La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra
Part 7
-- Intelligenza di donna. Ogni alto sapere ha per substrato la conoscenza della morte. Ciò non può essere pienamente conosciuto dalla donna, perchè essa è donna, cioè è bellezza e vita. Non le pare di vederla dietro il paravento occupata a impennacchiare e mettere campanelli e nastri allegri ai poeti, ai filosofi melanconici?
-- E quella poetessa? È sempre vicina a me....
-- A lei? Oh, anche a me. Quella povera signora vive per la ricerca delle anime alte; e ogni anima alta -- maschile, s'intende! -- dovrebbe congiungersi con lei più o meno spiritualmente. Si ubbriaca con se stessa ed ignora che di solito l'anima alta maschile se ha bisogno di una donna, questa è la cuoca.
-- Scusi. Anche la marchesa è autrice?
-- Autrice di Bobby.
-- Ah, questo lo so. Voleva dire _autrice di qualche opera_.
-- Infatti lei ha ragione. Esiste un'opera, un capolavoro di donna Barberina: lei non l'ha ancora visto.
-- Quale? -- domandò Aquilino.
-- Il marchese suo marito.
Aquilino stette un po' lì, sospeso.
-- Scusi, e perchè un capolavoro?
-- Perchè lo ha completamente idiotizzato.
-- Idiota?
-- Ho detto idiotizzato. Il marchese Don Ippolito sta ritirato in campagna e vive la sua filosofia. Lei mi capisce: quando uno cade nella filosofia, è bell'e finito, se pure non si tratta di filosofia umoristica.
*
Dio, che cerchio alla testa! Quanti veleni! Per vivere bisognerà cominciare la cura di Mitridate: abituarsi ai veleni.
CAPITOLO XIV.
Il capolavoro della marchesa.
A metà dell'inverno arrivò dalla campagna il marito di donna Bàrbera; ed Aquilino vide, con un certo trasecolamento, un uomo di forte persona, di poche parole, rossiccio, due baffacci rossicci, due ciglia corrugate.
Si chiamava Ippolito, ed era l'uomo idiotizzato.
«Sarà idiotizzato; ma sta il fatto che mi dà soggezione», diceva Aquilino a se stesso.
-- È arrivato il suo signor padre -- disse con tutta prudenza a Bobby.
-- Ah, sì! Sta lassù -- disse Bobby -- nella torre di Albraccà, -- ed indicò col ditino quella specie di torrione, che Aquilino aveva osservato, la prima volta.
«Albraccà?» -- dove aveva inteso già altre volte questo nome? Lontano lontano: eppure lo aveva inteso.
Il marchese fece ad Aquilino un'accoglienza così fredda che il giovane disse entro di sè: «non sono mica stato io che ti ho idiotizzato!»
Ma quando donna Bàrbera spiegò che era stato il conte Cosimo a mettere avanti quel precettore, il volto del marchese si spianò, si aprì come se vi apparisse l'azzurro dell'anima. La sua parola parlò: -- Ah, sì? Caro e buon conte Cosimo!
Al nome di Cosimo così affettuosamente espresso, Aquilino dimenticò che era lì a tavola della marchesa; che c'era il cameriere in guanti; e parlò; parlò come il cuore gli dettava, come vuole affetto e natura, come avesse riaperte le vàlvole della sincerità. Ed il marchese Ippolito, appoggiato con la testa su la mano e il gomito su la tavola, ascoltava con letizia come si ode un racconto della cara giovinezza; e ogni tanto diceva: -- Caro, ma sì, oh, un gentil uomo vero! Quanto tempo è che non ci vediamo! E i figli non li avete conosciuti?
-- I suoi figliuoli? di chi? Ha figli il conte Cosimo? -- domandò Aquilino con molta sorpresa.
-- Scusate, caro giovine, in questo momento ero assente col pensiero -- disse il marchese. -- È una stòria....
-- Mi pare che siate sempre assente -- disse donna Barberina.
Il marchese o non aveva udito o non volle rilevare la intenzione provocatrice della signora.
-- Già, non li potevate aver conosciuti. Uno, credo che sia segretario d'ambasciata a.... a.... a....
E pareva tutt'intento a cercar dove.
-- .... a Pietroburgo. Mah!
-- È che quando si ha la disgrazia di nascere con un temperamento stravagante -- interruppe ancora donna Barberina --, bisogna per lo meno avere il buon senso di non mettere su famiglia.
