La mandragola - La Clizia - Belfagor
Part 5
_Ni._ Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venire voglia di dargliene in ogni modo; e per cotesto amore voglio io che la meni stasera, e merralla, se ti schizzassi gli occhi.
_Sofr._ O la merrà, o e' non la merrà.
_Ni._ Tu mi minacci di chiacchiere; fa' che io non dica. Tu credi forse ch'io sia cieco, e che io non conosca i giuochi di queste tue bagattelle. Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.
_Sofr._ Che di' tu? Che cosa è disonestà?
_Ni._ Deh! non mi far dire. Tu intendi, ed io intendo. Ognuno di noi sa a quanti di è San Biagio. Facciamo per tua fé le cose d'accordo; che se noi entriamo in cetere, noi saremo la favola del popolo.
_Sofr._ Entra in che cetere tu vuoi. Questa fanciulla non si ha a gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.
_Ni._ Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome, non sognava, se tu sei una soffiona, e se' piena di vento.
_Sofr._ Al nome di Dio. lo voglio ire alla messa; noi ci rivedremo;
_Ni._ Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi non ci facessimo tenere pazzi?
_Sofr._ Pazzi no, ma tristi si.
_Ni._ E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo tanti parenti, e' ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via o tu o io ci sganneremo.
_Sofr._ Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?
_Ni._ Se noi non vogliamo torre o amici, o parenti, togliamo un religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa in confessione.
_Sofr._ A chi andremo?
_Ni._ E' non si può andare ad altri che a frate Timoteo, che è nostro confessore di casa, ed è un santarello, e ha già fatto qualche miracolo.
_Sofr._ Quale?
_Ni._ Come, quale? Non sai tu che per le sue orazioni monna Lucrezia di messer Nicia Calfucci che era sterile, ingravidò?
_Sofr._ Gran miracolo, uno frate far ingravidare una donna! Miracolo sarebbe, se una donna la facesse ingravidare ella.
_Ni._ È egli possibile che tu non mi attraversi sempre la via con queste novelle?
_Sofr._ Io voglio ire alla messa, e non voglio rimetter le cose mie in persona.
_Ni._ Orsù, va', io t'aspetterò in casa. Io credo che e' sia bene non si discostare molto, perché non trafugassero Clizia in qualche lato.
[II. 4]
SOFRONIA _sola._
Chi conobbe Nicomaco uno anno fa, e lo pratica ora, ne debbe restare maravigliato, considerando la gran mutazione ch'egli ha fatta. Perché soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo. Dispensava il tempo suo onorevolmente. E' si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi s'egli aveva faccenda in piazza, in mercato, a' magistrati, e' la faceva; quando che no, o e' si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e' si ririrava in casa nello scrittoio, dove egli ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente con la sua brigata desinava, e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl'insegnava vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende, o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l'Avemaria lo trovava in casa. Stavasi un poco con esso noi al fuoco, s'egli era di verno, dipoi se n'entrava nello scrittoio a rivedere le faccende sue; alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era uno esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare; e cosi andavano le cose ordinate e liete. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si stracurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano: grida sempre, e non sa di che; entra ed esce di casa ogni di mille volte, senza sapere quello si vada facendo; non torna mai a ora che si possa cenare o desinare a tempo; se tu gli parli, e' non ti risponde, o e' ti risponde non a proposito. I servi, vedendo questo, si fanno beffe di lui, e il figliuolo ha posto giù la riverenzia; ognuno fa a suo modo, e infine niuno dubita di fare quello che vede fare a lui. In modo che io dubito, se Iddio non ci rimedia, che questa povera casa non rovini. Io voglio pure andare alla messa, e raccomandarmi a Dio quanto io posso. Io veggo Eustachio e Pirro, che si bisticciano: be' mariti che si apparecchiano a Clizia!
[II. 5]
PIRRO, EUSTACHIO.
_Pir._ Che fa' tu in Firenze, trista cosa?
_Eust._ Io non l'ho a dire a te.
_Pir._ Tu se' così razzimato; tu mi pari un cesso ripulito.
