La mandragola - La Clizia - Belfagor
Part 3
Io vorrei pure intendere quello che costoro hanno fatto. Può egli essere che io non rivegga Ligurio? E non che le ventitré, le sono ventiquattro ore. In quanta angustia d'animo sono io stato e sto! Ed è vero che la fortuna e la natura tiene el conto per bilancio: la non ti fa mai un bene, che all'incontro non surga un male. Quanto più mi è cresciuta la speranza, tanto mi è cresciuto el timore. Misero a me! Sarà egli mai possibile che io viva in tanti affanni e perturbato da questi timori e queste speranze? Io sono una nave vessata da due diversi venti, che tanto più teme quanto ella è più presso al porto. La semplicità di Messere Nicia mi fa sperare, la providenzia e durezza di Lucrezia mi fa temere. Oimé, che io non truovo requie in alcuno loco! Talvolta io cerco di vincere me stesso, riprendomi di questo mio furore, e dico meco: che fai tu? se' tu impazzato? quando tu l'ottenga, che fia? Conoscerai el tuo errore, pentira'ti delle fatiche e de' pensieri che hai avuti. Non sai tu quanto poco bene si truova nelle cose che l'uomo desidera, rispetto a quelle che l'uomo ha presupposte trovarvi? Da l'altro canto el peggio che te ne va è morire, e andarne in inferno; e' son morti tanti degli altri: e sono in inferno tanti uomini da bene. Ha'ti tu a vergognare d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorti; fuggi el male, o non lo potendo fuggire, sopportalo come uomo; non ti prosternere, non ti invilire come una donna. E cosi mi fo di buon cuore, ma io ci sto poco su, perché da ogni parte mi assalta tanto desio d'essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante de' pie al capo tutto alterare: le gambe triemono, le viscere si commuovono, il core mi si sbarba del petto, le braccia s'abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliono, el cervello mi gira. Pure, se io trovassi Ligurio, io arei con chi sfogarmi. Ma ecco che viene verso me ratto. El rapporto di costui mi farà o vivere ancor qualche poco, o morire affatto.
[IV. 2]
LIGURIO, CALLIMACO.
_Li._ Io non desiderai mai più tanto di trovare Callimaco, e non penai mai più tanto a trovarlo. Se io li portassi triste nuove, io l'arei riscontro al primo. Io sono stato a casa, in piazza, in mercato, al pancone delli Spini, alla Loggia de' Tornaquinci, e non l'ho trovato. Questi innamorati hanno l'ariento vivo sotto piedi, e' non si possono fermare.
_Ca._ Veggo Ligurio andar di qua guardando, debbe forse cercar di me. Che sto io che io non lo chiamo? E' mi pare pure allegro: o Ligurio! Ligurio!
_Li._ O Callimaco, dove sei tu stato?
_Ca._ Che novelle?
_Li._ Buone.
_Ca._ Buone in verità?
_Li._ Ottime.
_Ca._ È Lucrezia contenta?
_Li._ Si.
_Ca._ Il frate fece el bisogno?
_Li._ Fece.
_Ca._ O benedetto frate! Io pregherò sempre Dio per lui.
_Li._ Oh buono! Come se Dio facessi le grazie del male, come del bene. Il frate vorrà altro che preghi.
_Ca._ Che vorrà?
_Li._ Danari.
_Ca._ Darengliene. Quanti ne gli hai promessi?
_Li._ Trecento ducati.
_Ca._ Hai fatto bene.
_Li._ El dottore n'ha sborsati venticinque.
_Ca._ Come?
_Li._ Bastiti che gli ha sborsati.
_Ca._ La madre di Lucrezia che ha fatto?
_Li._ Quasi el tutto. Come la intese, che la sua figliuola aveva avere questa buona notte senza peccato, la non restò mai di pregare, comandare, confortare la Lucrezia, tanto che la la condusse al frate, e quivi operò in modo, che l'acconsentì.
_Ca._ O Dio! Per quali mia meriti debbo io avere tanti beni? Io ho a morire per la allegrezza.
