La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Part 3

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E da giovane accorto e saggio, volle prendere informazioni. E non fu difficile. Quella signora era rimasta una settimana all'_hôtel_ grande; ed era una vera grande marchesa, _con un gran pennacchio indiamantato in cima alla testa, una gran borsa d'oro, una gran padronanza. Aveva un'automobile da far paura. Fra lei e quelli che eran con lei, la spendeva cento franchi al giorno come ridere. Ordinò, per due giorni di seguito, il pranzo per le sette, e tornò coll'automobile, tardi. Aveva già pranzato; e il pranzo preparato fu messo nel conto e la marchesa non fiatò_.

Ed Aquilino, dopo queste eloquenti documentazioni, non si preoccupò più della borsa della marchesa; ma della esistenza di tanta signoria, in questo mondo di tante miserie.

Ed allora, accompagnata da un biglietto del conte Cosimo, mandò alla marchesa una lettera che era un capolavoro.

-- Povero bimbo! -- aveva esclamato involontariamente il Conte, leggendo lentamente la lunga lettera.

-- Non va bene, signor conte? non va bene questa mia lettera?

-- Sì, sì, va! Mandala pure. Va anche troppo bene.

-- E allora perchè adesso ride?

-- Lo saprai quando diventerai grande.

*

Dopo alcuni giorni, arrivò una lettera di risposta con una gran placca verde, fuori, e una corona impressa; dentro, una corona ancora, e certi caratteri impiccati in una lettera di grande soggezione: la marchesa dava il bene stare ad Aquilino, e diceva come si dovesse trovare a ***, per San Carlo.

Il vicinato, di poi, seppe la cosa e tutte le donnicciuole si congratulavano con la mamma di Aquilino, per quella grande fortuna: _Mantenuto, imbiancato, stirato! e settanta franchi, che sarebbe come dire quasi quattordici scudi il mese! Ecco cosa vuol dire studiare. Oh, oh, oh!_ e alzavano le trèmule mani, scappando via per lo stupore, entro i lor scialli neri.

*

Quell'ottobre passò: lui, Aquilino a ripassare grammatiche latine e libri di scuola; la mamma a rinacciare vecchie camicie lise, qualcuna farne di nuove; e calze e maglie di vera lana, fatte coi ferri, perchè si andava contro l'inverno. Così fin tardi, al lume della lampada a petrolio. Si parlava anche dell'avvenire di Aquilino. Mamà avrebbe voluto che avesse studiato da medico, come il babbo e come il nonno. _La più nobile delle professioni_, diceva lei. Ma Aquilino che si ricordava da bimbo quando andava, talvolta, col babbo in campagna a far le visite, era d'altra opinione. _Io non voglio fare il medico che cura i villani. Voglio far l'avvocato che è il mestiere che fa tremare i villani._

-- Vuoi far l'avvocato? -- esclamava mamà, e lo diceva con un certo suo far della testa, come per significare: _Per vivere di imbrogli e di ciarle? Non c'è già quella grande avvocata nostra, la Madonna?_

_Se per far l'avvocato_, questo egli non sapeva; _ma per imparare come è fatta quella stregonerìa della legge_, questo sì, sapeva, _già che si deve vivere in questo mondo. E la Madonna sarà buona avvocata; ma per l'altro mondo._

Così pensava Aquilino, ma non lo diceva per non dare dispiacere a mamà.

*

_Uccellin che spicca il volo_, sì; ma di giorno in giorno che si appressava il novembre, e il dì di San Carlo sul calendario, la gioia di spiccare il volo svaporava, e la melanconia di lasciare quel nido cresceva. Perchè non rimanere per tutta la vita, lì, nel suo nido, senza mutamento? Non basta che giri il sole? Gira dovunque il sole, ma in nessun luogo adesso gli pareva che il sole sarebbe stato tepido come lì. Abbellirlo un poco, quel nido, ecco; ma vivere sempre lì in santa pace, in santa quiete. Aver la farina da fare il pane; comprare quella casetta; una bella poltrona per la mamma; un po' di riposo per lei; una vita che scorre e rinasce. Quella mamma sempre più bianca! Scrostare i vecchi muri ammuffiti; ripulire i vecchi soffitti; ma non andare via di lì. Una fontanella nell'orto; dei fiori, le galline che fanno l'uovo: ma sempre quel sole, sempre il pane con quel sapore! Poi portare in quella casa un angiolo di grazia e di vita: una bella sposina. Da lei sarebbero generate altre vite, forse: la mamma starà nella bella poltrona. Poi avere un cavallino ed una carrettella per andare a spasso....