_Elist._ Tu hai si poco cervello che io mi maraviglio che i fanciulli non ti gettino drieto i sassi.
_Pir._ Presto ci avvedremo chi avrà più cervello, o tu, o io.
_Eust._ Prega Iddio che il padrone viva, che tu andrai un di accattando.
_Pir._ Hai tu veduto Nicomaco?
_Eust._ Che ne vuoi tu sapere, se io l'ho veduto o no?
_Pir._ E' toccherà bene a te a saperlo, che se e' non si rimuta, se tu non torni in villa da te, e' vi ti farà portare a' birri.
_Eust._ E' ti dà una gran briga questo mio essere in Firenze.
_Pir._ E' darà più briga ad altri che a me.
_Eust._ E però ne lascia il pensiero ed altri.
_Pir._ Pure le carni tirano.
_Eust._ Tu guardi e ghigni.
_Pir._ Guardo che tu saresti il bel marito.
_Eust._ Orbè, sai quello ch'io ti voglio dire? Ed anche il Duca murava; ma se la prende te, la sarà salita su muricciuoli. Quanto sarebbe meglio che Nicomaco l'affogasse in quel suo pozzo! Almeno la poverina morrebbe a un tratto.
_Pir._ Doh, villan poltrone, profumato nel litame! Part'egli aver carni da dormire a lato a sí delicata figlia?
_Eust._ Ella arà ben carni teco, che se la sua trista sorte te la dà, o ella in un anno diventerà puttana, o ella si morrà di dolore. Ma del primo ne sarai tu d'accordo seco, che per uno becco pappataci, tu sarai desso.
_Pir._ Lasciamo andare, ognuno aguzzi i suoi ferruzzi, vedremo a chi e' dirà meglio. Io me ne voglio ire in casa, che io t'arei a rompere la testa.
_Eust._ Ed io me ne tornerò in chiesa.
_Pir._ Tu fai bene a non uscir di franchigia.
Canzone.
Quanto in cor giovanile è bello amore Tanto si disconviene In chi demi anni suoi cassato ha 'l fiore. Amor ha sua virtute agli anni uguale, E nelle fresche etati assai s'onora, E nelle antiche poco o nulla vale. Sì che, o vecchi amorosi, il meglio fora Lasciar l'impresa a' giovinetti ardenti, Ch'a più forte opra intenti, Far ponno al suo signor più largo onore.
[III. 1]
NICOMACO, OLEANDRO.
_Ai._ Oleandro, o Oleandro?
_Cle._ Messere.
_Ni._ Esci giù, esci giù, dich'io. Che fai tu in tutto il di in casa? Non te ne vergogni tu, che tu dai carico a cotesta fanciulla? Sogliono in simili di di carnasciale i giovani tuoi pari andarsi a spasso veggendo le maschere, o ire a fare al calcio. Tu sei uno di quelli uomini, che non sai far nulla, e non mi pari né morto né vivo.
_Cle._ Io non mi diletto di coteste cose, e non me ne dilettai mai, e piacemi più lo stare solo che con coteste compagnie; e tanto più stavo ora volentieri in casa veggendovi stare voi, per potere, se voi volevi cosa alcuna, farla.
_Ni._ Deh, guarda dove e' l'aveva? Tu se' il buon figliuolo! Io non ho bisogno d'averti tutti i di dietro. Io tengo duoi famigli ed uno fattore, per non aver a comandar te.
_Cle._ Al nome di Dio. E' non è però che quello che io fo, non lo faccia per bene.
_Ni._ Io non so per quello che tu te 'l fai. Ma io so bene che tua madre è una pazza, e rovinerà questa casa: tu faresti il meglio a ripararci.
_Cle._ O ella, o altri.
_Ni._ Chi altri?
_Cle._ Io non so.
_Ni._ E' mi par bene che tu non lo sappia. Ma che di' tu di questi casi di Clizia?
_Cle._ Vedi che vi capitamo.
_Ni._ Che di' tu? Di' forte ch'io t'intenda.
