La lotta politica in Italia, Volume 1 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

canto i re, dall'altro i popoli: quelli dietro al papa, questi intorno

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alla libertà. I governi dovevano mutarsi in congegni di polizia e in macchine di compressione contro il pensiero nazionale per aumentare la sua forza; il carattere uscirebbe temprato da questo attrito; tutte le scienze e le arti si preparavano già a cospirare nella politica e colla politica.

Mentre la storia d'Italia nel medio evo e nel rinascimento aveva avuto a principio la federazione contro l'unità, e dal rinascimento alla rivoluzione francese invertendosi era passata all'unità colla formazione dei tre grossi regni dei Savoia, della Chiesa e dei Borboni; ora l'unità, diventando coscienza per la simultanea soppressione di tutti i regni operata dalla rivoluzione e dall'impero francese, esigeva una nuova forma unitaria republicana o monarchica.

La storia moderna d'Italia risulterebbe quindi dal contrasto dei residui stranieri, federali, regi e cattolici, alla sua unità.

Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese.

Se Parini ed Alfieri preludendo alla rivoluzione francese non ne compresero poi alcuno dei caratteri, Monti e Foscolo rappresentarono meravigliosamente la generazione da essa sorpresa. Appena l'Italia prese fuoco alla rivoluzione, la sua senile letteratura ammutolì. Le carneficine di Parigi e il rombo delle guerre francesi, caccianti austriaci, principi e papi per improvvisare republiche servili ma rivoluzionarie, sconvolsero il classicismo compassato dei retori, predisponendoli all'opposizione. Ma l'abitudine della servitù e l'apparire trionfale di Napoleone imperatore li riconciliò alla cortigianeria: allora tutti, capi politici ed amministrativi, ministri e deputati, scienziati e filosofi, poeti e prosatori adularono. L'oraziano Fantoni, che aveva protestato per l'annessione del Piemonte alla Francia, non osò continuare; Monti, di già glorioso per avere imprecato nella _Basvilliana_ alla convenzione regicida, maledisse poco dopo al sangue del _vile Capeto succhiato alle vene dei figli di Francia_; Cesarotti, il bardo ossianico, sentì scoppiarsi alle labbra la tromba della gloria soffiandovi dentro il nome di Napoleone; solamente Alfieri, sopravissuto al proprio periodo e ributtato dal nuovo, proruppe ad un odio misantropo, che gli fece approvare persino gli inutili assassinii sui francesi e scrivere col sangue avvelenato del proprio cuore il _Misogallo_. Foscolo, classico e republicano, coll'anima onesta di Parini e il carattere sdegnoso d'Alfieri, si cacciò all'opposizione liberale, sognando una Italia republicana.

Gli scienziati blanditi da Napoleone, o solitari nei propri studi, poco intesero e sperarono nel movimento; i più si appagarono di vani onori e del più vano grado di deputato nel collegio dei dotti, limbo nel quale Napoleone chiudeva anticipatamente qualunque pensiero potesse resistergli. Filosofi veramente degni di questo nome e che potessero dare alla loro filosofia la importanza raggiunta dallo Spallanzani, dal Volta e dal Lagrange colle moltiplicate scoperte alla scienza, l'Italia non aveva. Mentre il Soave trionfava dietro Condillac malgrado la forte opposizione del Gerdil, e Draghetti cercava di fondare la psicologia sull'istinto, e Miceli respingendo l'ontologia di Wolff s'affrettava a un sistema di tutte le scienze, e Pino, Palmieri, Carli, Borrelli combattevano oscuramente per soccombere sotto la fama di Tracy, Romagnosi e Gioia, poco letti e meno stimati, guidavano il pensiero italiano verso il secolo XIX. Superiore al Janelli, che si era smarrito entro la vastità di Vico, Romagnosi tentò di naturalizzare le idee straniere, ripensandole nel metodo italiano. Quindi Bonnet, Smith, Condillac, Bentham ripassarono per il suo sillogismo entro interminabili esposizioni polemiche, per naufragarvi in spiegazioni non abbastanza originali e male sorrette dalla logica stecchita degli enciclopedisti. Il suo ingegno, mezzo italiano e mezzo francese, sorpreso nell'affacciarsi al secolo XIX dall'immenso moto napoleonico, perdette il coraggio della propria rivoluzione malgrado l'oscura necessità dialettica, che lo spingeva a geometrizzare tutte le idee per assicurare la filosofia nella scienza. Infatti, sempre più giurista che filosofo e miglior analitico che sintetico, Romagnosi dovette smarrirsi nella storia; derise Hegel conoscendolo appena da alcune pagine di Lerminier, comprese male Vico e lo combattè peggio per concludere a questo concetto spaventato e spaventoso: che la civilizzazione in sostanza non è che un'arte arbitraria e la storia una composizione del caso. Così, spiritualista nella ricerca delle _cause assegnabili_, si mostrò inconsciamente positivista nelle scienze morali; e le sue opere migliori rimasero la _Genesi del diritto penale_ e il _Diritto publico universale_, quantunque il fondamento filosofico ne sia scarso e la modernità troppo annebbiata. Mentre la Germania aveva Hegel e la Francia Comte, l'Italia soccombeva ancora con Romagnosi alla fatica di assimilarsi le idee europee, o brancicava con Melchiorre Gioia tutti i fatti, studiando invano il metodo per disciplinarli. Questi pure, seguace del Bentham nell'economia e del Locke nella logica, tentò coll'istinto delle terre lontane di fondare la _Filosofia della statistica_ e radunò nel _Prospetto delle scienze economiche_ sopra ogni materia i giudizi dei dotti, le opinioni dei popoli e gli esperimenti dei governi. Se non che il numero dei fatti lo imbrogliò; dai fenomeni non giunse ad indovinare le cause, teorizzò arbitrariamente su fatti pochi e talvolta incerti: non comprese la morale, trascurò il popolo, e, proclamando la tirannide amministrativa, obliò troppo spesso i rapporti fra l'economia politica e la legislazione, fra i periodi della storia e i caratteri della società. Vero economista dell'epoca napoleonica, maneggiò i numeri come soldati, lanciandoli alla conquista del mondo senza più cura degli errori che dei morti se la vittoria gli sottomettesse la ragione su fatti futuri, o se nel circuire un'idea coi propri calcoli, come un esercito blocca una fortezza, potesse far pompa di molte forze. Però, come impossessandosi di una città non se ne conquista nè la storia nè lo spirito, così dilatando le condizioni e le conseguenze materiali di un'idea non se ne ottiene l'essenza.

