La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Part 11

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La guerra, amico mio! Io ho incolpato gli altri popoli di imprevidenza: ma in realtà dovrei incolpare me stesso. Nella mia mente di uomo che attraverso i secoli è giunto al secolo nostro, non entra più l'idea di un popolo ubriaco per la conquista di un pezzo di terra. Un pezzo di qua, un pezzo di là! È poi tutta terra! come noi, tutti uomini! un giorno, tutti sotto la terra! Sono bazzècole che possono interessare chi studia la storia, come il buon senatore. Ma per me la storia ha interesse perchè non ha più nessun interesse. Siamo oggi di fronte soltanto alla guerra?

Noi siamo di fronte al fanatismo dei favolosi Germani antichi, combattenti per la voluttà di combattere. Io rivedo oggi gli antichi guerrieri germani; risorti con tutta la scienza, con tutta la ragione; ma, orrore! con le pupille cieche. E allora? _Quid sum miser tum dicturus, quem patronum rogaturus?_ Dio?

Ascoltatemi ora, giovane e caro amico: ai dì passati, tanto per divertire il pensiero, leggevo un libro di medicina, quando mi imbattei in questo.... passo a proposito dell'opoterapia. Ve lo cito a memoria: «la cura del vitto carneo è assai antica: infatti nei tempi primi, l'uomo non si accontentava di soggiogare il nemico vinto: lo uccideva e lo divorava. Il sangue umano era considerato come alimento di primo ordine e altresì come agente dotato di misteriosa possanza. Il cuore, il fegato, il sangue ancor caldo, godevano soprattutto la fama di dare forza e coraggio» ecc. Dunque l'antropofagia era una forma igienica di vita! Ora io vedo, e mi par di impazzire, i sècoli avvallarsi e scomparire: vedo la nostra età mostruosamente congiungersi a quelle remote età. Inconsapevolmente allora, scientificamente adesso, rivedo gli uomini-belve, dal volto insanguinato. E proclamammo Dio fatto con la nostra effigie!

Dicendo questo, il marchese si percosse la fronte con la palma della mano, non senza violenza. E poichè Aquilino, disorientato un po' a quel viaggio transoceanico attraverso i secoli, nulla ancora rispose, il marchese Don Ippolito continuò:

-- Io non vi nasconderò inoltre un altro mio folle pensiero, e non lo dite alla marchesa la quale ha già così mediocre opinione di me. Sapete voi per quale ragione ogni mattina io richiedo con ansia il giornale? forse per leggervi quale è la vicenda delle armi? Anche, amico. Ma più specialmente perchè mi pare che da un dì all'altro debba rimbombare la voce del miracolo, perchè attendo il miracolo, attendo il portento: che quei popoli una mattina si dèstino dal sonno sanguinoso, aprano le pupille, tendano le braccia in questo unico grido: Oh Cristo, Cristo, Cristo!

Oh, vano sogno! Coloro non sembrano nemmeno più figli di questa pur crudele Natura! La parola d'amore e di pietà è morta. I costruttori della torre di Babele costruiscono con ossa umane. E dobbiamo noi essere alleati con essi? o non piuttosto saremmo marrani e sicarî? Beati quelli che ora scompaiono dalla scena della vita!

E la grossa testa sconvolta del marchese don Ippolito di Torrechiara cadde in giù.

-- L'amico vostro e mio -- disse poi, sollevando il volto -- il conte Cosimo, sta per morire, e questa lettera me ne dà l'annuncio. Io lo reputo beatissimo. Era la cosa che vi volevo dir prima. Ma voi col vostro sorriso mi avete distratto. Perchè voi avete sorriso, nevvero?

*

Donna Bàrbera quando seppe la triste nuova del povero conte Cosimo, volle telegrafare sùbito. La risposta venne e gravissima. Aquilino si diè malinconia e rivedeva già immerse nella nebbia e nell'ombra le cose passate. -- Io voglio vederlo, salutarlo ancora -- dicea. E la marchesa allora consigliò don Ippolito di andar lui con Aquilino; tanto più che il povero conte doveva trovarsi solo. Ma don Ippolito pregò di essere dispensato. Non si moveva; aveva troppe tristezze: gli pesava la testa.

-- Quando è così, andremo noi -- disse donna Barberina --, e mentre il professore si ferma a X..., condurrò Bobby a far qualche bagno al lido, a Venezia.

Così fu deciso.

Donna Bàrbera, Bobby, _mademoiselle Joséphine_, Aquilino si imbarcarono a Villa delle Magnolie, una mattina splendida, su la automobile splendida.

