La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Part 6

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Che ne sapeva lui di certa gran cronaca mondana? e dell'arrivo dei cavalli al traguardo? e di cotali accenni, talvolta, intorno al vestire muliebre, come di cosa gravissima, e quasi eleusina, per cui vedeva le signore compiere su di se stesse gesti lenti e quasi ieràtici? E quel chiacchierìccio, continuo come quello di Bobby, a spettàcolo continuato, come nei cinematògrafi, ma ad imagini mutevoli ad ogni istante, tanto che se ci avesse voluto azzeccare una parola non avrebbe mai fatto a tempo o avrebbe dovuto dire: «Fermi un momento, per carità»? E quell'ingannevole modo di ragionare per cui niuna cosa seria appariva eccessivamente seria; niuna cosa stolta appariva totalmente stolta? E l'inganno stesso della parola! Spesso scintillava il paradosso, ma erano paradossi addomesticati; spesso spumeggiava la parola, ma non era la divina ebbrezza; spesso erano fiamme, ma fiamme innocue come in su la scena.

Ah, il parlare era difficile come il tacere!

E se l'argomento era anche di sua competenza, o non sapeva come afferrarlo o gli sgusciava via come un'anguilla.

La guerra bandita dall'onorevole Luigi Luzzatti contro le figurine poco vestite, ecco un argomento di sua competenza. Ma ecco l'_arte_, la _morale_, la _bellezza_ ballare una tal ridda che Aquilino non sapeva se prender l'_arte_, o la _morale_, o la _bellezza_.

Ma già il ragionamento era scivolato via. La bellezza, la divina bellezza estasiava miss Edith.

Ah, il caso di quella dama, la quale si era recata a Parigi in un _Institut de beauté_, per farsi fare più estètico il naso! Oimè, durante il ritorno, il naso si era sgonfiato.

-- _Malheureuse!_ -- esclamò miss Edith.

-- Dunque, miss Edith -- aveva chiesto il poeta Emme con un fine sorriso e il monocolo ben incastrato nell'orbita --, dunque per lei, miss Edith, la bellezza è forse più importante della virtù?

-- _Yes! pour une femme, parce que la vertu n'a pas de visage._

Oh, la invereconda parola e come proferita!

*

Aquilino ci pensò per tanto tempo. Una giovinetta parlava così! Una istitutrice! Se lui avesse un figlio, mai avrebbe preso al suo servizio miss Edith. Cioè per lui sì, ma non per il figlio.

Ma tutti fatui quei discorsi! E avrebbe voluto avere tanta autorità per deridere e condannare tutto quel chiacchierìccio, quella maldicenza, quell'ipocrisia, quella vacuità.

Ma poi perchè deridere? perchè condannare?

La maldicenza vi era amabile, e si poteva anche chiamare reciproco compatimento; la ipocrisia era come una _toilette_ necessaria per nascondere le parti pudende del discorso; quella vacuità poteva parere come simbolo dell'enorme verità filosofica che tutto nel mondo è vano: e se quei vacui signori questo non dichiaravano, è appunto perchè nel gioco infantile del _perchè_, mai si deve pronunciare la parola _perchè_.

Forse sarebbe stata goffaggine plebea lo schernire.

E la stessa sentenza di miss Edith che gli parve così immorale, perchè immorale?

«La bellezza è tutto per la donna» -- questo, in sostanza, avea detto miss Edith.

E al suo paese -- or ricordava -- quella vecchietta che piamente si recava mattina e sera nel gran tempio, tutto isculto a sentenze, non soleva ripetere una sentenza consimile?

Soleva la vecchietta dire, ed ora Aquilino ricordava: «Quando una donna bella è, povera del tutto non è».

E nel tempio fra le sculte sentenze, questa vi era: _Quod est quod est? Ipsum quod fuit. Quod est quod fuit? Ipsum quod est._

Era lui che non sapeva. E leggere libri per imparare, non basta.

*

Certo miss Edith in quelle conversazioni non trasportava le sue qualità pedagogiche. Era molto vivace; e se non la avesse veduta bere acqua, Aquilino la avrebbe detta misteriosamente ebbra. Le sue grazie un po' esotiche, il suo parlare straniero attraeva. Dalle pupille di lei piovevano muti lunghi sguardi. Intimi colloqui or con l'uno or con l'altro: lungo ridere sonoro come in su le scene. Oh, il _flirt_! E col senatore più che con altri.