E così Aquilino si affissava, come talvolta l'uomo si affissa in quei dorati palagi che sono le nubi del sole al tramonto.

Ma se era così bello, prima, il partire!

Quante volte, al porto, vedendo partire le navi, aveva esclamato: «Potessi partire anch'io!» Ed ora gli venivano in mente le parole dei marinai in lor dipartita: _Addio, Addio, Addio!_ E subito il vento di maestrale strappava, sollevando, la nave, e quelle voci _Addio, addio, addio!_ risuonavano, strappate esse pure, con il suono dello strazio dell'uomo.

*

Per la partenza, mamà preparò un dolce di latte stretto, ma fu mangiato senza sorriso. _Son trecento chilometri; ma vi si va col vapore_, diceva Aquilino, _e per Natale ritornerò._

Ed ella stette forte senza lagrime, sulla porta della casetta finchè lui scomparve con la sua valigia, e scomparve la mano di lei che agitava, _Addio, addio, addio!_

_Sulla soglia, mamma, ancora, ancora ti rivedrò._

CAPITOLO VI.

La signora marchesa.

È moltissimo interessante -- specie per chi ha tempo da perdere -- meditare quante parole vi sono per indicare le malattie dell'uomo; tanto che se, nella tranquillità della vita uterina, si potesse leggere un dizionario medico, all'ordine: _Làzzare, veni foras!_ si risponderebbe: Niente affatto!

Aquilino, appena varcato il Po, e si trovò in quella città, fu preso dal male che si chiama nostalgia, così che non solo non ammirò i monumenti della grande città; ma non gli piacque nemmeno il pane, perchè gli parve di altro sapore; e tutte quelle case attaccate alle case, e tutta quella gente che vive fra le case, forse quella è una malattia.

Ma un giorno vide, con sorpresa, in uno specchio di vetrina, un ragazzo, con un abito _blumarèn_. Ed era lui. -- Oh, che cera smarrita!... E in quel giorno vide che passavano tre _turlulù_ con un sacco dietro le spalle, una magliaccia, certi passacci, tre nasi a trombetta, e sei occhiacci buttati qua e là.

-- Chi sono quei disgraziati? -- aveva domandato Aquilino.

-- Quelli sono tedeschi -- gli risposero -- che calan con l'autunno: il primo dì han le toppe ai calzoni, il secondo han la camicia quasi pulita, il terzo dì sono essi i padroni.

Infatti coloro non avevano la cera smarrita.

-- Non la voglio avere nemmeno io, -- disse Aquilino; e andò in cerca del palazzo della marchesa.

*

Oh, il bel palazzo! Quale itinerario egli avesse seguito per scale, corridoi, salotti, prima di arrivare dove la signora marchesa sarebbe venuta «a momenti», Aquilino non avrebbe potuto ricostruire. Un portinaio -- personaggio che non usava al suo paese -- lo aveva consegnato ad un marcantonio sbarbato, con un gilè rosso e un grembiulone verde: e stava sfregando così bene i pavimenti, che Aquilino sdrucciolò; e perciò quando si trovò solo in un gran salotto, stette prudente nel muoversi per non sdrucciolare una seconda volta e cagionar malestri in quella specie di labirinto fra mobili, cristallerie, fiori, bamboccini, quadri, libri. Invece di accomodarsi, come aveva detto quel marcantonio, si appressò a una vetrata e lì scoperse una cosa piacevole: qualche cosa come un giardino signorile, ma così ben pettinato che le piante gli parevano di una botànica diversa: e dietro quel verde, una specie di torrione. Poi gli parve che fossero già trascorsi molti di quei momenti, e si mise a guardare per indovinar da quale porta, da quale cortinaggio sarebbe apparsa la signora marchesa. E così girando gli occhi, s'accorse che nel salotto non era solo, ma c'era lì, sopra un cuscino di raso, una vaga bestia tutta arruffata; e dall'arruffio del lungo pelo veniva fuori un brutto muso spelato e due occhi sospettosi fissi sopra di lui: un gatto? un cane? o non piuttosto una scimmia?

Una voce, dietro le spalle, lo fece trasalire:

-- Ah, buon giorno. -- Era la signora marchesa.

Il cui aspetto rincorò Aquilino.