_Cle._ Dico che io non so che me ne dire.
_Ni._ Non ti pare egli che questa tua madre pigli un granchio a non volere che Clizia sia moglie di Pirro?
_Cle._ Io non me ne intendo.
_Ni._ Io son chiaro. Tu hai presa la parte sua; e' ci cova sotto altro che favole. Parrebbet'egli però, che la stesse bene con Eustachio?
_Cle._ Io non lo so, e non me ne intendo.
_Ni._ Di che diavol t'intendi tu?
_Cle,_ Non di cotesto.
_Ni._ Tu ti sei pure inteso di far venire in Firenze Eustachio e trafugarlo, perché io non lo vegga, e tendermi lacciuoli per guastare queste nozze. Ma te e lui caccerò io nelle Stinche; a Sofronia renderò io la sua dota, e manderolla via; perché io voglio esser io signore di casa mia, ed ognuno se ne sturi gli orecchi, e voglio che questa sera queste nozze si facciano; o io, quando non avrò altro rimedio, caccerò fuoco in questa casa. Io aspetterò qui tua madre, per veder s'io posso esser d'accordo con lei; ma quando io non possa, ad ogni modo ci voglio l'onor mio, ch'io non intendo che i paperi menino a bere l'oche. Va' pertanto, se tu desideri il ben tuo e la pace di casa, a pregarla che faccia a mio modo. Tu la troverai in chiesa, ed io aspetterò te e lei qui in casa; e se tu vedi quel ribaldo d'Eustachio, digli che venga a me; altrimenti non farà bene i casi suoi.
_Cle._ Io vo.
[III. 2]
CLEANDRO _solo._
Oh miseria di chi ama! Con quanti affanni passo io il mio tempo! Io so bene che qualunque ama una cosa bella come Clizia, ha di molti rivali che gli danno infiniti dolori; ma io non intesi mai che ad alcuno avvenisse di avere per rivale il padre; e dove molti giovani hanno trovato appresso al padre qualche rimedio, io vi trovo il fondamento e la cagione del mal mio; e se mia madre mi favorisce, la non fa per favorire me, ma per disfavorire l'impresa del marito. E perciò io non posso scuoprirmi in questa cosa gagliardamente, perché subito la crederebbe che io avessi fatti quelli patti con Eustachio, che mio padre con Pirro; e come la credesse questo, mossa dalla coscienza, lascierebbe ire l'acqua alla china, e non se ne travaglierebbe più, ed io al tutto sarei spacciato, e ne piglierei tanto dispiacere che io non crederei più vivere. Io veggo mia madre ch'esce di chiesa; io voglio ire a parlar seco, ed intendere la fantasia sua, e vedere quali rimedi ella apparecchi contro ai disegni del vecchio.
[III. 3]
OLEANDRO, SOFRONIA.
_Cle._ Dio vi salvi, madre mia.
_Sofr._ O Cleandro, vieni tu di casa?
_Cle._ Madonna si.
_Sofr._ Se' vi tu stato tuttavia, poi che io vi ti lasciai?
_Cle._ Sono.
_Sofr._ Nicomaco dov'è?
_Cle._ È in casa, e per cosa che sia accaduta, non è uscito.
_Sofr._ Lascialo fare al nome di Dio. Una ne pensa il ghiotto, e l'altra il tavernaio. Hattegli detto cosa alcuna?
_Cle._ Un monte di villanie; e parmi che gli sia entrato il diavolo addosso. E' vuole mettere nelle Stinche Eustachio e me; a voi vuole rendere la dota e cacciarvi via; e minaccia, non che altro, di cacciare fuoco in casa; e' mi ha imposto che io vi trovi, e vi persuada a consentire a queste nozze; altrimenti non si farà per voi.
_Sofr._ Tu che ne di'?
_Cle._ Dicone quello che voi; perché io amo Clizia come sorella, e dorrebbemi infino all'anima che la capitasse in mano di Pirro.