Il grosso uomo ne godeva come un gargantuà a cui è offerta delicata pastura.

E verso di lui?

Mai! Gli occhi di miss Edith verso di lui erano opachi come occhi di donna cieca.

E quando la sentiva ridere così, la malediceva dicendo: «Ah potesse venire anche per te l'ora tenebrosa!»

-- Ah, Nicce! Nicce! Nicce! -- suonava in ritmo dionisìaco la voce di miss Edith.

Aquilino odiava quel Nietzsche senza conoscerlo; e quanto al _flirt_, si sentiva capace di un apostolato contro questo inverecondo giuoco dell'amore.

Però come era elegante miss Edith, come adorabile nella sua semplicità.

*

-- Io credo -- disse ad Aquilino la languida poetessa -- che miss Edith ne parli più per snobismo che per convinzione. Ma realmente Federico Nietzsche è l'annunziatore.

-- Ah sì, molto probabile -- rispose Aquilino.

-- Lei -- fu sollecita la giovane donna a soggiungere -- forse lei crede che Nietzsche sia un pazzo o un perverso?

Il volto di Aquilino tradiva, in realtà, un candore così bello.

-- Oh, un santo! -- sospirò la giovane donna. -- Questo vecchio mondo imputridisce, e Nietzsche è il profeta dell'igiene del mondo.

Anche Aquilino non aveva troppa stima del mondo, ma quell'_imputridisce_ gli pareva eccessivo. Però, se le faceva piacere....

-- La grande creatrice della vita è la guerra -- disse la poetessa --, e soltanto un bagno di sangue farà sano il mondo.

Aquilino guardò con stupore quel dolce viso che proferiva così spaventose cose; sperò che la giovane donna mutasse discorso; invece, anche più fatale, ella proseguì così:

-- Ed allora avverrà che l'eletto incontrerà la eletta, e la fusione dei due esseri sarà così sublime che non rimarrà che la morte.

Oh, quale lugubre imagine! «Ma se l'eletto incontrerà la eletta, il meglio è continuare, e non pensare a morire.»

Questa era l'opinione di Aquilino, e la espresse nei modi più condecenti all'interlocutrice.

Ma la giovane donna lo riguardava pietosamente come l'iniziato ai misteri di Eleusi guarda il profano: -- Non si può concepire la vita dopo l'ardore della fusione.... -- disse ieraticamente.

«E si vada a far fondere» -- le rispose Aquilino in cuor suo.

-- Ed è necessario, -- ribattè colei -- perchè dalla fusione deve poi nascere il superuomo.

Se quella testolina non fosse appartenuta ad un'illustre poetessa, Aquilino la avrebbe consegnata per esame ad un direttore di manicomio. L'amore era per colei come un biscottino inzuppato nel sangue.

*

Ed anche donna Bàrbera come era meravigliosa!

Ma quella era un'altra donna Bàrbera! Non ne esisteva una, ne esistevano due. Come si metteva! Pareva una giovinetta! Quella testolina bruna con due diamanti così! E quella voce carezzevole come il flauto!

Parlava con tutti, e naturalmente di tutto; dell'_abùlico_, dell'_androgìno_, del _Parsifal_, di _Gotamo Budho_, del _dionisìaco_; e nel tempo stesso nulla le sfuggiva, e -- ohimè! -- neanche lui, Aquilino. E certe fuggevoli occhiate su lui parevano significare: «senta, lei è una brava persona, ma si fa un po' compatire. Sa un poco più _dégagé_».

*

Uno dei personaggi più ornamentali del salotto della marchesa era il senatore, quello delle _fandonie_.

Lo aveva visto due o tre volte in cattedra, e lo aveva inteso parlare di non so quali codici pergamenacei e cartacei, intorno ad un ignoto autore di antichi tempi. Lo aveva inteso anche leggere un poeta, ma con sì fatta voce che gli venne in mente -- per virtù del contrario -- il povero bibliotecario del suo paese, quando leggeva i poeti, chè gli si inumidivano gli occhi. Mai il povero bibliotecario del suo paese avrebbe saputo portare una camicia croccante e scintillante come quella che si sfoderava fuor dello _smoking_ del senatore. Eppure il bibliotecario del suo paese era anche lui un erudito: e leggeva i palinsesti e capiva bene le làpidi.

Si sarebbe creduto che un così autorevole senatore avesse preferito parlare di cose di somma saviezza. No! Preferiva parlare di cose mondanette, e ciò non senza un'amabile causticità. Le vesti, e i reggimenti, e gli ornamenti delle donne avevano in lui un espositore altrettanto dotto, quanto misurato e garbato.

