La mandragola - La Clizia - Belfagor
Part 2
Se gli altri dottori fussino fatti come costui, noi faremmo a' sassi pe' forni; che sì, che questo tristo di Ligurio, e questo impazzato di questo mio padrone, lo conducono in qualche luogo, che gli faranno vergogna? E veramente io lo desidererei, quando io credessi che non si risapessi; perché risapendosi, io porto pericolo della vita, el padrone della vita e della roba. Egli è già diventato medico; non so io che disegno el fia in loro, e dove si tenda questo loro inganno. Ma ecco el dottore che ha un orinale in mano; chi non riderebbe di questo uccellaccio?
[II, 5].
NICIA, SIRO.
_Ni._ Io ho fatto d'ogni cosa a tuo modo; di questo vo' io che tu facci a mio. S'io credevo non avere figliuoli, io arei preso più tosto per moglie una contadina. Che se' costì, Siro? Viemmi dietro. Quanta fatica ho io durata a fare che questa monna sciocca mi dia questo segno; e non è dire che la non abbi caro di fare figliuoli, che la ne ha più pensiero di me; ma come io le vo' far fare nulla, egli è una storia.
_Si._ Abbiate pazienzia; le donne si sogliono con le buone parole condurre dove altri vuole.
_Ni._ Che buone parole? Che mi ha fracido. Va ratto, di' al maestro ed a Ligurio che io son qui.
_Si._ Eccogli che vengon fuori.
[II, 6].
LIGURIO, CALLIMACO, MESSER NICIA.
_Li._ El dottore fia facile a persuadere; la difficultà fia la donna, ed a questo non ci mancherà modo.
_Ca._ Avete voi el segno? _Ni._ E' l'ha Siro sotto.
_Ca._ Dallo qua. Oh! questo segno mostra debilità di rene.
_Ni._ E' mi par torbidiccio; e pur l'ha fatto or ora.
_Ca._ Non ve ne maravigliate. _Nam mulieris urinae sunt semper maioris glossitiei et albedinis, et minoris pulchritudinis, qaam virorum. Huius autem, in caetera, causa est amplitudo canalium, mixtio eorum quae ex matrice exeunt cum urina._
_Ni._ O, u, potta di san Puccio! Costui mi raffinisce tra le mani; guarda come ragiona bene di queste cose.
_Ca._ Io ho paura che costei non sia la notte mal coperta, e per questo fa l'orina cruda.
_Ni._ Ella tien pur addosso un buon coltrone; ma la sta quattro ore ginocchioni a infilzar paternostri innanzi che la se ne venghi al letto, ed è una bestia a patire freddo.
_Ca._ Infine, dottore, o voi avete fede in me, o no; o io vi ho a insegnare un rimedio certo, o no. Io per me el rimedio vi darò. Se voi avrete fede in me, voi lo piglierete, e se oggi a uno anno la vostra donna non ha un suo figliuolo in braccio, io voglio avervi a donare dumila ducati.
_Ni._ Dite pure, che io son per farvi onore di tutto, e per credervi più che al mio confessore. _Ca._ Voi avete a intendere questo, che non è cosa più certa a ingravidare una donna, che darli bere una pozione fatta di mandragola. Questa è una cosa esperimentata da me due paria di volte, e trovata sempre vera; e se non era questo, la Reina di Francia sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello Stato.
_Ni._ È egli possibile?
_Ca._ Egli è come io vi dico. E la fortuna vi ha in tanto voluto bene, che io ho condotto qui meco tutte quelle cose che in quella pozione si mettono, e potete averle a vostra posta.
_Ni._ Quando l'arebbe ella a pigliare?
_Ca._ Questa sera dopo cena, perché la luna è ben disposta, e el tempo non può essere più appropriato.
_Ni._ Cotesta non fia molto gran cosa. Ordinatela in ogni modo; io gliene farò pigliare.
_Ca._ E' bisogna ora pensare a questo: che quell'uomo che ha prima a fare seco, presa che l'ha cotesta pozione, muore infra otto giorni, e non lo camperebbe el mondo.
_Ni._ Cacasangue! io non voglio cotesta suzzacchera; a me non l'appiccherai tu. Voi mi avete concio bene.
_Ca._ State saldo, e' ci è remedio.
_Ni._ Quale?
