La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Part 13

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Allora Aquilino si ricordò del caffè dei signori, dove timidamente entrava per comperare un'offella da un soldo. E indicò al conduttore.

Lì davanti al caffè si fermò l'automobile. Oh, quella bottega come adesso gli pareva misera, e come misera la gente! Fermavano l'ozioso passo; guardavano la automobile poderosa ed esòtica, le splèndide donne, le gravi pellicce stemmate, gli splèndidi fiori.

Come un cerchio di gente un po' per volta si formò attorno all'automobile.

Un bisbigliare, un mormorare sommesso. Le signore e Bobby lentamente discesero.

Scese anche Aquilino. Dentro l'invòlucro metallico dell'automobile, ferma, si udiva il motore che continuava con cupo rombo: i colpi si avvicendavano sincroni, potenti: un ammaestramento delle materie al cuore mal pulsante dell'uomo: «Se vorrai, o uomo, percorrere vittoriosamente la terra, vittoriosamente il cielo, così ferreo ti conviene pulsare, o povero cuore dell'uomo.»

Parve ad Aquilino che qualcuno in quella folla lo riconoscesse, che qualche dito si levasse verso di lui.

Un senso di orgoglio lo irrigidì. «Ma io non vi conosco! Il mio cuore pulsa come l'anima metallica dell'automobile.»

Entrò anche lui nel caffè.

«Voi qui, di questo caffè, non avete miele? non avete dolce panna, non avete conserve per le dame? Perchè io sono il signore di queste dame. Io sono il signore di quella automobile, io sono il signore. Non lo sapete? Io sono Aquilino.»

*

Ma poi pregò donna Bàrbera di non volere rimanere in quella città; di partir subito.

Su la soglia, su la soglia, ella, la mamma parea attendere ancora.

Dunque il povero cuore di lei non si era fermato?

CAPITOLO XXIV.

Il the delle cinque.

Erano tornati da quel viaggio; stava per tornare la primavera, e a donna Barberina non pareva ammissibile che con la primavera dovesse, anche in Italia, venire la guerra.

Aveva fatto bene miss Edith ad andare a star da sola nel suo quartierino! Ogni momento, e _la guerra!_ e _quando marciate?_ e _cosa fa l'Italia?_...

Adesso la sentiva più di rado quella ragazza. Ma quando veniva all'ora del the, e ancora: _la guerra_, e _l'Italia che non si muove_....

-- L'Italia, cara Edith -- disse donna Barberina -- farà quello che crederà meglio di fare. Vedo intanto che a voi altri vi affondano quasi una corazzata al giorno; e, scusate, non è lusinghiero.

-- Meglio che affondino le corazzate che l'onore -- aveva ribattuto miss Edith.

Oh, un'insopportabile ragazza.

*

Se non ci fosse stato il viaggio di mare con tutti quegli affondamenti, donna Barberina aveva pensato all'America. Rimaneva libera sempre la Spagna, dolce paese senza più storia; ma era venuta a sapere che la Spagna era tutta pei Tedeschi. Non dicevano in Ispagna che il Kaiser era cattolico e che aveva promesso di venire glorioso, e vincitore in Ispagna a regalare la spada alla Madonna del _Pilar?_ Spaventoso quel Kaiser! Maomettano coi Turchi, cattolico con gli Spagnuoli.... La Svizzera! Ma per la Svizzera non doveva passare quel milione di Bavaresi, di cui parlava il senatore? Andare a Roma dal Papa, ecco! Ma si diceva che anche il Papa voleva andar via da Roma. E gli affitti? e le possessioni? e i denari alle Banche? Donna Bàrbera passava lunghe ore col suo ragioniere.

Aquilino, con tutta la buona voglia di confortare donna Bàrbera, non sapeva che dire se non che il tempo gli sembrava chiuso, molto chiuso da tutte le parti.

È che Aquilino si trovava in uno stato di squilibrio che non osava confessare nemmeno a se stesso.

Ah, i _five o'clock_ della marchesa erano diventati molto melanconici!

Il commendatore X***, come uomo politico, era, invece, molto sicuro di sè, ed era quegli che più confortava donna Barberina.

-- Si persuada, donna Bàrbera -- diceva il commendatore -- che è tutto un retroscena, una montatura massonica. Passerà, passerà....

-- E cosa salta in mente adesso al D'Annunzio di venire in Italia? Stava così bene in Francia....

Qui il commendatore non sapeva che rispondere, se non che i poeti sono disordinati loro, e mettono il disordine da per tutto.

