La mandragola - La Clizia - Belfagor
Part 4
FRATE, MESSERE NICIA, LUCREZIA, CALLIMACO, LIGURIO, SOSTRATA.
_Fra._ Io vengo fuora, perché Callimaco e Ligurio m'hanno detto che el dottore e le donne vengono alla chiesa.
_Ni. Bona dies,_ Padre.
_Fra._ Voi siate le benvenute, e buon pro vi faccia, madonna, che Dio vi dia a fare un bel figliuolo maschio.
_Lu._ Dio el voglia.
_Fra._ E' lo vorrà in ogni modo.
_Ni._ Veggo in chiesa Ligurio e maestro Callimaco?
_Fra._ Messere sì.
_Ni._ Accennateli.
_Fra._ Venite.
_Ca._ Dio vi salvi.
_Ni._ Maestro, toccate la mano qui alla donna mia.
_Ca._ Volentieri.
_Ni._ Lucrezia, costui è quello che sarà cagione che noi aremo un bastone che sostenga la nostra vecchiezza.
_Lu._ Io l'ho molto caro, e vuoisi che sia nostro compare.
_Ni._ Or benedetta sia tu! E voglio che lui e Ligurio venghino stamani a desinare con esso noi.
_Lu._ In ogni modo.
_Ni._ E vo' dare loro la chiave della camera terrena d'in sulla loggia, perché possino tornarsi quivi a lor comodità, che non hanno donne in casa, e stanno come bestie.
_Ca._ Io l'accetto, per usarla quando mi accaggia.
_Fra._ Io ho avere e' danari per la limosina?
_Ni._ Ben sapete come, _domine,_ oggi vi si manderanno.
_Li._ Di Siro non è uomo che si ricordi!
_Ni._ Chiegga, ciò che io ho è suo. Tu, Lucrezia, quanti grossoni hai a dare al frate per entrare in santo?
_Lu._ Dategliene dieci.
_Ni._ Affogaggine!
_Fra._ Voi, madonna Sostrata, avete, secondo mi pare, messo un tallo in sul vecchio.
_So._ Chi non sarebbe allegra?
_Fra._ Andianne tutti in chiesa, e quivi diremo l'orazione ordinaria; dipoi, dopo l'ufficio, ne andrete a desinare a vostra posta. Voi, aspettatori, non aspettate che noi usciamo più fuora, l' ufficio è lungo, e io mi rimarrò in chiesa, e loro per l' uscio del fianco se ne andranno a casa. _Valete._
CLIZIA
Canzone
cantata da una ninfa e da due pastori.
Quanto sie lieto il giorno, Che le memorie antiche Fa ch'or per me sien mostre e celebrate, Si vede, perché intorno Tutte le genti amiche Si sono in questa parte raunate. Noi, che la nostra etate Ne' boschi e nelle selve consumiamo, Venuti ancor qui siamo, Io ninfa, e noi pastori, E giam cantando insieme e' nostri amori. Chiari giorni e quieti, Felice e bel paese, Dove del nostro canto il suon s'udia; Pertanto allegri e lieti, A queste vostre imprese Farem col cantar nostro compagnia. Con si dolce armonia, Qual mai sentita più non fu da voi; E partiremei poi, Io ninfa, e noi pastori, E torneremei a' nostri antichi amori.