_Ca._ Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una notte, a sé tutta quella infezione della mandragola. Dipoi vi iacerete voi senza periculo. _Ni._ Io non vo' far cotesto.
_Ca._ Perché?
_Ni._ Perché io non vo' far ia mia donna femmina, e me becco.
_Ca._ Che dite voi, dottore? Oh, io non v' ho per savio come io credetti. Si che voi dubitate di fare quello che ha fatto el re di Francia e tanti signori quanti sono là?
_Li._ Chi volete voi ch'io truovi che facci cotesta pazzia? Se io gliene dico, e' non vorrà; se io non gliene dico, io lo tradisco, ed è caso da Otto; io non ci voglio capitare sotto male.
_Ca._ Se non vi dà briga altro che cotesto, lasciatene la cura a me.
_Ni._ Come si farà?
_Ca._ Dirovvelo: io vi darò la pozione questa sera dopo cena; voi gliene darete bere, e subito la metterete nel letto, che fieno circa a quattro ore di notte. Dipoi ci travestiremo, voi, Ligurio, Siro ed io, e andrencene cercando in Mercato Nuovo, in Mercato Vecchio, per questi canti; e il primo garzonaccio che noi troviamo scioperato, lo imbavaglieremo, e a suon di mazzate lo condurremo in casa, e in camera vostra al buio. Quivi lo metteremo nel letto, direngli quello che abbia a fare, né ci fia difficultà veruna. Dipoi, la mattina, ne manderete colui innanzi di, farete lavare la vostra donna, starete con lei a vostro piacere e senza pericolo. _Ni._ Io son contento, poi che tu di' che e re e principi e signori hanno tenuto questo modo; ma sopra a tutto che non si sappia per amore degli Otto.
_Ca._ Chi volete voi che 'l dica?
_Ni._ Una fatica ci resta, e d'importanza.
_Ca_ Quale?
_Ni._ Farne contenta mogliema, a che io non credo che la si disponga mai.
_Ca._ Voi dite el vero. Ma io non vorrei innanzi essere marito, se io non la disponessi a fare a mio modo.
_Li._ Io ho pensato el rimedio.
_Ni._ Come?
_Li._ Per via del confessoro.
_Ca._ Chi disporrà el confessoro?
_Li._ Tu, io, e' danari, la cattività nostra, loro.
_Ni._ Io dubito, che altro che per mio detto la non voglia ire a parlare al confessoro.
_Li._ Ed anche a cotesto è remedio.
_Ca._ Dimmi!
_Li._ Farvela condurre alla madre.
_Ni._ La le presta fede.
_Li._ Ed io so che la madre è della opinione nostra. Orsù, avanziamo tempo, che si fa sera. Vatti, Callimaco, a spasso, e fa che alle dua ore noi ti troviamo in casa con la pozione ad ordine. Noi n'andremo a casa la madre, el dottore ed io, a disporla, perché è mia nota. Poi n'andremo al frate, e vi ragguaglieremo di quello che noi aremo fatto. _Ca._ Deh! non mi lasciare solo.
_Li._ Tu mi pari cotto.
_Ca._ Dove vuoi tu che io vada ora?
_Li._ Di là, di qua, per questa via, per quell'altra; egli è si grande Firenze.
_Ca._ Io son morto.
Canzone.
Quanto felice sia ciascun sel vede, Chi nasce sciocco ed ogni cosa crede. Ambizione nol preme, Non muove il timore, Che sogliono esser seme Di noia e di dolore. Questo vostro dottore, Bramando aver figliuoli, Crederia ch'un asin voli; E qualunque altro ben posto ha in oblio E solo in questo ha posto il suo desìo.
[III. 1]
SOSTRATA, MESSER NICIA, LIGURIO.
_So._ Io ho sempre mai sentito dire che egli è uffizio d'un prudente pigliare de' cattivi partiti el migliore. Se ad avere figliuoli voi non avete altro rimedio, e questo si vuole pigliarlo, quando e' non si gravi la coscienza.
_Ni._ Egli è cosi.
_Li._ Voi ve ne andrete a trovare la vostra figliuola, e Messere ed io andremo a trovare fra Timoteo suo confessore, e narreremgli el caso, acciò che non abbiate a dirlo. Voi vedrete quello che vi dirà.