(Quel poeta era, infatti, venuto di Francia in Italia a destare il gran fantasma di Roma.)

-- Ma lasciatela stare Roma, che appartiene alla storia antica -- diceva donna Barberina.

-- La guerra dichiarata per un menestrello! Enorme, inaudito! -- esclamava il commendatore, agitando le palme in alto, qua e là dalle orecchie.

-- Però anche loro, i Tedeschi -- diceva donna Bàrbera -- lo potevano lasciare in pace questo povero mondo, che già, dite quello che volete, lo avevano in mano tutto, loro.

-- Eh, un popolo giovane, marchesa.

-- Anche lei, col _popolo giovane_. Anche la teppa è giovane; ma non è una buona ragione.

*

E intanto avvenivano cose che se don Ippolito, marchese di Torrechiara, invece di essere morto, fosse stato in vita, avrebbe ordinato di sellare un caval di battaglia, e forbire una lancia; o, per lo meno, sarebbe morto più consolato.

Molti Dodò, Jean, Carletti, che solevano fare elegante sostegno agli stipiti delle _buvettes_, non si vedevano quasi più.

Ufficiali, ufficiali, ufficiali! imberbi la più parte: eretti, ridenti, eleganti nell'assisa grigia, uno più bello dell'altro. Come l'Italia possedeva tanta giovinezza? Se fosse venuta la guerra, erano i destinati alla prima morte. Eppure pareva che dovessero vivere perennemente.

Un poco per volta l'Università fu deserta. Gli studenti tumultuavano quasi ogni sera.

*

Aquilino aveva il còmpito di fare un po' di cronaca per donna Barberina; ma era un cattivo cronista.

Un giorno aveva veduto il piccone che lavorava in fretta sull'acciottolato. Che è? Riaccordo tramviario con l'ospedale militare. Dunque di lì sarebbero passati i feriti.

Ebbe la strana impressione che tutta la gente lì intorno parlasse più sommessamente.

Lo stupiva il vedere nel gran sole di maggio passare ancora per le vie le donne eleganti: donne dipinte, occhi di magnifiche civette, gambe quasi nude. «Non vedono esse il vessillo nero che sventola sul mondo?»

Una domenica, di gran sole, Aquilino aveva veduto passare un battaglione di volontari al ritorno degli esercizi.

Erano studenti, suoi compagni d'Università, erano professionisti, esuli, qualche ragazzo, qualche testa grigia, qualche faccia di aristocratico, qualcuno della plebe: ma in tutti una gravità, un silenzio, un'elevazione, una parificazione, una purificazione.

Italiani che non sorridono più! E gli nacque questo pensiero: «Questa è la guerra contro la giovinezza del mondo. È la guerra del popolo che non sorride contro gli umani che possedevano ancora la virtù del sorriso».

Passavano intanto gli armati e i vessilli. I vessilli parevano confusi col cielo. Aquilino guardò nel cielo per vedere quale cosa invisibile passasse davanti al sole: un grande orifiamma, come nel giorno del Signore.

Passarono, e il loro passaggio aveva arrestato il moto della via, come per incantesimo; e soltanto dopo che furono passati, carrozze, tram, uomini, ripresero il loro moto.

I pensieri davano al giovane una sensazione di spasimo, perchè ogni pensiero vagava sincero per conto proprio; si componeva, si scomponeva: ma non se ne formava un sistema, dentro cui l'anima si acquetasse.

E rivedendo con la mente quegli uomini del popolo che marciavano in armi, insieme con quegli aristocratici, si domandava: «Quei miserabili cosa sperano di guadagnare con la guerra?»

La consueta vita degli uomini era turbata; i fili della vita interrotti, chiusa la Borsa, non più scambi, chiusi per paura delle dimostrazioni, i negozi; quasi ogni sera, tumulti fra quelli che volevano la guerra, e quelli che la guerra non volevano.

«Eppure certamente verrà il giorno -- pensava, -- verrà il giorno che gli operai della vita riallacceranno i fili della vita interrotti: la Borsa, gli scambi, le corse, i caffè folgoranti».

Eppure queste cose avverranno: nella lingua del _sì_, o nella lingua del _ja_.

Ma avverranno queste cose!

E quelli che saranno morti? La loro madre non li rifarà più; e il loro nome scomparirà dalla memoria degli uomini. «La madre tua non ti rifarà una seconda volta, se tu muori, o Aquilino».

Questo ragionamento era saggio. E pur con questo saggio ragionamento, Aquilino sentiva vergogna della sua giovinezza, ed evitava la comunione con gli altri giovani....

