La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Part 5

Chapter 53,736 wordsPublic domain

Aquilino stesso si trovò maravigliato del suo entusiasmo per la virtù. Ma la virtù delle incomparabili estremità di miss Edith, che si intravvedevano benissimo sotto il tavolo, davano ad Aquilino i furori eroici, specialmente in confronto delle virtù della Vergine Camilla, della Vergine Clelia, della Vergine Virginia che, forse, andavano scalze.

Bobby invece si interessava piuttosto di sapere come aveva fatto Muzio Scevola a tenere la mano sul fuoco, e se era vero che i Romani mangiavano rimanendo sdraiati, e se era vero, oibò!, che mangiavano pigliando dal piatto con le dita.

-- E la conseguenza -- veda Bobby -- di tutte queste virtù dei Romani è stata la conquista del mondo, dall'Oriente alla Britannia, che è l'odierna Inghilterra!

Allo scoppiare di questo epifonèma, Bobby osservò che le virtù dei Romani dovevano essere passate, almeno in misura doppia, negli Inglesi, in quanto che gli Inglesi possedevano adesso un impero che era il doppio di quello dei Romani.

-- Pensi che Cesare è sbarcato in Britannia! -- disse allora Aquilino con voce gravida di minacce, sperando di commuovere miss Edith. Ma miss Edith non si commosse.

Bobby però scattò e protestò vivamente. -- Nessuna forza del mondo può invadere l'Inghilterra!

All'interruzione, la mano di miss Edith si levò: -- Bobby, quando il maestro parla, voi non dovete parlare.

Ma la pupilla di lei ravvolse il fanciullo di un lampo di tenerezza.

*

Quando però la presenza di miss Edith mancava -- e nelle belle giornate invernali mancava spesso -- le lezioni cadevano in tono molto minore.

Fu lo stesso Bobby che fece osservare la cosa al maestro.

-- Quando c'è miss Edith, lei fa la lezione che assomiglia al poeta Emme, nostro amico di casa, quando tiene le conferenze. Solo ci manca lo _smoking_ e la gardenia.

Il miserabile Bobby! V'erano momenti in cui Aquilino era preso da Bobbyfagia. Lo avrebbe strangolato!

E non solo cantava meglio, ma anche ammutoliva in presenza di miss Edith, come in quel mattino invernale che miss Edith era apparsa nello studio e scomparsa, subito. Ella tornava dal suo sport preferito, con donna Bàrbera: il pattinaggio. Ella e la marchesa erano brinate come mandorli in fiore: la chioma era chiusa entro un berretto di vaio; un robone candido scendeva, deliziosamente goffo, sino alla caviglia. Dalla mano di miss Edith pendevano i lucidi pattìni d'acciaio. Sul seno, rame di calicanto. Acciaio e gelo e fiori del gelo!

Era apparsa e scomparsa, insieme con donna Bàrbera.

Ma rimanevan lì, nello studio, da sottili vasi, altri rami di calicanto, il fiorellino dal penetrante profumo: il fiore del gelo. E quel profumo continuava l'imagine di lei, di loro, le belle femmine.

La volontà della marchesa rinnovava fiori nei vasetti, violette candìte nelle scatolette. Sul davanzale della mamma, invece, fiorivano le viole a ciocche secondo lor tempo, cioè in primavera; lì in ogni tempo!

Fuori scintillava la fredda neve crudele; e la miseria batteva i denti: ma lì era il tepore, lì i fiori, lì le dolcezze, lì ogni sensazione piacevole.

Forse questa era la virtù di donna Bàrbera: non sentire, non far sentire attorno a sè -- nel trànsito della vita breve -- la mortificazione della verità.

E le virtù dei Romani, allora? Allora tutti i valori della vita mutati?

-- Professore, andiamo avanti o stiamo fermi? _Duabus, ambabus_.... In latino è tutto _abus et orum et arum, e bellum e bella_! Se non ci fosse questo latino, andrei al pattinaggio anch'io.

Ma Aquilino aveva un'aria triste e non sorrise. -- È vero, Bobby -- domandò lentamente -- che lei non si lava al mattino con l'acqua fredda?...

-- L'acqua fredda non lava bene -- disse Bobby.

Non sapeva perchè; ma ad Aquilino fioriva nella mente questo intercalare di mamà: _Ha paura di toccare col dito l'acqua fredda._

Come era lontana mamà, e che viaggio aveva fatto lui: altro che trecento chilometri!

