La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

VOLUME II.

Chapter 21,691 wordsPublic domain

FIRENZE SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE» 1921

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

LIBRO QUARTO

IL RISORGIMENTO

CAPITOLO PRIMO.

I moti del 1821

Influenze europee.

L'Europa era anche più agitata dell'Italia dai moti sotterranei del liberalismo.

Il patto della Santa Alleanza uscito da una tragedia pareva prossimo ad attirarsi gli scherni di una farsa: il dispotismo dei re, per quanto agguerrito, non bastava ad atterrire la libertà dei popoli. La individualità civile e politica creata dalla rivoluzione francese col dogma della sovranità popolare, sorpassata la necessaria antitesi della dittatura napoleonica, passava dal cittadino alla nazione, dalla Francia all'Europa. Un nuovo diritto era proclamato tutti i giorni dai giornali e dalle cattedre, dalle esigenze industriali e commerciali, politiche e sociali. La rivoluzione francese avendo più o meno rivelato se medesima a tutti i popoli, ognuno di essi impadronendosi del proprio problema badava a trovarne la soluzione. E il problema era il medesimo per tutti attraverso ogni differenza di grado: emanciparsi dal passato costituendosi nell'indipendenza e nella libertà e mutando i propri despoti in funzionari.

La Carta conquistata dalla Francia nella propria sconfitta metteva il principio dell'elettorato popolare al disopra della monarchia: questa per combatterlo si logorerebbe fatalmente; mentre la nazione, percorrendo in mezzo secolo tutta la gamma delle monarchie costituzionali quasi a convincere il mondo della loro inconciliabilità colla moderna libertà, riconquisterebbe la republica. L'Inghilterra, rappresentante di un parlamentarismo nel quale la sovranità nazionale era ancora limitata al doppio patriziato dei lords e dei ricchi, guadagnata al contagio della democrazia francese, si preparava con discussioni di popoli e reazioni di governo alla grande rivoluzione legale del 1829; l'Irlanda s'insanguinava nell'eroica caparbietà di una emancipazione mal definita; interclusi dalla Russia dall'Austria e dalla Turchia, i Principati Danubiani, quasi anella fracassate dell'immenso dragone slavo, erano agitati da moti convulsi di congiunzione e cercavano sottrarsi alla tirannia turca invocando la libertà francese. Erano popolazioni quasi barbare che si avventuravano alla libertà coll'energia di una indipendenza selvaggia, mescolando sentimenti e tradizioni medioevali ad istinti meravigliosi di modernità. Dopo l'antica civiltà del Mediterraneo e del Baltico fermentava in essi quella del mar Nero. La Slavia del sud, avanguardia della Slavia del nord, combatteva precipuamente Turchia ed Austria, il potere più barbaro e la potenza più dispotica d'Europa, le due negazioni più assurde dell'individualità cristiana e moderna.

La Grecia, piccola, smembrata, appena colla popolazione d'una grande città, senza denaro e senz'armi, si scagliava sull'immane colosso dei Dardanelli: tutti i suoi figli erano eroi. Gli antichi poemi di Omero ammutolivano agli echi delle nuove gesta: le vecchie storie leggendarie diventavano pedestri dinanzi ai racconti delle presenti imprese; persino la tragedia napoleonica nella sua vastità non uguagliava questa angusta epopea, nella quale tutto un popolo si mutava in esercito, mentre tutte le sue città affogavano nel sangue, e flottiglie di brulotti incendiavano le armate nemiche incalcolabilmente numerose, e falangi di donne superavano d'ardimento gl'invincibili battaglioni dei klefti.

La Spagna si ribellava contro il tradimento di Ferdinando VII, re così ribaldo che al suo paragone quelli d'Italia sembravano magnanimi. Quiroga e Riego alla testa di una insurrezione militare lo forzano al rispetto della costituzione proclamata spontaneamente dalla nazione nel 1812 durante l'interregno e da lui accettata al ritorno nel 1814. Ma il costituzionalismo è impossibile anche alla Spagna troppo incolta e bigotta; quindi il partito liberale si spezza e, mentre i moderati aggirati dalla corte e dal clero mirano a sminuire rivoluzione e costituzione, i radicali esasperati mantengono la rivolta. La guerra civile avvampa sublime di orrore e di eroismo. Il moto si propaga al Portogallo: il colonnello Sepulveda vi si solleva, i costituzionali entrano trionfanti a Lisbona, e Giovanni VII vi sbarca dal Brasile per accettare la costituzione, lasciando quello emanciparsi e proclamare don Pedro imperatore.