«E quegli altri là, i Tedeschi, non muoiono?» -- si domandava allora.

Mostruoso pensiero! Gli pareva che quegli altri là non dovessero veramente morire, ma che dovessero poi rinascere in quella compattezza e perfetta materialità del loro popolo immenso.

«Ah, quale espiazione per noi che sognammo anime libere e giustizia migliore! Non l'han dichiarato quelli là che, pel bene del mondo, intendono ridurre il mondo alla loro materialità e compattezza? Combattere allora è necessario, dar morte e morire. Ma come posso, io, Aquilino, diventare omicida?»

E un'altra volta aveva veduto passare, per una delle vie principali, una schiera di scolari, scolaretti, scioperanti dalla scuola: tricolore in testa: gridavano _l'Italia s'è desta, Iddio la creò_.

Sfilavano fra la indifferenza e gli occhiacci dei bottegai, agli sporti dei loro negozi. Ve n'erano di quelli piccini, che parevano come timidi di passare, con quella loro picciolezza e con quel gran grido _l'Italia s'è desta_, fra tutte quelle persone grosse, serie, mute, o che dicevano: «Ma andate a scuola, ragazzi».

«A scuola, a scuola!», voleva dire anche lui, ma nulla disse, e svoltò per un vicolo, per non vedere, per non sentire. Provava una pena, come un approssimarsi di pianto.

-- Ma lei, caro professore, -- diceva donna Barberina ad Aquilino in presenza degli altri -- mi fa della filosofia sentimentale, invece che far della cronaca.

E da sola a solo gli diceva: -- È inutile, è inutile, sei un sentimentale anche tu. Ma già è forse per questo che ti voglio tanto bene. Uh!

E con la mano bianca gli dava uno strattone al ciuffo dei capelli, e glieli arruffava tutti.

*

S'aprì un po' di spiraglio alle speranze di donna Barberina in quei due o tre giorni, su la metà del maggio, quando parve delinearsi un mutamento netto del Governo.

Aquilino fu ancora pregato di andare a spasso a fare della cronaca.

-- Rivoluzione? -- diceva il commendatore. -- Ma no! Milano la attende da Roma, e Roma da Milano. Un po' di tumulto, quel po' di tumulto che è necessario per la precipitazione in fondo delle particelle agitate.... Oh, un colpo abile!

-- Chi sa cosa succede adesso nella reggia di Roma -- diceva donna Bàrbera.

-- Un colpo inabile -- diceva Aquilino -- un colpo maldestro, un colpo villano. L'uomo del potere, come un rozzo _chauffeur_ al volante, crede di abbattere, come al solito, il solito impedimento: un ministero. Non ha calcolato un impedimento più serio: la nazione.

-- Ma non faccia della metafisica -- disse il commendatore.

Apparve su la soglia del salotto miss Edith. Gli occhi le luccicavano stranamente. Pareva anelante da lunga corsa. Aveva un supplemento di giornale.

Il Re aveva confermato il ministero di prima.

Era la guerra.

-- Vatti un po', cara.... -- disse donna Barberina.

CAPITOLO XXV.

Il bacio dell'Inghilterra.

Quella sera il tumulto era grande più che mai, ed Aquilino cercava una via per rincasare; ma non era facile per la gran calca; e gli sbocchi delle vie erano chiusi dai soldati.

D'improvviso sentì una mano che gli si posò su la mano, e una voce gli disse:

-- Volete essere mio cavaliere?

Era miss Edith.

-- Ben volentieri. Ora cercheremo qualche passaggio e poi la accompagnerò a casa.

Ma ella disse che non intendeva andare a casa, ma voleva vedere la _dimostrazione_.

-- Ecco qui, allora, signorina. Qui saremo un po' schiacciati, ma riparati.

No, no! nemmeno questo ella intendeva. Intendeva spingersi in mezzo al tumulto.

-- Piglieremo delle busse, signorina. -- E fece un gesto che si capiva anche in inglese.

-- Avete paura? -- chiese miss Edith.

-- No, miss Edith, ma è seccante, perchè creda: là in mezzo, non ci sono soltanto dei patriotti o degli anti-patriotti....

Ma miss Edith non doveva aver capito perchè disse:

-- Allora siate mio cavaliere! -- E gli si strinse al braccio.

*

Le ondate venivano dal largo del mare della folla e si propagavano con moti di pànico fin lì dove erano loro. Ma miss Edith sospingeva Aquilino verso l'alto mare della folla.