Bobby era radiante, l'enorme _mademoiselle Joséphine_ trepidante.

-- Su, su, su! -- le diceva Bobby.

-- Dove?

-- Ma su!

Donna Bàrbera a destra, _mademoiselle Joséphine_ da lato, e immobile come una vittima.

-- In quattro ore ci siamo -- diceva Bobby saltando presso il meccanico. -- Paparone, addio!

-- Mi raccomando quel ragazzo, Barberina, -- ripeteva, e aveva una tristezza nella voce. E poi fece cenno, e fece fermare la automobile: accorse. Che cosa? Un altro bacio a Bobby. Era rosso in volto.

-- Caro, caro, il mio piccolo Bobby!

-- Arrivederci, papà.

-- _Pas trop vite!_ -- uscì la voce di _mademoiselle Joséphine_ supplichevolmente fuori dal denso velo che tre volte Bobby le aveva ravvolto attorno alla testa.

-- Tenersi forte perchè voliamo -- fu la risposta di Bobby.

-- Jesus Maria!

E la automobile precipitò verso l'oriente dove Venezia, fra le cilestrine acque, eleva al cielo le sue croci d'oro e i suoi domi.

Ma nessun incidente, se non un grido soffocato di _mademoiselle Joséphine_.

Donna Barberina, col sottile tallone aveva, per errore di indirizzo, premuto con forza su di un largo callo di _mademoiselle Joséphine_.

Il volto di donna Barberina sorrideva giovanilmente da una preziosa cuffietta.

CAPITOLO XXI.

La vita è un'amarezza.

Il palazzo del conte Cosimo, dove Aquilino si recò come fu giunto in quella città, era una costruzione massiccia di altri tempi, da cui spirava un'ineffabile aria di abbandono. Un gran portone; e dopo, un grande atrio; e dopo l'atrio, un cortile con i muri rivestiti di vecchie edere.

Non c'era portinaia, non trovò nessuno. Finalmente venne chi gli indicò a quale campanello doveva suonare.

-- Ah, sì -- gli fu detto --, il signor conte stava tanto male!

Fra breve sarebbe venuto il castaldo. Aquilino aspettò, e quegli venne. Ma non fece buona cera, e confermò che il signor conte stava molto male.

-- Che male?

-- Dicono, mal di cuore.

-- È a letto?

-- Da una settimana non si muove più dal letto.

-- Ero venuto apposta per vederlo....

-- Vederlo? Impossibile.

Ma il giovane tanto lo pregò che andasse dal signor suo, e questo nome solo gli dicesse: «Aquilino».

E il castaldo andò e ritornò poco dopo. Era tutto mutato.

-- Ha tanto piacere di vederla. Oh, venga.

E lo precedette per la scala, finchè giunsero ad un gran loggiato ove in lunga fila erano allineati seggioloni e cassapanche, come in attesa di chi non sarebbe venuto.

Qui il giovane si soffermò e chiese: -- Mal di cuore?

-- Così dicono i medici. Il petto del povero signore non si solleva più. Ecco!

Parve ad Aquilino di non potere più, nemmeno lui, sollevare il petto. Lo sollevò con gran respiro e quasi con pena, e vide allora disegnarglisi davanti quelle parole del marchese Ippolito: _I figli che fanno morire i padri di crepacuore_.

Ah, nessun bene vale il bene di potere sollevare il petto liberamente!

Il castaldo sospinse il battente di una porta; e transitavano per la penombra di alcune stanze enormi. Un'impressione gèlida; una visione di mobili enormi, chiusi, che scomparivan negli angoli. Quella fuga di stanze pareva non finire più.

-- Non lo faccia parlare troppo -- avvertì il castaldo quando arrivarono alla fine di quelle stanze.

-- È solo?

-- C'è mia moglie. Ci diamo il cambio. Aspetti.

Entrò lui. E poco dopo disse ad Aquilino di entrare. Entrò, e si trovò nella luce.

Era una stanzetta chiara, con un lettino di ferro: una donna accanto al letto; e sopra il capezzale c'era il naso, le cartilagini, la barba, il sorriso del conte Cosimo.

In alto del capezzale, pendeva Cristo, l'uomo crocifisso, per il quale Dio volle significare agli uomini che l'eccidio di un solo uomo equivale all'eccidio di tutta l'umanità.

-- Non ti posso dare la mano -- mormorò il conte --, ma posso parlare. Non badare a questa buona donna che dice di no. Posso parlare.