_Li._ Che gente è questa? Or per l'allegrezza, or pel dolore, costui vuol morire in ogni modo. Hai tu ad ordine la pozione?
_Ca._ Sì ho.
_Li._ Che li manderai?
_Ca._ Un bicchiere di ipocras che è a proposito a racconciare lo stomaco, rallegra el cervello. Ahimè, ohimè, io sono spacciato!
_Li._ Che è? Che sarà?
_Ca._ E' non ci è remedio.
_Li._ Che diavol fia.
_Ca._ E' non si è fatto nulla, io mi sono murato in uno forno.
_Li._ Perché? Che non lo di'? Levati le man dal viso.
_Ca._ O non sai tu che io ho detto a Messere Nicia che tu, lui, Siro ed io piglieremo uno per metterlo allato alla moglie?
_Li._ Che importa?
_Ca._ Come, che importa? Se io son con voi, non potrò essere quello che sia preso; se io non sono, e' si avvedrà dello inganno.
_Li._ Tu di' el vero; ma non ci è egli remedio?
_Ca._ Non credo io.
_Li._ Sì, sarà bene.
_Ca._ Quale?
_Li._ Io voglio un poco pensarlo.
_Ca._ Tu mi hai chiarito; io sto fresco, se tu l'hai a pensare ora.
_Li._ Io l'ho trovato.
_Ca._ Che cosa?
_Li._ Farò che 'l frate che ci ha aiutato infino a qui, farà questo resto.
_Ca._ In che modo?
_Li._ Noi abbiamo tutti a travestirci. Io farò travestire el frate: contraffarà la voce, el viso, l'abito; e dirò al dottore che tu sia quello; e' sel crederà.
_Ca._ Piacemi, ma io che farò?
_Li._ Fo conto che tu ti metta un pitocchino indosso, e con un liuto in mano te ne venga costì dal canto della sua casa, cantando un canzoncino.
_Ca._ A viso scoperto?
_Li._ Sì, che se tu portassi una maschera, gli entrerebbe 'n sospetto.
_Ca._ E' mi conoscerà.
_Li._ Non farà, perché io voglio che tu ti storca el viso, che tu apra, aguzzi o digrigni la bocca, chiugga un occhio. Pruova un poco.
_Ca._ Fo io così?
_Li._ No.
_Ca._ Così?
_Li._ Non basta.
_Ca._ A questo modo?
_Li._ Sì sì, tieni a mente cotesto; io ho un naso in casa; io vo' che tu te l'appicchi.
_Ca._ Orbé, che sarà poi?
_Li._ Come tu sarai comparso in sul canto, noi sarem quivi, torrenti el liuto, piglierenti, aggireremo, condurrenti in casa, metterenti al letto. El resto doverrai tu far da te.
_Ca._ Fatto sta condursi.
_Li._ Qui ti condurrai tu, ma a fare che tu vi possa ritornare, sta a te, e non a noi.
_Ca._ Come?
_Li._ Che tu te la guadagni in questa notte, e che innanzi che tu ti parta, te le dia a conoscere, scuoprale lo inganno, mostrile l'amore le porti, dicale el bene le vuoi; e come senza sua infamia la può essere tua amica, e con sua grande infamia tua nimica. È impossibile che la non convenga teco e che la voglia che questa notte sia sola.
_Ca._ Credi tu cotesto?
_Li._ Io ne sono certo. Ma non perdiam più tempo, e' son già dua ore. Chiama Siro, manda la pozione a Messer Nicia, e me aspetta in casa. Io andrò per el frate; farollo travestire, e condurremo qui, e troverremo el dottore, e faremo quel manca.
_Ca._ Tu di' ben. Va via.
[IV. 3]
CALLIMACO, SIRO.
_Ca._ O Siro!
_Si._ Messere!
_Ca._ Fatti costì.
_Si._ Eccomi.
_Ca._ Piglia quello bicchiere d'argento, che è drento allo armario di camera, e coperto con un poco di drappo, portamelo, e guarda a non lo versare per la via.
_Si._ Sarà fatto.
