La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra
Part 10
Nell'assenza di miss Edith, era stata scoperta questa _mademoiselle Joséphine_, una signora -- come si suole dire -- di mezza età. Il suo aspetto era quanto mai imponente: il suo italiano, dopo venti anni di residenza in Italia presso le _plus aristocratiche_ e _respectable famiglie_, come ella diceva, si manteneva un campionario delle sconcordanze. _Delicatezza e rispetto_, costituivano le due specialità che impartiva insieme alle tre lingue, francese, tedesco, inglese, indifferentemente, essendo ella, non si capiva più se francese, se tedesca, se inglese. Era a tre usi. Ma pur con tutto quel suo campionario di atrocità verso una lingua, quasi a dimostrazione del suo amore verso le altre tre, ma pur con tutto _il rispetto e la delicatezza_, la povera signora, _idest mademoiselle Joséphine_, specialmente da quando, oltrepassata la prima mezza età, era entrata nella seconda mezza età, si trovava spesso _giù di servizio;_ e con sua sorpresa e dolore, doveva passare dalle _plus aristocratiche_ e _respectable famiglie_, nella casa di una buona donna che la ricoverava a pensione.
Di questi salti, cioè dalle tavole coi fiori, i merletti, i centri, le _Delikatessen_, al desco che aveva per tovaglia anche un giornale, _mademoiselle Joséphine_ incolpava la troppa perfezione del suo insegnamento trilingue; e ultimamente incolpava _cette incommensurable atrocité_ della guerra.
Come vittima della guerra, si era presentata a donna Bàrbera, in tenuta di irreprensibile e virtuosa governante. Ma è che la povera _mademoiselle Joséphine_ era la più innocente delle oche. La sua pudibonda maestà, non priva di rotondità appariscenti, la aveva salvata, nei primi giorni. Poi fu un disastro! Bobby, intuita, azzannata la preda, non la lasciò più. Il nomignolo che le aveva applicato era, _la moglie di re Cettivaio_. In fondo _mademoiselle Joséphine_ avrebbe sopportato questo ed altro, ma a patto che due cose le fossero state concesse: mangiare bene a tavola e un pìsolo dopo mezzodì. Poi si sarebbe abbandonata alla mercè di Bobby. Ma Bobby con quella prontezza di giudizio che lo contraddistingueva, faceva appunto trottare _mademoiselle Joséphine_ dopo il mezzodì; e a tavola sapeva, con diabolica abilità, mutarle in veleno le più saporite vivande. Ciò poi che avvenisse durante le lezioni di inglese e di francese, nelle ore afose fra le due e le tre, era un mistero di cui qualche traccia appariva nell'esclamazione: -- Ah, Bobby niente _gentleman_ con io!
Aquilino se ne accorse, e rimproverò Bobby: -- Sono scherzi indecenti, Bobby.
-- Lo so, ma voglio fare il Kaiser anch'io.
_Mademoiselle Joséphine_ ricorse allora, ingenuamente, a donna Bàrbera; e mise in rilievo, ohimè, certi esercizi ginnastici di Bobby, nei quali la rispettabilità delle sue ridondanze non era troppo osservata. Ma invece di eccitare la dolorosa sorpresa di donna Bàrbera, non aveva eccitato che un freddo sorriso. -- Ma non mi racconti storie. Se fosse una ragazzina, capirei anche! Ma alla sua età! Pensi, pensi piuttosto ai casti pensieri della tomba.
_Mademoiselle Joséphine_ era uscita dal salottino di donna Bàrbera con una faccia apoplèttica. Poi avendo trovato don Ippolito che fumava la sua _gibidì_, gli aveva raccontato il tragico _event_, terminando: -- Ah, io sono il _souffre douleur_ della marchesa!
Ma aveva visto don Ippolito sorridere: pareva in quel sorriso dire: _Anch'io!_
-- Cara signora,... -- cominciò egli.
-- Signorina, _s'il vous plaît, monsieur_.
-- Cara signorina, diciamo allora -- riprese il marchese -- in questa faccenda io non me ne intrigo.
-- Ma non siete voi?
-- Niente _voi, ma lei, s'il vous plaît_. Sì, io sono realmente il capo di casa, ma mi occupo specialmente.... dell'alta direzione morale.