«Speriamo in bene -- diceva tra sè Aquilino, -- ma io ho paura che si torni a casa con qualche cosa di rotto.»

-- Veda, signorina, questa dimostrazione non è molto seria. Si dovrebbe, caso mai, fare una di quelle dimostrazioni ordinate, silenziose, come fanno a Londra.

(Aquilino non aveva mai vedute le dimostrazioni che fanno a Londra; ma aveva inteso parlare di certe imponenti e regolate processioni, che erano preposte a modello per tutte le sagge democrazie del mondo.)

Ma miss Edith, o non capiva non stava attenta. Era tutta protesa verso una schiera che avanzava inneggiando alla guerra. Ad un tratto ella si slanciò levando il grido: -- Viva la guerra! Io vi porto il saluto della libera Inghilterra. Hurrà!

Aquilino, sorpreso, la seguì, e si trovò fra il tumulto dei _dimostranti_.

Per fortuna, ecco irruppe di traverso un cordone di carabinieri, che acciuffavano qua e là.

-- Attenta, signorina, ci acciuffano! -- ebbe appena il tempo di dire, sospingendola con violenza sotto il portico, che la grossa mano di un carabiniere calò su di lei.

La giovinetta si stette imperterrita.

-- Carabiniere italiano -- gridò, -- ti porto il bacio della libera Inghilterra! -- E gli buttava baci.

Il povero uomo, davanti a quel bel volto che gli buttava baci, rimase interdetto. Ma una voce rabbiosa che dietro gridava: -- Arrestate! arrestate! -- fece cambiare di posizione alla mano del carabiniere; e si posò su Aquilino. -- Io? -- Lui era un saggio giovane. E i carabinieri, sospinti, passarono oltre.

-- Cara signorina -- disse Aquilino a miss Edith -- io credo che ci capiterà qualcosa di grosso questa notte; finiamo in guardina, ecco! e non deve essere piacevole. D'altronde mi pare che abbiamo partecipato abbastanza alla dimostrazione. Quel povero carabiniere come era buffo! Mi vien da ridere, ancora. Ma io direi che basta di baci della libera Inghilterra! Non tutti qui capiscono il linguaggio simbolico.

Ma miss Edith, o non gli stava attenta, o non capiva. Non sorrideva.

Ed ecco, sopra il buio della folla densa, delinearsi, in alto, i caschi dorati dei cavalieri e le spade in alto: al galoppo!

La folla si apre, si squarcia al passar dei soldati a cavallo. Un grido prorompe, si propaga, rimbomba, fa sollevare cavalli ed animi: «Evviva! Evviva l'esercito!»

In quel momento Aquilino sentì miss Edith sfuggirgli di mano; la vide avventarsi contro un cavalleggero, afferrarsi a lui; sentì il suo grido stridere: «A Vienna! A Vienna, soldato italiano!...»; la vide per un momento trascinata via dal cavallo; poi gli scomparve dalla vista, nel buio della folla.

-- Ah, è impazzita quella povera ragazza! -- e si slanciò dietro ai cavalleggeri. Ma questi erano già oltrepassati. Il rigùrgito della folla lo sbalestrò lontano: «Si fa massacrare, si fa schiacciare! Oh, povera miss Edith!» -- E la cercava con ansia, e ne chiedeva qua e là. Le ondate della folla lo sospingevano in lor balia per la gran piazza, e aveva davanti a sè quest'enigma:

«Una ragazza così assennata, impazzire così!

Ah, ecco: le suffragette! quelle tremende suffragette inglesi, capaci di tutto!»

Era spiegato l'enigma; ma non trovava miss Edith.

E senza saper come, ora si trovava a navigare lento, a furia di braccia, in mezzo a una marea umana, nereggiante fantasticamente; ma più queta e come assorta verso un punto, verso una gradinata, densa di figure umane, sotto i vessilli. Pareva che un uomo, lassù, dovesse parlare.

Ecco, lassù, una figura giovane, dritta, immota, a capo scoperto.

Chi è? che fa? che dice?

Dalla folla, intanto, ad intervalli, si propagava con esplosioni di collera, di passione, l'urlo di guerra. Le tenebre ne erano come lacerate; e nel cuore di lui, come una lacerazione. Quell'urlo si acquetava; riprendeva più violento.

Ah, finalmente, miss Edith! Il bel volto di lei, pallido, e con gli occhi estatici, come vengono figurate le sante, era rivolto verso quel gruppo d'uomini, sotto le bandiere, ove si adergeva quel giovane.

