La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra
Part 9
-- Mio nonno è morto, mio padre è morto -- diceva --, mia madre è morta. Per fortuna, la mia memoria, a cagione della lontananza, non li vede più! Io morirò. E allora? Caro maestro, lei è giovane, ma le cose procedono lo stesso così, anche se siete giovani e non le vedete.
Alle volte erano spunti stravaganti ed inattesi: il passerotto.
-- Questo stupido animale, secondo voi, maestro, quanto tempo ha? Tre mesi? Un anno? Voi lo dite! Io dirò che ha cinquemila anni, come le mummie d'Egitto. È lo stesso passero che esisteva cinquemila anni fa. Che differenza c'è? L'esistenza dell'individuo è una astrazione dell'uomo. Questo passero è un passero del tempo di Radamès; e nulla vieta che io mi possa credere un contemporaneo di Nabucodonosor. L'usignolo canta agli amori di Giulietta e Romeo. L'importante è che esistano i rosignoli. Se non è più quello di prima, cosa importa? La gallina fa l'uovo; la formica raccoglie i cadaveri; il nibbio divora l'usignolo; il verme ara la terra. Sempre così. E l'uomo? L'uomo fa le classi, i generi, le specie, i molluschi, i vertebrati, l'evo medio, l'evo moderno. Ci credete voi?
Avete mai pensato come è ridicolo l'uomo che viaggia? Sempre si trova in un punto del globo terracqueo egualmente distante dal centro. Tanto vale allora rimanere fermi qui. Sapete? Nei tempi di Omero, che si credeva il mondo fatto come una tavola, poteva essere interessante viaggiare con la speranza di arrivare all'orlo della tavola. Ma adesso che dicono che il mondo è fatto come una palla, non c'è più sugo. Hanno trovato oggi il modo di elevarsi cogli aereoplani. È qualche cosa! Ma quest'uomo con la benzina è assolutamente inferiore al mio passerotto: il quale comprende così bene la inutilità anche di aver le ali, che preferisce stare qui.
E con tutto questo voi giovane desiderate il futuro sperando in esso quel bene di cui finora non avete goduto; e benchè siate maestro o professore, non vi avvedete che desiderate la vostra disfazione. Rimane l'amore: una cosa sozza! ma l'uomo non se ne avvede alla vostra età, e forse a nessuna età. Ma tu considera che anche le belle donne sono _transito di cibi, guaina di corruzione_, e potrai dominare un po' la concupiscenza.
*
Ma più insistenti erano i richiami su la morte.
Il cavallo morto.
Il cavallo, uno dei cavalli di un enorme carro da trasporto, era caduto improvvisamente fulminato giù nel cortile. Il marchese volle che Aquilino scendesse con lui ad osservare il cavallo morto.
-- Vedete -- dicea -- come si sta in pace! Osservatelo attentamente e poi ditemi se anche in voi non sorge questo dubbio: il vero stato di perfezione è il non essere, ovvero l'essere? Certamente ora riposa. Il grave carro che esso doveva trainare, eccolo là. Voi lo vedete! E l'altro cavallaccio dalle gambe difformi, vedete come si sta profondamente meditabondo? Sembra pensare. E quel grosso diavolo del carrettiere che è lì avvilito in contemplazione della sua bestia morta, osservate che faccia da idiota. Ha in mano la frusta, e non può frustare. Non vi pare di scorgere un risolino ironico in quel dente che spunta fuori dal muso del cavallo morto? «Tu, o padrone, non mi frusterai più. Te l'ho fatta!» Non dite niente, o maestro, di tutto questo al carrettiere. Non vi capirebbe; forse vi risponderebbe in malo modo. Gli uomini hanno bensì maggior giudizio degli animali, ma hanno anche più errore.
Così ed altre coserelle che non istavano nè in cielo nè in terra, andava dicendo il marchese; e non facevano dispiacere ad Aquilino perchè quando l'uomo è in qualche grave afflizione, si compiace se altri gli prova che non esiste ordine buono nè in terra nè in cielo.
*
Ma nella sua cameretta, fra quei mobili tutti bianchi e laccati, che effetto faceva quella antica Madonna scura che egli aveva posato sopra un comò. O madre di Dio, chi avrebbe detto che avresti fatto così strano viaggio! E lì veniva anche l'imagine della mamma, perchè la lontananza del tempo da quando la mamma partì, era poca e perciò egli sentiva ancora il dolore e vedeva ancora l'imagine.