PROLOGO
Se nel mondo tornassero i medesimi uomini, come tornano i medesimi casi, non passerebbero mai cento anni, che noi non ci trovassimo un'altra volta insieme a fare le medesime cose, che ora. Questo si dice, perché già in Atene, nobile ed antichissima città in Grecia, fu uno gentiluomo, al quale, non avendo altri figliuoli che uno ma schio, capitò a sorte una piccola fanciulla in casa, la quale da lui infino all'età di diciassette anni fu onestissimamente allevata. Occorse dipoi, che in un tratto egli e il figliuolo se ne innamorarono, nella concorrenza del quale amore assai casi e strani accidenti nacquero, i quali trapassati, il figliuolo la prese per donna, e con quella gran tempo felicissimamente visse. Che direte voi, che questo medesimo caso pochi anni sono seguì ancora in Firenze? E volendo questo nostro autore l'uno delli dua rappresentarvi, ha eletto il Fiorentino, giudicando che voi siate per prendere maggiore piacere di questo che di quello. Perché Atene è rovinata, le vie, le piazze, i luoghi non vi si riconoscono. Dipoi quelli cittadini parlavano in greco; e voi quella lingua non intendereste. Prendete pertanto il caso seguito in Firenze, e non aspettate di riconoscere o il casato, o gli uomini, perché lo autore, per fuggire carico, ha convertiti i nomi veri in nomi finti. Vuol bene che, avanti che la commedia cominci, voi veggiate le persone, acciocché meglio nel recitarla le conosciate. Uscite qua fuora tutti, che il popolo vi vegga. Eccoli. Vedete come e' ne vengono soavi? Ponetevi costi in fila l'uno propinquo all'altro. Voi vedete: quel primo è Nicomaco, un vecchio tutto pien d'amore. Quello che gli è a lato, è Cleandro, suo figliuolo e suo rivale. L'altro si chiama Palamede, amico a Cleandro. Quelli due che seguono, l'uno è Pirro servo, l'altro è Eustachio fattore, dei quali ciascuno vorrebbe essere marito della dama del suo padrone. Quella donna che vien poi, è Sofronia, moglie di Nicomaco. Quella appresso è Doria sua servente. Di quelli ultimi duoi che restano, l'uno è Damone, l'altra è Sostrata sua donna. Ecci un'altra persona, la quale per avere a venire ancora da Napoli, non vi si mostrerà. Io credo che basti, e che voi gli abbiate veduti assai. Il popolo vi licenzia; tornate drento. Questa favola si chiama Clizia, perché cosi ha nome la fanciulla che si combatte. Non aspettate di vederla, perché Sofronia, che l'ha allevata, non vuole per onestà che la venga fuora. Pertanto se ci fusse alcuno che la vagheggiasse, avrà pazienza. E' mi resta a dirvi come lo autore di questa commedia è uomo molto costumato, e saprebbegli male, se vi paresse nel vederla recitare, che ci fusse qualche disonestà. Egli non crede che la ci sia: pure quando e' paresse a voi, si escusa in questo modo. Sono trovate le commedie per giovare, e per dilettare agli spettatori. Giova veramente assai a qualunque uomo, e massimamente ai giovanetti, conoscere l'avarizia d'un vecchio, il furore di uno innamorato, gl'inganni di un servo, la gola d'uno parasito, la miseria di un povero, l'ambizione di un ricco, le lusinghe di una meretrice, la poca fede di tutti gli uomini; de' quali esempi le commedie sono piene, e possonsi tutte queste cose con onestà grandissima rappresentare. Ma volendo dilettare, è necessario muovere gli spettatori a riso, il che non si può fare mantenendo il parlare grave e severo; perché le parole che fanno ridere, sono, o sciocche, o ingiuriose, o amorose. È necessario pertanto rappresentare persone sciocche, malediche, o innamorate, e perciò quelle commedie, che sono piene di queste tre qualità di parole, sono piene di risa; quelle che ne mancano, non trovano chi con il ridere le accompagni. Volendo adunque questo nostro autore dilettare, e fare in qualche parte gli spettatori ridere, non inducendo in questa sua commedia persone sciocche, ed essendosi rimasto di dire male, è stato necessitato ricorrere alle persone innamorate ed agli accidenti che nell'amore nascono. Dove se fia cosa alcuna non onesta, sarà in modo detta, che queste donne potranno senza arrossire ascoltarla. Siate contenti adunque prestarci gli orecchi benigni, e se voi ci satisfarete ascoltando, noi ci sforzeremo recitando satisfare a voi.