CAPITOLO XI.

Muzio Scevola e compagni.

Una mattina Bobby, con aria di grande letizia e soddisfazione, la incominciò lui la lezione, e per l'appunto, così: -- Professore, mi dispiace di dovèrglielo dire; ma lei mi fa perdere il tempo ad imparare tante fandonie. Ed io perchè devo studiare le _fandonie_?

-- Sarebbe a dire?

-- Ma tutte quelle sue storie di Muzio Scevola, di Fabrizio, di Cincinnato non sono vere _niente del tutto_. Sono tutte fandonie!

-- E chi glielo ha detto? -- domandò Aquilino turbatissimo.

-- Lo ha detto il senatore X..., e se non lo sa lui che è professore all'Università ed ha la fabbrica di tutti gli altri professori, chi vuole che lo sappia? Se Romolo, se Camillo, se Muzio Scevola, se Lucrezia e compagnia bella non sono mai nemmeno esistiti, perchè devo io studiare la storia di gente che non è mai esistita?

Aquilino a queste parole fece un rapido esame di coscienza. Realmente, egli poteva avere rappresentato con troppa evidenza drammatica la storia di Romolo, di Muzio Scevola, di Fabrizio, di Camillo; e quanto a Lucrezia, a Cornelia, a Virginia aveva forse tenuto conto più della presenza di miss Edith che del minuscolo Bobby. Ma per Dio, _fandonie_, ah questo poi...!

Ma Bobby dolentissimo, anzi felicissimo, non si mosse dalla parola _fandonie_; precisò anzi tempo, luogo, azione: cioè ieri l'altro sera, venerdì; il salotto di mamà, presenti tutti: _Oh povero bebi,_ -- gli avevano detto -- _ti fanno ancora imparare tutte queste fandonie?_ E poi c'è dell'altro, sentirà.

-- Anche dell'altro? Ebbene, senta Bobby, -- disse Aquilino levandosi in piedi con un grande convulso -- le dispiacerebbe sentire se la sua signora mamma può ricevermi per un momento?

Bobby non domandava di meglio. L'ostruzionismo delle lezioni era una sua specialità. E corse di là.

«_Manigoldo!_» -- fremeva Aquilino. -- _Ecco la riconoscenza per tutto quello che faccio! «Fandonie!»_

Poco dopo Bobby ritornava tirandosi a rimorchio la mamma e anche miss Edith.

La marchesa capì al primo sguardo che Aquilino bolliva col coperchio chiuso, e per quella squisitezza che era tutta sua, parlò così: -- Bobby non le ha raccontato che imperfettamente, cioè a modo suo. Tutti, anzi, (la marchesa si riferiva ai personaggi dei suoi ricevimenti) sono rimasti _enchantés_ dei progressi fatti da Bobby, ed il senatore non meno degli altri. Ma purtroppo Bobby è un _farceur_ incorreggibile, e si è messo, ier l'altro, a far la parte di Muzio Scevola quando stende la mano sul fuoco. E poi l'altra scena quando il re Pirro tira la tenda e fa venir fuori l'elefante con la proboscide per spaventare il virtuoso Fabrizio. E infine Orazio che butta a terra i tre Curiazi. Impossibile non ridere. Da questo punto Bobby non c'entra più ed entrano in scena altri personaggi: insomma si accese un poco di discussione intorno a Roma antica, ed il senatore -- suo professore, del resto -- che, come lei non ignora, è una autorità del genere, ha fatto osservare che i primi sècoli di Roma sono _fole ampiamente dimostrate insussistenti_ dalla critica tedesca....

-- Io ho inteso _fandonie_ -- interruppe Bobby -- ; e che non si spiegano più nei ginnasi. I miei compagni non le studiano, e non le voglio studiare nemmeno io!

Evidentemente Bobby era, per intuito, seguace della teoria del minimo mezzo.

A questo punto intervenne miss Edith. Ella aveva con sè due manuali scolastici di Storia Romana in uso nelle scuole italiane, e con un _Please, sir_, rivolto ad Aquilino, gli sottopose il fatto che anche la pedagogia italiana, uniformandosi al metodo tedesco, aveva soppresso quei _fabulous tales_.

Ah, era quello il bel frutto delle sue drammatiche lezioni sull'anima anche di miss Edith?

-- Infatti, signorina -- rispose con calma e seguendo su le pagine il dito di miss Edith, che sfogliava quei manuali -- infatti lei ha ragione. Nei nostri libri di scuola queste leggende sono appena accennate. Lei ha perfettamente ragione.