Una volta ci sorprese miss Edith, la quale guardava con curiosità, con quei suoi occhi azzurri.
Ella pareva avesse un suo cotale pensiero che non sapeva come esprimere.
Ella infine disse: -- Voi in Italy avete tante Madonne! Madonna del Rosario, Madonna della Concezione, Madonna dell'Assunta....
Però il piccolo _bebi_, Gesù Cristo, gli pareva grazioso.
E col dito si posava sul vetro della tavola nera; quel dito della morbida mano, posato lì dove si era posata la povera mano di mamà.
Che strano viaggio aveva fatto la Madonna!
E stando ella così un poco china, Aquilino aveva sotto di sè quella capellatura; e ne vaporava un profumo, che non pareva un artificioso profumo. Ella era così giovane, così graziosa che -- o maraviglioso inganno! -- non parea che anch'ella fosse _guaina di corruzione_, ma anfora di giovinezza.
-- Già, miss Edith, -- disse Aquilino, -- la Madonna, la donna assunta nel cielo.
Ella indugiava lì davanti al quadro. Un bisogno di chinarsi su quella testa, di sfiorare quella capellatura con un bacio.... Davvero, poco mancò che non commettesse una sciocchezza davanti alla Madonna! Non la commise: ma non perchè si fosse in quel momento ricordato del saggio consiglio del re Salomone, raccomandatogli dal marchese. Aquilino non aveva più casa nè focolare; e quella dolce creatura di miss Edith gli parve casa, focolare, famiglia. L'anima di lui si incendiò di gioia e di lagrime. Ma che ne sapeva, povero marchese, della donna?
*
E intanto si avvicinava il tempo degli esami! La marchesa aveva ordinato che Bobby doveva essere promosso alle prime prove, e quell'anno più che mai, perchè la marchesa, Bobby e miss Edith avrebbero passato tutta la state all'estero, e la marchesa non voleva preoccupazioni. Bobby era preparato, anche: ma ad Aquilino tremava il cuore come ad un avvocato che ha per le mani una causa giusta da sostenere, e ben si sa che è, appunto quando le cause son giuste, molto facile aver sentenza contraria. E d'altra parte correvano voci sinistre: il professore del ginnasio pubblico, sotto il cui ferro doveva cadere Bobby, era un giovanotto di nuova nomina, un po' sbarazzino, e lo aveva fatto sapere: «Guai a chi non sa bene la grammatica latina! la storia latina! la grammatica italiana!»
Non che costui fosse un purista, un latinista, un classicista. Era un modernista, anzi! E l'_instauratio ab imis fundamentis_ della società gli stava a cuore più assai del latino; ma quel _guai_ era un mezzo di esercitare, nel limite delle sue facoltà, la guerra sociale specialmente contro i signorini privatisti, i privilegiati che sdegnano le scuole pubbliche, che hanno il ben pasciuto precettore in casa. Oh, li avrebbe pettinati lui!
Quanto sudò Aquilino in quell'estate!
Bobby era beato. I laghi della Scozia! Il paradiso incantato dei laghi della Scozia dove sarebbe andato con mamà! Il paese di miss Edith. «Auf, che caldo qui, ma lassù in Iscozia...! Le manderò cartoline fresche fresche.»
E per combinare quel _guai_ con gli ordini della marchesa, gli convenne anche _ambìre_, come dicevano i latini: conoscere quel professore, dargli ragione in tutto, ricordargli che anche lui Aquilino lavorava per affrettare l'arrivo, al calendimaggio, dell'_instauratio ab imis_; ed anche dovette fare una parte del tutto indecente: quella del servo infedele, dire cioè un po' male dei suoi signori, che gli davano il pane e il companatico.
Il professorino ne godeva: -- Ah, io sono indipendente, indipendente -- diceva.
-- Forse un po' troppo! -- pensava Aquilino.
Una mattina del mese di luglio, e per l'appunto il dieci di luglio, Bobby saltava dalla contentezza come un vero saltamartino.
Cettivaio, per sua fortuna, in quell'estate, cadeva a pezzi, esausto dalla lotta contro gli inglesi, e perciò non offriva più resistenza agli assalti di Bobby. Ma anche Aquilino era esausto.
Si adagiò su di una poltrona, si asciugò l'abbondante sudore; ma, grazie a Dio, era salvo, in fine.