Nullameno Romagnosi e Gioia furono i due spiriti più moderni del periodo napoleonico, nel quale, influenzando sull'educazione della gioventù, quantunque senza rivolgersi direttamente al popolo, prepararono più efficacemente d'ogni altro scrittore la sua nuova coscienza alle idee rivoluzionarie.

Vincenzo Monti

Il poeta della loro epoca, lirico, pomposo, sonante, è Monti. Nella sua fantasia infatti le nozze di un principe romano assumono la importanza d'una battaglia europea, la scoperta di Montgolfier provoca lo stesso entusiasmo che la nomina a cardinale di un protettore. Ignorando la Grecia e il greco traduce nullameno Omero nella musica di un endecasillabo rimato sulle guerre napoleoniche; quindi, sferzato dalla nobile ira di Alfieri, improvvisa tragedie, nelle quali il pensiero si spampana in aforismi morali e la passione si squaglia nell'incandescenza delle parole. Dall'assassinio di Ugo Basville prende argomento ad un poema, che dovrebbe significare la lotta fra Roma e la rivoluzione francese, ma non comprende nulla alla loro antitesi: e sogna, immagina, sentenzia con vena inesauribile, nascondendo il voto del pensiero nel rombo della frase, perdendosi nel volo del proprio estro che uguaglia spesso quello dell'aquila. Lo dissero un Dante redivivo, e somigliava a Dante come uno stucco somiglia ad un marmo. Dante è la coscienza costretta a diventare poesia dalla propria intensità; Monti è la fantasia inconsapevole, aperta a tutti gli spettacoli, abbandonata a tutti i venti, satura di tutti i colori, vibrante di tutti i suoni. La confusione europea, gettandolo dalle imitazioni classiche alle romantiche, non gli toglie nè scioltezza, nè arditezza; ma _Prometeo_, la grande tragedia dell'anima, si muta nel suo canto in una novella mitologica, le battaglie entro i dizionari per la classicità delle locuzioni diventano le più vere di tutta la sua vita; vede sempre in Napoleone un Giove, e lo maschera col paludamento degli imperatori romani, mentre Canova egualmente classico, capovolgendo l'errore, lo scolpisce nudo col mondo in mano nel cortile di Brera. Le violenze delle amministrazioni rivoluzionarie gl'inspirano la _Mascheroniana_, nella quale vibrano robusti sdegni patriottici; poi Napoleone cade, e questa immane caduta che trascina seco un mondo, questo immenso bolide, forse il maggiore apparso nella storia, che traversando il cielo di due continenti va a precipitare sopra un'isola deserta in mezzo all'oceano, gli suggerisce appena una canzone, il _Ritorno di Astrea_ per gli austriaci riconducenti la reazione e la schiavitù. Del suo tempo, della Francia, dell'Italia, dell'Europa, Monti non ha che veduto la fantasmagoria, ascoltato i suoni, ripetute le parole; idee e passioni non lo hanno toccato. Ma nullameno riassume, come ogni grande poeta, il proprio paese, nel quale la rivoluzione era piuttosto importata che originale, e le idee si combattevano come gli eserciti per trionfare altrove. Monti non riflette, non ama, non odia, ma si scalda a tutti i fatti, s'interessa a tutte le scene, applaude tutti i vincitori, incita tutti gli sdegni, dà il volo a tutte le speranze, e per evitare rimpianti crede sempre a quello che appare. Quindi l'arcadia, calpestata da Parini e da Alfieri, rifiorisce con lui in una poesia, nella quale l'uomo è fuori del poeta.

Ugo Foscolo.

Ma poeta e uomo sorgevano contro Monti in Foscolo; se quegli era stato il più numeroso poeta per tutti i vincitori; questi è l'eroe più nobile del partito rivoluzionario, e la poesia deriva in lui dalla politica e viceversa. Materialista ed entusiasta, scettico e credulo, egli si dibatte già nel grande dramma del nostro tempo, fra le necessità atee della scienza e quelle mistiche della religione. Come erede del secolo XVIII, Foscolo è miscredente, come profeta del secolo XIX, sentendo che la fede sta per riapparire nel mondo, soffre di non poterla accogliere e la rimpiange come una illusione. Non è nemmeno italiano: l'Italia è per lui una patria d'accatto. Ma alla sua coscienza la patria è più necessaria della luce per gli occhi. Foscolo non può sentirsi uomo che riconoscendosi ed essendo riconosciuto cittadino. La tragedia spirituale gli si muta quindi in dramma politico. Questo si acuisce al punto da comunicargli nel _Jacopo Ortis_ la malattia del suicidio; senonchè la forte natura del poeta trionfa, l'esercizio della vita militare lo risana, le crisi della politica lo irrobustiscono. Fin dal 1795, essendo imprigionato dalla inquisizione di Venezia per cospirazione, e già degno di ricevere dalla madre, una greca di Zante, l'eroico consiglio: «muori, figlio mio, piuttosto che denunciare i tuoi amici». Il tradimento di Campoformio contro Venezia lo sprofonda sempre più nella democrazia; più tardi soldato volontario nelle truppe della cisalpina, vagheggiando l'impresa d'Italia, la riconosce immensa, desolante, impossibile. Ma quando l'astro di Napoleone sta per abbacinare il poeta, e Monti brucia verso l'imperatore tutti gli aromi delle proprie strofe, e Giordani disonorando la dignità della prosa italiana gli tesse il più ignobile dei panegirici, Foscolo, smanioso di patria e di libertà, gl'impone di mutarsi in un Washington per creare l'Italia, come un impresario avrebbe potuto chiedere a Goldoni di mutare lo scioglimento di una commedia. Il segreto, dell'epoca gli sfugge, le improvvisazioni effimere delle violenze imperiali e la viltà di tutte le insufficienze democratiche lo sbalestrano fuori del mondo fra i _Sepolcri_, ispirandogli il carme più sublime del secolo. Quindi, ammalandosi di quella stessa miseria d'Italia che vorrebbe guarire, Foscolo dalla cattedra di Pavia predica e sferza, grida nelle liriche, protesta sul teatro colla _Ricciarda_ e coll'_Ajace_.