_Ca._ Costui è stato dieci anni meco, e sempre mi ha servito fedelmente. Io credo trovare anche in questo caso fede in lui; e benché io non gli abbi comunicato questo inganno, e' se lo indovina, che gli è cattivo bene, e veggo che si va accomodando.
_Si._ Eccolo.
_Ca._ Sta bene. Tira, va' a casa Messere Nicia, e digli che questa è la medicina che ha a pigliare la donna dopo cena subito; e quanto prima cena, tanto sarà meglio; e come noi saremo in sul canto ad ordine al tempo, e' facci d'esservi. Va' ratto.
_Si._ I' vo.
_Ca._ Odi qua. Se vuole che tu l'aspetti, aspettalo, e vientene quivi con lui; se non vuole, torna qui da me, dato che tu glien'hai e fatto che tu gli avrai l'ambasciata.
_Si._ Messere sì.
[IV. 4]
CALLIMACO _solo._
Io aspetto che Ligurio torni col frate; e chi dice che egli è dura cosa l'aspettare, dice el vero. Io scemo ad ognora dieci libbre pensando dove io sono ora, e dove io potrei essere di qui a due ore, temendo che non nasca qualche cosa che interrompa el mio disegno. Che se fusse, e' fia l'ultima notte della vita mia, perché o io mi gitterò in Arno, o io mi appiccherò, o io mi gitterò da quelle finestre, o io mi darò d'un coltello in sullo uscio suo. Qualche cosa farò io perché io non viva più. Ma io veggo Ligurio? Egli è desso, egli ha seco uno, che pare sgrignuto, zoppo; e' fia certo el frate travestito. O frati! Conoscine uno, e conoscigli tutti. Chi è quell'altro che si è accostato a loro? E' mi pare Siro, che ara di già fatto l'ambasciata al dottore; egli è desso. Io gli voglio aspettare qui per convenire con loro.
[IV. 5]
SIRO, LIGURIO, FRATE _travestito_, CALLIMACO.
_Si._ Chi è teco, Ligurio?
_Li._ Uno uom da bene.
_Si._ E' egli zoppo, o fa le vista?
_Li._ Bada ad altro.
_Si._ Oh! gli ha el viso del gran ribaldo!
_Li._ Deh, sta cheto; ché ci hai fracido! Ov'è Callimaco?
_Ca._ Io son qui. Voi siete e' benvenuti.
_Li._ O Callimaco, avvertisci questo pazzerello di Siro; egli ha detto già mille pazzie.
_Ca._ Siro, odi qua: tu hai questa sera a fare tutto quello che ti dirà Ligurio, e fa conto, quando e' ti comanda, che sia io; e ciò che tu vedi, senti o odi, hai a tenere secretissimo, per quanto tu stimi la roba, l'onore, la vita mia e il ben tuo.
_Si._ Cosi si farà.
_Ca._ Desti tu el bicchiere al dottore?
_Si._ Messere sì.
_Ca._ Che disse?
_Si._ Che sarà ora ad ordine di tutto.
_Fra._ È questo Callimaco?
_Ca._ Sono a' comandi vostri. Le proferte tra noi sien fatte; voi avete a disporre di me e di tutte le fortune mia, come di voi.
_Fra._ Io l'ho inteso, e credolo, e sommi messo a fare quello per te, che io non arei fatto per uomo del mondo.
_Ca._ Voi non perderete la fatica.
_Fra._ E' basta che tu mi voglia bene.
_Li._ Lasciamo stare le cerimonie. Noi andremo a travestirci, Siro ed io. Tu, Callimaco, vien con noi, per potere ire a fare e' fatti tua. El frate ci aspetterà qui; noi torneremo subito, e anderemo a trovare Messere Nicia.
_Ca._ Tu di' bene, andiamo.
_Fra._ Vi aspetto.
[IV. 6]
FRATE _solo travestito._
E' dicono el vero quelli che dicono che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche; e molte volte uno capita male, così per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa che io non pensava ad iniuriare persona, stavomi nella mia cella, dicevo el mio ufizio, intrattenevo e' mia devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intignere el dito in uno errore, donde io vi ho messo el braccio, e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforto, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno avere cura. Ma ecco Ligurio e quel servo che tornano.