Non che egli credesse che la signora marchesa, perchè marchesa, dovesse venire con la corona in testa -- come le sue lettere -- e il paggetto, dietro, che tien su la coda: ma per quella descrizione della marchesa _col pennacchio in cima alla testa_, si aspettava una dama di gran soggezione: e invece gli si affacciò una figurina carina, semplice, che scivolò con disinvoltura fra tutte quelle cose complicate.

Ella si sedette, fece sedere: e allora Aquilino ebbe davanti a sè la signora marchesa, cioè un visetto di un grazioso ovale, un po' pallido, incorniciato da gran capellatura nera: e due occhioni languidi. Ma quando, dopo le prime domande di cortesia, la signora prese un occhialetto d'oro e per qualche attimo perscrutò Aquilino, la prima sensazione del giovane si mutò, e lasciò il posto ad altra sensazione meno piacevole. Ed anche le parole che seguirono gli fecero uno strano effetto: erano saltellanti, dubitose, accompagnate da una smorfietta che voleva sembrare benevola; e con tanti _Nevvero?_, che ad Aquilino venne voglia di dire: _Per me -- scusi -- non è vero niente affatto._

-- Io non dubito -- disse -- delle sue brillanti qualità: il conte Cosimo, ottimo nostro amico, mi parlò di lei in modo del tutto rassicurante. Sì, mi aveva, effettivamente, detto che lei era giovane; ma adesso mi sembra che lei sia troppo, troppo giovane -- e pronunciò questo _troppo, troppo giovane_ che pareva voler dire: _Io mi trovo imbarazzatissima._

Era impacciato anche lui, e seccato per quell'affare dell'occhialino che tornava a passare su la sua persona.

-- Eh, signora marchesa -- disse con gravità impressionante --, vi sono certi anni nella vita che contano per due.

-- Sì, capisco bene: ma specialmente è per Bobby. Non so come faremo con Bobby.

Certamente Bobby doveva essere il figliuolo della signora marchesa, benchè a quel nome, gli occhi di Aquilino corsero su quella vaga bestia che stava sul cuscino.

-- Già -- fece la signora marchesa dubitosamente -- e quel _già_ voleva dire: «oh! c'è ancora dell'altro».

Ad Aquilino veniva un po' a meno il cuore, e forse lo si capiva dal volto.

La signora marchesa domandò di colpo risolutamente:

-- Lei intende nel tempo stesso frequentare l'Università?

-- Sì, signora marchesa. Così del resto eravamo intesi.

-- Perfettamente. E quale facoltà?

-- La facoltà di legge, signora marchesa.

-- Me lo aspettavo! Non ci siamo spiegati bene, o forse io non mi sono spiegata. Comunque, è necessario intenderci. Nevvero?

Aquilino s'accorse di stare a bocca aperta.

-- Le dirò dunque nettamente -- proseguì la marchesa, -- che è mia intenzione fare studiare Bobby in casa, almeno per tutto il ginnasio, per tante belle ragioni, che adesso non le sto a dire. Gli esami, però, badi! alle scuole pubbliche. Mi era stato, dunque, messo innanzi un precettore di età rispettabile e con ottimi precedenti....

-- Signora marchesa -- interruppe a questo punto Aquilino vivacemente, anche sapendo che non si deve interrompere. -- Io sono qui! -- e lo disse assai con intenzione. -- Del resto lei prova me e lui. Si piglia un libro greco e latino, si apre a caso e poi si vede. Per le matematiche non oso dir tanto....

La marchesa sorrise:

-- Non si tratta di questo. Apprezzo, senza prova, il suo latino e greco. Avevo un impegno con lei, ed ho rifiutato quel precettore. Però non le nascondo che mi è stato più difficile rifiutare le offerte, un po' insistenti, che mi ha fatto il senatore X***, di un suo studente di second'anno di filologia. Nessuna prevenzione in proposito: ma non le nascondo che il professore, il senatore X***.... Non conosce il senatore X***?

E la domanda fu tale che rispondere di non conoscere, almeno di nome, il celebre senatore X*** era come dichiarare di venire dal mondo dell'Ignoranza.

-- Lei mi capisce -- riprese la marchesa. -- Se lei si inscrive nella facoltà filologica, io posso giustificare meglio il mio rifiuto al senatore. E poi, schiettamente; la casa è frequentata da gente di studi. Ora lei non essendo professore, e nemmeno avviato per questa carriera, mi pare che ci esponiamo alla critica. Nevvero? Se lei invece è inscritto in filologia, noi siamo allora in perfetto protocollo, ed evitiamo la critica.... Personalmente poi le dirò che mi piace molto la sua pronuncia, e questo è già un titolo.... Bobby, in fondo, è italiano....