Ma coloro stessi che rispondono alle sue parole non le comprendono. Alla rotta di Lipsia rompe il proprio bando per partecipare alle congiure di Milano contro Beauharnais, le quali invece di concludere alla libertà producono la ristorazione del patriziato milanese e dell'Austria colla più assassina delle sommosse. Laonde Foscolo, troppo tardi consapevole dell'inganno, s'invola nobilmente all'infamia di nuovi onori nella lontana Inghilterra. Ma nemmeno sulla classica terra della libertà trova pace. Perseguitato dalle calunnie di tutti, esaurito dalle proprie passioni, sfiduciato persino della storia d'Italia, si difende ancora dall'accusa di non combattere l'Austria col rispondere che ogni battaglia sarebbe inutile; finchè cessa di scrivere, e corroso dalla miseria si spegne silenziosamente nell'oblio. In questo periodo l'ira fantastica e rettorica di Alfieri è diventata passione in lui, senza che il concetto di una nuova Italia gli si sia abbastanza schiarito nella mente. Quindi egli la chiese egualmente alle sètte, a Napoleone, alla cisalpina, inconsapevole dei principii, dei modi che le sarebbero stati necessari; difese la republica di Venezia, forma esausta di più esausto principato; sostenne il papa contro Napoleone, non accorgendosi che l'abolizione del papato era il primo passo verso un futuro regno italico; non comprese il popolo e che dal popolo solo poteva uscire la nazione. Quantunque più vero del Monti, era anch'egli un classico ostile alla modernità, appartato nell'orgoglio che il pensare e il sentire sinceramente bastassero. Odiava la turba, il commercio, la volgarità rivoluzionaria; adorava la libertà senza sospettare che la democrazia fosse appunto il trionfo del numero sul genio e quella plebea uguaglianza, contro la quale aveva nobilmente protestato nei _Sepolcri_.

I poeti dialettali.

Fra la coscienza solitaria del Foscolo e l'incoscienza espansiva di Monti satireggiava l'istinto del Porta. Questi sorge improvvisamente entro la pesante atmosfera del dialetto milanese per diradarla. Prima di lui la Lombardia non ha poeti o tipi popolari consacrati alla gloria della satira. L'antico Beltramo di Gaggiano, cacciato nell'oblio dal Meneghino del Maggi, non è più ricomparso: ma lo stesso Meneghino, impantanato nelle quattro commedie attraverso le quali si era mostrato, sembrava presso a soffocare, malgrado tutti gli sforzi del Balestrieri per allungargli la vita. Senonchè colla rivoluzione francese Porta compare sulla piazza di Milano come uno sconosciuto onnipotente, al quale tutta la città appartiene tosto; le parole gli svelano le Idee, le idee gli disegnano le figure, le figure gli danno la scena. La sua strofa rapida ed aerea coglie a volo le rime, scintilla, trilla, si modula in tutte le gole, si adatta a tutte le intelligenze. Milano stupita impara i versi prima di conoscere il poeta; questa nuova poesia è così perfetta che naturalmente resterebbe anonima come i proverbi. Che importa il nome del poeta? Ma egli è al centro dell'anima popolare, pensa, sente, palpita, soffre, ride con essa. Porta, oscuro impiegato napoleonico, rovista in quel sommovimento della vecchia società per trarne fuori la caricatura. Il suo occhio è infallibile; la sua mano, schizzando la figura della marchesa Travasa, una discendente di donna Quinzia del Maggi, improvvisa un capolavoro. La marchesa Travasa parve una rivelazione e diventò un funerale: tutta la vecchia aristocrazia morì in lei. Ma il poeta nell'orgasmo della propria caccia colpisce monache, borghesi, preti, cardinali, scuole del Lancastro, romanticismo e liberalismo. Il suo buon senso inesorabile fa giustizia di tutto, la sua satira stende l'inventario di quel mondo in dissoluzione, obliandosi nella gaiezza dell'imprevisto e nella comicità dei difetti. Non è più la satira di Parini e non è ancora quella di Giusti; il poeta non condanna ma deride, non odia ma sberta, non strappa ma cincischia. Quel mondo, che si sgretola, non è più abbastanza importante per irritarlo; l'altro, che vi si sostituisce, non è ancora abbastanza organico per contentarlo. Quindi Porta, dopo aver ghignato sull'aristocrazia e sul clero, sorride sul popolo. I suoi due eroi _Giovanin Bongée_ e _Marchionn-di-gamb-avert_, quest'ultimo tratto dai _Dialoghi_ del Maggi, rappresentano non solo la minchioneria ma la viltà del popolo milanese, sul quale s'accavallano le onde sanguigne dell'immensa tempesta napoleonica senza che possa mai sollevarsi. _Giovanin Bongée_ e _Marchionn-di-gamb-avert_ non sanno farsi rispettare dai soldati francesi, che tolgono loro la moglie dopo l'amante; sono emancipati e non aspirano ancora a surrogare i padroni dispersi dalla rivoluzione. Il liberalismo dei democratici imploranti la libertà dall'imperatore, il dispotismo dei regii promettenti la libertà nella ristorazione, la nullaggine dei governi ridotti ad amministrazioni dai francesi, la buaggine dell'Italia più che mai in balia del caso, senza coscienza, senza stato e senza storia, fanno ridere il poeta; ma il suo riso, abbastanza forte per non sgomentarsi in tanto cataclisma, è già una speranza. Dietro al buon senso si prepara il carattere, dietro al buon cuore si addestra il coraggio; quindi pochi anni dopo Tommaso Grossi, nell'ammirabile novella dialettale _La fuggitiva_, dipingendo la tragedia di una fanciulla che fugge da Milano per seguire confusa nel tumulto della grande armata il proprio amante ucciso poi alla Moscowa, getta il ponte dalla satira alla drammatica. La coscienza ha trovato se stessa nell'eroismo dell'amore.