Le parole di donna Barberina avevano una sottile intonazione di riferimento al di là del conte Cosimo.
Il marchese -- questa volta -- non potè non rilevare la interruzione: ma spingeva il discorso di sua moglie, indietro, verso il conte Cosimo.
-- Stravagante, se così vi pare -- disse -- ; ma un uomo di ottimo cuore e un gentiluomo vero, e quando si è gentiluomini veri come è il conte Cosimo....
-- Non si è niente -- terminò donna Barberina. -- Noi viviamo delle idee e delle convenienze del nostro tempo e non dei tempi di Carlo Magno.
-- Piuttosto io direi -- corresse con mansuetudine il marchese cercando con gli occhi l'approvazione di Aquilino -- che nei tempi nostri si è perduto la conoscenza della parola _gentiluomo_ vero.
-- Una parola medievale -- disse la marchesa.
Ed Aquilino meravigliò vedendo che il marchese non rispose.
Ma poi gli entrò un gran triste pensiero, come una lacerazione nel cuore: «Oh, povero conte Cosimo, chi sa quanto doveva aver pregato quella prepotente signora per fare accettare lui, povero meschino sconosciuto figlio, come precettore! E tu non mi hai fatto capir niente!» Quanto avrebbe pagato per essergli per un momento vicino e, sì, proprio, baciargli la mano sua nobile.
*
Era venuta la buona stagione oramai, ma Aquilino aveva come il presentimento di un temporale sospeso nell'aria.
I serviti, a tavola, correvano anche con maggior fretta, e sùbito s'allungava lo spazzolone lieve a sgombrare le briciole; e la tavola veniva abbandonata, anche più in fretta, come un luogo di abominazione.
Aquilino sentiva, anche nella conversazione più insignificante, come uno stridere di contrasti, e stava attento e con paura.
Dal modo come mangiava, il marchese pareva un uomo di formidabile appetito. Avrebbe divorato, e non bezzicato.
Ahi ahi, si andava camminando verso la guerra coniugale, ed Aquilino sentiva di trovarsi in quel territorio di confine dove i due eserciti, marito e moglie, si incontreranno.
-- Mi piace, caro giovane -- diceva il marchese --, perchè vedo che lei è di buona bocca come me.... Un bicchier di vino non fa male.... Ma sì, che lo bevi il vino....
E infatti Aquilino lo avrebbe anche bevuto un bicchierotto, ma se ne asteneva per non far cosa diversa da miss Edith e dalla marchesa, che trattavano quella povera ampolletta come messa lì per pittura: un insulto al dio Bacco.
-- Lei osservi -- diceva il marchese con soddisfazione, e gravemente passando al _lei_ -- e vedrà che il fiore della civiltà è fiorito nei paesi dove abitava il dio Bacco con i pàmpini della dolcissima vite. Dove non c'è il dio Bacco, abita il dio Moloc al sud, ed il dio Thor al nord....
-- E l'arteriosclerosi nel centro -- disse la marchesa. -- Vecchiezza precoce, tendenza al litigio, alla sonnolenza, e poi il sangue grosso e quel reticolato vinoso nelle guance. E gli occhi truci.
Più scientifica era miss Edith, la quale veniva in aiuto della marchesa. Miss Edith sapeva che un litro di vino contiene un decilitro di alcool puro, e che le esperienze dimostrano che l'alcool determina la coagulazione della pepsina.
Ma le parole, anzi la sola presenza di miss Edith, pareva esasperare i nervi del marchese: «Oh ecco le truppe scozzesi coi _bag-pipes_» -- borbottava.
-- L'esperienza nel vetro, _experientia in vitro_, dirà anche così, madamigella; ma l'esperienza nello stomaco -- rispondeva poi il marchese -- non la conoscono nemmeno i chimici tedeschi. E poi cosa mi fa lei l'elogio della temperanza, che i vostri marinai inglesi si ubbriacano come monne; e ho paura che al bisogno si coàguli qualcosa d'altro che la pepsina!
Guai toccare la marina inglese a miss Edith! Pareva un'aquiletta sboglientata. E tutte e due le donne lavoravano a colpi di spillo contro il marchese. Ad Aquilino faceva compassione, non sapea se più Bobby o il marchese.
«E lasciatelo mangiare e bere a suo piacimento, povero disgraziato -- diceva Aquilino fra sè. -- Sono piuttosto tutte quelle allusioni che fermano la pepsina!» Ed anche la voce di donna Barberina aveva tutti suoni strìduli: non aveva più la sua voce di flauto.