*
Le atrocità del _Kaiser-Bobby_, divennero un bel giorno così insopportabili, che _mademoiselle Joséphine_ ricorse ancora alla marchesa; ma invece di precisare gli atti _grossiers_ di Bobby, e le infrazioni a quella _delicatezza e riserbo che costituiscono le prime qualità di un vero gentleman_, la povera donna commise l'errore imperdonabile di elencare le case rispettabili dove ella era stata e dove mai le erano successi simili inconvenienti.
-- Favorisca ripetere -- disse donna Bàrbera.
La gran _mademoiselle Joséphine_ allibì.
-- Da questo momento lei è licenziata. -- E donna Barberina levò il dito.
Aquilino trovò la gran _mademoiselle Joséphine_ che piangeva: così dirottamente che quasi gli venne da ridere. Ma quando la povera donna confessò la sua miseria, la sua solitudine, e che la sua maestà con le tre lingue era buttata sul lastrico, gliene venne pietà.
-- Proverò a parlare io alla marchesa -- disse.
_Mademoiselle Joséphine_ voleva abbracciare Aquilino.
-- Mi ringrazierà dopo -- disse -- perchè...., perchè non prometto niente.
Pensò ad una patetica perorazione in favore della disgraziata; ma non ebbe mestieri di condurla a fine, che si sentì rispondere dalla marchesa questo strano verso: _A tanto intercessor nulla si nega_.
E fu lui, allora, che allibì di fronte all'imperterrito sorriso della marchesa.
*
Anche certe esibizioni del vestire di lei, certe pose erano perturbanti.
Oh, non ricordava più donna Barberina che anche lei aveva dato il suo onorevole nome alla società per la morale pubblica?
*
È inutile, un giovane anche se volesse rimanere virtuoso, non può.
-- _Non è mica vero che tu voglia rimaner virtuoso_ -- gli diceva una voce dentro.
«E poi quel poveruomo lì del marchese, -- pensava Aquilino come per un martellamento della coscienza -- che non vede niente, che non capisce niente.... No, no! io non tradirò mai quel pover'uomo!»
-- _È che tu sei giovane timido_, gli diceva ancora quella voce. E aveva una rabbia!
Non reggeva più a quella vita in tre. Ed ecco venne il quarto nella persona del senatore.
Soleva il magnifico senatore venire ogni autunno a Villa delle Magnolie, e se questo fosse un onore che faceva o che riceveva, non era stabilito. In quell'anno, essendo forse anche per lui spezzato il _ritmo_, venne in agosto. La valigia con cui il magnifico signore sbarcò dall'automobile sui marmorei gradini di Villa delle Magnolie, dimostrava la intenzione di una lunga dimora.
Il discorso anche del senatore scivolava su la guerra.
Il senatore notò con sorpresa come don Ippolito parlava; aveva libertà di parola; ed avendo libertà di parola, spiegava tutte le vele non senza una certa magnificenza.
Il senatore sperava ancora che l'Italia avrebbe mantenuto fede alla alleanza germanica; e su questo punto il marchese non diceva nè sì nè no.
-- Perchè altrimenti -- aggiungeva il senatore -- una spedizione punitrice di mezzo milione di Bavaresi sarebbe calata per la Gotthard-bahn.
E il marchese disse di no.
-- No? -- Il senatore sapeva tutto da confidenze segretissime di generali, di alti diplomatici....
-- No, perchè ci devo essere anch'io, marchese Ippolito di Torrechiara.
E quando il senatore disse che i Tedeschi erano educatissimi guerrieri, il marchese domandò il permesso di avere contraria opinione.
E quando il senatore disse che tutt'al più si poteva deplorare qualche eccesso di baldanza giovanile, il marchese osservò che era una giovinezza che datava dal tempo di Ariovisto e di Alboino.
E quando il senatore disse che il Re del Belgio aveva operato come un amministratore imprudente che per fare delle grandezze non dà poi un centesimo di dividendo agli azionisti, il marchese Don Ippolito non ammirò la bellezza della similitudine.
E quando il senatore osservò che i Tedeschi violando la neutralità del Belgio, avevano rispettato lo spirito dei patti nel modo medesimo che Cristo aveva osservato la legge sul riposo festivo quando salvò l'infermo nel giorno di festa; perchè se avesse aspettato il giorno di lavoro per operare il miracolo, l'ammalato sarebbe morto; il marchese Ippolito non ammirò abbastanza la sottigliezza dell'ingegno del senatore, ma lo consigliò di essere più semplice.
-- Come?