Ma qualcosa gli ribolliva oramai, più forte che l'affare delle _fandonie_.

E si ricordò quando due o tre ragazzacci studenti -- ai quali Aquilino teneva un po' bordone -- si divertivano nella libreria, sempre vuota, della sua città, sì che si poteva anche urlare, ad abolire, nel nome della scienza e della critica, proprio Lucrezia, e Muzio Scevola, e Fabrizio e Camillo; e un po' anche i dieci comandamenti; e un po' anche qualche altra cosa; giacchè quando si può togliere un mattone, niente vieta di togliere il resto. E il buon vecchio del bibliotecario non si sdegnava per quella giovinezza; e spesso li chiamava vicino a sè dicendo tutt'al più: -- _Venite qui, filosofi dell'abbicì._

Ora dunque gli tornarono a mente le già derise parole del buon vecchio, quando difendeva l'_antica sapienza italica_ contro gli _oltramontani_, come lui usava di esprimersi.

-- Sinceramente, -- disse Aquilino, moderando se stesso -- se il signor senatore è positivista per uno, io sono positivista per due. Della storia romana io me ne.... Ma mi secca, sa, signora marchesa, passare per.... Ma cosa vuole che importi se Romolo, se Lucrezia, se Muzio Scevola, se Fabrizio sono esistiti sì o no? e se la critica storica li ha aboliti? Quello che il signor senatore e tutti i suoi (voleva proprio dire _mardochei_) non possono abolire, è Roma e il suo imperio che esistette realmente. E il fondamento di Roma sta tutto qui; in questi miti: in Romolo che, morendo, annunzia che Roma sarà capo del mondo; e perciò siano coltivate le armi; in Lucrezia che muore perchè dal suo esempio nessuna donna romana divenga impudica; in Muzio Scevola che afferma, _civis romanus sum! fàcere et pati fòrtia romanum est_; in Fabrizio la cui virtù è molto spaventevole, miss Edith, perchè dice a Pirro, che lui non vuol l'oro, perchè vive con una rapa, ma gli piace comandare a quelli che posseggono l'oro. Questo è il terribile mito della disciplina di Roma! E quanto all'Orazio che distanzia, divide e poi abbatte i Curiazi, la cosa è molto più seria che non sembri, perchè quella di Orazio è stata sempre la tattica di guerra che ha finito per vincere in tutti i tempi. Sì, caro Bobby, Muzio Scevola, forse non è mai esistito; e sa lei perchè? Perchè non ne è esistito uno, ma molti! E se nei libri di scuola italiani, signorina Edith, le leggende di Roma, come lei mi dimostra, sono state _depennate_, io come italiano, ne arrossisco, e peggio per noi!

Aquilino così parlando, ebbe la sensazione interiore di essere bello. Ne vedeva il miràglio nella attitudine un po' nuova e un po' sorpresa delle due donne.

La marchesa fu la prima a parlare: fece anzi il suo bel risolino e -- Lei dice bellissime cose -- proferì --, ma un po' di colpa è anche sua: se lei fosse venuto alle nostre conversazioni, avrebbe potuto far valere con quei signori queste sue ragioni, meglio che con noi. Quanto a Bobby, se lei crede, noi stiamo ai programmi governativi, nevvero?

-- Ma si figuri, signora marchesa, (e voleva proprio dire: _io lego l'asino dove vuole la padrona_).

Bobby saltava dalla gioia: -- Allora non li studio, allora non li studio più i Muzio Scevola. Mamà, di' allora al professore anche quell'altra cosa....

-- Ma no, una sciocchezza, Bobby....

Aquilino si ricordò che Bobby gli aveva detto che c'era «dell'altro» oltre alle _fandonie_; e pregò la signora marchesa di volerlo chiarire anche su quest'altra cosa; tanto più che Bobby insisteva con un: -- mi riguarda direttamente!

-- Allora si tratta di questo -- disse la marchesa --, cioè del libro di testo degli esercizi latini che lei ha scelto e che non corrisponde precisamente al libro che è stato adottato nei ginnasi pubblici.... Se lei ricorda, noi eravamo intesi di uniformarci alle scuole pubbliche, nevvero?

-- Ma io ho scelto il migliore libro di esercizi, signora marchesa....

-- Non ne dubito....

-- E allora?