Milano, la città più avanzata d'Italia, è quindi la sola che con Porta arrivi a dare la satira di se medesima. La poesia dialettale veneziana, dal primo periodo del Calmo e del Veniero attraverso l'altro ricchissimo del Baffo, del Labia, del Gritti e del Lamberti, finisce nella insignificanza del Buratti ostile al regno italico e plaudente ai tedeschi come il Monti. La poesia meridionale invece ha nel Meli un poeta degno di rivaleggiare con Porta, e che rabbrividisce egli pure al solo pensiero della rivoluzione. Ma poichè la Sicilia ha sempre sognato la propria autonomia, il Meli ne tratta il dialetto come una lingua. Nulla di più soave e di più elegante della sua poesia: Petrarca pare grossolano e Poliziano sgarbato al confronto. Se non che il Meli, natura riflessiva e sentimentale quanto il Porta era caustico ed espansivo, sembra vivere tuttavia nel tempo di Rousseau e così soffre ancora di quella sua triste malattia che vedeva nella natura un rifugio dalla società. Il suo pessimismo si placa solo nell'idillio, o prorompendo invece di fare la critica alla società, come nel grande ginevrino, discende nel fondo della coscienza per processarvi amaramente l'opera di Dio. Meli, contemporaneo del Porta, gli è anteriore di un periodo. La bufera della rivoluzione, che caccia da Napoli Ferdinando e Carolina, non basta a trarlo dal suo sonnambulismo: anzi il poeta entra nella villa favorita dell'ignobile tiranno per baciargli la mano e chiedergli come prezzo dei propri versi una pensione. Quando un fulmine colpisce la statua dell'Europa a Palermo, Meli, spaurito dell'augurio e temendo che le _genti collettizie_ della rivoluzione giungano anche in Sicilia, prega santa Rosalia di preservare l'isola da tanto flagello: finalmente nel _Sogno di venticinque anni_ racconta d'aver sognato che l'Europa era sossopra con tutti i troni rovesciati e un milione di uomini morti e morenti, e di essersi destato felicemente perchè tutto era ancora a posto.

Ecco l'incomparabile poeta del mezzogiorno in faccia alla rivoluzione.

Il popolo italiano, cacciatovi dentro a colpi di baionetta, non la cantò nè per amore nè per odio, non vi sentì la propria vita rinnovata, non vi scorse il ritorno della gloria colle guerre, non vi distinse l'arrivo di nuovi principii fra le catastrofi: quindi a Milano, la città più avanzata e nullameno soccombente nell'ultima ora ad una reazione della propria aristocrazia austriacante, Porta, cogliendo l'assurdo di quella prima ricomposizione italica fra un patriziato senza carattere politico, una borghesia senza carattere nazionale e un popolo senza carattere morale, non potè scrivere che una satira sana ma incosciente, irresistibile e leggera, nè amara, nè tonica.

CAPITOLO QUINTO.

L'Italia sotto la reazione della santa alleanza

Il trattato di Vienna.

Apparentemente la rivoluzione francese è vinta. Sulla republica e sull'impero si rialza stranamente la antica monarchia dei Borboni, che, accettando una _Carta_, sembra prestarsi ad un giuoco troppo breve per essere pericoloso. Le invettive alla rivoluzione scrosciano ancora da ogni parte d'Europa: l'Inghilterra, rispettata rappresentante della libertà, insinua con Castlereagh le diffidenze più caparbie contro i principii rivoluzionari; la Prussia, già sospinta nel nuovo periodo della nazionalità germanica e quindi forzata ad irrobustire la propria dinastia per mutarla in pernio storico, seguita a blaterare con ingenua magnanimità contro l'invasione napoleonica; l'Austria, ridivenuta suprema mediatrice nelle ultime coalizioni e cresciuta nella longanime resistenza a massimo impero, si instituisce depositaria dell'autorità; la Spagna, rientrata nell'indipendenza, s'infervora intorno all'ignobile Ferdinando VII ricantando l'eroismo della propria guerra contro i francesi; la Russia, attirata dall'immensa cometa napoleonica nell'orbita europea, vi porta un misticismo politico oscillante con ritmo misterioso fra libertà e servitù.

Nei trattati di Vienna, complemento a quello provvisorio di Parigi, l'Europa preparavasi a restaurare il prisco edificio politico, riponendo in bilancia come a Vestfalia tutti i propri interessi. La rivoluzione non era stata che una sommossa e l'impero napoleonico che un'avventura; ma poichè si riconosceva attraverso le antitesi delle loro due forme politiche come un medesimo principio li avesse prodotti lanciandoli vittoriosi sull'Europa, si mirava a contrapporne loro un altro, rinfiancato con unanimi affermazioni di alleanze e con trasposizioni arbitrarie di popoli soggetti. Naturalmente questo principio doveva essere l'autorità regia delegata da Dio e testimoniata dalla religione. La nuova importanza, ottenuta dalle monarchie colla umiliazione della Francia, parlava abbastanza chiaramente contro di essa, che da tanto eroismo e da tanto genio non aveva per colpa del principio rivoluzionario guadagnato se non un restringimento di territorio e una elemosina insultante di vita sotto lo scettro dei Borboni. Senza di questi si credeva che sarebbe stata smembrata.

Non si vedeva allora che i trattati di Vienna erano un altro effetto della rivoluzione francese, come già quello di Vestfalia era stato una conseguenza della rivoluzione protestante. L'accordo di tutte le monarchie per resistere al principio rivoluzionario finiva fatalmente a riconoscerlo più vitale che mai. Un profondo dualismo divideva quindi l'Europa: lo spirito rivoluzionario rimasto nei codici, nelle carte, nelle memorie, nelle fantasie e nelle coscienze, proseguiva la propria opera latente, disonorando negli animi più eletti quel congresso di sovrani, che per assicurarsi sul trono mentivano alle promesse di libertà prodigate ai popoli nel mattino delle insurrezioni federali. D'altronde il concetto politico della nuova santa alleanza, redatto in stile mistico dallo czar Alessandro, era peggio che inintelligibile ad un'Europa uscita dalla scientifica empietà del secolo antecedente. Questi quattro massimi re che si obbligavano diplomaticamente alle virtù evangeliche, giurando di amarsi di una indissolubile amicizia fraterna, governando i sudditi da padri, mantenendo sinceramente la religione e la pace, considerandosi come membri di una medesima nazione soggetta a Gesù Cristo supremo imperatore, e da lui incaricati di dirigere le varie parti della stessa famiglia, dovevano necessariamente sembrare stravaganti al vivido spirito del secolo già affrettantesi a rivoluzionare tutte le scienze naturali e sociali. L'abdicazione della personalità politica, imposta al popolo dalla santa alleanza in nome della beatitudine patriarcale e del dogma cristiano, era una demenza, alla quale gli stessi diplomatici del congresso dovevano segretamente concedere ben poco rispetto. Infatti l'Inghilterra, ormai vecchia nelle proprie libertà legali, vi si ricusò: lo czar, rientrando nel proprio immenso impero barbaramente ieratico ed esercitato da un continuo moto di espansione alle frontiere turche ed orientali, dovette invece riconfermarvisi senza poter insistere efficacemente al di fuori sull'Europa occidentale: la Prussia se ne giovò all'interno per disciplinare il nazionalismo dei propri popoli entro la forma monarchica e sotto la direzione della propria dinastia: l'Austria per posizione storica e per necessità dialettica rimase sola rappresentante della santa alleanza contro ogni innovazione rivoluzionaria. La sua politica fu quindi di reazione e di compressione. Ma siccome le conseguenze dei principii liberali sollecitate dall'inesauribile fecondità delle forme rivoluzionarie penetravano per ciascun vano delle leggi avvelenando ogni differenza del suo impero eterogeneo, la diplomazia austriaca assunse terribili modi inquisitoriali. Per impedire le manifestazioni del pensiero si impegnò contro di esso in una guerra universale senza requie e senza fine. Talleyrand, coll'inventare allora la parola legittimità in favore dei re, suggerì ai popoli quella di liberalismo: mentre la rivoluzione, condannata dall'inerzia nei fatti a raddoppiare di vigore nell'idea, trascinava la monarchia ad una discussione di principii, per imporle anticipatamente la sconfitta.