_So._ Cosi sarà fatto. La via vostra è di costà; e io vo a trovare la Lucrezia, e la merrò a parlare al frate ad ogni modo.
[III. 2]
MESSER NICIA, LIGURIO.
_Ni._ Tu ti maravigli forse, Ligurio, che bisogni fare tante storie a disporre mogliema; ma se tu sapessi ogni cosa, tu non te ne maraviglieresti.
_Li._ Io credo che sia, perché tutte le donne son sospettose.
_Ni._ Non è cotesto. Ell'era la più dolce persona del mondo e la più facile; ma sendole detto da una sua vicina, che s'ella si botava di udire quaranta mattine la prima messa de' Servi, che la impregnerebbe, la si botò, e andovvi forse venti mattine. Ben sapete che un di quei fratacchioni li cominciorno a dare datorno, in modo che la non vi volse più tornare. Egli è pure male però, che quelli che ci arebbono a dare buoni esempli, sien fatti cosi. Non dich'io el vero?
_Li._ Come diavolo, se egli è vero!
_Ni._ Da quel tempo in qua ella sta in orecchi come la lepre; e come se le dice nulla, ella vi fa drento mille difficultà.
_Li._ Io non mi maraviglio più; ma quel boto come si adempié?
_Ni._ Fecesi dispensare.
_Li._ Sta bene. Ma datemi, se voi avete, venticinque ducati; ché bisogna in questi casi spendere, e farsi amico al frate presto, e dargli speranza di meglio.
_Ni._ Pigliali pure; questo non mi dà briga, io farò masserizia altrove.
_Li._ Questi frati son trincati, astuti, ed è ragionevole, perchè e' sanno e' peccati nostri e' loro; e chi non è pratico con essi, potrebbe ingannarsi, e non gli sapere condurre a suo proposito. Pertanto io non vorrei che voi nel parlare guastaste ogni cosa, perché un vostro pari, che sta tutto il dì nello studio, s'intende di quelli libri, e delle cose del mondo non sa ragionare. (Costui è sì sciocco, che io ho paura non guastassi ogni cosa).
_Ni._ Dimmi quello che tu vuoi che io faccia.
_Li._ Che voi lasciate parlare a me, e non parliate mai, s'io non vi accenno.
_Ni._ Io son contento. Che cenno farai tu?
_Li._ Chiuderò un occhio, morderommi el labbro. Deh! no. Facciamo altrimenti. Quanto è egli che voi non parlaste al frate?
_Ni._ È più di dieci anni.
_Li._ Sta bene: Io gli dirò che voi siate assordato, e voi non risponderete, e non direte mai cosa alcuna, se noi non parliamo forte.
_Ni._ Così farò.
_Li._ Non vi dia briga che io dica qualche cosa che vi paia disforme a quello che noi vogliamo, perché tutto tornerà a proposito.
_Ni._ In buona ora.
[III. 3]
FRATE TIMOTEO, _una_ DONNA.
_Fra._ Se voi vi volessi confessare, io farò ciò che voi volete.
_Do._ Non per oggi; io sono aspettata; e' mi basta essermi sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna?
_Fra._ Madonna sì.
_Do._ Togliete ora questo fiorino, e direte dua mesi ogni lunedi la messa dei morti per l'anima del mio marito. E ancora che fussi uno omaccio, pure le carne tirono; io non posso fare non mi risenta quando io me ne ricordo. Ma credete voi che sia in purgatorio?
_Fra._ Senza dubbio.
_Do._ Io non so già cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta. Oh, quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne discostavo quanto io poteva; ma egli era si importuno. Uh! nostro Signore.
_Fra._ Non dubitate, la clemenzia di Dio è grande; se non manca all'uom la voglia, non gli manca mai el tempo a pentirsi.
_Do._ Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia?
_Fra._ Se voi non fate orazione, sì.
_Do._ Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie: io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna che ha certa accia di mio; io vo' ire a trovarla. Frate, col buon di.
_Fra._ Andate sana.
[III. 4]
FRATE TIMOTEO, MESSER NICIA.
_Fra._ Le più caritative persone che sieno son le donne, e le più fastidiose. Chi le scaccia, fugge e' fastidii e l'utile; chi le intrattiene ha l'utile e' fastidii insieme. Ed è el vero che non è il mele sanza le mosche. Che andate voi facendo, uomini da bene? Non riconosco io Messer Nicia?