La tabella esposta quella mattina nell'atrio del Regio Ginnasio Liceo, recava _Torrechiara Roberto, (idest Bobby), promosso_. Oh, ma attorno a Roberto, una strage!
Tutti i nobili amici di lui, privatisti come lui, tutti mortalmente caduti! Egli ne ripeteva i nomi, con esuberante letizia: Un _record_!
Lui solo, ritto!
Aquilino dovette tenere Bobby per mano durante tutta la strada del ritorno. Gli pareva di essere un villano che mena alla fiera un vitello, o un poledro giovane.
Quando fu giunto a casa, gli diede la molla. -- Ora salta fin che vuoi -- disse fra sè.
Oh, ma la signora marchesa non ne dubitava che il suo Bobby sarebbe stato promosso! Così naturale! Ma Aquilino solo sapeva quello che gli era costato salvare Bobby dalla strage. Quanta eloquenza (_e la persuasione, e la perorazione, e la mozione degli affetti_) dovette svolgere, seguendo, su e giù pel corridoio, quel monosillabico scuro regio preside!
E tutto questo per persuadere quel signore che _se poenitet_ invece di _illum poenitet_, è errore sì, ma errore veniale e non mortale, così che il signor professore di latino sommando tutti gli errori, i mezzi errori, i quarti di errore, doveva arrivare ad un _cinque e tre quinti_. Ora se egli metteva a Bobby _cinque_ soltanto, Bobby veniva defraudato di quei _tre quinti_; ai quali se per magnificenza del signor preside fossero stati aggiunti _due quinti_, si arrivava al _sei_, cioè alla salvezza, cioè al colle della beatitudine nella commedia degli esami di ciascun scolaro.
Più dolorosa fu la umiliazione davanti al signor professore di matematica (tutti fatti su di uno stampo quei professori di matematica!) Aquilino gli si protestò umilmente convinto che il non sapere trovare bene il _minimo comune multiplo_ è un fatto grave, gravissimo; e perciò giusta causa di rimandare un allievo al mese di ottobre. Ma ben è vero che Bobby in tale caso avrebbe sofferto ingiusta pena, perchè tutta la colpa era sua, della sua presunzione, che aveva voluto istruire il giovinetto anche nelle matematiche: _me poenitet, illum poenitet_! Ma, per amor del cielo, mutasse il signor professore quel lugubre segno algebrico del _cinque_ in un simpatico _sei_, chè l'anno venturo, deposta ogni presunzione, gli avrebbe affidato Bobby e lo studio su la aritmetica ragionata.
-- Se il signor professore vive anche fuori della scuola, osserverà che il non saper trovare il _minimo comune multiplo_, è un fatto che si verifica spesso.
*
Ora Bobby dopo aver saltato _ad abundantiam_, si preparava a collocare in una profonda tomba i libri della sua adolescenza.
«Gothardbahn! Saint-Moritz! Calais! Ostenda, Inghilterra, Scozia», erano le parole che squillavano su le sue labbra.
Non si aspettava per partire che la promozione di Bobby.
Molti imponenti bauli erano già pronti in anticamera. Fra quei bauli, aristocratico, enorme, nero, era il baule di miss Edith.
Il giovane guardò a lungo la camera, ora disfatta, di miss Edith. L'anima delle piccole cose, delle care eleganze di lei era sparita.
-- Non tornerà più, miss Edith, in Italia? -- le domandò Aquilino.
-- Forse che sì, forse che no -- rispose sorridendo.
La marchesa fu più esplicita: -- Forse che sì.
Il senatore aveva quasi assicurato il posto a miss Edith. E quando un uomo, come il senatore, propone allo Stato una data partita, lo Stato compera.
Aquilino questa volta baciò Bobby. Bobby era in abito da viaggio, ma non saltava più.
-- Cos'ha, Bobby?
-- C'è paparone che non voleva che io partissi.
-- Perchè, Bobby?
-- Perchè.... E Bobby nominò un'altra cosa, della quale non soltanto lui, piccolo fanciullo, ma quasi tutte le generazioni degli uomini null'altro oramai più sapevano se non il nome.... -- Perchè lui, paparone, ha detto alla mamma che ci sarà la guerra.
-- E mamà?
-- Mamà ha detto che paparone sogna sempre e sèguita a sognare.
*
-- _Good-bye_ -- disse all'ultimo momento miss Edith, gaiamente, fissando Aquilino con i suoi occhi chiari.