Dove aveva letto Aquilino la storia di quel santo frate il quale ad una buona femminetta aveva suggerito un miracoloso rimedio per guarire il marito dal vizio di picchiare? Togliete -- aveva detto il santo frate alla femminetta -- quest'ampolla di acqua benedetta, e quando vostro marito rincasa, mettetèvene un sorso in bocca, ma per carità non ve ne sfugga una stilla! La donna così fece e il marito, con grande letizia della buona donna, non picchiò più. Ma la storiella è dei tempi antichi, quando le donne non sapevano nè di lettere nè di chimica; perchè in quella ampolletta non si conteneva che semplice acqua.
*
Anche i gusti gastronomici del marchese non si incontravano con i gusti della marchesa.
Quei _flans_, quelle _suprêmes_, quei _vol-au-vent_, quella roba _en belle vue_, quelle salse gli garbavano poco.
-- Un bel lesso! un bell'arrosto! delle belle lasagne! -- diceva con aria di soddisfazione.
Aquilino avrebbe anche voluto rispondere di sì; ma donna Barberina la quale pareva che si fosse assunta l'incarico di coagulare con parole gelide ogni di lui effervescenza di letizia, disse: -- Per impinzarvi e diventare obeso. Nulla è più repugnante dell'obesità.
Aquilino cominciava ad essere un po' atterrito, e l'ora in cui il cameriere suonava i suoi timpani per la tavola gli coagulava la pepsina.
*
Fu proprio il lesso e l'arrosto la causa di una scena bruttissima: un disgraziato lesso che il marchese aveva cominciato a mangiare con fine appetito.
-- Ci vogliono denti di elefante a mangiare questo manzaccio -- disse donna Barberina.
(Proprio il marchese aveva grossissimi denti).
-- E un'altra volta non più lesso a tavola -- ordinò donna Bàrbera.
-- Sissignora, signora marchesa -- rispose il domestico.
-- Farete il lesso quando lo voglio io! -- tuonò come una bombarda il marchese Ippolito, verso il servo; e poi rivolto alla moglie:
-- E voi -- disse -- rispettate almeno il lesso, signora, chè vostro padre, in fondo, poi, ha fatto i milioni avvelenando mezzo esercito con le sue scatole di carne in conserva!
La marchesa ascoltò, non si mosse, sfoderò due occhi da basilisco che Aquilino non aveva mai veduto. Disse con una secchezza atroce: -- Fareste meglio a starvene tutto l'anno fra i villani o a non uscire dal sudiciume del vostro studio.
Il marchese ascoltò come estàtico, parve mandar giù in gola qualche cosa che gli veniva su; e non replicò.
Successe un gran silenzio, ed Aquilino, si vide solo a tavola, col cameriere idiota che con lo spazzettone liberava automaticamente la tovaglia dagli abominevoli avanzi del santo pane.
CAPITOLO XV.
Nella comica torre di Albraccà.
-- Caro maestro -- disse il marchese incontrando Aquilino, -- l'altra sera a tavola mi sono lasciato trasportare. Ma sarei dispiacente che voi aveste frainteso. Venìtemi a trovare nel mio studio. Voi ci potete venire in due modi: _palam vel clam_: ma se ci venite _clam_, sarà meglio. Sono ottantasette scalini, di cui ventinove appartengono ad una scala a chiocciola.
Fu così che Aquilino entrò _clam_ nello studio del signor marchese, cioè nella torre di Albraccà.
Tempo era di primavera; e dai finestroni aperti l'occhio correva sull'ampia distesa dei tetti. Ma anche lì, nel mondo dei tetti, la natura riprendea l'universale suo impero, anche lì, a suo modo, fioriva la primavera, piccola primavera silenziosamente.
Il sole, entrando a ondate d'oro, suscitava la vita anche da certi canterani scuri di antica melanconia, ricolmi di libri, libroni, libracci. Altri libri stravacavano sul pavimento e si arrampicavano sino al soffitto. Un leggìo, come nei cori delle chiese; e alle pareti, vecchie armi: partigiane, alabarde, alte spade dall'elsa a trafori; una corazza ageminata.
Il marchese stravacato anche lui in una enorme poltrona, non si mosse; prima perchè era stravacato, secondo perchè era occupato a sospingere da una pipa buffi di fumo azzurro dentro il fascio della luce solare; terzo perchè nella mano sinistra teneva un bastoncello sul quale era posato un uccellino.
