è tornato dal mercato. Ma eccolo davanti all'uscio. Io venivo appunto a te.
_Ni._ Ed io a te, uomo da farne poco conto. Di che t'ho io pregato? Di che t'ho io richiesto? Tu m'hai servito cosi bene!
_Da._ Che cosa è?
_Ni._ Tu mandasti moglieta! Tu hai vuota la casa di brigata, che fu un sollazzo! In modo che alle tue cagioni io sono morto e disfatto.
_Da._ Va', t'impicca, non mi dicesti che moglieta chiamerebbe la mia?
_Ni._ La l'ha chiamata, e non è voluta venire.
_Da._ Anziché gliene offersi; ella non volle che la venisse, e cosi mi fai uccellare, e poi ti duoli di me. Che 'l diavolo ne porti te, e le nozze, e ognuno!
_Ni._ Infine, vuoi tu che la venga?
_Da._ Si, voglio in malora, ed ella, e la fante, e la gatta, e chiunque vi è. Va', se tu hai a far altro; io andrò in casa, e per l'orto la farò venire or ora.
_Ni._ Ora m'è costui amico; ora andranno le cose bene. Ohimè, ohimè! che romore è quel ch'io sento in casa?
[IV. 7]
DORIA, NICOMACO.
_Do._ Io son morta, io son morta. Fuggite, fuggite. Toglietele quel coltello di mano; fuggitevi, Sofronia.
_Ni._ Che hai tu, Doria? Che ci è?
_Do._ Io son morta.
_Ni._ Perché sei tu morta?
_Do._ Io sono morta, e voi spacciato.
_Ni._ Dimmi quel che tu hai.
_Do._ Io non posso per l'affanno. Io sudo, fatemi un poco di vento col mantello.
_Ni._ Deh! dimmi quel che tu hai; ch'io ti romperò la testa.
_Do._ O padrone mio, voi siete troppo crudele!
_Ni._ Dimmi quel che tu hai, e qual romore è in casa.
_Do._ Pirro aveva dato l'anello a Clizia, ed era ito ad accompagnare il notaio infino all'uscio di dietro: ben sai che Clizia, da non so che furore mossa, prese un pugnale, e tutta scapigliata, tutta furiosa, grida: Ov'è Nicomaco? Ove Pirro? Io li voglio ammazzare. Cleandro, Sofronia, tutti noi la volemmo pigliare e non potemmo. La s'è arrecata in un canto di camera, e grida che vi vuole ammazzare in ogni modo; e per paura chi fugge là e chi qua. Pirro s'è fuggito in cucina, e si è nascosto dietro alla cesta de' capponi: io sono mandata qui per avvertirvi che voi non entriate in casa.
_Ni._ Io sono misero di tutti gli uomini. Non si può egli trarle di mano il pugnale?
_Do._ No per ancora.
_Ni._ Chi minaccia ella?
_Do._ Voi e Pirro.
_Ni._ Oh, che disgrazia è questa! Deh! figliuola mia, io ti prego che tu torni in casa, e con buone parole vegga che se le cavi questa pazzia del capo e che la ponga giù il pugnale; ed io ti prometto ch'io ti compererò un paio di pianelle e un fazzoletto. Deh! va', amor mio.
_Do._ Io vo; ma non venite in casa, se io non vi chiamo.
_Ni._ Oh miseria, oh infelicità mia! Quante cose mi s'intraversano per far infelice questa notte che io aspettavo felicissima! Ha ella posto giù il coltello? Vengo io?
_Do._ Non ancora, non venite.
_Ni._ O Dio, che sarà poi? Posso io venire?
_Do._ Venite, ma non entrate in camera, dove ella è; fate che la non vi vegga; andatevene in cucina da Pirro.
_Ni._ Io vo.