_Sofr._ Io non so come tu te l'ami; ma io ti dico bene questo, che se io credessi trarla dalle mani di Nicomaco e metterla nelle mani tua, che io non me ne impaccerei. Ma io penso che Eustachio la vorrebbe per sé, e che il tuo amore per la sposa tua (che siamo per dartela presto) si potesse cancellare.
_Cle._ Voi pensate bene; e però io vi priego che voi facciate ogni cosa perché queste nozze non si facciano. E quando non si possa fare altrimenti che darla ad Eustachio, diasele; ma quando si possa, sarebbe meglio (secondo me) lasciarla stare cosi: perché l'è ancora giovanetta, e non le fugge il tempo. Potrebbero i cieli farle trovare i suoi parenti; e quando e' fussero nobili, avrebbero un poco obbligo con voi, trovando che voi l'avreste maritata ad un famiglio o ad un contadino.
_Sofr._ Tu di' bene. Io ancora ci avevo pensato; ma la rabbia di questo vecchio mi sbigottisce. Nondimeno e' mi s'aggirano tante cose per il capo che io credo che qualcuna gli gua. sterà ogni suo disegno. Io me ne voglio ire in casa, perch'io veggo Nicomaco aliare intorno all'uscio. Tu va'in chiesa, e di' ad Eustachio che venga a casa e non abbia paura di cosa alcuna.
_Cle._ Cosi farò.
[III. 4]
NICOMACO, SOFRONIA.
_Ni._ Io veggo mogliema che torna; io la voglio un poco berteggiare, per vedere se le buone parole mi giovano. O fanciulla mia, hai tu però a stare si malinconosa, quando tu vedi la tua speranza? Sta' un poco meco.
_Sofr._ Lasciami ire.
_Ni._ Fermati, dico.
_Sofr._ Io non voglio; tu mi pari cotto.
_Ni._ Io ti verrò dietro.
_Sofr._ Se' tu impazzato?
_Ni._ Pazzo, perché io ti voglio troppo bene.
_Sofr._ Io non voglio che tu me ne voglia.
_Ni._ Questo non può essere.
_Sofr._ Tu m'uccidi; uh, fastidioso!
_Ni._ Io vorrei che tu dicessi il vero.
_Sofr._ Credotelo.
_Ni._ Eh! guatami un poco, amore mio.
_Sofr._ Io ti guato, e odoroti anche. Tu sai di buono; bembé tu mi riesci?
_Ni._ Ohimè! che la se n'è avveduta. Che maladetto sia quel poltrone, che me l'arrecò dinanzi!
_Sofr._ Onde sono venuti questi odori di che tu sai, vecchio impazzato?
_Ni._ E' passò dianzi di qui uno che ne vendeva; io li trassinai, e mi rimase di quello odore addosso.
_Sofr._ Egli ha già trovata la bugia. Non ti vergogni tu di quello che tu fai da uno anno in qua? Usi sempre con 'sti giovanetti, vai alla taverna, ripariti in casa femmine; e dove si giuoca, spendi senza modo. Belli esempli che tu dai al tuo figliuolo!
_Ni._ Ah, moglie mia, non mi dire tanti mali a un tratto! Serba qualche cosa a domane. Ma non è egli ragionevole che tu faccia piuttosto a mio modo, che io a tuo?
_Sofr._ Si, delle cose oneste.
_N\._ Non è egli onesto maritare una fanciulla?
_Sofr._ Si, quando ella si marita bene.
_Ni._ Non starà ella bene con Pirro?
_Sofr._ No.
_Ni._ Perché?
_Sofr._ Per quelle ragioni che io t'ho detto altre volte.
_Ni._ Io m'intendo di queste cose più di te. Ma se io facessi tanto con Eustachio che non la volesse?
_Sofr._ E s'io facessi tanto con Pirro che non la volesse anch'egli?
_Ni._ Da ora innanzi ciascuno di noi si pruovi; e chi di noi dispone il suo, abbia vinto.
_Sofr._ Io sono contenta. Io vo in casa a parlare a Pirro, e tu parlerai con Eustachio, che io lo veggo uscire di chiesa.