Ma in verità non poteva parlare. Erano parole che porgevano l'imagine di segmenti di pensieri.

-- Caro Aquilino, c'è la guerra, eh? Fanno bene, sai!

-- Chi, fanno bene, signor conte?

-- I Tedeschi! Fanno da anti-Cristo! L'uomo è una cattiva pecora. Ah, povero Aquilino! Queste sono cose che riguardano te, e non me; perchè io me ne vado. _Abeo, abìbo_ e, ohimè, non _redìbo_.

Aquilino cercava parole di conforto. Ma il conte faceva, con gli occhi, segni di no.

-- Lo sai?

-- Che cosa, signor conte?

-- Esco di minorità. Però, credi: è difficile imparare a morire....

Aquilino cominciava a sentirsi un male dentro come se anche lui avesse dovuto avviarsi per il viaggio delle tenebre. Oh, c'era tempo per lui; ma in quel momento sentì che anche lui, pur nella sua giovinezza, era un inquilino sopra la terra, corrente verso la morte. Ebbe paura, e niente seppe rispondere al conte.

Questi allora continuò con un piccolo sorriso:

-- .... perchè i vivi non sanno le molte cose che sanno i morti; e i morti non le dicono.

E dopo un poco riprese:

-- Ti devo dire una cosa.

-- Quale, signor conte?

-- Ho cercato anche a te di farti mangiare cose dolci, ma te lo devo confessare: la vita è una grande amarezza. Tu sei venuto, Aquilino, a trovarmi: hai fatto bene, sei un bravo figliuolo; ma vi è chi non è venuto, e non verrà. Vi sono anche i morti sopra la terra, sai!

Gli occhi del conte si venivano appannando.

Ma già la donna faceva segni ad Aquilino.

-- Sì, vienimi a trovare spesso -- disse accomiatandolo.

Ed Aquilino uscì, con quella scritta nell'anima:

_I figli che fanno morire i padri di crepacuore_.

Quando fu uscito disse al castaldo:

-- Però mi pare abbastanza sollevato.

-- È la morfina, -- rispose il castaldo.

L'ultima cosa dolce assaporata dal signor conte.

*

Aquilino, dietro il castaldo, rifaceva il cammino per quelle sale tetre e chiuse; ma ad un tratto diè un balzo indietro.

Un biancore di figura umana parve che gli venisse incontro.

-- Cos'è?

-- Niente -- disse l'uomo. -- Ora vedrà meglio. -- E si accostò alla finestra, l'aprì e fece penetrare la luce.

Or si vedea nella luce una figura di donna con un manto di capelli biondi e una veste bianca.

-- E la contessa -- disse il castaldo. -- La testa è fatta di cera, ma l'abito è proprio quello che portava quando andò sposa. È uno scherzo del signor conte.

Aquilino si accostò a quella signora di cera, che parea viva; ma non osò di toccarla. Era un volto delicato e quasi soave: anzi una piccola piega amara all'angolo delle labbra faceva pensare che colei pensasse.

Venne in mente ad Aquilino questa strana idea, che esistesse anche una chìmica delle anime, per cui una speciale combinazione fra due anime innocue può generare veleni. Voleva domandare al castaldo; ma forse anche colui ignorava questa chìmica.

Ed or con la luce, si vedeva una gran stanza parata a riquadri di stoffa gialla. Rivèrberi d'oro. Poi guardò in alto. Imeneo e amorini volavano per la volta del soffitto. Un gran letto incortinato di foggia antica nel mezzo.

-- Questa era la camera nuziale? -- domandò.

-- Signorsì.

Aquilino si appressò a quel letto, e ad un dei lati di esso vide una cosa delicata, bianca, velata.

-- La cuna dei figliuoli?

-- Signorsì.

Aquilino si allontanò piano piano come se ci fosse stato qualcuno.

*

Procedettero oltre. E quando furono nel loggiato, Aquilino disse tanto per dire: -- È molto bello, dentro, questo palazzo!

-- Lei non ha visto -- disse il vecchio castaldo -- la sala da ballo. Venga. È alta quanto il primo ed il secondo piano.

Cercò le chiavi; sospinse una gran porta. Entrarono in una gran sala.

Le pareti erano affrescate a figure grandi, ma stinte e sbiadite: sedili di marmo negli strombi dei grossi muri, presso i finestroni. Gli occhi del giovane furono attratti da un balenar d'oro e d'azzurro sul soffitto.