[IV. 8]
DORIA _sola._
In quanti modi uccelliamo noi questo vecchio! Che festa è egli vedeie i travagli di questa casa? Il vecchio e Pirro son paurosi in cucina; in sala sono quelli che apparecchiano la cena; e in camera sono le donne, Oleandro ed il resto della famiglia; e hanno spogliato Siro nostro servo, e de' suoi panni vestito Clizia e de' panni di Clizia vestito Siro, e vogliono che Siro ne vadia a marito in scambio di Clizia; e perché il vecchio e Pirro non scuoprano questa fraude, gli hanno, sott'ombra che Clizia sia crucciata, confinati in cucina. Che belle risa! Che bello inganno! Ma ecco fuori Nicomaco e Pirro.
[IV. 9]
NICOMACO, DORIA, PIRRO.
_Ni._ Che fai tu costì, Doria? Clizia è quietata?
_Do._ Messer si, e ha promesso a Sofronia di voler fare ciò che voi volete. Egli è ben vero che Sofronia giudica sia bene che voi e Pirro non gli capitiate innanzi, acciocché non se le riaccendesse la collera; poi, messa che la fia a letto, se Pirro non la saprà dimesticare, suo danno.
_Ni._ Sofronia ci consiglia bene, e così faremo. Ora vattene in casa; e perché gli è cotto ogni cosa, sollecita che si ceni. Pirro ed io ceneremo a casa Damone; e come egli hanno cenato, fai che la menino fuora. Sollecita, Doria, per l'amor di Dio, che son già sonate le tre ore, e non è ben star tutta notte in queste pratiche.
_Do._ Voi dite il vero; io vo.
_Ni._ Tu, Pirro, rimani qui; io andrò a bere un tratto con Damone. Non andar in casa, acciocché Clizia non s'infuriasse di nuovo: e se cosa alcuna accade, corri a dirmelo.
_Pir._ Andate, io farò quanto m'imponete. Poiché questo mio padrone vuole ch'io stia senza moglie e senza cena, io son contento, né credo che in un anno intervengano tante cose quante sono intervenute oggi; e dubito non me ne intervengano delle altre, poiché io ho sentito per casa certi sghignazzamenti che non mi piacciono. Ma ecco io veggo apparir un torchio: e' debbe uscir fuora la pompa; la sposa ne debbe venire. Io voglio correre per il vecchio. Nicomaco, o Damone, vienne da basso, da basso; la sposa ne viene.
[IV. 10]
NICOMACO, DAMONE, SOFRONIA, SOSTRATA, SIRO _vestito da donna, che piange._
_Ni._ Eccoci; vanne, Pirro, in casa, perché io credo che sia bene che la non ti vegga. Tu, Damone, paramiti innanzi, e parla tu con queste donne. Eccole tutte fuora.
_Sofr._ Oh, povera fanciulla, la ne va piangendo! Vedi che la non si lieva il fazzoletto dagli occhi.
_Sostr._ Ella riderà domattina; cosi usano di fare le fanciulle. Dio vi dia la buona sera, Nicomaco e Damone.
_Da._ Voi siate le benvenute. Andatevene su, voi donne, mettete a letto la fanciulla, e tornate giù; intanto Pirro sarà a ordine anch'egli.
_Sostr._ Andiamo col nome di Dio.
[IV. 11]
NICOMACO, DAMONE.
_Ni._ Ella ne va molto malinconosa. Ma hai tu veduto come ella è grande? La si debbe esser aiutata con le pianelle.
_Da._ La pare anche a me maggiore ch'ella non suole. O Nicomaco, tu sei pur felice! La cosa è condotta dove tu vuoi. Portati bene; altrimenti tu non vi potrai tornare più.
_Ni._ Non dubitare, io sono per fare il debito; che poi ch'io presi il cibo, io mi sento gagliardo come una spada. Ma ecco le donne che tornano.
[IV. 12]
NICOMACO, SOSTRATA, SOFRONIA, DAMONE.
_Ni._ Avetela voi messa a letto?
_Sostr._ Si, abbiamo.
_Da._ Sta bene; noi faremo questo resto. Tu, Sostrata, vanne con Sofronia a dormire, e Nicomaco rimarrà qui meco.
_Sofr._ Andiamne, che par lor mille anni di avercisi levate dinanzi.
_Da._ E a voi il simile. Guardate a non vi far male.
_Sostr._ Guardatevi pur voi, che avete l'arme; noi siamo disarmate.
_Da._ Andiamne in casa.