-- Allora le dirò: un nostro buon amico, assessore del comune per le scuole, un uomo molto abile, molto influente, uno -- in confidenza -- che vuole arrivare alla deputazione politica, il _leader_ del nostro partito, lo avrà inteso nominare, il commendator X....

-- Mai inteso nominare. Ebbene? -- domandò Aquilino.

-- Ecco: sempre venerdì, a proposito di quelle storie di Roma, il commendator X.... domandò a Bobby quale testo di esercizi latini adoperava, e Bobby glielo disse. Proprio a proposito di quel testo il commendatore aveva fatto una campagna abbastanza vivace per abolirlo perchè in esso si parla troppo di guerre, di conquiste: tutti esercizi sulle guerre....

-- Tutto _bellum_, _bellum_, _bellum_ e _bella_ e _bellicosus_ -- saltò su Bobby -- persino _foeminae Scytarum sunt bellicosae, e interfecerunt et deleverunt et strangolaverunt_.

-- Zitto lei -- disse la marchesa. -- Il commendatore X.... ha osservato che per i giovanetti tutti questi esempi di guerra non sono morali; infondono anzi lo spirito del litigio, della sopraffazione nei popoli; e che pur dovendosi mantenere il latino nelle scuole, era consigliabile un testo che esaltasse, invece, le virtù civili, la giustizia, la concordia, la fratellanza. Anzi pare che voglia provocare dal ministro competente una circolare in proposito: abolire anche il _de bello gallico_ di Giulio Cesare, o almeno ridurlo a quei passi dove non si ragioni di guerre.

Aquilino cadeva dalle nuvole.

-- E poi l'altro testo di esercizi che hanno i miei compagni delle scuole è più facile -- disse Bobby. -- E anche in italiano hanno un'antologia più facile: tutti bei raccontini, _Cecco grullo_, indovinelli, poesiine....

Aquilino avrebbe strangolato addirittura Bobby.

-- Ma non è più latino, signora mia! -- esclamò Aquilino. -- Del resto, sinceramente, mi spiegherei questo pacifismo se il commendatore X.... fosse un socialista, ma per il capo del partito monarchico questo modo di vedere mi pare un poco strano....

La marchesa sorrise: -- E intanto il commendatore X.... per questa sua campagna, ha ottenuto elogi molto significativi dalla stampa socialista, dalla stampa radicale. Sa? La verità è una cosa, e la politica è un'altra.

-- Capisco (cioè, _non capisco niente_, voleva dire). Oh, io sono disposto a mutare gli esercizi fin che lei vuole. E noi, caro Bobby, leggeremo in italiano la novella di _Cecco grullo_. Al mio paese conosco un cameriere, un curioso tipo, che ne fece una bellina ad un avventore. Questo era un gran signore, e gli disse: _Sì, questo vino è buono, ma un po' troppo spiritoso. Ho paura di non poterlo digerire. Non avresti del chianti più leggerino, più delicato? Subito, signor conte_, perchè al mio paese o danno del conte o del poverino. Porta via il fiasco, va in cucina, si mette il collo del fiasco in gola, beve la metà del vino, poi ci schizza dentro un sifone di acqua di seltz; e, _Ecco il chianti che lei desidera_. L'avventore lo trovò di suo gradimento e pagò senza fiatare quattro lire invece di due. Era mezzovino e non vino. E così io, signora marchesa, se lei desidera, le posso mutare tutti i Romani in tanti padri Cristofori del Manzoni. Ma onestamente la preavviso che non sono più Romani, (ma _Romani evirati_, voleva proprio dire, perchè era proprio fuori della grazia di Dio, evirati come il suo buon amico, _leader_ del partito monarchico).

Ma la marchesa col suo sorrisino già faceva molto ben capire ad Aquilino che si era spinto un po' troppo in là con quella volgare comparazione paesana. -- La prego, la prego -- come un -- _la prego, si calmi_. Lei è molto giovane, -- aggiunse poi -- ed i suoi entusiasmi sono belli; ma creda, in questo, come in tutto il resto, è questione di forma. _La forma!_ Venga, venga il venerdì alle nostre conversazioni. Il vivere un po' nel mondo vedrà che le smusserà certi angoli senza che lei se ne accorga.

Aveva un tono quasi di superiorità materna, donna Barberina!

*

_Oh, cara mamà,_ -- scriveva Aquilino a sua mamma -- _tu mi mandi magliotti e calze di lana. Ma sapessi come fa caldo qui, anche d'inverno! Anche troppo, tanto che si sentono dei brividi di freddo. Si mangia bene qui, ma sapessi quanta voglia mi viene di una di quelle minestre di ceci o di fagiuoli, che sai fare tu! Sembravano ordinarie, e invece...._

CAPITOLO XII.