*
E quella parola straniera gli stette nel cuore come un profumo di lei.
CAPITOLO XIX.
Marte e Venere.
Lo scoppio della guerra in quell'estate, costrinse la marchesa con Bobby ad un precipitoso ritorno. Il viaggio per la Francia, _un disastro_, come ella diceva: Parigi come Babylon all'appressarsi di Ciro! Ah, finalmente donna Barberina aveva potuto approdare alla pace di Ventimiglia! La pace.
Miss Edith era stata trattenuta, da ragioni familiari, in Inghilterra.
*
La guerra, come uno spostamento dell'asse terrestre, avendo tutto sconvolto, aveva spezzato anche quel famosissimo _ritmo_, di cui qualcuno ancora si ricorderà. La vita era stata proclamata _piacere_; ed il _ritmo_ era il delicato regolatore di una esistenza bene impiegata.
La marchesa osservò che anche il suo caro _ritmo_, per effetto della guerra, non c'era più.
Ella era stata costretta a ridursi, anzi tempo, a Villa delle Magnolie, _vis-à-vis_ del marchese.
I fili delle consuete comunicazioni mondane andavan cadendo ad uno ad uno, e perciò fra i due coniugi avvenivano meno _corti circuiti_.
Però la marchesa si annoiava _vis-à-vis_ del marchese.
La Villa settecentesca delle Magnolie era grande; il parco era grande; satiretti e flore marmoree tra i viali di mortella lo adornavano; ma gli sbadigli della marchesa erano grandi, per quanto la grazia della bocca piccoletta comportasse.
Ella era già _esausta_ della guerra; ma il signor marchese diceva:
-- Eh, eh! Ma, mia cara amica, non sono stato io che ho dichiarato la guerra all'universo. È stato il sire di Hohenzollern!
-- Sembra che vi faccia piacere.
-- Niente affatto, piacere; ma cònstato: quella vostra Inghilterra è da un secolo, _sacrebleu_, che si diverte, dopo aver mutata la sua isola in un'immensa _pelouse_ per i suoi _sports_ e per i suoi cavalli levrieri! Che terribile _season!_ Eh, ci vuol altro che il _comfort_ e la _splendid isolation_, poveretta! Cònstato, mia cara, che non sono io che ho sognato; ma sono forse le democrazie occidentali che hanno sognato. La Germania le sta svegliando, con poca urbanità, d'accordo, a colpi di cannone.
-- Come siete opprimente!
-- Può darsi, ma non sono io che vi opprimo; è l'atmosfera realistica che opprime.
Ma la marchesa lo pregava, almeno a tavola, di non creare dell'atmosfera.
Senonchè il marchese era come un terreno ricco di acque. Pullulava da ogni parte zampilli e vapori; e quando pigliava Aquilino, lo inondava. E procedeva per aforismi e affermazioni, e non ammetteva che il giovane contraddicesse.
-- Io, marchese Ippolito di Torrechiara -- gli diceva -- non andrò alla guerra; la marchesa nemmeno; mio figlio nemmeno. Sotto questo aspetto sono olimpico! La marchesa teme un po' per le sue tenute a ***; ma questa preoccupazione non è la mia, anche perchè il filo dell'erba è forse la sola cosa che l'unghia del cavallo prussiano non distruggerà. Risorgerà. L'erba ricoprirà ancora la terra, tenera e lucida, nella primavera perpetua. Ed anche dal suo punto di vista utilitario la marchesa ha torto, perchè le terre saranno fecondate dai morti e dal sangue.
Si parla del _giùs gèntium_, calpestato dai Germani! Grozio dice.... E i Germani dicono: _Noi facciamo così!_
Vi pare poco, caro maestro? È una rivoluzione, è una rivelazione! I nostri mastri-muratori che stavano fabbricando la città della _liberté_, dell'_egalité_, della _fraternité_, vedono l'archipenzolo oscillare; le mura che già erano poco buone, crollare; la squadra non squadrare. Essi credevano di fabbricare sopra un vulcano spento; e invece è un vulcano umano in attività di servizio.
-- Ma i Tedeschi, signor marchese, che cosa sono questi Tedeschi? -- domandava Aquilino con un po' di paura.
-- I Tedeschi -- rispondeva il marchese, -- sono stati gli inventori al mondo di tre famose invenzioni: le armi da fuoco, la stampa, il libero esame. Le armi da fuoco (questo lo saprete), dice l'Ariosto che fu Belzebù che le indicò agli Alemanni: ma anche le due altre sopralodate invenzioni, credetelo (ma non andatelo a dire!) hanno un poco del diabolico. Ebbene, caro amico, essi, questi pericolosi ordigni li sanno maneggiare molto bene.