-- _Il Prìncipe non debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro_, come diceva Machiavelli.
-- Ma suo marito parla! ma suo marito si diverte a contraddirmi, ma lei, ma lei, cara donna Barberina.... -- diceva in disparte il senatore. Cioè, ma lei lo lascia parlare! Ciò è inaudito.
La marchesa faceva per risposta quella sua smorfietta che serviva a tutti gli usi.
Ma don Ippolito, sentendosi libero, alzava oltre alle vele, anche i pavesi e le fiamme della sua eloquenza.
-- No, signor senator riverito! Se anche Clio, la musa della storia, scriverà questa guerra fra le grandi sue pagine, Clio rimarrà lo stesso un'indecente baldracca. Quanti re dei cannoni e delle piastre d'acciaio, quanti ideòlogi pazzi d'orgoglio passeranno per eroi; e quanta povera gioventù, anche in Germania, crederà di morire per la patria; e moriranno soltanto per il dio Mammone! Almeno i Greci e i Troiani d'Omero morivano per la bella Elena. Ma chi le nega, senator mio, che la Germania è la prima in tutte le scienze? È appunto per questo che essa è dimostrativa del fatto eterno che l'uomo non è nè più nè meno che un ruminante. Rumina tante belle idealità, e vive nel suo fimo come un ruminante. Ah, laurearsi in chimica, in meccanica, in fisica e metafìsica! Nessuno è più altamente laureato della Germania. Ma è nei princìpi elementari che è difficile laurearsi! Ed è per questo che Cristo ha detto: _Se non divenite come piccoli fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli_. Oh, povero Cristo! Oh, vane acque lustrali del battesimo! L'uomo sèguita ad insudiciarsi perpetuamente! Forse, prima di morire, cade nell'uomo un barbaglio di verità della sua inguaribile sudiceria, ma è troppo tardi. In fondo credo che abbia ragione il Papa quando dice: _Pregate!_ Non rimane che pregare. I vecchi medici, nei mali incuràbili, per confortar l'ammalato, scrivevano nelle ricette: _mica panis!_ «pillole di mollica di pane». Voi siete ammalati di un male incurabile!
*
-- Suo marito, marchesa, non si può sopportare alla lettera -- aveva detto il senatore.
-- Lo compatisca. La guerra gli è andata alla testa.
-- Compatire è una cosa, cara marchesa, e rimanere qui è un'altra. Faccia, faccia visitare suo marito da qualche specialista.
E il senatore se ne era andato.
*
-- Avete osservato? -- aveva detto don Ippolito ad Aquilino -- da quando quell'inglesina se ne è ita, mia moglie non si riconosce più. Non ha nemmeno trattenuto il senatore. Un ospite che, vi garantisco, dopo tre dì, manda odore come un pesce. Eppure quello, vedete, è un uomo felice! Vive dentro la proprietà di un suo sistema filosofico, come un mollusco entro la sua corazza. Oh, un uomo d'ingegno!
Ma la marchesa aveva detto ad Aquilino: -- So che la presenza del senatore non le era gradita, e ce ne siamo disfatti.
E Aquilino allibì una seconda volta.
*
Il giovane aveva oramai la percezione di trovarsi sopra un terreno in frana, con moto insensibile, ma irresistibile: una percezione paurosa e voluttuosa insieme. Il suo stupore era che nessuno se ne accorgesse: il marchese tutto occupato dell'enorme frana del genere umano, meno di tutti.
Ora donna Barberina aveva preso l'abitudine di farlo chiamare, di quando in quando, per futili motivi. Usciva da quelle stanze di lei con una tempesta di dentro.
-- Scusi se la ho fatta incomodare -- disse ella graziosamente una volta, e aveva molte lettere in iscrittura: -- mi si presenta una questione, oh una sciocchezza, sa! Quel _gentile_ oppure _gentilissima signora_, che si mette negli indirizzi, mi è diventato così banale. Come si potrebbe variare; come dicevano una volta?
Aquilino aveva un bollore di dentro, un formicolìo nelle mani.
-- Una volta dicevano -- rispose -- _valorosa, eccellentissima madama, illustre eroina;_ oppure erano lunghi titoli, non privi di una certa bellezza che oggi però suonerebbero disusati.
-- Per esempio?
«_Anche gli esempî!_» -- Per esempio, ad un gentiluomo si diceva: _Nobile e savio cavaliere, huomo di molta gentilezza e savere_.