Tuttavia allungò verso Aquilino l'indice e il medio della mano destra e diede il benvenuto.
-- _Passer domèsticus_ -- disse accennando all'uccellino -- : così definiscono i naturalisti: ma io direi _passer idiota_, inquantochè segue l'uomo. A questo qui dico: Va fuori, vola! E lui resta qui. Dunque vi volevo dire (oh, ma accomodatevi) che realmente fra me e la marchesa esistono alcune divergenze, le quali però non impediscono il buon accordo. Io, per esempio, ho in testa una selva forse di gufi, di girfalchi, e forse anche qualche usignolo. Ma la marchesa preferisce la musica del Conservatorio! Io cerco la verità nuda ed amara, e la marchesa pudicamente la ricopre con pizzi, merletti, con amabili _bibelots_, o bamboccini che dir vogliate: la raddolcisce con tutte quelle cosine dolci che avrete notato per casa. Io sono storico e la marchesa è politica. Che cosa è la storia? La politica di ieri. Che cosa è la politica? La storia di oggi. Senonchè io coi morti della storia vado d'accordo. La marchesa non conosce la storia, ma va d'accordo benissimo coi vivi. Io amo qualche volta contemplare il corso delle stelle: la marchesa preferisce di osservare i corsi del listino di Borsa. Ella è positivista, pure coi _bibelots_ e le violette candite; io, pur con la mia nuda ed amara verità, temo di essere un sognatore.
A questo punto il marchese si arrestò.
Si levò faticosamente in piedi, tolse da un armadio una bottiglia, e disse: -- Questo è un vino che potrebbe raccontare istorie di altri tempi. -- Volle sturare lui stesso, ed il tappo saltò provocando un'uscita lieve di gas: parve l'esalazione dell'anima imprigionata del vino: poi versò in due coppe di antico vetro, sottile, a rabeschi.
-- Bisogna, badi, _chopiner theologaliter_, cioè a sorsettini.
Aquilino bevve _theologaliter_, e potè notare che, oltre alla collezione di vecchie armi, vecchie pipe, vecchi libri, esisteva anche un archivio segreto di vecchie bottiglie, da cui il marchese estraeva la verità teologale.
-- Perchè -- disse sdraiandosi di nuovo, -- le cose stanno così: il nostro secolo è sotto la speciale costellazione del dio Mammone! Io, marchese Ippolito di Torrechiara, posso dolèrmene; ma non posso distruggere l'influsso del dio Mammone. Perchè.... -- e si voleva alzare ancora come chi cerca qualcosa.
Aquilino si offerse; ed il marchese disse: -- Allora togliete quel libro che sta sul leggìo.
Aquilino tolse. Era un libro legato in vecchio cuoio con molti nastri di sargia pendenti; e come il marchese lo aperse su le sue ginocchia, apparvero nella pagina gialla nitide ottave.
-- Perchè io -- disse puntando il dito e l'unghia sopra un'ottava -- posso approvare quello che dice il paladino Orlando in difesa del nobile mestiere delle armi:
Ogni gentiluomo naturale Viene obbligato, per cavalleria, Di esser nemico ad ogni disleale, E far vendetta de ogni villania.
Ma a patto di possedere Durlindana, la spada miracolosa che spezza i monti e taglia a fette i marrani; altrimenti si rimane pesti e buffi come Don Chisciotte. Io ammiro ciò che dice il prefato paladino Orlando:
Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento Non m'avria fatta mai il brando cavare.
E quando Orlando arriva ai giardini della fata Morgana, sapete, maestro, perchè riesce a vincere tutti gli incanti? Perchè Orlando non si lasciò affascinare dall'oro.
Giunse alla porta che guarda ricchezza Che non cura Vertute o Gentilezza.