-- Un popolo che aveva la musica più patetica del mondo.... -- disse Aquilino.
-- .... E adesso fa la musica col cannone, eh? Non ti fidare della musica, -- disse gravemente il marchese. -- Vi ricordate quando veniva in scena Loengrino? _Deh, non mi domandare, nè a palesar tentare._ Nessuno gli ha mai domandato niente, nemmeno il passaporto, tanto cantava bene, tanto lo ammiravamo. Noi credevamo che il candido Loengrino fosse coperto di stagnola, e che il suo cigno fosse un rispettoso, innocente volatile. Invece Loengrino era vestito d'acciaio autentico, e il cigno era carico di armi come il cavallo di Troia: esercito modello-1914! Non è simpatico tutto ciò?
-- Ma come può combinarsi una simile guerra -- domandava Aquilino -- con tutta quella filosofia tedesca così mistica, così metafisica....
-- Eh, che mi vai sprofessorando, professore? -- diceva Don Ippolito. -- Mistici i filosofi tedeschi? Mistici della realtà! Anche tu, credevi i filosofi tedeschi come estàtici veggenti che non respirassero che divozione e timor di Dio? Essi anzi, hanno strappato con frenesia le azzurre bende del cielo: il più completo ateismo è l'espressione ultima della loro filosofia.
-- Ma il Dio che essi invocano?
-- Il Dio che essi invocano -- rispose il marchese, -- è formato da loro stessi, dalla loro volontà, dalla loro crudele necessità. Che ti credi che il loro ateismo sia uguale al salcicciotto di libero pensiero, imbandito dalle nostre democrazie davanti ogni fedel minchione? Il loro è un ateismo _chic!_, che può andar d'accordo anche con i Padri della Compagnia di Gesù. Credi: sono i filosofi tedeschi che precedono senza pietà la gran cavalcata! «Ah, Nicce, Nicce, Nicce!» esclamava quella vanerella di un'inglesina, che per fortuna non c'è più. Nietzsche, caro amico, non è morto! Il filosofo folle è risorto! Con pifferi e trombette, fa capriole e salta davanti alle tetre schiere teutoniche.
-- E i Francesi, signor marchese, e la Francia? -- domandava Aquilino.
-- I Francesi hanno dato al mondo gli _immortali princìpi_ dell'Ottantanove, che furono come un arcobaleno nel cielo; ma hanno vissuto la vita dell'arcobaleno. Ah sì, veramente _immortali_ come un secondo vangelo, se gli uomini non fossero pecore, razionali sì, ma irragionevoli. Ma c'è di peggio: pecore col bisogno fisiologico del male, come del bene. La Ragione! il culto della dea Ragione! Gli uomini chiesero agli Dei di essere governati dalla dea Ragione, come le rane domandarono un re a Giove. E la dea Ragione venne. Era un'allegra ragazza che il popolo di Parigi incoronò e mise sul trono a modo di simbolo. Ma poi non si accontentarono, come le rane non si accontentarono del re Travicello che Giove mandò loro. «Vogliamo un re vero, una dea Ragione vera»; e Giove mandò giù la dea Ragione tedesca. Ora è un fuggi fuggi, un protestare, come le rane incontro alla biscia. Ma è la dea Ragione, anime ingenue! Per tanto tempo Giove ve la tenne sospesa sul capo e voi non ve ne siete accorti. Dicevate: «Come è bellina, come è carina! Dorme?» Sì, con un occhio solo. Non è simpatico tutto ciò?
Ma Aquilino faceva un grande assegnamento su la Russia: come una mezza Europa e mezza Asia, che si ribaltava a modo di trappola mostruosa su la Germania.
-- Sarà -- rispondeva il marchese -- ma io non vi consiglio -- almeno per mezzo secolo -- di farci troppo assegnamento. Che volete? Le classi alte della Russia sono paralizzate, per una parte da un feudalismo medievale, per l'altra parte dai vizi del nostro occidente. Il popolo? Il popolo dice _Nicevò_; crede nella madonna di Kazàn; è indifferente a tutto, alla vita ed alla morte; ma non alla _wotka_. Gli intellettuali russi fanno i ribelli, e ripètono con Tolstoi: _che cosa è la guerra rispetto ad un cielo stellato?_ Niente! Siamo d'accordo. Ma mentre essi guardano il cielo o dicono _Nicevò_, quegli altri che sono i mistici della realtà, fanno i loro affari.