_Ni._ Sia fatta.
[III. 5]
EUSTACHIO, NICOMACO.
_Eust._ Poiché Cleandro mi ha detto ch'io vada a casa e non dubiti, io voglio fare buon cuore, e andarvi.
_Ni._ Io volevo a questo ribaldo una carta di villanie e non potrò, poiché io l'ho a pregare. Eustachio?
_Eust._ O padrone.
_Ni._ Quando fusti tu in Firenze?
_Eust._ Iersera.
_Ni._ Tu hai penato tanto a lasciarti rivedere; dove se' tu stato tanto?
_Eust._ Io vi dirò. Io mi cominciai iermattina a sentir male, e mi doleva il capo. Avevo una anguinaia, e parevami aver la febbre; ed essendo questi tempi sospetti di peste, io ne dubitai forte. Iersera venni a Firenze, e mi stetti all'osteria, né mi volli rappresentare per non fare male a voi o alla famiglia vostra, se pure e' fusse stato dessa; ma grazia di Dio, ogni cosa è passata via, e sentomi bene,
_Ni._ E' mi bisogna far vista di credere. Ben facesti. Tu se' or bene guarito?
_Eust._ Messer si.
_Ni._ Non del tristo. Io ho caro che tu ci sia. Tu sai la contenzione che è tra me e mogliema circa al dare marito a Clizia. Ella la vuole dare a te, ed io la vorrei dare a Pirro.
_Eust._ Dunque volete voi meglio a Pirro che a me?
_Ni._ Anzi voglio meglio a te che a lui. Ascolta un poco: che vuoi tu fardi moglie? Tu hai oggimai trentotto anni, e una fanciulla non ti sta bene, ed è ragionevole che come la fosse stata teco qualche mese, che la si cercasse uno più giovane di te, e viveresti disperato. Dipoi io non mi potrei più fidare di te; perderesti lo avviamento, diventeresti povero, e anderesti tu ed ella accattando.
_Eust._ In questa terra chi ha bella moglie non può essere povero, e del fuoco e della moglie si può essere liberale con ognuno, perché quanto più ne dai, più te ne rimane.
_Ni._ Dunque vuoi tu fare questo parentado per farmi dispiacere?
_Eust._ Anzi lo vo' fare per far piacere a me.
_Ni._ Or tira, vanne in casa. Io ero pazzo, se io credevo avere da questo villano una risposta piacevole. Io muterò teco verso. Ordina di rimettermi i conti e d'andarti con Dio, e fa' stima essere il maggior nemico ch'io abbia, e ch'io ti abbia a fare il peggio ch'io possa.
_Eust._ A me non dà briga nulla, purché io abbia Clizia.
_Ni._ Tu arai le forche.
[III. 6]
PIRRO, NICOMACO.
_Pir._ Prima che io facessi ciò che voi volete, io mi lascerei scorticare.
_Ni._ La cosa va bene, Pirro sta nella fede. Che hai tu? Con chi combatti tu, Pirro?
_Pir._ Combatto ora con chi voi combattete, sempre.
_Ni._ Che dice ella? Che vuole ella?
_Pir._ Pregami che io non tolga Clizia per donna.
_Ni._ Che le hai tu detto?
_Pir._ Ch'io mi lascerei prima ammazzare ch'io la rifiutassi.
_Ni._ Ben dicesti.
_Pir._ Se io ho ben detto, io dubito non avere mal fatto; perché io mi sono fatto nimico la vostra donna, il vostro figliuolo e tutti gli altri di casa.
_Ni._ Che importa a te? Sta' ben con Cristo, e fatti beffe de' santi.
_Pir._ Si, ma se voi morissi, i santi mi tratterebbero assai male.
_Ni._ Non dubitare, io ti farò tal parte che i santi ti potranno dar poca briga; e se pur ei volessero, i magistrati e le leggi ti difenderanno, purché io abbia facoltà per tuo mezzo di dormire con Clizia.
_Pir._ Io dubito che voi non possiate; tanta infiammata vi veggio contro la donna.