-- Finalmente la ho trovata, creatura mia -- disse Aquilino.

-- Zitto! -- disse miss Edith, religiosamente. -- Parla!

-- Chi parla?

-- Garibaldi.

«Garibaldi? Oh, strano nome!» -- Che Garibaldi? -- domandò.

-- Peppino Garibaldi.

«Giuseppe Garibaldi? Non è morto Garibaldi? Non dorme a Caprera? Chi è costui? Da dove viene? Non è passato il tempo? Si rinnovella il tempo? Parlano i morti? I fanciulli, i morti, i poeti governano la storia?»

Garibaldi! che strano nome, e averlo sentito pronunciare così da miss Edith!

Allora anche lui, Aquilino, accanto a miss Edith, si affissò in quel giovane. Pareva pallido d'ira.

Quel nome, quel pallore, quella gran folla davano ad Aquilino un senso di smarrimento. Gli parve che gli sguardi di colui misurassero quell'enorme assemblea, misurassero la sua responsabilità. Poi come se un'ebbrezza di cimento e di martirio gli risalisse dal cuore, una parola corse e rimbombò su la folla:

-- Italia, Italia, Italia!

Non udì altro.

Dagli orli della gradinata, un improvviso tumulto sorse; un repentino impeto di nuclei umani, montanti a cuneo, un rotear di bastoni; grida esasperate di dolore, di furore: «Abbasso la guerra!»

La folla si rompe, ondeggia, si sbanda paurosamente.

Miss Edith, come ridesta, si voleva lanciare là, dove imperversava la battaglia.

A fatica Aquilino riuscì ad allontanarla di lì; e come le parve di potere essere inteso, sì le disse:

-- Mi pare, miss Edith, che adesso potremmo tornarcene a casa.

Non ebbe alcuna risposta. Se la sentiva tremare presso di sè.

Le voleva dire tante cose sagge.

«Quel soldatino non ha nessuna voglia di andare a Vienna. Quel Garibaldi è un sentimentale». Ma poi non sapeva nemmeno lui dove era la saggezza e dove era la follia. La storia andava avanti, o tornava indietro? Era vero che i Germani calavano giù dalle Alpi, come mille e più anni fa, sui cavalli criniti, le fràmee in pugno, e le corna sul capo per esterminare il mondo?

I filosofi germanici, cavalcando, precedevano le falangi teutoniche: pupille calme abbacinate di fanatismo: i filosofi sterminatori di ogni tradizione, i filosofi negatori di ogni pietà nel mondo dei fatti come nel mondo delle idee, i filosofi assertori della pura idea trascendente, i filosofi della materia, i filosofi della ricchezza e della conquista: discordi e concordi nella gran cavalcata. La croce di Cristo, il talismano sublime, infranto; in alto il martello del dio Thor: davanti alle falangi, con capriole e pifferi, Nietzsche! Visione apocalittica, lasciatagli in eredità dal marchese Ippolito. Ne aveva paura, perchè non gli parevano uomini; ma vuoti di viscere umane come i demoni.

Una gran pietà e un grande amore per quella giovanetta che lo aveva chiamato «suo cavaliere».

Disse soltanto: -- Creatura mia, è mezzanotte. A quest'ora i dimostranti seri sono andati tutti a casa. Non rimangono per le vie che malviventi e teppisti. Permetta che la accompagni a casa.

Parve acconsentire.

Aquilino guardava con emozione quel bel volto, quella bella persona abbandonata a lui.

Ci fosse stata una vettura! Ma non c'era; c'erano quelle lampade elettriche, rare, in alto, che rompevano a zone, quasi paurose, il buio della strada. Tutti i negozi chiusi, e il quartiere dove lei abitava, era un po' lontano. Più vicino era il palazzo della marchesa: ma a quell'ora, destare il portinaio, dar spiegazioni, donna Bàrbera....

Presero uno dei marciapiedi e si avviarono.

Ma dopo un po', Aquilino fece: «Ahi, ahi!»

Dal fondo della via, procedeva un gruppo di gente, troppo compatta per esser -- come loro -- viandanti, troppo tumultuosa perchè non apparissero dimostranti, e di quale colore lo dichiarò subito un grido che si levò dal profondo: «Abbasso la guerra!»

Aquilino volse lo sguardo per vedere se apparivano provvidenziali guardie o carabinieri. Niente!

-- Non ci badi, miss Edith. Deve essere luna nuova, mi pare.