Ciò è verissimo. Ma quei paladini andavano su cavalli fatti di vento, dormivano sotto le stelle, non conoscevano le questioni economiche. Oggi, invece, l'uomo povero non possiede realtà nemmeno morale. E il popolo dice, _Guardalo bene, guardalo tutto, l'uomo senza danar quanto è mai brutto!_ La marchesa, naturalmente, risente del secolo in cui vive: suo padre è un abilissimo industriale, checchè altri ne dica; e la figlia è un'eccellente amministratrice: una donna, sotto quest'aspetto -- vi garantisco -- di primissimo ordine, perchè se dovessi amministrare io.... Non ne parliamo perchè la prima cosa è riconoscere la verità. Mentre, dunque, sotto questo riflesso io riconosco i meriti della marchesa ed ho abdicato con riconoscenza alla sovranità materiale della casa, non vi nascondo che alla sovranità morale non intendo abdicare, e non potendo diversamente, me la tengo per me. Da ciò molte piccole divergenze. Alla marchesa piace troppo il protocollo esteriore. E molte volte le ho detto: troppa proiezione borghese nella vita! Il popolo vede, e come dice il proverbio, _al contadino non ci far sapere quanto è buono il formaggio con le pere!_ Ed il popolo può dire: «Io adoro Mammone al par di te, e allora perchè tu sì, ed io no?» Guardate che è un bell'argomento! Io lascio, concedo, permetto che lei tenga una specie di corte politico-letteraria: ma io mi credo libero di non partecipare. È una _ménagerie_ di ventrìloqui, scusate il paragone. Ripetono le ultime voci di Francia o di Germania; quel senatore pontìfica beato nella rocca forte del suo sistema. Delle donne non parliamo, perchè io sono cavaliere. Trovo più interessante questo passerotto. La conseguenza di tutto questo è che madama ed io siamo come due ospiti sotto il medesimo tetto, e viviamo con quella correttezza che è un dovere dell'ospitalità. Qualche volta però avvengono piccoli corti circuiti, come l'altra sera. Dove posso, mi sforzo di accontentare la marchesa: ma non sempre mi è possibile. La marchesa avrebbe desiderato che io percorressi la via degli onori nelle cariche pubbliche e che, quanto meno, avessi posto la mia candidatura al laticlavio. Ma in primo luogo, io, marchese Ippolito di Torrechiara, non sento affatto il bisogno di un democratico titolo di «onorevole» davanti al mio nome: in secondo luogo non posso abdicare alle mie idee. Di preciso non saprei proprio dirvi quali siano le mie idee in materia di politica; ma piuttosto repubblicane. Onoro, rispetto, mi inchino alla casa Sabauda. Ha avuto molte _bonnes chances_. Forse troppe _bonnes chances_! Ma ha dovuto firmare troppi compromessi, accordarsi con troppa gente, e gentuzza. _Vivere est necessarium!_ Capisco. Ma io sono io, marchese di Torrechiara.
*
Veramente la ragione per cui Aquilino era salito volentieri su la torre di Albraccà non era tanto per conoscere le verità e le opinioni del signor marchese e le sue divergenze con la moglie, ma per farsi dire il mistero del suo caro conte Cosimo; ma poi come era avvenuto? Che se Aquilino stava ancora ad ascoltare, correva il rischio di finire idiotizzato anche lui.
Ripensandoci però bene, dovette riconoscere che quello stravagante signore aveva gli occhi dolcissimi, e non «truci» come diceva donna Barberina.
CAPITOLO XVI.
Nella tragica torre di Albraccà.
Ma un'altra volta che Aquilino era salito alla torre di Albraccà, trovò l'uomo di un umore diverso: non citò Orlando; non fece le lodi delle qualità amministratrici della marchesa, non citò nemmeno, _io, marchese Ippolito di Torrechiara_. O aveva bevuto la verità ad altre fonti, che alla bottiglia; o non aveva bevuto _theologaliter_; o forse aveva ragione la marchesa: «uno stravagante». _L'uomo, essendo entro la verità, era fuori del liquido, entro cui sta immersa la vita: e per questo fatto i nervi rimanevano scoperti._
«Don Ippolito doveva essere -- pensò Aquilino -- uomo neurastènico.»
*
Ben è vero che nei giorni precedenti, all'ora del pranzo -- il solito! -- proprio l'ora in cui _la bufera infernal che mai non resta_ dovrebbe arrestarsi, era avvenuto fra lui e la marchesa un altro _corto circuito_: una cosa lieve, ma non perciò meno sgradita per lo stomaco, che in quell'ora non vuole seccature. E questa volta non era stata la parola _lesso_ o _arrosto_, ma la parola _virtus_, in latino, che in italiano vuol dire _virtù_.
Malauguratamente, Aquilino era stato la causa involontaria del _corto circuito_; ma se quel benedetto uomo fosse ritornato ancora in campagna, o fosse rimasto nella sua torre di Albraccà, la cosa non sarebbe successa.