[ IV. 7]
FRATE, LIGURIO, SIRO.
_Fra._ Voi siate e' ben tornati.
_Li._ Stiam noi bene?
_Fra._ Benissimo.
_Li._ E' ci manca el dottore. Andiam verso casa sua; e' son più di tre ore, andiam via?
_Si._ Chi apre l'uscio suo? È egli el famiglio?
_Li._ No: gli è lui. Ah, ah, ah, eh!
_Si._ Tu ridi?
_Li._ Chi non riderebbe? Egli ha un guarnacchino indosso, che non gli cuopre el culo. Che diavolo ha egli in capo? E' mi pare un di questi gufi de' canonici, e uno spadaccino sotto, ah, ah! e' borbotta non so che; tiriamci da parte, e udiremo qualche sciagura della moglie.
[IV. 8]
MESSER NICIA _travestito._
Quanti lezii ha fatto questa mia pazza! Ell'ha mandato le fante a casa la madre, e il famiglio in villa. Di questo io la laudo; ma io non la lodo già, che innanzi che la ne sia voluta ire al letto, ell'abbi fatto tante schifiltà. Io non voglio... Come farò io... Che mi fate voi fare?... O me! mamma mia... E se non che la madre le disse il padre del porro, la non entrava in quel letto. Che le venga la contina! Io vorrei ben vedere le donne schizzinose, ma non tanto; ché ci ha tolta la testa, cervello di gatta! Poi chi dicessi: impiccata sia la più savia donna di Firenze, la direbbe: che t'ho io fatto? Io so che la Pasquina entrerà in Arezzo, e innanzi che io mi parta da giuoco, io potrò dire come Monna Ghinga: di veduta con queste mane. Io sto pur bene! Chi mi conoscerebbe? Io paio maggiore, più giovane, più scarzo; e non sarebbe donna che mi togliessi danari di letto. Ma dove troverò io costoro?
[IV. 9]
LIGURIO, MESSERE MICIA, FRATE _travestito,_ SIRO.
_Li._ Buona sera, messere.
_Ni._ Oh, eh, eh!
_Li._ Non abbiate paura, no' sian noi.
_Ni._ Oh! voi siete tutti qui. Se io non vi conoscevo presto, io vi davo con questo stocco el più diritto che io sapevo. Tu se' Ligurio? E tu Siro? E quello altro, el Maestro? ah!
_Li._ Messere, sì.
_Ni._ Togli. Oh! s'è contraffatto bene, e non lo conoscerebbe. Va qua tu.
_Li._ Io gli ho fatto mettere dua noce in bocca, perché non sia conosciuto alla voce.
_Ni._ Tu se' ignorante.
_Li._ Perché?
_Ni._ Che non me'l dicevi tu prima? Ed are'mene messo anch'io dua, e sai se l'importa non essere conosciuto alla favella.
_Li._ Togliete, mettetevi in bocca questo.
_Ni._ Che è ella?
_Li._ Una palla di cera.
_Ni._ Dalla qua, ca, pu, ca, co, co, cu, cu, spu. Che ti venga la seccaggine, pezzo di manigoldo!
_Li._ Perdonatemi, che io ve ne ho data una in scambio, che io non me ne sono avveduto.
_Li._ Ca, ca, pu, pu. Di che, che, che, era?
_Li._ D'aloe.
_Ni._ Sia in malora! spu, spu. Maestro, voi non dite nulla?
_Fra._ Ligurio mi ha fatto adirare.
_Ni._ Oh! voi contraffate ben la voce.
_Li._ Non perdiam più tempo qui. Io voglio essere el capitano, e ordinare l'esercito per la giornata. Al destro corno sia preposto Callimaco, al sinistro io, intra le due corna starà qui el dottore. Siro fia retroguardo, per dare sussidio a quella banda che inclinassi. El nome sia San Cucù.
_Ni._ Chi è San Cucù?
_Li._ È el più onorato santo che sia in Francia. Andian via, mettian l' agguato a questo canto. State a udire: io sento un liuto.
_Ni._ Egli è esso. Che vogliam fare?