Aquilino rimase un po' lì dubitoso. Studiare i poeti per i poeti, ed i savi per la saviezza, sì, gli piaceva; ma per fare poi nella vita la carriera del professore, non ci aveva pensato. Che cosa avrebbe detto mamà? Per lei il maestro di scuola è sempre quello che, urlando, conduce a casa i monelli.

Aquilino capì che il gentile _mi pare_ della signora voleva dire: _son certa_; e quel fare dubitoso non era che una smorfia elegante. Smorfiette inzuccherate; ma soltanto alla superficie. O prendere o lasciare. Ebbene avrebbe fatto il volere della marchesa, per il protocollo di lei; e per il protocollo della sua vita futura, cosa molto seria! avrebbe studiato legge.

-- Accetta la signora marchesa?

La marchesa fece un gesto che voleva dire: _Gli interessi della sua vita non mi riguardano, faccia lei...._

-- Già, per la facoltà di legge -- aggiunse a quel gesto -- basta la pura iscrizione.

Dopo di che la marchesa, con una sicurezza stupefacente, entrò nel tema così delicato degli obblighi di lui e di lei: dare ed avere.

-- E centocinquanta lire mensili. Le va?

Quando Aquilino sentì il suono di quella cifra favolosa, balzò. «Milleottocento lire all'anno, spesato di tutto! La casetta di mamà la si poteva avere per duemila lire, l'orto per mille. Ma io ti studio anche veterinaria. Altro che filologia!»

-- E allora le presento Bobby, nevvero?

E la marchesa suonò su certi tastini d'avorio che aveva sottomano; e, non so, forse perchè prima era apparso quel marcantonio rosso, e la marchesa squillò _Bobby, Bobby!_, che l'apparso Bobby parve un lillipuziano. Un cosino quasi trasparente, d'improvviso, era scivolato sul tappeto, finchè giunto davanti ad Aquilino, si irrigidì, stese la mano, lui, il minuscolo, a lui. Pareva un pupo, vestito così alla marinara, coi calzoni lunghi a campana. Ma dove l'aveva veduto quel cosino altre volte? Eppure l'aveva veduto! Ma sì! In quelle stampe antiche dove c'è un pupino vestito così: il figlio di Napoleone, quello che morì etico. Si vede che la moda torna su.

_Ma questo mimmo qui, così tristanzuolo, mi campa come un passerotto da nido_, pensò Aquilino -- e _allora addio le mie centocinquanta lire_. Disse poi: -- Deve essere intelligentissimo.

Bobby era immoto.

-- Ah sì, anche troppo. Proverà -- disse la signora marchesa sorridendo.

-- Forse un po' gracilino -- aggiunse lui con molta meditazione.

Ahi, ahi! Un tasto falso, dopo tanta meditazione.

-- Bobby è sanissimo -- disse la marchesa; -- e da quando ho avuto la fortuna di affidarlo a miss Edith, non ha fatto più il benchè minimo raffreddore.

-- Gli occhi di questo caro bambino -- disse Aquilino cercando di rimediare -- sono così belli e profondi! Sembrano quasi melanconici....

Aquilino aveva toccato altro tasto falso.

-- Melanconico Bobby? -- disse la marchesa. -- Ah, _rigolo, rigolo_.

Aquilino non sapeva che cosa volesse dir _rigolo_, ma certo una cosa contraria di _melanconico_. Per Dio! Stava così grave quel pupo, che avrebbe ingannato ognuno: il quale pupo ad un cenno della marchesa, tornò a porgere la mano; riscivolò, scomparve.

-- Io vorrei -- disse poi la marchesa quando Bobby fu scomparso -- che lo studio del latino non lo distogliesse troppo dalle altre molte occupazioni. Nei ginnasi pubblici li brutalizzano addirittura col latino.

Per Dio! Aquilino era uno, esperto della montagna del latino e avrebbe trasportato coi metodi più semplici e per belle giravolte, il suo allievo sino al verso eroico, _qui cupit optatam cursu contìngere metam, multa talit fecitque puer...._

Ma qui la signora marchesa si entusiasmò poco. L'importante per lei era passare ai primi esami. Raggiungere le alte vette, cosa secondaria. Un _grimpeur_ può, per giuoco, varcare le cime dell'_optatam metam_: Bobby bastava che passasse sotto il _tunnel_ degli esami, alla maniera moderna.