Era un soffitto regio, a lacunare. Attorno, attorno, in bei riquadri, c'eran dipinti cavalli e gonfaloni svolazzanti; guerrieri, aste, e quelle _armi pietose_, che usavano un tempo. Nel mezzo, in un ovale, una guerriera bionda languiva presso una fontana; e, presso la donna, un sol cavaliere.

-- Questo soffitto -- spiegava il castaldo -- si sarebbe potuto vendere a gran prezzo; ma il signor conte, il quale pur non era ricco, mai volle. Del soffitto gli importava poco; ma quella figurazione lì in mezzo che lei ora guarda, non la voleva dar via.

-- La morte di Clorinda!

-- Mi pare bene che dicessero così.

E allora Aquilino, affissandosi, vide da quella figurazione venir fuori questi versi luminosi e palpitanti nel suono delle parole:

E la man nuda e bianca alzando verso Il cavalier, gli diè pegno di pace.

Alcun che di giovanile e come arridente correva per la stanza. Era la poesia, giovanetta austera e immortale, che consola di baci e di rose il pianto degli umani. E questa cosa immortale e beata è generata dai poeti mortali?

Imagini ancora non sospettate, della vita e della morte, si rivelavano al giovane.

Poi gli sopraggiunse repentina l'imagine di quella guerra crudele che buttava in fondo al mare tutti gli Iddii e tutte le Dee.

*

Tornò all'albergo ove era alloggiata donna Barberina, e le raccontò della visita e delle parole del conte che la _vita è una grande amarezza_.

E lei carezzevolmente gli rispondeva che la vita è invece una grande dolcezza, e perchè è fuggevole, più è bella; ed altre cose assennate gli diceva, come donna che ella era di molte cose intendente; ma l'ombra di quelle parole del conte che la _vita è una grande amarezza_, non pareva ad Aquilino che ella intendesse o mai avesse potuto intendere.

-- Ma no, Aquilino -- ella diceva con convincimento profondo, -- la vita è bella, e la morte è la condizione, anzi, di questa bellezza.

Era ben pagana donna Barberina, anche se del greco non ne voleva sapere!

Il giovane, invece, non riusciva a liberarsi da una apprensione di peccato sotto l'amore, specie in quell'ora, in quella città, chè se non ci fossero stati i muri e le case interposte, si sarebbe potuto vedere dall'albergo il conte Cosimo sul suo capezzale.

E voleva non dire, non rivelare a donna Barberina questo suo pensiero e questa sua visione. Ma non ne potè più, e glie lo disse.

Ella ascoltò, sorrise. Disse: -- È un effetto della tua educazione da bambino. Tua madre, così religiosa, quei santi, quella chiesa....

-- Ma io non andavo in chiesa....

-- Non importa: influisce lo stesso. Ma ridi, fanciullo!

*

Bobby elevava intanto le sue discrete proteste. Cosa si stava a far lì in quella piccola città melanconica? Aspettava mamà che si guastasse il tempo per andare a Venezia? E i bagni al lido? _Mademoiselle Joséphine_ su la _Guide de Venise_ spiegava in anticipo a Bobby la gran bellezza dei monumenti di Venezia.

-- _Mais vous ne prenez pas intérêt à l'art!_

Bobby sclamava:

-- _Pas plus que vous, mademoiselle_.

*

Ma non fu mestieri ritornare più volte in quel tetro palazzo.

Il conte se ne era andato alla sua fine.

Il giovane se ne diè gran tristezza: ma lo confortava donna Bàrbera con care e savie parole, alle quali certo la ragione di lui assentiva. Eppure dentro una voce gli sussurrava che era viltà l'assentire.

L'amico morto; la madre morta; la pace del mondo, morta. Gli Dei morti!... Ma non era viva lei, donna Barberina? Non bastava?

-- Sei avaro, un pochino avaro -- diceva donna Barberina ad Aquilino. -- All'amore di donna tutto deve dare chi vuole amore di donna.

E questo era il suo pensiero.

*

Finalmente, Venezia!

Il grande albergo sul Canal grande era di una magnificenza regale.

_Mademoiselle Joséphine_ dichiarò a Bobby che lì si sentiva nel suo _juste milieu_, come quando era stata, _autrefois_, in quell'albergo _avec l'ambassadeur de la Chine_.

Càndida _mademoiselle Joséphine!_ così càndida e decente, se il suo appetito non fosse stato indecente.