CLEANDRO. PALAMEDE. NICOMACO. PIRRO. EUSTACHIO. SOFRONIA. DAMONE. DORIA. SOSTRATA. RAMONDO.
_La scena è in Firenze._
[I. 1].
PALAMEDE _e_ OLEANDRO.
_Pa._ Tu esci si a buon'ora di casa.
_Cle._ Tu donde vieni si a buon'ora?
_Pa._ Da fare una mia faccenda.
_Cle._ E io vo a farne un'altra, o, a dir meglio, a cercare di farla; perché se io la farò non ho certezza alcuna.
_Pa._ È ella cosa che si possa dire?
_Cle._ Non so; ma io so bene ch'ella è cosa che con difficultà si può fare.
_Pa._ Orsù, io me ne voglio ire, ch'io veggo come lo stare accompagnato t'infastidisce; e per questo io ho sempre fuggito la pratica tua, perché sempre ti ho trovato mal disposto e fantastico.
_Cle._ Fantastico no, ma innamorato sì.
_Pa._ Togli, tu mi racconci la cappellina in capo.
_Cle._ Palamede mio, tu non sai mezze le messe. Io sono sempre vivuto disperato, ed ora vivo più che mai.
_Pa._ Come così?
_Cle._ Quello che io t'ho celato per lo addietro, ti voglio manifestare ora, poi ch'io mi sono ridotto al termine che mi bisogna soccorso da ciascuno.
_Pa._ Se io stavo mal volentieri teco in prima, io starò peggio ora, perch'io ho sempre inteso che tre sorte di uomini si debbono fuggire, cantori, vecchi ed innamorati. Perché se usi con un cantore, e narrigli un tuo fatto, quando tu credi che t'oda, ei ti spicca uno _ut, re, mi, fa, sol, la,_ e gorgogliasi una canzonetta in gola. Se tu sei con uno vecchio, e' ficca il capo in quante chiese e' truova, e va a tutti gli altari a borbottare un paternostro. Ma di questi duoi io innamorato è peggio; perché non basta che, se tu gli parli, ei pone una vigna, che ei t'empie gli orecchi di rammarichìi e di tanti suoi affanni che tu sei forzato a moverti a compassione. Perché s'egli usa con una cantoniera, o ella lo assassina troppo, o ella l'ha cacciato di casa: sempre vi è qualcosa che dire. S'egli ama una donna da bene, mille invidie, mille gelosie, mille dispetti lo perturbano; mai non vi manca cagione di dolersi. Pertanto, Cleandro mio, io userò tanto teco quanto tu avrai bisogno di me; altrimenti io fuggirò questi tuoi dolori.
_Cle._ Io ho tenuto occulte queste mie passioni infino a ora per coteste cagioni: per non essere fuggito come fastidioso o uccellato come ridicolo; perché io so che molti sotto spezie di carità ti fanno parlare e poi ti ghignano. Ma poiché ora la fortuna mi ha condotto in lato che mi pare avere pochi rimedii, io te lo voglio conferire per sfogarmi in parte, ed anche perché, se mi bisognasse il tuo aiuto, che tu me lo presti.
_Pa._ Io sono parato, poiché tu vuoi, ad ascoltare tutto, e cosi a non fuggire né disagi né pericoli per aiutarti.
_Cle._ Io lo so. Io credo che tu abbia notizia di quella fanciulla che noi ci abbiamo allevata.
_Pa._ Io l'ho veduta. Donde venne?
_Cle._ Dirottelo. Quando dodici anni sono, nel 1494, passò il re Carlo per Firenze, che andava con uno grande esercito all'impresa del Regno, alloggiò in casa nostra un gentiluomo della compagnia di Monsignor di Fois, chiamato Beltramo di Guascogna. Fu costui da mio padre onorato, ed egli (perché uomo da bene era) riguardò e onorò la casa nostra; e dove molti fecero una inimicizia con quegli Francesi avevano in casa, mio padre e costui contrassero una amicizia grandissima.