Se avesse usato pari acume e lepore nelle sue lezioni, esse sarebbero parse meno tediose.

Quando però interveniva alcuna intricata questione, allora si ricorreva ai suoi lumi. Egli illuminava, e nessun vento, se non cortese zeffiro di fronda, si permetteva di soffiare sopra quei lumi.

La marchesa aveva presentato Aquilino a questo _magnifico signore_ come frequentatore «entusiasta» delle sue «interessantissime» lezioni.

Bugia di prima grandezza, che donna Barberina aveva proferito con un candore inimitabile.

-- Mi pare, mi pare, mi pare -- rispose quel personaggio; e quel _mi pare_ suonò con voce blesa, in fretta, come un: _mi pale, mi pale, mi pale._

Aquilino avrebbe voluto dire qualche cosa; per esempio, tornar sopra le fandonie di Muzio Scevola: ma quel _mi pare_ fu proferito in modo da far capire che se essi due, materialmente, si trovavano a pochi metri di distanza, realmente la distanza era sì enorme che era inutile parlare.

Ma perchè un tale sgarbo?

La marchesa aveva presentato Aquilino a quel signor commendatore che aveva _fatto la campagna_ contro il _de bello gallico_ di Giulio Cesare.

La parola di quell'altero signore era adorna e correttissima come le sue vesti; ma egli non fu corretto con Aquilino.

All'atto della presentazione, tirò un fendente con un'occhiataccia di traverso e aveva detto: -- Felicissimo!

Parve dire: _felicissimo quel giorno in cui le potrò fare del male._

Perchè poi?

Questo sgarbo tolse al giovane la voglia di venire a qualche spiegazione sugli esercizi latini e su Giulio Cesare.

*

Da alcun tempo si parlava nel mondo scientifico degli _elettroni_. Gli _elettroni_ non potevano non passare anche per il salotto di donna Barberina.

Mandar giù Nietzsche per opera di una languida donnina, era tollerabile; ma quegli _elettroni_, così difficili, no. Tanto più che a tutti parevano così facili.

Colse un momento di pausa e -- Signor senatore -- domandò --, ma noi sappiamo veramente che cosa siano gli _elettroni_?

-- Particelle elettriche, cioè gli intimi elementi dell'architettura dell'universo -- rispose il senatore.

-- E l'intima natura delle particelle elèttriche?

Questa seconda domanda seccò il senatore. Rispose:

-- Ma lei mi confonde il pensiero con la materia, la fisica con la metafisica!

-- Era una gloria dei nostri grandi essere insieme fisici e metafisici -- contraddisse Aquilino.

-- Ma no! ma no! ma no! -- disse il senatore con lieve moto delle spalle -- scusi: lei vive nel passato o nel presente?

-- Io non so -- rispose Aquilino -- se il tempo in cui vivo si chiami passato ovvero si chiami presente: ma so che l'anima è come soggiogata dalla paura di certi problemi, e quando noi diciamo che la materia è formata dagli _elettroni_, senza altro sapere, ci accontentiamo di troppo poco, perchè noi spostiamo, non risolviamo l'enigma.

-- Ma non esistono enigmi. E poi sa? chi si accontenta gode.

Ah, questa era insolenza!

-- E allora -- disse Aquilino -- si accontentava anche il filosofo peripatetico del tempo di Don Ferrante e di Donna Prassede quando diceva che _la materia ora è caos, ora è una selva, or massa, or peccato, ora tàbula rasa, ora prope nihil, ora neque quid, neque quale, neque quantum_, e per esprimere tutte queste definizioni con una sola parola, che la materia _est tamquam foemina_.

-- E sia contento anche lei -- disse con manifesta derisione il senatore. -- Quando io vado in treno elettrico, io mi accontento del dominio umano su la forza della materia, trasportata da una cascata alpina alle rotaie del treno. E non penso più in là.

-- Ed io, invece, penso più in là! -- rispose Aquilino.

-- Bravo e mi piace -- si udì allora una voce nel silenzio dell'uditorio.

Quel _bravo_ e quel _mi piace_ appartenevano al poeta Emme. Aquilino si volse. Il poeta Emme, ritto, nell'ampio ondeggiante sottano nero, detto or _stiffelius_, or _financière_, or _prefettizia_, sorgeva dietro alle sue spalle. Pareva dire dal ghigno del volto e dalla caramella nell'orbita: «Si batte bene, il giovanotto».