La nuova geografia politica d'Europa differì dalla vecchia, ma non rivelò abbastanza l'immenso mutamento avvenuto nella storia europea. La Russia si accrebbe della Finlandia, della Moldavia e della Bessarabia; la Prussia si raddoppiò quasi, divorando gli stati inferiori limitrofi; nella Germania, sempre unita federalmente, Prussia ed Austria si equilibrarono, traendola colla fatalità del loro inconciliabile dualismo a stringersi piuttosto intorno a quella che a questa, per formarsi in nazione. La supremazia onorifica della dieta restava all'Austria, quella politica cresceva alla Prussia.

I Paesi Bassi furono ceduti all'Olanda come doppio freno per la Francia e per il settentrione; l'Italia ricadde sotto il protettorato austriaco.

Condizioni italiane.

Tutte le vaporose speranze suscitatevi dal trambusto rivoluzionario erano svanite ai primi venti freddi della reazione: le promesse russe nel 1805 di unirla in una confederazione di tre soli stati, alla quale sarebbero alternativamente capi il re di Piemonte e quello delle due Sicilie col papa gran cancelliere; le altre dell'arciduca Giovanni nel proclama del 1809, quelle del Nugent e del Bentinck nel 1813 e 1814, le ultime del Murat e del Beauharnais più segrete e credibili, tutte erano egualmente dimenticate. L'Austria rassicurata nelle sue prime menzogne all'Italia dal trattato di Praga (1813), libera ora per quello di Vienna, si disponeva a stendere sulla penisola il sudario gelato della propria tirannide.

Gli stessi principi avrebbero forse con unanime codardia invocato il suo appoggio, se con pronto ed insidioso proposito non si fosse ella stessa affrettata a porgerlo. I popoli, ancora senza vera opinione politica, rientravano inconsciamente sotto la ristorazione quasi a riparo della troppo lunga procella rivoluzionaria, mentre i principi, annullati dalla rivoluzione, ritornavano al potere con un odio esasperato da umiliazioni ventennali, preceduti da uno sciame di aristocratici ingordi ed abbietti, intolleranti ed intollerabili. I preti, deliranti di ignobile entusiasmo per il ripristinamento del potere temporale, si accingevano a riconquistare sulle coscienze l'antica autorità medioevale; la stessa borghesia, più implicata nella rivoluzione, per l'impossibilità d'intravedere salvezza in qualunque sistema politico avvenire, si lasciava andare ad una rassegnazione suaditrice ai nuovi despoti di ogni assolutismo.

L'imperatore Francesco, gelida natura di tiranno, si era affrettato a dichiarare coi delegati lombardi e col marchese di San Marzano legato sardo a Vienna, che i lombardi dovevano dimenticare di essere italiani. La costituzione, se può così chiamarsi, conceduta al Lombardo-Veneto dichiarato regno, consisteva nel governo di un vicerè e in due ordini di congregazioni provinciali e centrali, diciassette le prime e due le seconde. Le congregazioni centrali si componevano di un deputato nobile e di un borghese, mandati da ciascuna provincia e da ogni città regia: le città regie erano tredici in Lombardia e nove nel Veneto. Non vi si era eleggibile che possedendo un reddito annuo di quattro mila scudi in beni stabili, mentre per le congregazioni provinciali bastavano soli duemila. Ineleggibili i sacerdoti e i publici funzionari; gli eletti duravano in carica sei anni; per l'elezione alle congregazioni provinciali ogni municipio proporrebbe un nobile ed un borghese; ogni congregazione provinciale trarrebbe da quei nomi la terna da proporsi alla congregazione centrale, e il governo nominerebbe. Per le congregazioni centrali i municipi proponevano, le congregazioni provinciali facevano la terna, e il governo sceglieva. Questa rappresentanza senza rappresentanti doveva dare avviso sulle operazioni censuarie, sulla distribuzione delle imposte, sulle rendite e sulle spese dei comuni, sull'amministrazione degli istituti di beneficenza: il governo l'ascolterebbe o no. Il governatore adunava, presiedeva, proponeva il lavoro, decideva, licenziava; anche per indirizzare suppliche all'imperatore occorreva il permesso.

Queste le massime concessioni. Poi nel 1815 l'Austria, fatta più sicura dalla calma apparente di ogni spirito rivoluzionario, introdusse la coscrizione militare e i propri codici, secondo i quali bastava un indizio solo a togliere la libertà ad un accusato: a questo si negava qualunque conoscenza sugl'indizi dell'accusa nei casi urgenti, e tutti i casi potevano esserlo egualmente; il giudizio era statario.

L'arciduca Antonio, preposto al governo del regno, sembrò vergognarsene e si dimise: l'arciduca Ranieri suo successore, meglio scelto dal Metternich, non intese che a far danaro, lasciando facoltà di ogni ribalderia ai governatori che ne commisero siffattamente da indignarne persino storici tedeschi come il Gervinus.