_Li._ Vuolsi mandare innanzi uno esploratore a scoprire chi egli è, e secondo ei referirà, secondo faremo.
_Ni._ Chi v' andrà?
_Li._ Va via, Siro. Tu sai quello hai a fare. Considera, esamina, torna presto, referisci.
_Si._ Io vo.
_Ni._ Io non vorrei che noi pigliassimo un granchio, che fussi qualche vecchio debole o infermiccio; e che questo giuoco si avesse a rifare domandassera.
_Li._ Non dubitate, Siro è valente uomo. Eccolo, e' torna. Che truovi, Siro?
_Si._ Egli è el più bel garzonaccio che voi vedessi mai. Non ha venticinque anni, e viensene solo in pitocchino, sonando il liuto.
_Ni._ Egli è el caso, se tu di' el vero; ma guarda, che questa broda sarebbe tutta gittata addosso a te.
_Si._ Egli è quel che io v' ho detto.
_Li._ Aspettiamo ch'egli spunti questo canto, e subito gli saremo addosso.
_Ni._ Tiratevi in qua, maestro; voi mi parete un uom di legno. Eccolo.
_Ca._ «Venir ti possa el diavolo allo letto. Da poi che io non ci posso venire io».
_Li._ Sta forte. Da' qua questo liuto.
_Ca._ Ohimè! che ho io fatto?
_Ni._ Tu el vedrai. Cuoprigli el capo, imbavaglialo.
_Li._ Aggiralo.
_Ni._ Dagli un'altra volta, dagliene un'altra, mettetelo in casa.
_Fra._ Messere Nicia, io m'andrò a riposare, che mi duole la testa, che io muoio. E se non bisogna, io non tornerò domattina.
_Ni._ Sì, maestro, non tornate; noi potrem fare da noi.
[IV. 10]
FRATE _solo._
E' sono intanati in casa, e io me ne andrò al convento; e voi, spettatori, non ci appuntate, perché in questa notte non ci dormirà persona, sì che gli atti non sono interrotti dal tempo. Io dirò l'uffizio. Ligurio e Siro ceneranno, che non hanno mangiato oggi, el dottore andrà di camera in sala, perché la cucina vada netta. Callimaco e madonna Lucrezia non dormiranno, perché io so se io fussi lui, e se voi fussi lei, che noi non dormiremmo.
Canzone.
O dolce notte, oh sante Ore notturne e quete, Ch'i disiosi amanti accompagnate; In voi s'adunan tante Letizie, onde voi siete Sole cagion di far l'alme beate. Voi giusti premii date All'amorose schiere Delle lunghe fatiche, Voi fate, o felici ore, Ogni gelato petto arder d'amore.
[V. 1]
FRATE _solo._
Io non ho potuto questa notte chiudere occhio, tanto è il desiderio che io ho d'intendere come Callimaco e gli altri l'abbiano fatto. Ed ho atteso a consumare el tempo in varie cose: io dissi mattutino, lessi una vita dei Santi Padri, andai in chiesa ed accesi una lampana che era spenta, mutai uno velo ad una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento imagine, e non ve ne sono oggi venti; questo nasce da noi, che non le abbiamo saputa mantenere la reputazione. Noi vi solavamo ogni sera dopo la compieta andare a processione, e farvi cantare ogni sabato le laude. Botavanci noi sempre quivi, perché vi si vedessi delle imagine fresche; confortavamo nelle confessioni gli uomini e le donne a botarvisi. Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo se le cose vanno fredde! Oh, quanto poco cervello è in questi mia frati! Ma io sento uno grande romore da casa
Messere Nicia. Eccogli per mia fé; e' cavono fuori el prigione. Io sarò giunto a tempo. Ben si sono indugiati alla sgocciolatura; e' si fa appunto l' alba. Io voglio stare a udire quello che dicono, senza scuoprirmi.
[V. 2]
MESSERE NICIA, LIGURIO, SIRO.
_Ni._ Piglialo di costà, ed io di qua; e tu, Siro, lo tieni per il pitocco di drieto.
_Ca._ Non mi fate male.