L'Europa freme. La Polonia, ostinata nel sogno assurdo d'una rivoluzione aristocratica, nella quale al popolo viene sempre offerto il dispotismo dei propri signori in cambio della tirannide russa, affila le armi; la Germania si agita nelle società segrete, scuotendo con brividi poderosi i limiti dei propri molteplici stati come disadatte congiunture di troppo vecchia armatura.

La rivoluzione napoletana.

L'Italia, sempre da tre secoli accodata all'Europa, rabbrividisce al vento della rivolta, che soffia da tutte le sue sponde e discende dalle Alpi a sferzare i vapori del suo cielo sonnolento.

La carboneria cresciuta ad incredibile numero di adepti non poteva non risentirne. Nella dissoluzione dell'immensa unità, napoleonica, fra il doppio crepuscolo di un'epoca che finiva e di un'altra che incominciava, dopo aver sopportato la protezione e la persecuzione regia, non aveva ancora trovato il problema pel quale era nata. Il cosmopolitismo, togliendole la precisione degli obiettivi e il carattere nazionale, invece di una forza diventava una debolezza. Quantunque si reclutasse anche nelle file del popolo e fosse borghese per studi e tendenze, subiva ancora così il fascino dell'aristocrazia da cercare in essa i propri capi. Quindi anelava a sostituirsi nel governo anzichè a vera emancipazione politica; i suoi più illustri capitani furono Carlo Alberto di Carignano e Francesco duca di Calabria; avevano scritto sulla propria bandiera -- Indipendenza, Libertà, e poi Unione invece di Unità -- sfuggendo così al problema primordiale della ricostituzione italica. Del come stringere la federazione o fondare una republica una monarchia unitaria non discuteva, quasi di secondaria conseguenza lasciata alla decisione del capo al capriccio della vittoria. Moralmente la carboneria era nobile e generosa; ma intellettualmente retriva, affettava il classicismo nelle idee e nelle forme letterarie, romanticheggiava sulla tradizione italica, invanendo nel segreto teatrale delle proprie iniziazioni e nella rapida diffusione delle vendite. Se la sua forza avesse corrisposto alla sua cifra, la quale raggiungeva quasi il milione, e la sua fede fosse stata profonda, avrebbe potuto, mutandosi in esercito al momento della riscossa, assicurare la rivoluzione: invece non ne fu nulla. Questa cominciò come una insubordinazione, visse fra una festa e un'accademia, rinnegò nell'insulsaggine di un egoismo regionale l'unità italiana, si affidò ingenuamente ridicola alla parola di un re spergiuro, per finire fortunatamente in un massacro di reazione, che la riabilitò avvalorando con ineffabili dolori il carattere politico nazionale.

Come sètta politica la sua debolezza stava nel suo stesso numero eccessivo, giacchè prima di raggiungerlo avrebbe dovuto affermarsi per insurrezione; e peggiori erano le qualità dei suoi adepti in gran parte preti. Questo invece di essere un carattere religioso significava che l'antinomia del vaticanismo colla rivoluzione non era ancora sentita.