_Li._ Dite forte, ché egli è in modo assordato che non ode più nulla.
_Fra._ Voi siate el ben venuto, messere.
_Li._ Più forte.
_Fra._ El ben venuto.
_Ni._ El ben trovato, padre!
_Fra._ Che andate voi facendo?
_Ni._ Tutto bene.
_Li._ Volgete el parlare a me, padre, perché voi, a volere che vi intendessi, aresti a mettere a romore questa piazza.
_Fra._ Che volete voi da me?
_Li._ Qui Messere Nicia e un altro uom da bene, che voi intenderete poi, hanno a fare distribuire in limosine parecchi centinaia di ducati.
_Ni._ Cacasangue!
_Li._ (Tacete in malora, e' non fien molti). Non vi maravigliate, padre, di cosa che dica, ché non ode, e pargli qualche volta udire, e non risponde a proposito.
_Fra._ Seguita pure, e lasciali dire ciò che vuole.
_Li._ De' quali danari io ne ho una parte meco, ed hanno disegnato, che voi siate quello che le distribuiate.
_Fra._ Molto volentieri.
_Li._ Ma egli è necessario, prima che questa limosina si faccia, che voi ci aiutate d'un caso strano intervenuto a Messere, e solo voi potete aiutare, dove ne va al tutto l'onore di casa sua.
_Fra._ Che cosa è?
_Li._ Io non so se voi conosceste Cammillo Calfucci, nipote qui di messere.
_Fra._ Si conosco.
_Li._ Costui n'andò per certe sua faccende uno anno fa in Francia; e non avendo donna, che era morta, lasciò una sua figliuola da marito in serbanza in uno munistero, del quale non accade dirvi ora el nome.
_Fra._ Che è seguito?
_Li._ È seguito, che o per stracurataggine delle monache o per cervellinaggine della fanciulla, la si truova gravida di quattro mesi; di modo che, se non si ripara con prudenza, el dottore, le monache, la fanciulla, Cammillo, la casa de' Calfucci è vituperata; ed il dottore stima tanto questa vergogna, che s'è botato, quando la non si palesi, dare trecento ducati per l'amore di Dio.
_Ni._ Che chiacchiera!
_Li._(State cheto). E daragli per le vostre mane, e voi solo e la badessa ci potete rimediare.
_Fra._ Come?
_Li._ Persuadere alla badessa, che dia una pozione alla fanciulla per farla sconciare.
_Fra._ Cotesta è cosa da pensarla.
_Li._ Guardate, nel fare questo, quanti beni ne resulta. Voi mantenete l'onore al monistero, alla fanciulla, a' parenti, rendete al padre una figliuola, satisfate qui a messere, a tanti sua parenti, fate tante elemosine quante con questi trecento ducati potete fare; e dall'altro canto voi non offendete altro che un pezzo di carne non nata, senza senso, che in mille modi si può sperdere; ed io credo che quello sia bene, che facci bene a' più, e che e' più se ne contentino.
_Fra._ Sia col nome di Dio. Faccisi ciò che volete, e per Dio e per carità sia fatto ogni cosa. Ditemi el munistero, datemi la pozione, e se vi pare, cotesti danari, da potere cominciare a fare qualche bene.
_Li._ Or mi parete voi quello religioso che io credevo che voi fussi. Togliete questa parte dei danari. El munistero è…... Ma aspettate, egli è qua in chiesa una donna che m'accenna; io torno ora ora, non vi partite da Messer Nicia, io le vo' dire dua parole.
[III. 5]
FRATE, NICIA.
_Fra._ Questa fanciulla che tempo ha?
_Ni._ Io strabilio.
_Fra._ Dico, quanto tempo ha questa fanciulla?
_Ni._ Mal che Dio li dia.
_Fra._ Perché?
_Ni._ Perché e' se lo abbia.
_Fra._ E' mi par essere nel gagno. Io ho a fare con un pazzo e con un sordo. L'un si fugge, l'altro non ode. Ma se questi non sono quarteruoli, io ne farò meglio di loro. Ecco Ligurio, che torna in qua.
[III. 6]
LIGURIO, FRATE, NICIA.
_Li._ State cheto, Messere; oh, io ho la gran nuova, padre!
_Fra._ Quale?