_Ni._ Io ho pensato che sarà bene per uscire una volta di questo farnetico, che si getti per sorte di chi sia Clizia, da che la donna non si potrà discostare.
_Pir._ Se la sorte mi venisse contro?
_Ni._ Io ho speranza in Dio che la non verrà.
_Pir._ Oh, vecchio impazzato! Vuole che Dio tenga le mani a queste sue disonestà. Io credo che se Iddio s'impaccia di simili cose, che Sofronia ancora speri in Dio.
_Ni._ Ella si speri, e se pure la sorte mi venisse contro, io ho pensato al rimedio. Va', chiamala, e digli che venga fuori con Eustachio.
_Pir._ Sofronia, venite voi ed Eustachio al padrone.
[III. 7]
SOFRONIA, EUSTACHIO, NICOMACO, PIRRO.
_Sofr._ Eccomi, che sarà di nuovo?
_Ni._ E' bisogna pur pigliar verso a questa cosa. Tu vedi, poi che costoro non si accordano, e' conviene che noi ci accordiamo,
_Sofr._ Questa tua furia è straordinaria. Quello che non si farà oggi, si farà domani.
_Ni._ Io voglio farlo oggi.
_Sofr._ Facciasi in buon'ora. Ecco qui tutti a duoi i competitori. Ma come vuoi tu fare?
_Ni._ Io ho pensato, poi che noi non consentiamo l'uno all'altro, che la si rimetta nella fortuna.
_Sofr._ Come nella fortuna?
_Ni._ Che si ponga in una borsa i nomi loro, ed in un'altra il nome di Clizia, e una polizza bianca; e che si tragga prima il nome di uno di loro, e che a chi tocca Clizia, se l'abbia, e l'altro abbia pazienza. Che pensi? Tu non rispondi?
_Sofr._ Orsù, io sono contenta.
_Eust._ Guardate quello che voi fate.
_Sofr._ Io guardo, e so quello che io fo. Va' in casa, scrivi le polizze, e reca due borse, che io voglio uscire di questo travaglio, o io entrerò in uno maggiore.
_Eust._ Io vo.
_Ni._ A questo modo ci accorderemo noi. Prega Iddio, Pirro, per te.
_Pirro._ Per voi.
_Ni._ Tu di' ben a dire per me. Io arò una gran consolazione che tu l'abbia.
_Eust._ Ecco le borse e la sorte.
_Ni._ Da' qua. Questa che dice? Clizia. E quest'altra? È bianca. Sta bene. Mettile in questa borsa di qua. Questa che dice? Eustachio. E quest'altra? Pirro. Ripiegale, e mettile in quest'altra. Serrale, tienvi su gli occhi, Pirro, che non ci andasse nulla in capperuccia; e'ci è chi sa giocar di bagatelle.
_Sofr._ Gli uomini sfiduciati non sono buoni.
_Ni._ Son parole coteste: tu sai che non è ingannato se non chi si fida. Chi vogliamo noi che tragga?
_Sofr._ Tragga chi ti pare.
_Ni._ Vien qua, fanciullo.
_Sofr._ E' bisognerebbe che fusse vergine.
_Ni._ O vergine, o no, io non vi ho tenute le mani. Trai di questa borsa una polizza, dette che io arò certe orazioni: O Santa Apollonia, io prego te e tutti i santi e le sante avvocate de' matrimoni, che concediate a Clizia tanta grazia che di questa borsa esca la polizza di colui che sia per essere più a piacere nostro. Trai col nome di Dio. Dalla qua. Ohimè, io sono morto! Eustachio.
_Sofr._ Che avesti? O Dio, fa' questo miracolo, acciocché costui si disperi.
_Ni._ Trai di quell'altra. Dalla qua. Bianca. Oh! io sono risuscitato, noi abbiam vinto. Pirro, buon prò ti faccia; Eustachio è caduto morto. Sofronia, poi che Iddio ha voluto che Clizia sia di Pirro, vogli anche tu.
_Sofr._ Io voglio.