-- E il Papa, signor marchese?
-- Non vorrei essere nei panni del Papa. Buon papa Sarto! Sentirsi erede di chi disse: _il mio regno non è di questo mondo_, e dovere fare reverenza a chi dice: _il mondo non basta al mio regno._ Vedete! Quand'ero bambino, mi diceva la mia mamma buon'anima: _l'erba «voglio» non nasce che nel giardino del Papa._ Si vede che non nasce neppur più lì.
*
Queste ed altre cose andava dicendo Don Ippolito ad Aquilino, spesso ambulando per gli ombrosi viali del parco di Villa delle Magnolie. Traeva fumo azzurro dalla sua _gibidì_; sopra il ricamo delle piante, rideva il bel sereno.
Fauni e flore, e rose in abbracciamento, e sedili settecenteschi, e scaturigini mormoranti da antichi tufi, trasportavano, per incantesimo, l'anima verso altri tempi. Il marchese si soffermava talora come attratto da richiami di altre età.
-- Sentite, maestro, questo verso settecentesco come è bello qui:
Solitario bosco ombroso.
*
Più strane cose, intanto, Aquilino veniva notando. La marchesa, la quale si annoiava e non voleva sentir parlare della guerra, ascoltava con piacere Aquilino. E siccome non si poteva parlar d'altro che della guerra, erano discorsi su la guerra. Ed il giovane inconsapevolmente ripeteva a donna Barberina press'a poco i discorsi che a lui faceva il marchese; e donna Barberina udiva ammirando, e con dolce volger d'occhi, come se lui fosse diventato un personaggio qualificato dei venerdì.
*
E una volta.... Quale notizia una volta, a tavola, recava il giornale? Un numero spaventoso di morti, uno di quei mostruosi numeri che in sul principio della guerra, paralizzavano il pensiero.
In fondo, nulla!
Come quando si parla di un milione di _reis_. In fondo, una piccola somma. L'uomo stava per iscomparire dalla coscienza dell'uomo ed oramai non si diceva più uomo, ma _materiale-uomo_.
-- Se si va avanti di questo passo -- osservò il marchese --, verrà il giorno in cui l'individuo maschio salirà alla Borsa della vita di un numero incalcolabile di punti. Sarò quotato anch'io.
La marchesa nulla aveva risposto alla facezia del marito. Ma ad Aquilino non isfuggì un intraducibile moto del volto di lei. Poi si interessò di lui, se aveva obbligo di leva; come se ciò che toccava la vita di lui, la riguardasse.
*
E una volta egli aveva chiesto licenza di andarsene per qualche tempo.
-- Perchè?
Non sempre un giovane può dire perchè vuole andarsene.
-- Per trovare il conte Cosimo che sta poco bene -- aveva risposto.
Ed ella lo aveva pregato di rimanere. Ma in un certo modo che il giovane ne fu assai perturbato.
Egli pensava troppo spesso a quello che si sapeva sul conto della marchesa. Aveva avuto onore di amanti? Voci vaghe correvano di qualche autorevole personaggio che ella aveva saputo far umiliare sino ai suoi fieri talloni; ma più per giovàrsene che per passione. Pensava a quei libri, a quelle letture ardenti, al di là del bene e del male, che il marchese gli aveva rivelato.
L'afa era grande: grave sopra i suoi sensi cadeva l'odore delle magnolie dal verde fogliame metallico: perturbazione dei sensi. Non vedeva più miss Edith la bionda, nè donna Bàrbera la bruna; ma quella tetra imagine, femminea, col petto scoverto e la serpe verde che rodeva le carni.
Gli parea anche di aver visto, una e due volte, gli occhi di donna Bàrbera, tetri, sopra di lui, come se misurassero lui, uomo.
*
Il più felice a Villa delle Magnolie, era Bobby. Mai aveva goduto tanta libertà! Aquilino avrebbe voluto cominciare lo studio del greco, ma Bobby lo pregava di osservare che, probabilmente, il greco sarebbe stato abolito sul serio. Rimaneva un po' di ripetizione, e sbrigàtosi da questa, i colloqui con il meccanico delle automòbili, e soprattutto _mademoiselle Joséphine_.