_Li._ Non aver paura, va pur via.
_Ni._ Non andiam più là.
_Li._ Voi dite bene, lascialo ire qui. Diamgli due volte, che non sappi donde el si sia venuto. Giralo, Siro.
_Si._ Ecco.
_Ni._ Giralo un'altra volta.
_Si._ Ecco fatto.
_Ca._ Il mio liuto.
_Li._ Via, ribaldo, tira via. S'i' ti sento favellare, io ti taglierò il collo.
_Ni._ E' s'è fuggito, andianci a sbisacciare; e vuolsi che noi usciamo fuora tutti a buon'ora, acciò che non si paia che noi abbiamo vegghiato questa notte.
_Li._ Voi dite el vero.
_Ni._ Andate voi e Siro a trovare maestro Callimaco, e gli dite che la cosa è proceduta bene.
_Li._ Che li possiamo noi dire? Noi non sappiamo nulla. Voi sapete che, arrivati in casa, noi ce n'andamo nella volta a bere. Voi e la suocera rimaneste alle mani seco, e non vi rivedemo mai, se non ora, quando voi ci chiamasti per mandarlo fuora.
_Ni._ Voi dite el vero. Oh! io v'ho da dire le belle cose! Mogliema era nel letto al buio. Sostrata m'aspettava al fuoco. I' giunsi su con questo garzonaccio, e perché e' non andassi nulla in capperuccia, io lo menai in una dispensa che io ho in sulla sala, dove era uno certo lume annacquato, e gittava un poco d'albore, in modo che non mi poteva vedere in viso.
_Li._ Saviamente.
_Ni._ Io lo feci spogliare, e' nicchiava; io me li volsi come un cane, di modo che li parve mill'anni d'avere fuora e' panni, e rimase ignudo. Egli è brutto di viso. Egli aveva uno nasaccio, una bocca torta; ma tu non vedesti mai le più belìi carni! bianco, morbido, pastoso, e dell'altre cose non ne domandate.
_Li._ E' non è bene ragionarne, che bisognava vederlo tutto.
_Ni._ Tu vuoi el giambo. Poi che aveva messo mano in pasta, io ne volsi toccare il fondo; poi volsi vedere s'egli era sano: s'egli avessi auto le bolle, dove mi trovavo io? Tu ci metti parole.
_Li._ Avete ragione voi.
_Ni._ Come io ebbi veduto che gli era sano, io me lo tirai drieto, ed al buio lo menai in camera; messi al letto; e innanzi mi partissi, volli toccare con mano come la cosa andava, che io non son uso ad essermi dato ad intendere lucciole per lanterne.
_Li._ Con quanta prudenzia avete voi governata questa cosa!
_Ni._ Tocco e sentito che io ebbi ogni cosa, mi uscii di camera, e serrai l'uscio, e me n'andai alla suocera, che era al fuoco, e tutta notte abbiamo atteso a ragionare.
_Li._ Che ragionamenti sono stati e' vostri?
_Ni._ Della sciocchezza di Lucrezia, e quanto egli era meglio che senza tanti andirivieni, ella avessi ceduto al primo. Dipoi ragionamo del bambino, che me lo pare tuttavia avere in braccio, el naccherino! tanto che io sentii sonare le tredici ore; e dubitando che il di non sopraggiungessi, me n' andai in camera. Che direte voi che io non poteva fare levare quel rubaldone?
_Li._ Credolo.
_Ni._ E' gli era piaciuto l'unto. Pure e' si levò, io vi chiamai e l'abbiam condotto fuori.
_Li._ La cosa è ita bene.
_Ni._ Che dirai tu, che me ne incresce?
_Li._ Di che?
_Ni._ Di quel povero giovane, ch'egli abbi a morire si presto, e che questa notte gli abbi a costare sì cara.
_Li._ Oh! voi avete e' pochi pensieri. Lasciatene la cura a lui.
_Ni._ Tu di' el vero. Ma mi pare bene milla anni di trovare maestro Callimaco, e rallegrarmi seco.
_Li._ E' sarà fra un'ora fuora. Ma gli è chiaro el giorno; noi ci andremo a spogliare; voi che farete?