«Caro monòcolo, caro poeta -- disse in suo cuore Aquilino -- grazie. Ecco i poeti utili a qualche cosa».

-- Ma mi faccia il piacere -- disse il senatore al poeta Emme, -- che lei contraddice per semplice sport -- ; e si allontanò con le spalle, per un angolo di quarantacinque gradi da Aquilino. -- Lei sa meglio di me, caro poeta, che le fandonie metafisiche di quel signore non hanno più importanza se non come stìmolo del pensiero. È l'uomo che crea il fatto, e col fatto crea la verità, e perciò l'uomo è Dio.

-- Ma una simile opinione, signor senatore -- disse forte Aquilino -- fu già annunciata duemilacinquecento anni fa; e poi fu ritenuta fandonia, ed oggi ritorna verità. Sia pure! Ma può anche col tempo ritornare allo stato di fandonia.

-- Eh! -- fece il senatore -- cioè «eh! chi è l'audace che chiama fandonie le mie parole?» Ed il senatore fu costretto a girare di nuovo per quarantacinque gradi, intorno al suo cardine, sino ad incontrare il volto di Aquilino.

-- Ma sì, signor senatore! Ella sa benissimo che duemila e più anni fa, il sapiente Protàgora affermò quello che lei afferma, cioè che _l'uomo è la misura di tutte le cose, cioè che l'uomo è il criterio unico della falsità o della verità di tutte le cose_; cioè è Dio! Un Dio che trasporta anche la energia alpina alle rotaie; ma lui, come lui, non si porta bene in gambe.

Il nome del filosofo greco Protàgora non era evidentemente stato introdotto nel salotto di donna Barberina.

Un po' di sconcerto, un po' di malessere.

-- Ma lei con le sue paure e gli enigmi -- disse il senatore -- non capisce che mi manda la civiltà indietro?

-- Mie? Di tanti! Per esempio anche di Leonardo da Vinci. Leonardo da Vinci quando penetrò nella caverna dei misteri della natura, dichiara che fu preso da due sentimenti: _desiderio_ l'uno e l'altro, per l'appunto, _paura_.

Donna Barberina era su le spine.

Leonardo da Vinci era un personaggio presentato, conosciuto, e non si poteva trattarlo male.

E d'altra parte il volto del senatore esprimeva questa opinione intorno ad Aquilino: «Sa che lei è un bell'empiastro?»

Ma quel commendatore, che non aveva riguardo per Giulio Cesare, non ne ebbe nemmeno per Leonardo.

La parola _caverna_ detta da Aquilino, illuminò il di lui spirito; e troncò corto, dicendo al giovane: -- Tutto questo che lei dice, sarà benissimo: ma al tempo che gli uomini andavano in giro per le caverne. Lei, scusi, da quale paese viene? forse dal paese delle caverne?

Aquilino sentì tutto lo scherno di quelle parole. Gli formicolavano le dita per una gran voglia di creare il fatto e la verità, scaraventando qualcosa.

-- Signor commendatore -- disse --, lei mi domanda da che paese vengo. Io vengo da X...; ma veramente io sono originario da un povero paese in cima ai monti dove ci sono anche le caverne. Mio padre era medico in quel paese e mio nonno _idem_; e l'uno e l'altro, per ragioni professionali, erano al contatto continuo con il dolore umano. E siccome in quel paese non c'erano le lampade elettriche che ci sono qui, così avevano l'abitudine di guardare le stelle, la luna, il sole. E siccome i boschi, e i monti, e le caverne hanno certi loro aspetti paurosi, così essi sentirono e il dolore e la incommensurata paura delle cose. Io, da bambino, sono vissuto con loro, lassù. Quei miei vecchi, inoltre, non mi hanno lasciato in retaggio che la loro povertà. E se per effetto di essa sono venuto da lungi qui al servizio della signora marchesa, questo dichiaro e non me ne vergogno. E se le idee un po' semplici portate giù dalla montagna e dalle caverne sono sbagliate, cercherò qui, e con l'aiuto delle lezioni di lor signori, di correggerle e di emendarle.

Così parlò Aquilino; e le sue parole stridevano come un violino a cui fa accompagnamento un contrabbasso commosso.