In Toscana il ritorno di Ferdinando III, al quale l'Austria aveva preservato il ducato nel congresso malgrado le insistenze del Labrador legato spagnuolo che lo pretendeva per l'ex-regina d'Etruria, ricondusse il governo delle leggi leopoldine contro ogni innovazione republicana o napoleonica. Secondo le tradizioni della propria casa, il granduca fu mite e cominciò da un'amnistia generale; ma il suo concetto di uno stato patriarcale senza nè carattere nè idee politiche, frollato nella mansuetudine di una vita di obbedienza e di comodi materiali, era forse più nocivo delle feroci reazioni piemontesi e napoletane allo spirito nazionale. Una polizia vigile e destrissima chiamata per ironia _buon governo_, vi finì di avvelenare la publica coscienza, insidiandone tutti i pensieri: furono soppressi i monti di pietà, chiuse le scuole delle arti, richiamate al governo le nomine dei gonfalonieri e dei priori schiacciando così i resti della vita municipale, patteggiata con Roma la sanatoria dei beni ecclesiastici venduti, riaperti molti conventi ma ricusati i gesuiti. Il Fossombroni, il Corsini e il Frullani, nuovi ministri, resisterono nobilmente alla reazione, che avrebbe voluto retrocedere oltre le riforme leopoldine; quindi evitarono l'insidiosa offerta dell'Austria per una lega di tutti i principi italiani sotto l'alta direzione di Vienna, senza poterne però scansare l'alleanza: l'Austria doveva concorrere con 80,000 uomini e la Toscana con 6000 alla difesa dei reciproci territori.

E la Toscana parve allora modello di governo: infatti a Napoli, a Torino, a Roma le cose andavano ben peggio.

Re Vittorio Emanuele I, tornato dalla Sardegna, nella quale dimorando otto anni non aveva procurato miglioramento di sorta, quantunque la condizione del paese senza strade e senza commerci, colle terre incolte per difetto di bestiame e soggette quelle dei poveri a servitù di pascolo e ad imposte esorbitanti, mentre quelle dei ricchi e le città ne erano esenti e il clero dissanguava le popolazioni già esangui colle decime, fosse miserrima, non recava che odio alla rivoluzione in una mente chiusa ad ogni idea moderna. Vile e superstizioso, vano ed implacabile, circondato da ingorda aristocrazia, si accinse con un corteo di fantasmi a ricostrurre il passato.

Quindi ristabilì le dignità e i dignitari del 1798, prendendone i nomi nel vecchio calendario del Palmaverde, abolì le ordinanze dei francesi, ripristinò la nobiltà, le commende, i fedecommessi, le primogeniture, i fori privilegiati, gli uffici di speziale e di causidico, le sportule per i giudici, l'interdizione dei protestanti, i distintivi degli ebrei, le procedure segrete, ogni tortura. Dando forza retroattiva all'editto 21 maggio 1814, che richiamava le costituzioni del 1770, turbò le persone e i patrimoni, annullò i matrimoni contratti civilmente, cassò gli affitti non cessanti nel 1814, sbandì i francesi stanziati nel regno dopo il 1796, trattò di chiudere la via del Moncenisio e di abbattere il ponte sul Po, perchè costruzioni francesi. Destituì venticinque professori d'università nominati dalla Francia, e di demenza in demenza richiamò alle bandiere i coscritti del 1800 supplendo coll'ingaggio ai morti ed agli invalidi. Ipoteche, riforme amministrative, regolare graduazione di giudizi, tutto fu cancellato; imposti comandanti militari alle provincie con giudici mal pagati e costretti a vivacchiare colle sportule dei litiganti. Sola istituzione napoleonica conservata, la polizia, ma affidandola a gendarmi feroci ed irresponsabili. Non più sovranità di legge: lettere regie limitarono contratti, ruppero transazioni, annullarono sentenze per arricchire la nobilaglia impoverita; infamie e brogli imperversarono fra iattanze militali ed aristocratiche, al di sopra delle quali l'implacabile egoismo del re faceva pensare alle peggiori mostruosità dei governi orientali.

La cosa giunse a tale che i governi di Francia, d'Inghilterra, persino di Russia, ne fecero rimostranze consigliando a Vittorio Emanuele un temperato regime costituzionale. Ma solamente il minaccioso dilatarsi dell'influenza austriaca arrestò questa pazza reazione del Piemonte, e persuase al re la necessità di ordini più vitali. Infatti per riordinare l'esercito ricorse al generale Gifflenga di scuola napoleonica, e col conte Prospero Balbo surrogò agl'interni l'inettamente reazionario Borgarelli. Poco dopo, alle insistenti proposte dell'Austria per una lega di principi italiani, potè, validamente patrocinato dallo czar, non solo ricusarsi come la Toscana, ma tentare contro la stessa santa alleanza una lega segreta di stati minori, quali la Sassonia, la Baviera, Napoli e Roma, che naturalmente abortì. In questa iniziativa e nella resistenza opposta all'Austria, intesa ad ottenere dal vecchio re l'abolizione della legge salica per trasportare sul capo di Francesco d'Este, duca di Modena e marito della sua unica figlia Beatrice, la corona contro i diritti del ramo Carignano, giacchè nemmeno Carlo Felice, fratello di Vittorio Emanuele, aveva figli, fu la salvezza e il grande avvenire del Piemonte.

Nei due ducati di Lucca e di Parma, scaduti all'infanta Maria Luisa di Borbone e a Maria Luisa d'Austria moglie di Napoleone, con diritto di riversibilità di Lucca alla Toscana e di Parma ai Borboni di Lucca nella morte delle due duchesse, la reazione somigliò piuttosto a quella della Toscana che di Piemonte. L'ex-imperatrice, perduta in ignobili amori, mentre Napoleone grandeggiava ancora alto sul mondo dallo scoglio di Sant'Elena, non ebbe maggior coscienza politica che morale e concesse all'Austria facoltà di presidio in Piacenza, lasciando il governo del ducato agli amanti.

Del marito e del figlio, fra un poema conchiuso e una tragedia che incominciava, ella non sentì nè la grandezza nè la pietà: cattiva sposa e madre peggiore, non si ricordò di essere stata imperatrice e s'accorse appena di essere duchessa; anodina nipote di Carolina di Napoli e di Antonietta di Francia passate attraverso la rivoluzione, quella coll'eroismo disperato della tirannia, questa col romanticismo infelice della regalità, ebbe i difetti di entrambe senza il prestigio del loro carattere.