_Pa._ Voi aveste una gran ventura più che gli altri, perché quelli che furono messi in casa nostra, ci fecero infiniti mali.
_Cle._ Credolo, ma a noi non intervenne cosi. Questo Beltramo ne andò con il suo re a Napoli; e come tu sai, vinto che ebbe Carlo quel regno, fu costretto a partirsi, perché il Papa, l'Imperatore, i Veneziani e il duca di Milano se gli erano collegati contro. Lasciate pertanto parte delle sue genti a Napoli, con il resto se ne venne verso Toscana; e giunto a Siena, perché egli intese la Lega aver uno grossissimo esercito sopra il Taro per combattere allo scendere de' monti, gli parve di non perdere tempo in Toscana, e perciò non per Firenze, ma per la via di Pisa e di Pontremoli passò in Lombardia. Beltramo, sentito il romore dei nimici e dubitando, come intervenne, non avere a far la giornata con quelli, avendo intra la preda fatta a Napoli questa fanciulla, che allora doveva avere cinque anni, d'una bella aria e tutta gentile, deliberò di torla dinanzi ai pericoli, e per uno suo servidore la mandò a mio padre, pregandolo che per suo amore dovesse tanto tenerla che a più comodo tempo mandasse per lei; né mandò a dire se l'era nobile, o ignobile; solo ci significò che la si chiamava Clizia. Mio padre e mia madre, perché non avevano altri figliuoli che me, subito se ne innamororno.
_Pa._ Innamorato te ne sarai tu?
_Cle._ Lasciami dire. E come loro cara figliuola la trattarono. Io, che allora avevo dieci anni, mi cominciai, come fanno i fanciulli, a trastullare seco e le posi uno amore estraordinario, il quale sempre coll'età crebbe; di modo che, quando ella arrivò alla età di dodici anni, mio padre e mia madre cominciarono ad avermi gli occhi alle mani, in modo che, se io solo le parlava, andava sottosopra la casa. Questa strettezza (perché sempre si desidera più ciò che si può avere meno) raddoppiò l'amore; e hammi fatto e fa tanta guerra, che io vivo con più affanni che se io fussi in inferno.
_Pa._ Beltramo mandò mai per lei?
_Cle._ Di cotestui non s'intese mai nulla; crediamo che morisse nella giornata del Taro.
_Pa._ Cosi dovette essere. Ma dimmi: che vuoi tu fare? A che termine sei? Vuola tu torre per moglie, o vorrestila per amica? Che t'impedisce, avendola in casa? Può essere che tu non ci abbia rimedio?
_Cle._ Io t'ho a dire delle altre cose, che saranno con mia vergogna; perciò io voglio che tu sappia ogni cosa.
_Pa._ Di' pure.
_Cle._ E' mi vien voglia, disse colei, di ridere, e ho male: mio padre se n'è innamorato anch'egli.
_Pa._ Nicomaco?
_Cle._ Nicomaco, sì.
_Pa._ Puollo fare Iddio?
_Cle._ E' lo può fare Iddio e' Santi.
_Pa._ Oh! questo è il più bel fatto ch'io sentissi mai. E' non se ne guasta se non una casa. Come vivete insieme? Che fate? a che pensate? Tua madre sa queste cose?
_Cle._ E' lo sa mia madre, le fante e' famigli; egli è una tresca il fatto nostro.
_Pa._ Dimmi infine, dove è ridotta la cosa?
_Cle._ Dirottelo. Mio padre per moglie, quando bene ei non ne fusse innamorato, non me la concederebbe mai, perché è avaro ed ella è senza dota. Dubita anche che la non sia ignobile, lo me la torrei per moglie, per amica e in tutti quei modi che io la potessi avere. Ma di questo non accade ragionare ora; solo ti dirò dove noi ci troviamo.
_Pa._ Io l'avrei caro.