Tutti ascoltavano, e donna Bàrbera pareva pur essa sorpresa che un suo servitore, a centocinquanta lire, suonasse, su di una vecchia ribeca, una musica di sua testa. Il _magnifico commendatore_ borbottava non so che voci, come, _poesia, poesia, poesia!_

*

La marchesa a cui quella partita di parole pareva già troppo pericolosa, fu pronta come nel giuoco del dòmino, a confondere le tèssere per preparare nuovo giuoco.

-- Scusate -- disse -- ma io rimango dell'opinione del senatore. Quando io vado in treno elettrico, non sto a domandare perchè va. _Il ne faut pas pousser la sagesse jusqu'à la folie._ D'altronde il treno elettrico non fa fumo.

Il senatore lodò la saggezza sempre notevole della marchesa, ed infine il discorso fu sviato.

La poetessa assicurò Aquilino dicendogli, in confidenza, che aveva ottenuto ottimo successo, esaltandosi con la umiltà.

Il giovane la pregò di credere che lui per l'affare degli elettroni riposava benissimo la notte; e poi volle ringraziare il poeta Emme del suo valido soccorso.

Ed aggiunse: -- Io avrei voluto approfondire, ma il senatore mi voltò le spalle....

-- Approfondire? Lei ha approfondito anche troppo!

-- Ho paura anch'io.

-- Il senatore non gliela perdona più.

-- Pazienza! Ma io sto in pensiero per la marchesa. Con l'amicizia che c'è fra loro, non vorrei che mi capitasse qualche brutto scherzo.

-- Già, perchè lei è alle dipendenze della marchesa....

-- Precisamente.

-- Per la marchesa, per la marchesa....

-- Dica....

-- Per la marchesa, la faccenda è complessa, e se crede, le spiegherò.

-- Faccia il piacere, mi spieghi.

-- Non qui: ci vedremo fuori. Qui anzi non si faccia vedere troppo a parlare con me. Non si è accorto che io sono, qui, un po' la _bête noire_?

-- Non mi pare.

-- Ma lei vede pochissimo!

-- Me ne persuado, ohimè, sempre di più.

*

Del resto poco gli importava, anche della marchesa.

Aveva visto gli occhi di miss Edith che si erano finalmente aperti sopra di lui.

CAPITOLO XIII.

La cura di Mitridate.

Aquilino andò in cerca di quel poeta per domandargli un poco di bùssola per navigare. Sentiva di essere entrato in mezzo a correnti marine; e la sua navicella, benchè tanto innòcua, si trovava sotto minaccia. Fors'anche qualche mina subàcquea. Già! _La verità partorisce l'odio, e l'osservanza partorisce gli amici._ Ma non sempre possiamo seguire le sentenze dei savî.

Trovò quel poeta di pessimo umore, e prima di farlo parlare di quello che l'interessava, lo dovette seguire per tutta la cucina del gran ristorante della letteratura combattente. «Guardate che pèntole! che intìngoli! E il pubblico, più la roba è sporca, più mangia. Ed io sèguito a fare dell'arte pura!»

«Dio, che male anche quello della gloria -- pensava Aquilino -- che muta in aceto quel poco di zucchero che ha l'uomo».

Forse era per questo che il vecchio bibliotecario soleva ripetere: _Dòmine dà mihi nesciri_

Santi numi, se tutti vogliono la gloria, come ci può essere posto per tutti?

Ma se Aquilino avesse cominciato questo discorso, chi sa dove sarebbe andato a finire! E perciò gli grattò un pochino di quella malattia, dicendogli che i poeti sono conosciuti, di solito, dopo molto tempo. Voleva dire, per non sbagliare, «dopo la morte».

Il poeta Emme era anche lui di questa opinione.

-- Lei dice -- domandò Aquilino -- che il senatore non me la perdonerà più?

Il poeta Emme crollò la testa come un medico che fa una diàgnosi disperata. -- Però senta: c'è un rimedio: donna Barberina l'ha mai spedito a sentire delle conferenze?

-- No -- rispose Aquilino, meravigliando.

-- Oh, la spedirà! Bene: il senatore deve tenere una sèrie di conferenze. Lei vi assiste, fa la relazione, e loda in modo particolare _la grazia, il sentimento, il profondo intuito del bello_.

-- Cioè quello che non ha.

-- Già! E lo vuol lodare per quello che ha? Lei firma i soffietti e ci penso io a far pubblicare.

-- Non mi garba, -- rispose Aquilino. -- E poi senta: io mi sono inscritto in lettere, perchè la marchesa ne ha fatta una questione. Ma scusi: è letteratura italiana quella che fa quel professore?