_Sofr._ E noi ancora. Va' pur là, Nicomaco, tu troverai riscontro; perché questa tua donna sarà come le mezzine da Santa Maria in Pruneta.
Canzone.
Si soave è lo inganno etc. (cfr. _Mandr.,_ III).
[V. 1]
DORIA _sola._
Io non risi mai più tanto, né credo mai più ridere tanto, né in casa nostra questa notte si è fatto altro che ridere. Sofronia, Sostrata, Oleandro, Eustachio, ognuno ride. E' s'è consumata la notte in misurare il tempo, e dicevamo: ora entra in camera Nicomaco, ora si spoglia, ora si corica a lato alla sposa, ora le dà la battaglia, ora è combattuto gagliardamente. E mentre noi stavamo in su questi ragionamenti, giunsero in casa Siro e Pirro, e ci raddoppiarono le risa; e quel che era più bel vedere, era Pirro, che rideva più di Siro, tanto ch'io non credo che ad alcuno sia tocco questo anno ad avere il più bello né il maggior piacere. Quelle donne mi hanno mandata fuora, sendo già giorno, per vedere quello che fa il vecchio, e come egli comporta questa sciagura. Ma ecco fuora egli e Damone. Io mi voglio tirar da parte per vederli, e aver materia di ridere di nuovo.
[V. 2]
DAMONE, NICOMACO, DORIA.
_Da._ Che cosa è stata questa tutta notte? come è ella ita? Tu stai cheto. Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scendere e salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io, che nella camera terrena vi dormiva sotto, non ho potuto mai dormire, tanto che per dispetto mi levai, e trovoti che tu esci fuora tutto turbato. Tu non parli, tu mi pari morto; che diavolo hai tu?
_Ni._ Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda o dove io occulti la gran vergogna nella quale io sono incorso. Io son vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi a mogliema, a' figli, a' parenti, a' servi capitare, lo ho cerco il vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato trovare, tanto ch'io sono spacciato. E tanto più mi duole quanto di questo mio carico tu anche ne partecipi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani.
_Da._ Che cosa è stato? Hai tu rotto nulla?
_Ni._ Che vuoi tu che io abbia rotto? Che rotto avess'io il collo!
_Da._ Che è stato adunque? Perché non me lo di'?
_Ni._ Uh! uh! uh! Io ho tanto dolore ch'io non credo potertelo dire.
_Da._ Deh, tu mi pari un bambino! Che domine può egli essere?
_Ni._ Tu sai l'ordine dato, ed io secondo quell'ordine entrai in camera, e chetamente mi spogliai; ed in cambio di Pirro, che sopra il lettuccio si era posto a dormire, non vi essendo lume, a lato alla sposa mi coricai.
_Da._ Orbe, che fu poi?
_Ni._ Uh! uh! uh! Accostaimegli secondo l'usanza de' nuovi mariti, vollile porre le mani sopra il petto, ed ella con la sua mano me la prese, e non mi lasciò. Vollila baciare, ed ella con l'altra mano mi sospinse il viso indrieto. Io me le volli gittare tutto addosso: ella mi porse un ginocchio, di qualità che la m'ha infranta una costola. Quando io vidi che la forza non bastava, io mi vuoisi a' prieghi, e con dolci parole ed amorevoli (pure sotto voce, ch'ella non mi conoscesse) la pregavo fusse contenta fare i piaceri miei. Dicevole: deh! anima mia dolce, perché mi strazi tu? Deh! ben mio, perché non mi concedi tu volentieri quello che le altre donne a' loro mariti volentieri concedono? Uh! uh! uh!
_Da._ Rasciugati un poco gli occhi.
_Ni._ Io ho tanto dolore ch'io non trovo loco, né posso tenere le lacrime. Io potetti cicalare; mai fece segno di volermi, non che altro, parlare. Ora, veduto questo, io mi volsi alle minacce, e cominciai a dirgli villania, e che le farei, e che le direi. Ben sai che a un tratto ella raccolse le gambe, e tirommi una coppia di calci, che se la coperta del letto non mi teneva, io sbalzavo nel mezzo dello spazzo.