Ed Aquilino s'accorse che aveva commessa un'altra stonatura: le quali erano già tre, e nel linguaggio della signora marchesa si chiamavano _gaffes_.

*

«È quel frùgolo lì che io non saprò mettere a posto? -- diceva tra sè Aquilino quando il marcantonio del cameriere lo lasciò solo nella stanza che gli era stata assegnata. -- Ma io ti mangio in insalata!»

Gli dava quasi più soggezione quella stanza chiara: chiari i mobili; chiaro, di metallo, anche il letto. Oh, una bella stanza! E quella specie di sistema nervoso e vascolare che aveva? Fili per la luce, fili per i suoni, tubi per il caldo, tubi per l'acqua. Però una bella stanza, e che buoni materassi, e centocinquanta lire il mese!

Ma quella valigia di tela così gonfia, con quella corda in croce, che il cameriere gli posò senza dir nulla, come era vergognosa in quella magnificenza tutta bianca.

Povera mamà!

CAPITOLO VII.

Bobby.

Appena Aquilino fu immesso nella possessione di Bobby, s'accorse che era lui, invece, in possessione di Bobby. Quel minuscolo essere vestito da omino, sotto il pretesto che la signora marchesa gli aveva detto di far vedere la casa al suo professore, lo prese subito per la mano e lo condusse nella _nursery_ a visitare le sue bestie feroci: c'era un leone, un cammello, un orso bianco, quasi al naturale, pelosi; e infine l'uomo selvaggio. Erano su due file, fra scaffali di altri balocchi.

Aquilino ebbe il torto di rimanere un po' a bocca aperta.

-- Vengono tutte dalla Germania queste belve feroci -- disse Bobby.

Ad un tratto gli sgusciò di mano, saltò come un diavoletto sul cammello; da questo sul leone; li fece andare sulle rotelle e poi botte da orbo su tutte le bestie.

-- La prego, signorino, di cessare da quel feroce esercizio.

Ma Bobby fissò appena per un attimo il suo pedagogo, e per tutta risposta iniziò un assalto contro l'uomo selvaggio; e calci e pugni anche a lui.

-- Ma non va bene, signor Bobby, picchiare quell'infelice pupo -- disse Aquilino appena cessò l'assalto contro l'uomo selvaggio.

-- È Cettivaio, re dei Zulù. E poi io non picchio: faccio ginnastica.

-- Ma se anche è Cettivaio e zulù, è sempre un uomo. La pietà è una nobile virtù dell'uomo.

-- Ah, no! signor professore: è la virtù delle pecore.

Aquilino, alle nuove parole, contemplò Bobby come sant'Agostino riguardò il fanciullo che gli apparve miracolosamente su la riva del mare a spiegargli il mistero della Trinità.

-- Scusi, da chi ha imparato a dire così?

-- Miss Edith dice così.

Ed ecco il leone cominciò a ruggire, l'orso ad aprire le fauci, il cammello a dondolare il collo, mandando un lamento spaventoso.

-- Smetta, smetta, signorino....

Bobby gongolava dalla gioia.

-- Ah, non possono smettere finchè non hanno finito la carica. Ha paura?

Non fu atterrito il buon Fabrizio alla vista dell'elefante del re Pirro, non poteva essere atterrito Aquilino al ruggito delle bestie finte: ma ebbe paura che in quel punto capitasse la marchesa e domandasse: _È questo l'eteroclito principio delle sue lezioni?_

Dalle bestie, Bobby passò nel _garage_.

Quivi erano due automobili di maestà diversa, ma di uguale lucidezza. Aquilino ebbe il torto di manifestare alcuna tenue curiosità, sì che Bobby iniziò subito una lezione di automobilismo.

-- Signor professore -- disse Bobby dopo un po', con un fare insinuante -- , lei deve indovinare quale è il mio ideale.

-- La avverto che io non sono qui per spiegare indovinelli....

-- Sia gentile anche lei. Lei non sarà gentile con me? Il professore che avevo prima era tanto gentile.... Allora glielo dico io quale è il mio ideale: quando sarò grande, voglio fare il viaggio in automobile dal Cairo a Capetown.

-- Impossibile!

-- Dal Cairo a Capetown è tutto dominio inglese, e perciò è possibile.

-- Ma chi lo dice?

-- Miss Edith. E non farò una _panne_....

-- Dica _panna_ in italiano.

-- Ma la _panna_ si mette nel thè!

La parola _panna_ eccitò il riso di Bobby.

-- Lei ride troppo -- ammonì Aquilino.