Il salotto della marchesa.

Nel tempo che Aquilino era assai giovanetto, e che fra l'avemaria e l'ora di notte, la sua piccola città si addormentava, egli pensava talvolta come invece doveva esser beata la vita in quelle città, dove sui teatri splendenti rècitano e càntano gli uomini e le dee; e non il teatro dei burattini con quelle due candele di sego. E dove specialmente vi sono i club e le conversazioni. E non le veglie, dove le donne vi si avviano con lo scialle, e lo scaldino sotto il zinnale: ma quelle conversazioni scintillanti, dove un servo in livrea annuncia conti e contesse; e vi sono quegli angioli con le trecce, fra cui un giovane di spirito può trovare anche una dote. O felicità, essere presentato in quei luoghi!

E qualche volta, nel suo letticciolo, sentendo avvicinarsi e lontanare il grido della guardia: «Sono le due, tempo sereno! Sono le tre, tempo nùvolo!», pensava che a quell'ora il signor conte Orloff usciva dal club, nelle sue pelliccie d'astracan, e tornava a casa in _rue d'Antin_, portando nel suo coupé, o una borsa d'oro guadagnata al baccarà, o un angelo di Parigi con la _toilette_ in _deshabillé_. Beato conte Orloff! Ma chi era il conte Orloff? Un personaggio conosciuto in un romanzo di Ponson du Terrail.

*

Ebbene, allora in sul più bello della giovinezza, Aquilino fu presentato nel salotto della marchesa, ma non provò tutte quelle soddisfazioni che si era ripromesso; forse perchè egli non era il conte Orloff. O forse perchè la miglior soddisfazione consiste non nel vigilare, ma nel dormire. Ben è vero che ai ricevimenti della marchesa non si ballava, non si facevano simpòsi. Tutt'al più simpòsi intellettuali: ed una delle più ambite soddisfazioni della nobile signora era quando un qualche personaggio qualificato, di trànsito per la città, facesse scalo ai suoi venerdì.

E non solamente non provò soddisfazione; ma trovò che navigare per quelle sale era difficile. Ma la marchesa aveva fatto capire che desiderava che lui navigasse, e _desiderare_ era un verbo uguale a volere.

Sperò di farci buona figura, ma capì sùbito che era molto non farci cattiva figura.

Ma cosa saltò in mente al cameriere di annunciarlo con: _il signor professore?_ «Ma no, buon uomo. Uno della casa come te: tu strofini i pavimenti, io la testa di Bobby».

Eppure non bastava quell'ampolloso annuncio a spiegare l'attenzione di cui era fatto segno.

«Io devo avere addosso qualcosa di speciale -- pensò -- perchè tutti mi ossèrvano». Eppure la cravatta era a posto e quell'abito nero conveniva bene alle modeste sue qualità di precettore.

Parlare? Adagio Biagio! Allora tacere. Ma anche tacere presentava inconvenienti.

In verità in lui era qualcosa di speciale; cioè alcune cose gli erano in più, e alcune cose in meno: il braccio sinistro gli era in più, perchè la mano, lui, non sapeva dove collocarla. La sua pronuncia gli era in più, e la avrebbe scambiata con un po' di più snella pronuncia francese.

Una carta topografica per evitare certi scogli a fior d'acqua, ecco una cosa in meno.

Egli trattò alla semplice alcuni signori presentati col nudo cognome. Ma quel nudo cognome voleva anzi dire, _illustre_, o già _stato illustre_ o _in via di diventare illustre_.

Più soggezione gli davano le signore, benchè fossero tanto gentili. Ma che brutta abitudine avevano quelle signore, quando gli parlavano, di venirgli a parlare sì da presso da sentirne il fiato in bocca!

Allora invece di essere sciolto, e ridere, e parlare anche lui, si impietriva in una serietà precoce e dolorosa. «È inutile; è perchè sei tìmido», gli diceva una voce di dentro. «Non è vero -- rispondeva lui a quella voce --, non è perchè sono tìmido». Era perchè egli vedeva nella donna qualcosa, che è proprio della donna, che derideva la sua costumata giovinezza maschile. E quando anche ragionavano di alcuna grave questione, gli pareva che quella tal cosa pur sorridesse.