_Da._ Può egli essere?
_Ni._ E ben può essere. Fatto questo, ella si volse bocconi, e stiacciossi col petto sulla coltrice che tutte le manovelle dell'Opera non l'arebbero rivolta. Io, veduto che forza, prieghi e minacce non mi valevano, per disperato le volsi la schiena, e deliberai di lasciarla stare, pensando che verso il dí la fusse per mutare proposito.
_Da._ Oh, come facesti bene! Tu dovevi il primo tratto pigliar cotesto partito; e chi non voleva te, non voler lui.
_Ni._ Sta' saldo, la non è finita qui; or ne viene il bello. Stando cosi tutto smarrito, cominciai, fra per lo dolore e per lo affanno avuto, un poco a sonniferare. Ben sai che a un tratto io mi sento stoccheggiare un fianco, e darmi qua sotto 'l codrione cinque o sei colpi de' maledetti. Io cosi fra il sonno vi corsi subito colla mano, e trovai una cosa soda ed acuta, di modo che tutto spaventato mi gittai fuora del letto, ricordandomi di quel pugnale che Clizia aveva il di preso per darmi con esso. A questo romore Pirro, che dormiva, si risenti; al quale io dissi, cacciato più dalla paura che dalla ragione, che corresse per un lume, che costei era armata per ammazzare tutti a due. Pirro corse, e tornato col lume, in cambio di Clizia vedemmo Siro mio famiglio ritto sopra il letto tutto ignudo, che per dispregio (uh! uh! uh!) e' mi faceva bocchi (uh! uh! uh!) e manichetto drieto.
_Da._ Ah! ah! ah!
_Ni._ Ah! Damone, tu te ne ridi?
_Da._ Ei m'incresce assai di questo caso; nondimeno egli è impossibile non ridere.
_Do._ Io voglio andar a ragguagliar di quello che io ho udito la padrona, acciocché se le raddoppino le risa.
_Ni._ Questo è il mal mio, che toccherà a ridersene a ciascuno, ed a me a piangere; e Pirro e Siro alla mia presenza or si dicevano villania, ora ridevano; dipoi, cosi vestiti a bardosso se ne andarono, e credo che siano iti a trovare le donne, e tutti debbono ridere. E cosi ognuno rida, e Nicomaco pianga!
_Da._ Io credo che tu creda che m'incresca di te e di me, che sono per tuo amore entrato in questo lecceto.
_Ni._ Che mi consigli che io faccia? Non mi abbandonare, per l'amor di Dio.
_Da. A_ me pare, se altro di meglio non nasce, che tu ti rimetta tutto nelle mani di Sofronia tua, e dicale che da ora innanzi e di Clizia e di te faccia ciò ch'ella vuole. La doverebbe anch'ella pensare allo onore tuo, perché, sendo suo marito, tu non puoi aver vergogna che quella non ne partecipi. Ecco che la viene fuora. Va', parlale, ed io ne andrò intanto in piazza ed in mercato ad ascoltare s'io sento cosa alcuna di questo caso, e ti verrò ricoprendo il più ch'io potrò.
_Ni._ Io te ne prego.
[V. 3]
SOFRONIA, NICOMACO.
_Sofr._ Doria mia serva mi ha detto che Nicomaco è fuora, e ch'egli è una compassione a vederlo. Io vorrei parlargli per veder quello ch'ei dice a me di questo nuovo caso. Eccolo di qua. O Nicomaco?
_Ni._ Che vuoi?
_Sofr._ Dove vai tu si a buon'ora? Esci tu di casa senza far motto alla sposa? Hai tu saputo come l'abbia fatto questa notte con Pirro?
_Ni._ Non so.
_Sofr._ Chi lo sa, se tu non lo sai, tu che hai messo sottosopra Firenze per far questo parentado? Ora ch'egli è fatto, tu te ne mostri nuovo e malcontento.
_Ni._ Deh! lasciami stare: non mi straziare.
_Sofr._ Tu sei quello che mi strazi, che dove tu doveresti racconsolarmi, ed io ho a racconsolare te; e quando tu gli avresti a provvedere, e' tocca a me, che vedi ch'io porto loro queste uova.