Invece era lì ad assistere alla lezione di Bobby, e andava su e giù per la stanza, un po' assorto, tirandosi i baffacci rossi, e ogni volta che passava presso Bobby, gli accarezzava il parrucchino.
Aquilino, a gran dilettazione del marchese, faceva andare Bobby, cavallino ben domato, svelto, svelto, giù per le declinazioni, su per le coniugazioni.
-- _Mòrior_, _mòreris_ e non _morèris_ -- diceva Bobby. -- _Volo, nolo malo. Volo vis, vult._
Il volto del marchese era tutto illuminato.
-- Ha una memoria, ha una prontezza.... -- diceva Aquilino.
-- _Paparino_, _paparone_, sai? -- disse Bobby di botto. -- Con gli altri miei compagni, io detengo il _record_ dei verbi irregolari.
-- Ma pensi, figlio mio? connetti? rifletti? -- domandava lui. -- _In principium erat verbum_, cioè in principio c'è il verbo, _io penso_.
Buon uomo! Ma non sapeva che una delle qualità più spiccate di Bobby era non pensare?
-- Paparino, i Romani quanta più gente ammazzavano, tanto più erano forniti di virtù, _virtute praèditi_.
Questa sortita di Bobby disorientò lì per lì il marchese: ed allora Aquilino fu pronto a spiegare a Bobby come la parola _virtù_ aveva in antico un significato un po' diverso, cioè indicava più specialmente _le molteplici energie dell'uomo_.
-- Perfettamente -- disse il marchese, -- _virtus_ è la qualità specifica del _vir_. Un po' di latino mi ricordo anch'io.
Ma _vir_ vuol dire «uomo!» E Bobby sapeva alla perfezione il nome _vir_. Nome irregolare! -- Io sono un _vir_ e perciò io ho la _virtus_ -- diceva Bobby. -- Allora le donne, perchè non sono _vir_, non hanno la _virtus_! Io ho la _virtus_, ma tu non ce l'hai! La cameriera non ha la _virtus_, miss Edith non ha la _virtus_, mamà non ha la _virtus_....
Bobby si divertì quel giorno per casa con la _virtus_, come con un balocco.
*
A tavola, oimè, il discorso cascò sulla _virtus_; ed Aquilino, già sentendo nell'aria un odore di temporale, con molto tatto, con molta forma, spiegò la storia della parola _virtus_.
Ma il marchese, che poteva star zitto, volle parlare anche lui!
Donna Barberina aveva accolto, così e così, la spiegazione data da Aquilino, della parola _virtus_, uguale a _superiorità materiale_ dell'uomo su la donna. Pur troppo! Ma quando il marchese parlò, e volle spiegare che poi _virtus_ indicò la _superiorità morale_ dell'uomo su la donna, allora si formò il corto circuito.
Donna Barberina negava ogni genere di superiorità. Ma nessuna superiorità!
Il marchese cercava di condurre il discorso su le generali; e che Dante, e che Platone, e che Cristo erano di sesso maschile: e che nella storia non esistevano personaggi di tal fatta di sesso femminile.
Ma la marchesa accennava _ad personam_; a lui, poveretto!
-- Ma non parlatemi di superiorità! Nessuna superiorità.
«Al mio paese -- pensava Aquilino sentendo la voce della marchesa stridere, -- un materialone di marito picchierebbe, come al tempo di quel frate che inventò la cura con l'acqua benedetta».
Don Ippolito tacque allora; ma parlò dopo, nella torre di Albraccà.
*
Aquilino trovò dunque il marchese, nella sua torre di Albraccà, di umore detestabile perchè l'acqua benedetta la aveva dovuta ingoiare lui.
Non offrì nemmeno da bere.
D'altra parte nel cuore del giovane era come un bisogno di cancellare con un giudizio suo proprio il giudizio di condanna, sia pur lieve, ma inesorabile, che la marchesa aveva dato sul caro e buon conte Cosimo: «uno stravagante!» Pareva la condanna del mondo! Ed anche Pietro, l'apostolo, tremò davanti alla condanna del mondo, e disse ben tre volte che egli non era stato con Cristo, che non conosceva quel nazzareno chiamato Cristo! E Cristo non trovando altro espediente per guarire la viltà di Pietro, dovette ricorrere allo Spirito Santo: il quale scese bensì dal cielo nel giorno della Pentecoste ed illuminò i dodici apostoli: ma in misura non sufficiente per illuminare poi gli altri uomini.
*