-- Ma lei ignora il mètodo! Per il suo professore, la letteratura è scienza, e per uno scienziato studiare Dante o una tignola, appiccicata a Dante, ha la stessa importanza scientifica. Naturalmente così nascono più tignole che Danti dalla sua scuola.

-- Quello che mi sta a cuore -- disse Aquilino -- è di non disgustarmi con la marchesa, almeno per due o tre anni. Dopo poi.... Ed io ho paura che quei miei discorsi dell'altra sera....

-- Ma no! -- disse il poeta. -- Lei si imagini di essere un cavallo delle scuderie della marchesa. L'altra sera lei ha fatto un salto, un po' selvaggio, ma un bel salto. Glielo dico io che non ho l'abitudine di lodare, fatta eccezione delle belle donnine. La marchesa si è sentita lusingata; tanto più che lei era quotato un po' male. Oh, ma ora si è piazzato.

-- Perchè quotato male? -- domandò Aquilino -- tutt'al più ero sconosciuto fra quei signori.

-- Lo dice lei: lei vi era molto conosciuto....

-- Ohimè! Ero illustre? E cioè?

-- E cioè si sapeva di lei che lei per esempio non conosce l'inglese, pronuncia maluccio il francese, non ha viaggiato all'estero....

-- Ohimè!

-- Viceversa si sapeva che lei distingue con molta attenzione il soggetto dall'oggetto; che lei fa molto conto del filar la lana, _domi mansit, lanam fecit_; che lei è un ammiratore di Muzio Scèvola; che in politica le piace la candidatura di Cincinnato....

-- Ma le mie lezioni! Quel Bobby è un chiacchierone.

-- E non solo Bobby; ma la marchesa, e specialmente miss Edith. In una parola, si sapeva che lei vuol nutrire l'ineffabile Bobby di midolla di leone, e che perciò miss Edith e donna Barberina devono sudare quattro camicie.... Scusi la metafora, perchè oggi le signore non portano più camicia....

-- Che?

-- Non lo sa che le signore oggi non portan camicia? Ma lei non sa niente! Dunque le signore devono sudare quattro camicie per impedire che Bobby faccia un'indigestione di midolle leonine. Insomma, lei passava per una balia di ottima costituzione fisica, di ottimi costumi, ma un po' grossolana, che può fare morire il pupo. Il senatore diceva, senz'altro, che il pupo cresceva male.

-- Ah, l'affare delle _fandonie_! -- esclamò Aquilino. -- Come sono suscettìbili questi grandi uomini. Tutto è di poco conto, per essi; ma guai a toccare la loro sacra epidèrmide!

-- Il commendatore, poi, -- disse il poeta Emme -- si divertiva a rappresentare lei come l'uomo primitivo, e diceva: «Da quali monti d'Abruzzo, marchesa, ha fatto scendere quel precettore?»

-- L'affare di Giulio Cesare. Idiota!

-- Un idiota di ingegno, perchè vuole arrivare e arriverà. La marchesa spesso ha preso le sue difese. Ah, vuol sapere il giudizio che miss Edith ha dato di lei?

-- Di me?

-- Sì, di lei. Che lei è a _pure-minded man_.

-- Che vuol dire?

-- Qualcosa come un _uomo ancora vergine_.

«Mi dovresti capitar sottomano», pensò Aquilino; e disse:

-- Allora è per questo che mi curiosavano tanto, in principio.

-- Già! Ed anche per un'altra ragione: che lei è un discreto giovane.

Aquilino arrossì.

-- Non arrossisca. Di bei giovani siamo in pochi, oramai.

Aquilino dopo un po' disse: -- Giacchè lei è tanto penetrante, mi cavi una curiosità: perchè miss Edith fa tutte quelle smorfie al senatore....

-- La interessa miss Edith?

-- Mi interessa...? Mi fa rabbia vedere tutti quei complimenti a quell'uomo....

-- È cosa semplice. Sollètica un poco l'ombellico al grosso ippopòtamo perchè desidera di ottenere una cattedra di inglese nelle nostre scuole.

-- Infatti miss Edith, è istruitissima -- disse Aquilino.

-- Una deflorata -- disse il poeta.

-- Sarebbe a dire?

-- Una deflorata a tutti gli spìgoli dell'intellettualità.

Aquilino stette un po' stupito alla strana definizione. -- A me pare intelligente -- disse.

-- Intelligenza delle donne -- disse il poeta.

-- Sarebbe a dire?