-- E ad una donna?
-- Secondo la condizione.
-- Per esempio?
-- Ad una monaca si diceva: _Religiosa, honesta dòmina, molto da onorare e alla verace luce di vita eterna pervenire_.
-- E ad una signora maritata?
-- _Alla carissima donna sua, molto da onorare, manda salute, cum perfecto amore; vel salutem cum honestà di puro matrimonio da conservare castamente; vel salutam cum dirittamente lo matrimoniale ordine conservare_.... «La capisce la lezione sì o no?» disse entro di sè Aquilino.
Ma donna Barberina mostrò di non aver capito.
-- Ah grazioso! -- aveva ella detto, sorridendo.
Era seguìto un certo silenzio.
Aquilino aveva chiesto se comandava altro.
-- No, lei può andare -- aveva risposto con la continuazione di quel sorriso, un sorriso di lento squisito martirio.
E Aquilino uscì piano per quella sfilata di stanze, dal silenzio profondo, che precedevano il salottino di donna Bàrbera. Una luce verdolina pioveva dai diaframmi di seta, alle finestre: tutto ombrato in riflesso verde; anche i fiori, i quadri, i tappeti profondi, i mobili laccati: un lùcido verde, contro il sole: come uno smarrimento. Gli veniva a mente quella serpe verde attorno al petto della donna, nel tenebroso quadro di Francesco Stuck.
Barcollava. _Per dio, ma dovrà ben riconoscere in me un'eroica forza!_ Ben ricordava: la voce di lui, il suo gesto non avevano tradito un'emozione, nulla: impassibile.
Ma più si allontanava, più precipitava il passo per il bisogno che egli avea di rifugiarsi nella sua camera. _Io non sono, per dio, il paggio al servizio della marchesa!_ gridò.
-- _No, tu sei un pedagogo idiota!_ sentì ghignare quella voce di dentro.
-- Si diverte di me, l'infame! -- gridò ancora Aquilino.
-- _No, non si diverte!_ gli rispose quella voce.
*
Gli parve di trovar pace nella sua camera. Ma chi c'era nella sua camera?
L'imagine grottesca di Giuseppe, figlio di Giacobbe, interprete di sogni, ridìcolo attraverso i secoli, era lì, nella camera; era da per tutto.
_Oh, Giuseppe fu un virtuoso giovane_ -- gli diceva quella voce diabòlica -- ; _ma tu troverai sempre, fra il tuo piacere e la tua imbecillità, qualche impedimento a cui darai il nome di virtù_.
Or Aquilino uscì dalla sua camera e chiamava a gran voce:
-- Bobby, Bobby, Bobby!
Andò in cerca del giovinetto.
-- Ha ripassato la lezione?
-- Scusi, ma non è l'ora, -- rispose Bobby.
-- Se non è l'ora, creiamo l'ora. Studiamo insieme. Quest'alta poesia, su, Bobby!
E Bobby lesse:
Qual masso, che dal vertice Di lunga erta montana, Abbandonato all'impeto Di rumorosa frana, Per lo scheggiato calle Precipitando a valle, Batte sul fondo e sta;....
-- Sa che è lunga! -- disse Bobby, traendo il respiro.
-- Bobby -- disse Aquilino dopo un po' -- facciamo una cosa eroica!
-- Ah, sì!
-- Cominciamo il greco.
-- No, professore -- disse Bobby con mansuetudine. -- Mamà ha assicurato che il greco sarà tolto.
-- Anche se inutile, una cosa eroica è utile....
-- Sarà....
«_Ah Bobby, Bobby: destinato a rimanere Bobby; un essere inùtile, come vi sono tanti inutili Carletti, Totò, Jean!_» sospirò Aquilino.
-- Oh, come è fatto il greco! -- esclamò Bobby rigirando la grammatica che il precettore gli avea messo innanzi. -- Ma professore -- esclamò poi Bobby --, perchè mi guarda così?
Aquilino si era fissato nel giovinetto, e pensava non al greco, ma, per indurre in sè repugnanza, pensava al viaggio che Bobby aveva fatto nascendo per le oscure, immutabili vie dell'essere, tredici anni fa: _Inter faeces et sanguinem natus_ -- diceva per indurre in sè repugnanza. Ma non vi riusciva. Aveva davanti il piedino di donna Bàrbera.
_Un piede? Un pezzo anatòmico, una calza, una scarpa.... Come il piede di un parroco._
Vaneggiava.