Maria Luisa di Borbone, traslocata dall'effimero ducato a Lucca, mutò i capricci amorosi della gioventù nei capricci bigotti della vecchiaia, senza lasciare del proprio estremo passaggio politico altra traccia che l'aver ricusato per suggestione dei preti l'offerta delle tre legazioni come nuovo ducato, prima e indarno pretese dall'Austria.

Francesco IV di Modena invece, gareggiando nella reazione con Vittorio Emanuele I e Ferdinando IV, l'inaugurò con publico bando, nel quale ripristinava il governo anteriore al 1797. Quindi vennero ristabiliti cogli antichi codici i tribunali ecclesiastici e i privilegi dei nobili, rimessi i gesuiti affidando loro l'istruzione della gioventù. Una persecuzione poliziesca insidiava tutti coloro segnalatisi per valore o per impieghi nella rivoluzione e nell'impero napoleonico; si violavano case e coscienze, si compravano segreti, s'inventavano congiure. Francesco IV, ghibellino a Vienna, guelfo a Roma, gesuita dovunque, concepiva politica e stato come gli antichi signori del rinascimento, risognando impossibili combinazioni che gli dessero tutta l'Italia. Si era tenuto così sicuro della successione di Piemonte per la propria moglie Beatrice, che nel 1814 aveva fatto ai collegati formale domanda del porto della Spezia, a fine di avere aperta una via facile e sicura per l'isola di Sardegna. Bazzicava preti per mutarli in istrumenti di politica, come avrebbe trattato coi carbonari per comprometterli nei propri disegni; ma altrettanto vile nell ingegno che nel carattere, così inetto generale che angusto statista, parodiando inconsapevolmente gli antichi signori, non era più che una caricatura fra i nuovi despoti.

Degno di lui Ferdinando di Borbone, IV a Napoli e III in Sicilia, profittò della propria reintegrazione a re delle due Sicilie per intitolarsi I. Quantunque sotto la pressione di Bentinck avesse conceduto agli isolani una costituzione imitata sul modello inglese, poscia diffuso contro l'ultima impresa di Murat un proclama al popolo napoletano, nel quale riconosceva la sovranità popolare promettendo ogni libertà costituzionale, appena sicuro di sè cassò la costituzione siciliana invisa all'Austria e non più difesa dall'Inghilterra, la quale spinse l'abbiezione fino a consegnare nelle mani del tiranno i nobili siciliani recalcitranti. A Napoli invece il re, dimentico di tutte le promesse, rientrò nella reggia con aspetto così grullo che gelò l'entusiasmo stesso dei lazzaroni usi alla teatrale maestà di Murat. Si ricostruì l'antico governo: il regno continentale fu diviso in quindici provincie, la Sicilia in sette valli; nuovi codici compilati a cura del Tommasi, miglior ladro che giureconsulto, tolsero quasi tutti i benefici dei codici napoleonici, s'introdussero delitti di lesa maestà e quattro gradazioni nella pena di morte; degli antichi tre bracci parlamentari non fu più parola. Il Tavoliere delle Puglie, distribuito dai francesi fra piccoli possessori, fu ridato in possesso comune, danneggiandone i recenti agricoltori ed inceppandone per sempre l'agricoltura. Il governo affidato al Canosa infuriava con ogni sorta di ribalderie e di ribaldi, opponendo la setta assassina dei calderari alla setta politica dei carbonari: rifermentavano le ferocie della prima reazione, bande armate infestavano con tanta spavalda sicurezza che si dovette patteggiare con esse quasi con nemico regolare, per scannarle poi violando la capitolazione. Col concordato di Terracina (1818) si riconcessero alla curia romana pressochè tutti i privilegi cassati dal Tanucci insino alla rivoluzione, indietreggiando di mezzo secolo in un giorno; le finanze esauste per mala amministrazione, per peggiore assetto d'imposte e per depauperamento del paese non bastavano più alle ingenti spese, dacchè l'alleanza dell'Austria era costata 25 milioni di lire ed altrettante e più ne costavano le truppe austriache stanziate nel regno. Inoltre le codarde liberalità del re, fra le quali 60,000 lire al Metternich come duca di Portella, 40,000 al Talleyrand duca di Dino e al Bianchi generale austriaco nominato duca di Casa-Lanza dal paese dell'ultima convenzione con Murat, 70,000 ducati d'oro a Nugent, ottenuti colla vendita a vilissimo prezzo dei vastissimi tenimenti di Castelvolturno, e i trattati commerciali coll'Inghilterra, colla Francia, colla Spagna, finivano d'immiserire un erario che non era stato mai ricco.

La restaurazione borbonica, meno sanguinaria questa seconda volta, fu però così inetta da togliere al regno ogni carattere di indipendenza. Oramai Ferdinando non era più che un vicerè austriaco, difeso da truppe austriache e solo in esso fidente. Ai reclami di Pietroburgo e di Vienna destituì Canosa; cedette a Roma, al clero, all'aristocrazia, ai lazzaroni, alla Francia, all'Inghilterra, alla Spagna, a tutti; la corte onnipotente non comandava più, mentre in essa si organizzava per interessi di casta l'opposizione al partito rivoluzionario. La monarchia borbonica era piuttosto una negazione della rivoluzione che una istituzione indipendente: serviva alle due classi estreme della società contro la media, senza regnare con programma proprio. La stessa unificazione della Sicilia, giovevole agli scopi ancora lontani dell'unità nazionale, era stata meno un atto d'energia che una conseguenza della uniformità legislativa lasciata da Napoleone come necessità a tutti i governi. La bestialità di Ferdinando, barattante persino i papiri in kanguros per arricchire il proprio serraglio, e le ecatombi compiute nelle prime reazioni toglievano alla corte e al governo ogni speranza di coscienza; i regi non erano più che una camorra e i liberali una setta, entrambe egualmente bisognose del re: l'una per difendere in lui i propri interessi, l'altra per incarnare in lui le proprie idee costituzionali. Ferdinando invecchiato non rappresentava più che l'inanime senilità della monarchia.

Roma stessa non era più Roma.