Ora Bobby, all'albergo a Venezia, si era preso il gusto contrario che a Villa delle Magnolie: rimpinzare _mademoiselle Joséphine_ e faceva di continuo cenno al cameriere perchè venisse ancora a colmare il piatto di _mademoiselle Joséphine_....

-- _Assez, merci. Ah, oui, un petit peu_.... D'altra parte nelle _tables d'hôte_ -- osservava -- è _une bêtise_ aver dei riguardi. _Les Allemands n'ont jamais d'égards_.

E la felicità della buona femmina sarebbe stata incommensurabile se, dopo quei làuti _repas_, ella avesse potuto appartarsi liberamente nella sua càmera e dormire i suoi càndidi sonni.

Ma proprio in quell'ora strana della gran calura era pronta la lancia a motore che mamà aveva fatto mettere a disposizione di Bobby; perchè per Bobby la gòndola era bella sì, ma era pura archeologia.

-- Caro Bobby -- diceva _mademoiselle Joséphine_ con insinuante insistenza, -- tu non senti questo _terrible_ sirocco _de Venise?_

Il sirocco? Bobby non lo aveva inteso mai nominare.

Così, a grande velocità, Bobby visitava i monumenti di Venezia, e a _mademoiselle Joséphine_ quasi si arrestava la digestione per il terrore di scender nelle acque.

-- _Pas de peur, mademoiselle, ici l'on vous attrape avec la plus grande facilité_ -- diceva Bobby.

Coi dèbiti riguardi aveva _mademoiselle Joséphine_ fatto osservare a _madame_ che il professore era più adatto di lei per spiegare i monumenti.

Ma il professore, per la pèrdita dell'amico, soffriva un po' di neurastenia. -- D'altronde voi avete studiato alla perfezione la guida di Venezia -- rispondeva donna Barberina.

Aquilino in quella gran vita fastosa dell'albergo si sentiva lentamente sconvolgere e portare verso un mondo di sogno. Domandavano a lui gli ordini; gli si accostavano con ossequio come se lui fosse stato il signore. Ogni tanto lo coglievano bruschi risvegli della realtà: «non era morale quanto allora avveniva!» Ed il fantasma di quell'uomo ignaro, dalla rossa testa arruffata, rimasto cogitabondo e solo co' suoi sogni, a Villa delle Magnolie, lo tormentava.

Come un prepotente bisogno lo sorprendeva di dire a donna Barberina, seduta dolcemente presso di lui su la terrazza, al livello di quelle incantatrici acque: «Ma non è morale quanto ora avviene!»

Ma la donna non avrebbe compreso, oppure così ella avrebbe compreso, che il castello del sogno sarebbe irrimediabilmente scomparso; e perciò, questa volta, egli si tacque.

Il sogno o la realtà?

Quel portiere in inchini, quel maggiordomo del tutto servizievole; e quelle impassibili labbra sbarbate dei servi, sempre stirate al sorriso, perchè gli sorridevano?

Perchè il denaro di donna Bàrbera fluiva e rifluiva impassibile. «Ah, uomini, vestiti da servi, a quale prezzo sputare sul vostro volto?»

E quest'altro pensiero gli germinava:

«Ah, denaro sublime, pel quale se tu ti contàmini una sol volta, non hai più bisogno di contaminarti alla timbratura della società. La cosa è vile, ma è comoda. E il bene e il male si equivalgono.»

CAPITOLO XXII.

La condotta del marchese don Ippolito di Torrechiara.

Ma la condotta di don Ippolito li costrinse al ritorno.

Perchè don Ippolito, da quando sentì i battaglioni della storia che si approssimavano all'Italia con cupo rumore, fu preso da grande passione. Egli pensava a quello che meglio sarebbe convenuto all'Italia di fare. Ma le costruzioni dei suoi pensieri crollavano sotto la responsabilità immane del fare; crollavano sotto la responsabilità immane del non fare; e intanto la notte odorosa a Villa delle Magnolie passava insonne, mentre il rombo della cupa storia si avvicinava.

E abbandonò allora Villa delle Magnolie, e venne alla città.

Ah, come don Ippolito s'avvide in quei giorni che donna Bàrbera lo aveva saviamente consigliato a percorrere la strada degli onori politici, chè se così avesse fatto avrebbe avuto almeno una tribuna da cui parlare! Don Ippolito, pur con tutti i suoi lumi, era oscuro agli uomini rossi del serpente verde; era oscuro agli uomini neri della bianca colomba.

Era solo, e non era nemmeno senatore!