_Cle._ Tosto che mio padre s'innamorò di costei, che debbe essere circa un anno, e desiderando di cavarsi questa voglia, che lo fa proprio spasimare, pensò che non ci era altro rimedio che maritarla a uno che poi gliene accumunasse; perché tentare d'averla prima che maritata, gli debbe parere cosa impia e brutta. E non sapendo dove si gittare, ha eletto per il più fidato a questa cosa Pirro nostro servo; e menò tanto segreta questa sua fantasia che a un pelo la fu per condursi, prima che altri se ne accorgesse. Ma Sofronia mia madre, che prima un pezzo dello innamoramento s'era avveduta, scoperse questo agguato, e con ogni industria, mossa da gelosia e invidia, attende a guastarlo. Il che non ha potuto far meglio che mettere in campo un altro marito, e biasimare quello, e dice volerla dare a Eustachio nostro fattore. E benché Nicomaco sia di più autorità, nondimeno l'astuzia di mia madre, gli aiuti di noi altri, che senza molto scuoprirci le facciamo, ha tenuta la cosa in punta più settimane. Tuttavia Nicomaco ci serra forte, ed ha deliberato, a dispetto di mare e di vento, far oggi questo parentado, e vuole che la meni questa sera, e ha tolto a pigione quella casetta, dove abita Damone vicino a noi, e dice che glene vuole comperare, fornirla di masserizie, aprirgli una bottega e farlo ricco.
_Pa._ A te che importa, che l'abbia più Pirro che Eustachio?
_Cle._ Come che m'importa? Questo Pirro è il maggiore ribaldello che sia in Firenze; perché, oltre ad averla pattuita con mio padre, è uomo che mi ebbe sempre in odio; di modo che io vorrei che l'avesse piuttosto il diavolo dello Inferno. Io scrissi ieri al fattore che venisse a Firenze; maravigliomi ch'e' non ci venne iersera. Io voglio stare qui a vedere se io lo vedessi comparire; tu che farai?
_Pa._ Andrò a fare una mia faccenda.
_Cle._ Va' in buon'ora.
_Pa._ Addio; temporeggiati il meglio puoi; e se vuoi cosa alcuna, parla.
[I. 2]
CLEANDRO _solo._
Veramente chi ha detto che l'innamorato e il soldato si somigliano, ha detto il vero. Il capitano vuole che i suoi soldati sieno giovani; le donne vogliono che i loro amanti non sieno vecchi. Brutta cosa è vedere un vecchio soldato: bruttissimo vederlo innamorato. I soldati temono lo sdegno del capitano; gli amanti non meno quello delle loro donne. I soldati dormono in terra allo scoperto; gli amanti su pe' muriccioli. I soldati perseguono insino a morte i loro nimici; gli amanti i loro rivali. I soldati per la oscura notte nel più gelato verno vanno per il fango, esposti alle acque e a' venti per vincere una impresa che faccia loro acquistar la vittoria; gli amanti per simili vie, e con simili e maggiori disagi, di acquistare la loro amata cercano. Ugualmente, nella milizia e nello amore è necessario il segreto, la fede e l'animo: sono i pericoli uguali, e il fine il più delle volte è simile. Il soldato muore in una fossa, lo amante muore disperato. Cosi dubito io che non intervenga a me. Io ho la donna in casa, veggola quanto io voglio, mangio sempre seco, il credo mi sia maggior dolore; perché quanto è più propinquo l'uomo ad un suo desiderio, più lo desidera, e non lo avendo, maggiore dolore sente. A me bisogna pensare per ora a disturbare queste nozze; dipoi nuovi accidenti m'arrecheranno nuovi consigli e nuove fortune. È egli possibile che Eustachio non venga di villa? E scrissigli che ci fusse infino iersera? Ma io lo veggo spuntare là da quel canto. Eustachio, o Eustachio?
[I. 3]
EUSTACHIO, CLEANDRO.
_Eust._ Chi mi chiama? O Cleandro!
_Cle._ Tu hai penato tanto a comparire?