-- _No! io non farò. Non è bene!_ -- disse a se stesso. Aveva la sensazione tragica, che un'invisibile fenditura minacciasse su su, sino alla torre di Albraccà, la vecchia casa patrizia. -- _No, non cederò!_
*
In un pomeriggio grave, fu pregato di passare da donna Bàrbera.
Le tre sale, con la luce verde, precedevano il salottino di donna Bàrbera. Immote le magnolie giù nel parco si vedevano: disabitato era il luogo.
Oh, l'affannoso, tormentoso percorso!
-- È permesso? -- domandò Aquilino quando fu giunto in fine dei tre salotti verdi.
-- Venga avanti! -- Era la consueta voce. Ma come aprì l'uscio, agli occhi di Aquilino, ritto su la soglia, si discoprì donna Bàrbera.
Ella si stava, come stanca, seduta sopra un divano; perfidamente vestita. Una lama infocata penetrò nelle carni del giovine, e le pupille videro sangue.
E con voce indolente ella disse: -- Bobby si è lamentato del greco. Io lo rimanderei, caro professore. Non le pare che sia da rimandare?
Ed allora soltanto sorrise; ma le pupille di lei non ridevano. Tenebrose pupille! Parlava dello studio del greco.
Ella procedeva lentamente, con quel sorriso e con quelle parole, dondolando -- un fremito? -- come la testa fascinatrice della serpe.
Un'oscura nube ottenebrò l'uomo.
Egli aperse la palma della mano, e la posò con rabbia su la spalla di lei, sì che la abbattè con violenza.
CAPITOLO XX.
Italia Italia, o tu cui feo la sorte....
Aquilino fu preso da delizioso stupore quando -- da quel giorno -- gli si rivelò la esistenza di una terza donna Barberina, ma cara, soave, arrendevole. E considerando che quella docile e appassionata donna era proprio lei, la tremenda marchesa, non poteva sottrarsi all'ebbrezza dell'orgoglio. Forse la aveva plasmata così lui, con quel gesto della sua mano brutale. Ed oltre all'orgoglio, anche il piacere! Perchè se quello non era proprio il sognato amore con gli angioli, era pur sempre un delizioso amore.
Oh, ammirabile, o insospettata, o tutta rivelata a lui, donna Barberina!
_Un colpo d'audacia, e l'uomo crea la donna, anche se la donna è una marchesa. Non è sublime tutto ciò?_ E il giovane masticava quest'idea del possesso, della conquista, del piacere; e sentiva una gran pienezza di vita.
Aveva temuto di provare rimorso davanti al marito.... Ma no! Non ne provava, e ne era sorpreso. Dalla coscienza non gli giungeva più alcuna comunicazione in proposito. Doveva simulare bensì e dissimulare alla presenza di don Ippolito: ma donna Barberina gliene offriva l'esempio con tanta grazia, con tanta naturalezza; e lui sarebbe stato da meno? Anzi quell'esercizio dell'ingannare gli si presentava, a tratti, come una cosa singolare e non elencata fra le virtù dell'uomo.
*
Ma con tutto questo non potè reprimere una certa perturbazione il giorno che il marchese don Ippolito, coi baffi arruffati più che mai, gli occhi quasi truci (come diceva donna Barberina), e una lettera in mano, gli disse:
-- Devo significarvi una cosa molto grave, giunta a mia notizia. -- E così dicendo, accennava ad un sedile, sotto una dea Pomona, la quale si era pudicamente ricoperta di muschio il seno marmoreo.
Che cosa poteva contenere quella lettera?
-- Anch'io sono turbato, maestro, -- cominciò don Ippolito a dire, e la testa gli cadde in giù. Sollevàndola poi e presentando la faccia tutta luminosa e commossa, che quasi era bello, battè lente queste parole: -- Le ore attuali sono le più solenni e terribili che l'Italia abbia vissuto! E perciò beati coloro che oggi saranno liberati dalla vita.
Aquilino allora sorrise.
-- Voi sorridete? Voi sorridete _italice_? -- disse il marchese con stupore e corruccio.
È che Aquilino in quel punto non pensava all'Italia.
-- Quando negli anni di grazia 1494 discese in Italia re Carlo VIII, v'era anche allora chi sorrideva!