_Ni._ Ordina le nozze.
_Sofr._ Tu hai si gran fretta; non si potrebbe indugiare a domane?
_Ni._ No, no, no; non odi tu che no? Che? Vuoi tu pensare a qualche trappola?
_Sofr._ Vogliamo noi fare le cose da bestie? Non ha ella a udir la Messa del congiunto?
_Ni._ La Messa della fava, la può udire un altro di. Non sai tu che si dà le perdonanze a chi si confessa poi, come a chi si è confessato prima.
_Sofr._ Io dubito ch'ella abbia l'ordinario delle donne.
_Ni._ Adoperi lo straordinario degli uomini. Io voglio che la meni stasera. E' par che tu non m'intenda.
_Sofr._ Menila in malora. Andiamne in casa, e fa' questa ambasciata tu a questa povera fanciulla, che non fia da calze.
_Ni._ La fia da calzoni. Andiam dentro.
_Eust._ Io non vo' già venire, perché io voglio trovare Cleandro, perch'ei pensi se a questo male è rimedio alcuno.
Canzone.
Chi giammai donna offende A torto o a ragion, folle è se crede Trovar per prieghi o pianti in lei mercede; Come la scende in questa mortal vita Con l'alma insieme morta, Superbia, ingegno, e di perdono oblio, Inganno, e crudeltà le sono scorta, E tal le danno aita, Che d'ogni impresa appaga il suo disio, E se sdegno aspro e rio La muove, o gelosia adopra, e vede; E la sua forza mortai forza eccede.
[IV. 1]
CLEANDRO, EUSTACHIO.
_Cle._ Come è egli possibile che mia madre sia stata si poco avveduta, che la si sia rimessa a questo modo alla sorte d'una cosa, che ne vadia in tutto l'onor di casa nostra?
_Eust._ E egli è come io t'ho detto.
_Cle._ Ben sono sventurato; ben sono infelice. Vedi s'io trovai appunto uno che mi tenne tanto a bada che si è senza mia saputa concluso il parentado, e deliberate le nozze, ed ogni cosa è seguita secondo il desiderio del vecchio! O fortuna, tu suoi pure, sendo donna, essere amica de' giovani; a questa volta tu se' stata amica dei vecchi! Come non ti vergogni tu ad avere ordinato che si delicato viso sia da si fetida bocca scombavato, si delicate carni da si tremanti mani, da si grinze e puzzolenti membra tocche? Perché non Pirro, ma Nicomaco (come io mi stimo) la possederà. Tu non mi potevi far la maggiore ingiuria, avendomi con questo colpo tolto ad un tratto e l'amata e la roba; perché Nicomaco, se questo amor dura, è per lasciare delle sue sustanze più a Pirro che a me. E' mi pare mille anni di vedere mia madre per dolermi e sfogarmi con lei di questo partito.
_Eust._ Confortati, Cleandro, che mi pare che la n'andasse in casa ghignando, in modo che mi pare essere certo che il vecchio non abbia aver questa pera monda, come e' crede. Ma ecco che viene fuora egli e Pirro, e sono tutti allegri.
_Cle._ Vanne, Eustachio, in casa; io voglio stare da parte per intendere se qualche loro consiglio facesse per me.
_Eust._ Io vo.
[IV. 2]
NICOMACO, PIRRO, CLEANDRO.
_Ni._ Oh, come è ella ita bene! Hai tu veduto come la brigata sta malinconosa; come mogliema sta disperata? Tutte queste cose accrescono la mia allegrezza; ma molto più sarò allegro, quando io terrò in braccio Clizia; quando io la toccherò, bacerò e stringerò. Oh, dolce notte, giugnerovvi io mai? E questo obbligo che io ho teco, io sono per pagarlo a doppio.
_Cle._ O vecchio impazzato!
_Pir._ Io lo credo; ma io non credo già che voi possiate far cosa alcuna questa sera, né ci veggo comodità alcuna.
_Ni._ Come no? Io ti vo' dire come io ho pensato di governare la cosa.