_Li._ Quella donna con chi io ho parlato, mi ha detto che quella fanciulla si è sconcia per sé stessa.
_Fra._ Bene, questa limosina andrà alla Grascia.
_Li._ Che dite voi?
_Fra._ Dico che voi tanto più doverrete fare questa limosina.
_Li._ La limosina si farà, quando voi vogliate; ma e' bisogna, che voi facciate un'altra cosa in benefizio qui del dottore.
_Fra._ Che cosa è?
_Li._ Cosa di minor carico, di minore scandolo, più accetta a noi, più utile a voi.
_Fra._ Che è? Io son in termine con voi, e parmi avere contratta tale dimestichezza, che non è cosa che io non facessi.
_Li._ Io ve lo vo' dire in chiesa da me e voi, e el dottore fia contento di aspettare qui. Noi torniamo ora.
_Ni._ Come disse la botta all'erpice.
_Fra._ Andiamo.
[III. 7]
NICIA _solo._
È egli di dì, o di notte? son io desto, o sogno? Son io imbriaco, e non ho beuto ancora oggi, per ire drieto a queste chiacchiere? Noi rimanghiam di dire al frate una cosa, e' ne dice un'altra; poi volle che io facessi el sordo, e bisognava che io m'impeciassi gli orecchi come el Danese, a volere che io non avessi udito le pazzie che egli ha dette, e Dio el sa a che proposito! lo mi truovo meno venticinque ducati, e del fatto mio non s'è ancora ragionato, ed ora m'hanno qui posto, come un zugo, a piuolo. Ma eccogli che tornano, in malora per loro, se non hanno ragionato del fatto mio.
[III. 8]
FRATE, LIGURIO, NICIA.
_Fra._ Fate che le donne venghino. Io so quello che io ho a fare; e se l'autorità mia varrà, noi concluderemo questo parentado questa sera.
_Lig._ Messer Nicia, fra Timoteo è per fare ogni cosa. Bisogna vedere che le donne vengano.
_Ni._ Tu mi ricrei tutto quanto. Fia egli maschio?
_Li._ Maschio.
_Ni._ Io lacrimo per la tenerezza.
_Fra._ Andatevene in Chiesa, io aspetterò qui le donne. State in lato che le non vi vegghino; e partite che le fieno, vi dirò quello che l'hanno detto.
[III. 9]
FRATE TIMOTEO _solo._
Io non so chi s'abbi giuntato l'un l'altro. Questo tristo Ligurio ne venne a me con quella prima novella per tentarmi, acciò, se io non gliene consentiva, non mi arebbe detta questa, per non palesare e' disegni loro senza utile, e di quella che era falsa non si curavono. Egli è vero che io ci sono stato giuntato; nondimeno questo giunto è con mio utile. Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno per diversi rispetti sono per trarre assai; la cosa conviene che stia segreta, perché l'importa cosi a loro a dirla, come a me. Sia come si voglia, io non me ne pento. È ben vero che io dubito non ci avere difficultà, perché madonna Lucrezia è savia e buona; ma io la giugnerò in sulla bontà. E tutte le donne hanno poco cervello; e come n'è una che sappia dire dua parole, e' se ne predica, perché in terra di ciechi chi v'ha un occhio è signore. Ed eccola con la madre, la quale è bene una bestia, e sarammi un grande aiuto a condurla alle mie voglie.
[III. 10]
SOSTRATA, LUCREZIA.
_So._ Io credo che tu creda, figliuola mia, che io stimi l'onore tuo quanto persona del mondo, e che io non ti consigliassi di cosa che non stessi bene. Io t'ho detto e ridicoti, che se fra Timoteo ti dice che non ci sia carico di coscienza che tu lo faccia senza pensarvi.
_La._ Io ho sempre mai dubitato, che la voglia che Messere Nicia ha d'avere figliuoli non ci faccia fare qualche errore: e per questo, sempre che lui mi ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quello voi sapete per andare a' Servi. Ma di tutte le cose che si son tentate, questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad essere cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei, se io fussi sola rimasa nel mondo, e da me avessi a risurgere l'umana natura, che mi fussi simile partito concesso.
_So._ Io non ti so dire tante cose, figliuola mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu dipoi sarai consigliata da lui, da noi e da chi ti vuole bene.
_Lu._ Io sudo per la passione.