E come giunse alla città, cercò di venire in contatto con quanti conosceva uomini autorevoli, uomini di cattedra, uomini di toga, gente cioè che lo Stato nutre ed onora, gente di grande sapere e dottrina, e di gran voce: gente che sa distinguere il dritto ed il torto. Ma ora che la volta del cielo precipitava, non sapevano più distinguere, non sapevano più che dire. Essi così eloquenti, erano colpiti da afasia. Appena dicevano: «Ma sì, ma già, caro marchese: ma ecco.... C'è il pro, c'è il contro. Stiamo a vedere, caro marchese. Già, un po' prepotentelli quei Tedeschi; ma è il difettuzzo delle loro belle qualità. Noi tuttavia vediamo, marchese, le cose con più serenità; il cielo, o da una parte o dall'altra, deve pure schiarire».

*

E vide sè, marchese Ippolito di Torrechiara, miseramente ramingo per le vie, insieme col popolo dei comizi e dei tumulti; e sentì parole di vituperio e derisione cadere sopra le sue parole.

E un giorno aveva creduto di operare bene per la salute della patria; ma probabilmente operò male per la sua personale salute. Perchè si era recato presso uno di quelli uomini, i quali con molta autorità proclamavano: «guerra guerra, e presto! se no l'Austria è già cadàvere».

Andò, dunque, e dopo lunga attesa, fu introdotto.

Ma quando fu introdotto davanti a quel signore, don Ippolito stupì di trovarsi di fronte ad un giovane senza rughe, il quale trattava lui, uomo di molte rughe, come se viceversa.

«Ma forse -- pensò -- è un giovane di genio»; benchè la sicumera e la troppa vanèsia eleganza, facevano dubitare su la consistenza del suo genio.

-- Sinceramente, signore -- disse Don Ippolito --, il mio sentimento sarebbe per la guerra. Ma la politica non è il sentimento. D'altronde la testa del conte di Cavour riposa nella tomba da cinquantatrè anni, e in questo tempo le democrazie non ne hanno fabbricata un'altra. Hanno fabbricate altre teste.

Il nemico per il popolo è l'Austria: ma in realtà si chiama Mefisto: al quale, sino a ieri, quelle teste hanno fatto molti inchini....

-- La guerra -- rispose il giovane -- sarà in ogni caso benefica. Eravamo già alle porte della guerra civile.

-- Ma la guerra è il sacrificio di giovani generazioni!

-- Già! E cosa dev'essere altro? Se lei passa un'altra volta, avrò il piacere di ascoltare i suoi discorsi, che sono molto, molto interessanti.

E il giovane signore accompagnò don Ippolito alla porta e lì si inchinò.

*

Nè maggior vantaggio, nei riflessi della salute della patria; e certo maggior nocumento quanto alla propria salute, riportò il marchese don Ippolito, quando si recò presso le porte, o, per dir grecamente, _parà tas thiras_, di uno di quei sàtrapi che tengono le moltitudini sotto la loro balia. E con mansuetudine, ma con fermezza, aveva parlato così: «Tu non vuoi la guerra, o signore, ed io non la voglio perchè essa è cosa inumana. Ebbene, svela alle turbe questa verità: la patria non è un fico secco! E confessa sinceramente che tu, forse, sei stato turlupinato e alla tua volta hai turlupinato le turbe: perchè la patria non è un fico secco. Forse, o satrapo, perderai la tua satrapia, ma salverai il popolo; perchè così confessando, disarmerai i tuoi avversari che gridano guerra. Credi: la patria non è un fico secco!»

Ma quel signore chiamò i satelliti delle porte, e fece scacciare dal suo cospetto quel pazzo insolente che aveva osato parlare così.

*

E il dì seguente don Ippolito non uscì di casa.

Ciò avvenne perchè don Ippolito fu colto da apoplessia.

Allora tutto il palazzo fu a rumore. Fu telegrafato a donna Barberina. La quale venne col direttissimo; e appena ella fu giunta al palazzo, ha telefonato; il signorino ha telefonato. Sono arrivati molti medici e molti amici. «Ma come l'è?» È che il marchese era sempre lì, con gli occhi di vetro e senza poter riprendere la parola. Poi i medici hanno mandato via gli amici; un medico ha mandato via l'altro medico; poi sono venute le vecchie sanguisughe; poi è venuta la notte; poi è rimasta una monaca con lui solo, a vigilare.

Poi la monaca si addormentò, ed anche il marchese don Ippolito di Torrechiara si deve essere addormentato perchè non si svegliò più.