Ad Aquilino in quel giorno importava pochissimo di Carlo VIII di Francia: ma gli fece piacere; perchè se don Ippolito pensava all'Italia e alla roba di tanti secoli fa, voleva dire che neppur l'ombra di un sospetto attraversava la mente dell'ottimo signore per ciò che riguardava le cose circostanti.
E perciò fece il volto compunto di attenzione e lasciò che il marchese viaggiasse il largo mare delle sue divagazioni. E cominciò così:
-- Ahi! che cosa valsero all'Italia le sue arti, i suoi studi eleganti, ed il risorto Platone? e quel Leonardo? e le statue nate dalla divina frenesia di Michelangiolo? e la decantata saggezza di quel Lorenzo, magnifico e pacifico?
Noi seguitammo a sorridere per le facezie degli zanni: _scarpa larga e gotto pien, prendi el mondo come vien_! E i dotti a disputare se questa voce è tosca; se quella è saporosa di Marco Tullio; o tutt'al più, sospirare, _Italia Italia, o tu cui feo la sorte_! Noi diventammo intanto merce da baratto fra i potenti del mondo. Le armi! le armi! la forza e la concordia! E sapete voi, maestro, chi, in quell'anno di grazia 1494, previde le sventure d'Italia e predicò la concordia e le armi? Un umanissimo gentiluomo, il quale sapeva altrettanto bene maneggiare la spada, come trattare i civili negozi. Io vi ho nominato quel conte e poeta che fu Matteo Maria Boiardo; e ne vedeste, se vi ricorda, il volume sul mio scrittoio. A sua dilettazione e conforto egli veniva componendo la favola o romanzo di quel barbuto paladino Orlando, al quale, a mezzo della vita, capitò mala ventura: innamorarsi della bianca Angèlica! ed ella ne fece strazio e beffa; guìdalo per le mordacchie, l'eroe! fagli vedere la luna nel pozzo! Del che non meravigliatevi, perchè tale è sempre stato il destino degli eroi; e le belle donne non amano che i vanesi e baliosi giovincelli.
*
A questo punto Aquilino corrugò le ciglia. Dove andava a dar di cozzo la nave del marchese? Per fortuna, prese ancora il largo e proseguì: -- E se i nostri rètori meglio avessero lette quelle ottave fiorite in gioia di primavera, noi vanteremmo un'opera, per cui la gloriosa favola di Don Chisciotte apparirebbe come seconda. Ahi, la _infernal tempesta della spietata guerra_ interruppe quel canto, ed il nobile conte, in quel tardo autunno del 1494, ne morì di crepacuore; e non per l'inganno di Angelica, chè in fondo può reputarsi natural sacrifizio dell'uomo essere seviziato da bella donna; ma per le sventure d'Italia.
«Oh, adesso mi pare che filiamo bene», pensò Aquilino, libero oramai da ogni sospetto, chè, quanto all'Italia, egli non sentiva i timori del marchese. «L'Italia è tanto grande ed antica che nessuna balena la avrebbe ingoiata».
E il marchese proseguì:
-- Che debbo dirvi di quello che oggi avviene, maestro? Io sono stato sin qui un _razionabile_ ammiratore del popolo germanico e riconosco che dal tempo di Fichte in poi, i Germani hanno dalle nostre idee democratiche latine formato un organismo ammirevole e degno di seria considerazione.
E vi dirò in confidenza che, al principiar della guerra, quasi mi compiacqui della fiera lezione di cose che i Germani, dalle teste ubbidienti, impartivano alle teste delle nostre democrazie, buone a muovere i mulini a vento dell'utopia; e come i Torrechiara militarono sotto Carlo V, io non avrei reputato disdicevole rispondere all'eribanno del Cesare germanico. Quando non si può essere signori, non è disdoro confessar di esser buoni vassalli.
Così dicendo, parve al marchese di aver proferita cosa gravissima. Sospese il suo dire e attese dal suo ascoltatore una obbiezione.
Aquilino nulla disse, e il marchese proseguì:
-- Ma da quei primi giorni ad oggi il mio pensiero si è venuto cambiando.
Ma che cosa è successo nel popolo germanico? Quale follia di grandezza lo sconvolge? Ah, questa follia ha una spada, e che spada!
Noi non siamo più, come per lo innanzi credevo, di fronte alla guerra, doloroso fenomeno delle umane competizioni. E le democrazie occidentali commisero il grave errore di logica nell'ammettere tutte le ambizioni e le competizioni; e non tenere nel dovuto conto l'estrema competizione: la guerra.