In quel punto, erano entrati nell'orbita di quella gente. Uno, due, tre! Oh, che brutte facce rivolte su lui, su lei! A lui tremava il cuore per qualche scherzo ribaldo. Per fortuna, niente. Già coloro eran passati; già lor due uscivano da quell'orbita, quando uno degli ultimi, volgendosi, mandò il grido: «Abbasso i borghesi che vogliono la guerra!»

-- Niente, niente! -- disse Aquilino premendo forte il polso di miss Edith. -- È il nostro popolo che si sfoga così.

Ma non potè nemmeno finire, che miss Edith, di scatto, volgendosi verso colui, dal chiaro volto, gridò:

-- Evviva la guerra!

«Ci siamo!» -- disse mentalmente Aquilino.

In un baleno si vide circuito.

-- Li prego, signori, via! C'è una donna.

Per risposta ebbe un pugno. Lo restituì come potè, e gli parve con bastevole energia. Ma ci voleva altro! Cercò di far scudo a miss Edith, e gridar forte: «Vigliacchi!» Quelli pure gridavano; e intanto le finestre si aprivano. Altre grida rispondevano. Poter difendere miss Edith, almeno! Pigliava molti pugni; ma pur ci riusciva a proteggere la fanciulla.

Ad un tratto rintronarono due colpi di rivoltella. Ai colpi di fuoco successe una sospensione, un breve silenzio. In quel silenzio, una voce gridò: -- Si facciano presso la porta, ora apro.

Molti degli assalitori si erano sbandati ai colpi: una voce dall'alto di una finestra gridò: -- Le guardie! -- e fece fuggire altri degli assalitori. Intanto una saracinesca si sollevò. Aquilino potè spingervi miss Edith; poi lui.

Erano in salvo.

Un grosso uomo, che era quello che aveva sparato, disse: -- Se la sono cavata abbastanza bene.

-- Ah, caro signore -- disse Aquilino con effusione -- lei ci ha proprio salvati.

-- Io non sono nè per la guerra, nè contro la guerra -- disse colui --, ma quella è stata un'aggressione.

Aquilino si guardò attorno. Erano nell'atrio d'un alberghetto. L'uomo, l'albergatore, aveva una faccia risoluta e forte. Miss Edith pareva come fuori di sè.

Il cappellino non c'era più, i guanti nemmeno, la borsetta smarrita, le vesti.... In che stato le vesti di miss Edith!

-- E adesso? Ah, il mio braccio, -- esclamò Aquilino: -- credo proprio che me l'abbiano stroncato.

-- Zitto! -- fece l'albergatore. S'accostò alla porta. Stette in ascolto: -- Sono ancora lì, gli amici!

Calci violenti e grida contro la porta.

-- Ma le guardie? -- domandò Aquilino.

-- Hanno altro a che fare le guardie! Per la teppa sono sere d'oro, queste.

Spense la luce, pregò di non parlare, e poi, accesa una candela, condusse i giovani in una camera. Aprì la luce.

Miss Edith si lasciò cadere su di una seggiola. L'albergatore esclamò: -- Guardi, guardi, cos'ha in mano la signorina? Ma sànguina!

Miss Edith guardò: nel pugno contratto ancora, era un ciuffo di capelli neri.

Li buttò con orrore.

Povere mani! Tutte le belle unghie spezzate. Una sanguinava.

-- Se avesse un po' di sublimato, qualcosa per disinfettare.... E un po' di cognac -- disse Aquilino.

-- Vi deve essere del sublimato sciolto. Scusi, guardi se lei ha ancora il portafoglio in tasca.

Aquilino si palpò. -- Sì, ancora.

-- Allora può dire di avere avuto fortuna.

-- Anzi.... -- E il giovane fece atto di volere con denaro ricompensare il beneficio ricevuto.

A quel gesto miss Edith si riscosse. Si tolse con violenza quella turchesi dal dito, e voleva che l'albergatore la accettasse.

Quegli si schermiva. Ella non desistette finchè colui non ebbe preso l'anello.

-- Lo renderò domattina....

-- Faccia come crede -- gli disse piano Aquilino seguendolo in su l'uscio; -- ma, adesso, non insista. Sapesse quanto ho fatto io per condurla a casa! Si vede che doveva succedere così.

-- Ah, cara signorina, -- disse poi rientrando nella camera, -- io devo proprio supporre che il mio braccio me lo abbiano stroncato.

-- Oh, mio Dio -- fece miss Edith levandosi. -- Ed anche la fronte! -- esclamò con terrore.