_Eust._ Io venni infino iersera, ma io non mi sono appalesato; perché poco innanzi ch'io avessi la tua lettera, ne avevo avuta una da Nicomaco, che m'imponeva un monte di faccende; e perciò io non volevo capitargli innanzi, se prima io non ti vedevo.
_Cle._ Hai ben fatto. Io ho mandato per te, perché Nicomaco sollecita queste nozze di Pirro, le quali tu sai non piacciono a mia madre; perché, poi che di questa fanciulla si ha a fare bene ad un uomo nostro, vorrebbe che la si desse a chi la merita più; ed invero le tue condizioni sono altrimenti fatte che quelle di Pirro, che, a dirlo qui fra noi, egli è uno sciagurato.
_Eust._ Io ti ringrazio: e veramente io non avevo il capo a tor donna; ma poi che tu e madonna volete, io voglio ancora io. Vero è che io non vorrei anche arrecarmi nimico Nicomaco, perché poi alla fine il padrone è egli.
_Cle._ Non dubitare, perché mia madre ed io non siamo per mancarti, e ti trarremo d'ogni pericolo. Io vorrei bene che tu ti rassettassi un poco. Tu hai cotesto gabbano, che ti cade di dosso; hai il tocco polveroso, una barbaccia. Va' al barbiere, lavati il viso, setolati cotesti panni, acciò che Clizia non ti abbia a rifiutare per porco.
_Eust._ Io non son atto a rimbiondirmi.
_Cle._ Va', fa' quel ch'io ti dico, e poi te ne vai in quella chiesa vicina, e quivi mi aspetta; io me ne andrò in casa, per vedere a quel che pensa il vecchio.
Canzone
Chi non fa prova, etc. (cfr. _Mandr.,_ I).
[II. 1]
NICOMACO _solo._
Che domine ho io stamani intorno agli occhi? E' mi pare avere i bagliori che non mi lasciano vedere lume; e iersera io avrei veduto il pelo nell'uovo. Avrei io beuto troppo? Forse che si. Oh Dio, questa vecchiaia ne viene con ogni mal mendo! Ma io non sono ancora si vecchio che io non rompessi una lancia con Clizia. È egli però possibile che io mi sia innamorato a questo modo? E, quello che è peggio, mogliema se n'è accorta; ed indovinasi perché io voglia dare questa fanciulla a Pirro. Infine e' non mi va solco diritto. Pure io ho a cercare di vincere la mia. Pirro, o Pirro; vien giù; esci fuora.
[II. 2]
PIRRO, NICOMACO.
_Pir._ Eccomi.
_Ni._ Pirro, io voglio che tu meni questa sera moglie in ogni modo.
_Pir._ Io la merrò ora.
_Ni._ Adagio un poco. A cosa a cosa, disse il Mirra. E' bisogna anche fare le cose in modo che la casa non vada sottosopra. Tu vedi, mogliema non se ne contenta; Eustachio la vuole anch'egli; parmi che Oleandro lo favorisca; e' ci s'è volto contro Iddio ed il diavolo. Ma sta' tu pur forte nella fede di volerla; non dubitare; che io varrò per tutti loro; perché, al peggio fare, io te la darò a loro dispetto; e chi vuole ingrognare, ingrogni.
_Pir._ Al nome di Dio, ditemi quel che voi volete che io faccia.
_Ni._ Che tu non ti parta di quinci oltre; acciocché, se io ti voglio, che tu sia presto.
_Pir._ Cosi farò; ma mi era scordato di dirvi una cosa.
_Ni._ Quale?
_Pir._ Eustachio è in Firenze.
_Ni._ Come in Firenze? Chi te l'ha detto?
_Pir._ Ser Ambrogio nostro vicino in villa; e mi dice che entrò drento alla porta iersera con lui.
_Ni._ Come! iersera? Dov'è egli stato stanotte?
_Pir._ Chi lo sa?