-- Io sono _rigolo_, _rigolo_, _rigolo_, come dice mamà; e poi i _bebi_ non devono essere melanconici.

Era inutile domandare di chi era questa sentenza: certo di miss Edith.

-- Dica _bimbi_.

-- _Bebi_ è più bello!

Gli faceva lui da pedagogo, ed era seccato.

-- Senta, invece che a vedere dei balocchi, mi conduca nella sua stanza da studio.

-- È al terzo piano. Prendiamo il _lift_.

Ma Aquilino, quando si trovò davanti all'ascensore, pensò a tante disgrazie, e volle salire per le scale.

-- Ha paura del _lift_?

-- Io non ho mai paura: ma le gambe son fatte per qualche cosa.

Passando per il salotto, c'era ancora quel bestiolo sdraiato sui cuscini. Aquilino si guardò bene dal chiedere che bestia fosse; ma non potè a meno di esclamare: -- Che brutta bestia!

-- Brutta? Ah, professore, uno dei cani più belli, più rari, più preziosi: un regalo di miss Edith a mamà.

*

La stanzetta da studio di Bobby era semplice; ma una lindura, un profumo, una luce che destò l'ammirazione del giovane. Però un non so che di esòtico, di troppo ordinato gli destò come un senso di freddo.

E quanti bei libri: tutti dorati ed eguali.

-- Professore -- disse Bobby togliendo una scatoletta di metallo da una mensola -- posso offrire? Una violetta! Sono viole candite.

-- Non mangio le viole.

-- Un goccettino di _chartreuse_....

-- Non bevo liquori.

-- Ma è un rosolio!

-- Non bevo rosoli.

-- Oh!

-- Ma questi sono tutti libri francesi, inglesi! -- disse con stupore Aquilino. -- Non è lei italiano?

-- Sì, ma l'italiano lo so. Conosce questo bel libro, _Alice in Wonderland_? Guardi che splendore di illustrazioni! Adesso le racconto la storia di _Water-babies_, il bimbo inglese mutato in pesciolino.... Come? non la interessa?

(Tutte quelle cose inglesi, belle, producevano ad Aquilino un certo non so che, come se volessero dire: «Tu, Aquilino, sei brutto»).

-- Io invece, le devo raccontare ben altra storia -- disse con gravità magistrale: -- la storia del pesciolino che deve diventar uomo.

-- Ah sì, racconti.

E gli si accoccolò vicino, posandogli la manina su le ginocchia.

-- La mano, giù! -- disse Aquilino.

Bobby meravigliato, ritirò la manina.

-- È una storia divertente?

Aquilino lo ammonì che occorrevano anni molti e molta fatica per mutare il pesciolino in uomo.

-- Allora è meglio restar pesciolino.

A vedere quel mimmo diafano, con quei due occhioni, veniva da accarezzarlo.

*

Poco dopo Bobby spargeva ai quattro venti che il nuovo professore aveva paura del _lift_; aveva chiamato brutta la più bella delle bestie; era il protettore di Cettivaio; diceva che l'automobile _fa la panna_.

Fu la stessa marchesa che ne informò Aquilino.

-- Noi stessi dobbiamo stare in guardia, davanti a Bobby. È terribile!

-- Ma lei, caro Robertino, dice tutto!

-- Ah sì, io vedo tutto, e dico tutto.

Subito dopo, altra strabiliante notizia: il professore gli aveva mutato il nome: lui adesso si chiamava Robertino e niente Bobby.

-- Ma lei mi spìffera tutto! -- rimproverò Aquilino.

-- Dico quello che sento. Non dire mai bugie e lavarsi! Ecco la vera educazione -- disse Bobby.

Aquilino rimase lì, stupito davanti a quell'assioma. Voleva domandare di chi era. Certo di miss Edith.

CAPITOLO VIII.

Le vie della pedagogia.

Il cameriere addetto alla persona di Aquilino era un vecchietto serio il quale camminava su scarpe di felpa: e doveva esser lui che gli faceva trovare le scarpe lucenti, i calzoni delicatamente posati, l'acqua calda. Sensazione -- senza dubbio -- gradevole quella di essere così ben servito.

Tuttavia considerando che le sue scarpe ed i suoi indumenti personali cadevano sotto l'esame di un cameriere di tanta finezza, sentì la necessità di rivolgergli questa avvertenza: -- Sappiate, ottimo uomo, che la mia guardaroba più bella e più nuova, è in viaggio e deve ancora arrivare.