I primi fatti avvennero a Napoli. Guglielmo Pepe, strenuo soldato ma inetto generale e più inetto politico, vi sfoggiò teatralmente. Compromesso quasi da fanciullo in due cospirazioni, processato e gittato nelle orribili fosse del Marittimo e della Favignana, poi soldato a Marengo e nelle Spagne; di republicano mutato in costituzionale; colonnello al servizio di re Giuseppe e di Murat; contro questo mescolato nelle ultime cospirazioni per strappargli una costituzione; finalmente rimasto generale sotto Ferdinando di Borbone, era l'eroe della carboneria. Lo splendore delle sue gesta soldatesche, le sue prime congiure, la sua ultima conversione al costituzionalismo, i suoi pregi e i suoi difetti, lo destinavano a rappresentare il nuovo moto. Si sapeva che Pepe nel 1819, quando Francesco I d'Austria e Metternich vennero ospiti del re Ferdinando, aveva tramato di catturarli tutti ad una rivista che poi fallì. Ma la carboneria, dopo la costituzione della Vendita suprema di Salerno, incalzata dalla rivoluzione spagnuola, affretta le disposizioni per la rivolta: tradita da un miserabile Acconciagiuoco le precipita: l'esercito è quasi tutto carbonaro. Due sottotenenti del reggimento Borbone cavalleria, Michele Morelli e Giuseppe Silvati, sospinti dal canonico Menichini, lo sollevano al grido di: viva Dio, viva il re, viva la costituzione, ma il popolo non capisce quest'ultima parola. Il tenente colonnello Concili aderisce, si canta trionfalmente col vescovo il _Te deum_ in Avellino. Di qui la colonna degli insorti s'avvia a Monforte, altri canonici carbonari la rinfiancano con bande raccogliticce; la Corte sgomentata deputa Pepe ai ribelli, poi, malcerta della sua fede, manda loro il generale Carrascosa senza soldati. Questi tratta coi rivoltosi aspettando rinforzi per batterli, ma l'insurrezione si propaga, altri reggimenti si ribellano eccitati da Pepe, la Corte trema, e cinque settari col duca Piccolelli alla testa, quasi nel finale di un melodramma, vi penetrano intimando al re di concedere la costituzione fra tre ore.

E Ferdinando la dà.

Allora è un'ebrezza: Pepe, dichiarato salvatore del re, fa retrocedere i calabresi già in marcia su Napoli, quindi vi entra, 9 luglio 1820, caracollando alla testa degli insorti fra nembi di fiori e cantici di osanna. L'eccitabile immaginazione del popolo lo paragona a Murat. Disceso a corte, bacia umilmente la mano al vecchio re Ferdinando che lo abbindola con volgari complimenti.

La costituzione giurata all'indomani dal re con invocazioni di fulmini divini sul proprio capo, se mai avesse a tradirla, esalta al delirio le fantasie: la costituzione era spagnuola e si era voluta fanaticamente quella, benchè nessuno la conoscesse e in tutta Napoli solamente l'ambasciatore spagnuolo ne avesse una copia. La Corte s'inganna, la carboneria s'illude, il popolo festeggia. Il poeta Gabriele Rossetti lancia la più bella delle sue odi a questa incruenta rivoluzione senza accorgersi che se adesso non vi è stilla di sangue su tante migliaia di spade, nel giorno prossimo della battaglia le stesse spade ricuseranno d'insanguinarsi. Tutti si affigliano alla grande setta: il duca di Calabria vi si fa iniziare da monsignor Marcello, i lazzari vi si arruolano a frotte. Ma la camorra, eterna peste di Napoli, vi si mesce, vendendo diplomi di carboneria agli stessi sanfedisti, intenti così al doppio scopo di salvarsi da possibili vendette e di penetrare nella rocca del nemico.

La diplomazia estera osteggia la rivoluzione: Sir William A' Court e il duca di Narbonne la disonorano nei propri rapporti, onde a mezzo agosto due flotte francesi ed inglesi compaiono nelle acque di Napoli per difendere la famiglia reale. I grandi maestri della carboneria congregata per avvisare ai nuovi pericoli ordinano ai carbonari e alle milizie di muovere su Napoli, e stabiliscono un comitato di salute publica di cinque membri col potere degli Efori spartani, eterno ricordo classico, che vigilino sui generali, sui ministri, sulla corte, su tutti.

Ma siccome la polizia reagisce contro la setta arrestandone qualcuno, questa non ardisce spingersi all'insurrezione.

Intanto la Sicilia, ostinata nella propria autonomia e sobillata dalla corte, profitta della rivoluzione di Napoli per ribellarsi; orribili