Ma le signore forse non si accorgevano di tutte queste complicazioni.

Per fortuna, a disimpegnarlo un po', c'era quella testolina sentimentale di giovane donna con la quale conversava quasi alla buona.

-- Lei conosce l'amore? -- gli aveva domandato.

-- Non ancora, signora.

-- Oh! -- aveva ella risposto con stupore, come dire: «lei ignora la grammatica del mondo».

-- Che vuole? C'erano state tante cose da pensare prima dell'amore: la colazione, i libri, l'affitto di casa....

-- Ah, io vivo nell'amore -- rispose la testolina sentimentale.

Aquilino le avrebbe anche chiesto qualche bonaria spiegazione come facesse a star sempre sott'acqua, nell'amore. Ma quando seppe che la era una gran poetessa, non ebbe più il coraggio di così semplici domande; ed allora imparò che non esistono soltanto gli uomini illustri, ma anche le donne illustri, e perciò la cautela nel parlare non è mai troppa.

*

Anche tutto quello che egli sapeva, cioè la sua intellettualità, era in più, perchè prevalevano altre intellettualità esotiche, le quali come correnti marine portavano lui lontano lontano sì che una nostalgia amara e nuova gli stringeva il cuore: «O cara Italia, come sei tu lontana!»

Gli parea anzi strano sentir talvolta nominare Dante e Leonardo da Vinci.

Più sovente ricorreva il nome di Gabriele D'Annunzio, di cui sapevano più cose che non ne sapesse forse quel poeta medèsimo. «Bisognerà che mi impratichisca un po' -- pensava -- di tutte quelle diavolerie di nomi stranieri; e anche di quel Leonardo di cui tanto si parla». Ma poi vi erano altri nomi, pur non stranieri, che gli davano un cerchio alla testa: che so io, _cerebrale_, _amorale_, _volitivo_, _androgìno_, _edonismo_, _idealismo_, _positivismo_, _buddismo_, _teosofia_, _futurismo_, _estetico_, _micènico_, _dionisìaco_, ecc.

E quando parlavano di politica, s'accorse di stare a bocca aperta ad ascoltare. «Gran Dio! Come è possibile che questi signori sappiano tanti segreti di Stato? E quelle confidenze così ciniche di uomini del Governo, che qui si ripètono, possono essere vere?»

*

Uno dei momenti di maggior impaccio era per Aquilino quando andavano in giro gli scintillanti vassoi con fini complicati beveraggi, con dolci e confetti. Cioè _gatô_. E non potere, come con Bobby, proclamare: «Si dice _dolci_, e non _gatô_». Prendere e lasciare in quei vassoi era ugualmente seccante. E allora si appartava, per disimpegno, presso qualche signore anziano un po' solitario, al margine -- per così dire -- della conversazione.

Quel signore canuto, alteramente in posa, con la fronte in contemplazione delle scarpe lustre, era quegli che pareva accogliere la sua solitaria conversazione con più deferenza. Senonchè cominciò ad accorgersi che quel signore aveva anche tutta l'aria di volere sottoporre lui, il professore della casa, ad una specie di esame generale.

-- Professore, -- gli avea chiesto -- ha letto l'ultimo articolo della _Revue des Deux Mondes_?

-- No.

-- Oh!

-- Lei ignora Debussy?

Aquilino rispose che ignorava Debussy, e si sentì guardare come se gli mancasse il naso.

-- Lei non ha letto l'ultimo romanzo di Bourget? Ah! Lei non ha visitato il _British Museum_? a Monaco non c'è mai stato?

-- Finora, no: ma spero di andarci.

-- Veda: il precettore del duca X.... conduce ogni estate i signorini, o a Londra o a Parigi.... Lei non ha mangiato il salmone del Reno _à la Richelieu_? Certamente avrà letto i romanzi di Abel Hermant....

-- No, signore.

-- Oh!

-- Le poesie di Mallarmé....

-- Nemmeno.

«Ma che precettore si è preso in casa la marchesa?», pareva dire quel dotto signore.

Ad Aquilino era venuto una gran voglia di rispondere: «Ho mangiato molte cipolle».

A quel signore balenava un felice sorrisino maligno, come avviene in un professore che sta per bocciare uno scolaro.

Aquilino pensava:

«Ho capito: qui è meglio dire di sapere tutto, di aver letto tutto, di essere stato da per tutto, di aver mangiato tutti i salmoni del Reno».

*

Ma vi erano cose di cui non avrebbe saputo dir niente.