_Ni._ Andronne anch'io in casa a mettermi e' panni buoni. Farò levare e lavare la donna, e farolla venire alla Chiesa ad entrare in santo. Io vorrei che voi e Callimaco fussi là, e che noi parlassimo al frate per ringraziarlo, e ristorallo del bene che ci ha fatto.
_Li._ Voi dite bene, cosi si farà.
[V. 3]
FRATE _solo._
Io ho udito questo ragionamento, e m'è piaciuto, considerando quanta sciocchezza sia in questo dottore; ma la conclusione ultima mi ha sopra modo dilettato. E poiché debbono venire a trovarmi a casa, io non voglio star più qui, ma aspettarli alla chiesa, dove la mia mercanzia varrà più. Ma chi esce di quella casa? E' mi pare Ligurio, e con lui debbe esser Callimaco. Io non voglio che mi veggano, per le ragione dette; pure, quando e' non venissino a trovarmi, sempre sarò a tempo andare a trovare loro.
[IV. 4]
CALLIMACO, LIGURIO
_Ca._ Come io t'ho detto, Ligurio mio, io stetti di mala voglia infino alle nove ore; e benché io avessi grande piacere, e' non mi parve buono. Ma poi che io me le fu' dato a conoscere, e che io l'ebbi dato ad intendere l'amore che io le portava, e quanto facilmente, per la semplicità del marito, noi potavamo vivere felici sanza infamia alcuna, promettendole che, qualunque volta Dio facessi altro di lui, di prenderla per donna; ed avendo ella, oltre alle vere ragione, gustato che differenzia è dalla iacitura mia a quella di Nicia e da baci d'uno amante giovane a quelli d'uno marito vecchio, dopo qualche sospiro disse: poi che l'astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che e' venga da una celeste disposizione che abbi voluto così, e non sono sufficiente a ricusare quello che el cielo vuole che io accetti. Però io ti prendo per signore, padrone, guida; tu mio padre, tu mio difensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quello che 'l mio marito ha voluto per unasera, voglio ch'egli abbia sempre. Faraiti adunque suo compare, e verrai questa mattina alla Chiesa, e di quivi ne verrai a desinare con esso noi; e l'andare e lo stare starà a te, e potremo ad ogni ora e senza sospetto convenire insieme. Io fui, udendo queste parole, per morirmi per la dolcezza. Non potetti respondere alla minima parte di quello che io arei desiderato. Tanto che io mi truovo el più felice e contento uomo che fussi mai nel mondo; e se questa felicità non mi mancassi, o per morte o per tempo, io sarei più beato ch'e' beati, più santo che e' santi.
_Li._ Io ho gran piacere d'ogni tuo bene, e ètti intervenuto quello che io ti dissi appunto. Ma che facciamo noi ora?
_Ca._ Andiamo verso la chiesa, perché io le promisi d'essere là, dove la verrà lei, la madre e il dottore.
_Li._ Io sento toccare l'uscio suo: le sono esse, ed escono fuora, ed hanno el dottore drieto.
_Ca._ Avvianci in chiesa, e là aspetteremo.
[V. 5]
MESSERE NICIA, LUCREZIA, SOSTRATA.
_Ni._ Lucrezia, io credo che sia bene fare le cose con timore di Dio, e non alla pazzaresca.
_Lu._ Che s'ha egli a fare ora?
_Ni._ Guarda come ella risponde! La pare un gallo.
_So._ Non ve ne maravigliate, ella è un poco alterata.
_Lu._ Che volete voi dire?
_Ni._ Dico che egli è bene che io vada innanzi a parlare al frate, e dirli che ti si facci incontro in sullo uscio della chiesa per menarti in santo, perché gli è proprio stamane come se tu rinascessi.
_Lu._ Che non andate?
_Ni._ Tu se' stamane molto ardita! Ella pareva iersera mezza morta.
_Lu._ Egli è la grazia vostra.
_So._ Andate a trovare el frate. Ma e' non bisogna, egli è fuora di chiesa.
_Ni._ Voi dite el vero.
[V. 6]