_Ni._ Io crederei che fusse bene che tu non volessi il giuoco di me affatto. Bastiti averlo avuto tutto questo anno, e ieri, e stanotte più che mai.
_Sofr._ io non lo volli mai il giuoco di te; ma tu sei quello che l'hai voluto di tutti noialtri, ed alla fine di te medesimo. Come non ti vergogni tu di avere allevata in casa tua una fanciulla con tanta onestà, ed in quel modo che s'allevano le fanciulle da bene, di volerla maritare poi a un famiglio cattivo e disutile, perchè fusse contento che tu ti giacessi con lei? Credevi tu però aver a fare con ciechi o con gente che non sapesse interrompere le disonestà di questi tuoi disegni? Io confesso aver condotti tutti quelli inganni che ti sono stati fatti, perché, a volerti far ravvedere, non ci era altro modo se non giugnerti in sul furto con tanti testimoni che tu te ne vergognassi, e dipoi la vergogna ti facesse fare quello che non ti avrebbe potuto fare far niuna altra cosa. Ora la cosa è qui. Se tu vorrai ritornar al segno, ed esser quello Nicomaco che tu eri da uno anno indietro, tutti noi vi torneremo, e la cosa non si risaprà; e quando ella si risapesse, egli è usanza errare ed emendarsi.
_Ni._ Sofronia mia, fa' ciò che tu vuoi; io sono parato a non uscire de' tuoi ordini, purché la cosa non si risappia.
_Sofr._ Se tu vuoi far cotesto, ogni cosa è acconcia.
_Ni._ Clizia dov'è?
_Sofr._ Mandaila, subito che si fu cenato iersera, vestita co' panni di Siro in un monasterio.
_Ni._ Oleandro che dice?
_Sofr._ È allegro che queste nozze siano guaste; ma egli è bene doloroso che non vede come e' si possa aver Clizia.
_Ni._ Io lascio aver ora a te il pensiero delle cose di Cleandro. Nondimeno se non si sa chi costei è, non mi parrebbe di dargliene.
_Sofr._ E' non pare anche a me, e' conviene differire il maritarla tanto che si sappia di costei qualche cosa, o che gli sia uscita questa fantasia, ed intanto si farà annullare il parentado di Pirro.
_Ni._ Governala come tu vuoi. Io voglio andare in casa a riposarmi, che per la mala notte che io ho avuta, io non mi reggo ritto, ed anche perch'io veggo Cleandro ed Eustachio uscir fuora, con i quali io non mi voglio abboccare. Parla con loro tu; di' la conclusione fatta da noi, e che basti loro aver vinto, e di questo caso più non me ne ragionino.
[V. 4]
CLEANDRO, SOFRONIA, EUSTACHIO.
_Cle._ Tu hai udito, come il vecchio n'è ito chiuso in casa; ei debbe averne tocco una rimesta da Sofronia; e' pare tutto umile. Accostiamoci a lei per intendere la cosa. Dio vi salvi, mia madre; che dice Nicomaco?
_Sofr._ È tutto scorbacchiato il pover'uomo: pargli essere vituperato; hammi dato il foglio bianco, e vuole ch'io governi per l'avvenire a mio senno ogni cosa.
_Eust._ Ella andrà bene, io doverò aver Clizia.
_Cle._ Adagio un poco; e' non è boccone da te.
_Eust._ Oh! questa è bella; ora ch'io credetti avere vinto, ed io avrò perduto come Pirro!
_Sofr._ Né tu né Pirro l'avete avere; né tu, Cleandro, perchè io voglio che la stia così.
_Cle._ Fate almeno che la torni a casa, acciò ch'io non sia privo di vederla.
_Sofr._ La vi tornerà, e non vi tornerà, come mi parrà. Andiamne noi a rassettar la casa; e tu, Cleandro, guarda se tu vedi Damone, perché egli è bene parlargli, per rimaner come si abbia a ricoprire il caso seguito.
_Cle._ Io son malcontento.
_Sofr._ Tu ti contenterai un'altra volta.
[V. 5]
CLEANDRO _solo._