_Ni._ Sia in buon'ora. Va' via, fa' quello che io t'ho detto. Sofronia avrà mandato per Eustachio; e questo ribaldo ha stimato più le lettere sue che le mie, che gli scrissi che facesse mille cose, che mi rovinano se le non si fanno. Al nome di Dio, io ne lo pagherò. Almeno sapessi io dove egli é, e quel che fa. Ma ecco Sofronia, ch'esce di casa.
[II. 3]
SOFRONIA, NICOMACO.
_Sofr._ Io ho rinchiusa Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna guardare questa fanciulla dal figliuolo, dal marito, da' famigli; ognuno le ha posto il campo intorno.
_Ni._ Sofronia, ove si va?
_Sofr._ Alla messa.
_Ni._ Ed è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.
_Sofr._ Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo, e tanto è più accetto farlo in quelli tempi che gli altri fanno male. Ma e' mi pare che a far bene noi ci facciamo da cattivo lato.
_Ni._ Come? Che vorresti tu che si facesse?
_Sofr._ Che non si pensasse a chiacchiere, e poi che noi abbiamo in casa una fanciulla bella, buona, e d'assai, ed abbiamo durato fatica ad allevarla, che si pensasse di non la gittare or via; e dove prima ogni uomo ci lodava, ogni uomo ora ci biasimerà, veggendo che noi la diamo a un ghiotto senza cervello, che non sa far altro che uno poco radere, che non ne viverebbe una mosca.
_Ni._ Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buono aspetto; e se non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre gran parti in uno marito: gioventù, bellezza ed amore. A me non pare che si possa ir più là, né che di questi partiti se ne trovi a ogni uscio. Se non ha roba, tu lo sai che la roba viene e va; e costui è uno di quelli, che è atto a farne venire, ed io non lo abbandonerò, perché io fo pensiero, a dirti il vero, di comperargli quella casa che ora ho tolta a pigione da Damone nostro vicino, ed empierolla di masserizie, e di più, quando mi costasse quattrocento fiorini, per mettergliene...
_Sofr._ Ah, ah, ah!
_Ni._ Tu ridi?
_Sofr._ Chi non riderebbe?
_Ni._ Si, che vuoi tu dire? Per mettergliene in su una bottega, non sono per guardarvi.
_Sofr._ È egli possibile però che tu voglia con questo partito strano torre al tuo figliuolo più che non si conviene e dare a costui più che non merita? Io non so che mi dire; io dubito che non ci sia altro sotto.
_Ni._ Che vuoi tu che ci sia?
_Sofr._ Se ci fosse chi non lo sapesse, io gliene direi: ma perché tu lo sai, io non te lo dirò.
_Ni._ Che so io?
_Sofr._ Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe con questa dote, o minore, maritarla meglio?
_Ni._ Si, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una ed all'altro, che avendoceli allevati tutti e due, mi pare di beneficarli tutti a due.
_Sofr._ Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio tuo fattore?
_Ni._ Si, ho; ma che vuoi tu, che la faccia di cotestui, che non ha gentilezza veruna, ed è uso a star in villa tra' buoi e tra le pecore? Oh! se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.
_Sofr._ E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze degli uomini consistono in aver qualche virtù, saper fare qualche cosa come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su' mercati, a far masserizia, ad aver cura delle cose d'altri e delle sue, ed è un uomo che viverebbe in su l'acqua; tanto più che tu sai ch'egli ha un buon capitale. Pirro dall'altra parte non è mai se non in su le taverne, su per i giuochi, un cacapensieri, che morrebbe di fame nell'altopascio.
_Ni._ Non ti ho io detto quello ch'io gli voglio dare?
_Sofr._ Non ti ho io risposto che tu lo getti via? Io ti concludo questo, Nicomaco, che tu hai speso in nutrire costei, ed io ho durato fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora io intendere come queste cose hanno andare; o io dirò tanto male, e commetterò tanti scandoli, che ti parrà essere in mal termine, che non so come tu ti alzi il viso. Va', ragiona di queste cose colla maschera.