[III. 11]
FRATE, LUCREZIA, SOSTRATA.
_Fra._ Voi siate le ben venute. Io so quello che voi volete intendere da me, perché Messere Nicia m'ha parlato. Veramente io son stato in su' libri più di due ore a studiare questo caso; e dopo molte esamine, io truovo di molte cose, che e in particulare e in generale fanno per noi.
_La._ Parlate voi davvero, o motteggiate?
_Fra._ Ah! madonna Lucrezia, son queste cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscere ora?
_La._ Padre no; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udisse.
_Fra._ Madonna, io ve lo credo, ma io non voglio che voi diciate più cosi. E' sono molte cose, che discosto paiano terribile, insopportabile, strane; e quando tu ti appressi loro, le riescono umane, sopportabile, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li spaventi ch'e' mali; e questa è una di quelle.
_La._ Dio el voglia.
_Fra._ Io voglio tornare a quello che io diceva prima. Voi avete, quanto alla coscienzia, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a Messer Domenedio; el male incerto è, che colui che iacerà dopo la pozione con voi, si muoia. Ma e' si truova anche di quelli che non muoiono; ma perché la cosa è dubbia, però è bene che Messer Nicia non incorra in quel periculo. Quanto all' atto che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine se ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibbia, che le figliole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usarono con el padre; e perché la loro intenzione fu buona, non peccarono.
_Lu._ Che cosa mi persuadete voi?
_So._ Lasciati persuadere, figliuola mia. Non vedi tu che una donna che non ha figliuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta come una bestia abbandonata da ognuno.
_Fra._ Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta coscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercoledì, che è un peccato, che se ne va con l'acqua benedetta.
_Lu._ A che mi conducete voi, padre?
_Fra._ Conducovi a cose, che voi sempre arete cagione di pregare Dio per me; e più vi satisfarà questo altro anno che ora.
_So._ Ella farà ciò che voi vorrete. Io la voglio mettere stasera al letto io. Di che hai tu paura, moccicona? E' c'è cinquanta donne in questa terra che ne alzerebbero le mani al cielo.
_La._ Io son contenta; ma non credo mai essere viva domattina.
_Fra._ Non dubitare, figliuola mia, io pregherò Dio per te, io dirò l'orazione dell'agnol Raffaello, che t'accompagni. Andate in buona ora, e preparatevi a questo misterio, che si fa sera.
_So._ Rimanete in pace, padre.
_Lu._ Dio m'aiuti e la nostra Donna, che io non capiti male.
[III. 12]
FRATE, LIGURIO, MESSER NICIA.
_Fra._ O Ligurio, uscite qua.
_Li._ Come va?
_Fra._ Bene. Le sono ite a casa disposte a fare ogni cosa, e non ci fia difficultà, perché la madre si andrà a stare seco, e vuolla mettere a letto lei.
_Ni._ Dite voi el vero?
_Fra._ Bembé, voi siete guarito del sordo.
_Li._ San Chimenti gli ha fatto grazia.
_Fra._ E' si vuol porvi una immagine per rizzarvi un poco di baccanella, acciò che io abbia fatto questo guadagno con voi.
_Ni._ Noi entriamo in cetere. Farà la donna difficultà di fare quel che io voglio?
_Fra._ Non, vi dico.
_Ni._ Io sono el più contento uomo del mondo.
_Fra._ Credolo. Voi vi beccherete un fanciullo maschio; e chi non ha non abbia.
_Li._ Andate, frate, alle vostre orazioni, e se bisognerà altro, vi verreno a trovare. Voi, Messere, andate a lei per tenerla ferma in questa opinione, e io andrò a trovare maestro Callimaco, che vi mandi la pozione; e all'una ora fate che io vi rivegga, per ordinare quello che si de' fare alle quattro.
_Ni._ Tu di' bene; addio.
_Fra._ Andate sani.
Canzone.
Sì suave è l'inganno Al fin condotto desiato e caro; Ch'altrui spoglia d'affanno, E dolce face ogni gustato amaro. O rimedio alto e raro,
Tu mostri il dritto calle all'alme erranti; Tu, col tuo gran valore, Nel far beato altrui fai ricco Amore, Tu vinci sol co' tuoi consigli santi Pietre, veneni e incanti.
[IV. 1]
CALLIMACO _solo._