Quantunque Pio VII, ritornandovi, passasse di trionfo in trionfo, e Murat a Cesena, Carlo IV di Spagna alle porte della città, la ex-regina d'Etruria Maria Luisa e l'ex-re di Sardegna Carlo Emanuele a quelle del Quirinale, gli si prosternassero in umili ossequi, e quest'ultimo, geloso di essere il primo nell'avvilirsi, volesse baciargli il piede mentre le popolazioni superstiziose assiepavano le vie osannando; il pontefice riedeva troppo sminuito nell'autorità per riatteggiarsi davvero a re. Già l'Austria aveva più volte accennato ad insignorirsi di tutto il regno pontificio nelle guerre napoleoniche, quasi accettandone la decadenza pronunciata dalla rivoluzione e da Napoleone: al trattato di Parigi Metternich consegnava a lord Castlereagh una protesta contro il ristabilimento del potere temporale, chiedendo la cessione dei territori romani all'Austria pei diritti del sacro romano impero e per gli accordi stipulati dianzi coll'Inghilterra. Più tardi insistette gagliardamente per impossessarsi delle tre legazioni, e tutta la diplomatica abilità del cardinale Consalvi, legato al congresso di Vienna, non sarebbe bastata a contrastargliele, se Napoleone, fuggendo dall'isola d'Elba e largheggiando di promesse col pontefice per farsene un alleato, non avesse persuaso al congresso che bisognava cedere al papa. Nullameno l'Austria conservava diritto di guarnigione a Ferrara e a Comacchio.

Il regno papale distrutto dalla rivoluzione francese, assorbito dall'impero napoleonico, veniva dunque negato dall'Austria in nome di quello stesso sacro romano impero, al quale essa medesima aveva rinunciato. Il papa ridiventava un principotto italiano soggetto al protettorato austriaco, senza maggior prestigio politico degli altri. Infatti il suo ritorno a Roma si macchiò di tutte le colpe reazionarie, che infamarono quello dei Borboni e dei Savoia. Il cardinale Rivarola, focosa natura di prete condottiero, mandato a Roma in qualità di legato a _latere_, inaugurò la propria amministrazione provvisoria abolendo con publico bando ogni legge e contratto napoleonico. Le antiche ottantaquattromila leggi risuccedevano al codice francese; i vecchi tribunali ecclesiastici alla corte di cassazione, i cardinali ai prefetti, il monopolio dei prelati, l'inquisizione e la tortura agli ordini liberali della rivoluzione. Si costituì una setta di sanfedisti, fanatici ed assassini, che dovevano poi disonorare inutilmente religione e governo papale. L'amministrazione dello stato, già migliorata dagli altri principi prima della rivoluzione e dai papi invece conservata nel vecchiume medioevale, si volle a questo ricondotta, cancellandovi ogni traccia delle recenti migliorie; le milizie vennero racimolate per le strade; il commercio e l'industria furono sottoposti all'arbitrio di concessioni camerali; la censura peggiorò d'ignoranza fanatica; si misero al bando tutti gl'impiegati liberali per sostituire loro chierici in ogni uffizio laicale; si distrusse qualunque vita municipale; si tolsero tutte le forme di elettorato politico ed amministrativo; si perseguitarono patrioti, scienziati, scrittori, quanti per pensiero e per opera si stimassero favorevoli alla passata rivoluzione. Rivarola, in onta ai capitoli del trattato di Parigi, con una sola sentenza ne colpiva 508.

La corte romana, timorosa dell'Austria e de' suoi maneggi per l'abolizione del regno temporale, non ebbe il coraggio, e non poteva averlo, di appoggiarsi alle idee liberali. Si ricusò all'alleanza richiestale, ma non osò stringere contro Vienna l'altra col Piemonte; fulminò i carbonari, nei quali il liberalismo era ancora inceppato da troppe idee cattoliche e dal tradizionale rispetto alla monarchia, e non pensò a propiziarsi le popolazioni con miglioramenti amministrativi.

Così il _motu-proprio_, col quale il Consalvi, unico uomo di stato a Roma, intendeva a frenare la ridicola ed esosa reazione, non produsse alcun effetto, e Pellegrino Rossi, futuro ministro di Pio IX, forse anche allora propenso a un moderato governo papale, dovette scampare esulando da Bologna.

Colle altre corti italiane le relazioni di Roma non furono senza difficoltà. La Toscana, ancora imbevuta di idee giansenistiche e di tradizioni leopoldine, ricalcitrava; a Napoli, Ferdinando intitolandosi primo re delle due Sicilie intendeva rimangiarsi i vecchi tributi alla Santa Sede, ma si lasciava poi trascinare al concordato di Terracina, pel quale i beni ecclesiastici invenduti dovevano essere divisi fra i conventi ripristinati, e sui libri introdotti nel regno si riammetteva l'appello al papa. Vittorio Emanuele I parve resistere un istante alle pretensioni di Roma ridimandante l'omaggio del calice pel ricavato apostolico dei reali di Sardegna sui feudi di alcune diocesi; quindi, cedendo alle paure religiose, disfece il concordato di Bonaparte e ne strinse col Consalvi un altro poco meno grave di quella di Napoli. L'Austria invece, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nominava vescovi nella Lombardia esercitando poteri competenti a Roma, ma li pretendeva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e di Venezia, e li ottenne per privilegio dal papa nel 1817.

Nullameno Roma si mostrava diminuita. In molti paesi stessi del concordato restava colpa pei dignitari ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si erano ripristinate intere le immunità reali personali e locali; limitato il diritto di acquisto delle mani morte; quasi tutte le prelature di nomina o di proposizione governativa, sorvegliati i possessi ecclesiastici, necessario l'_exequatur_ regio; distrutti gli ordini e i feudi militari ecclesiastici. Il clero sentendosi indebolito si appoggiava naturalmente ai re, ma questi, sicuri dal liberalismo in quel primo fervore della reazione, si sottraevano all'aiuto di Roma per memore timore della sua pertinace tirannia. Le tradizioni del principato nel periodo delle riforme risorgevano, giacchè i pericoli erano ancora remoti, la rivoluzione lontana e Roma troppo vicina.

Il principio religioso di questa non era ormai più attivo che come superstizione di volgo cortigiano o plebeo; se parlamenti e corti vi aderivano, i fatti che avevano distrutto il governo dei papi vivevano ancora nella coscienza di tutti. D'altronde lo stesso pontefice Pio VII aveva abdicato, e Napoleone e l'Austria credendogli si erano impossessati o volevano impossessarsi di Roma; la rifioritura dei privilegi chiesastici sbocciava fra quella dei privilegi aristocratici e ne acquistava tutta l'antipatia e l'irragionevolezza. Poi la monarchia sola si riaffermava assoluta, mentre aristocratici e preti non erano che suoi valletti.

Roma era così avvilita, malgrado ogni superbia di concordati, che il suo unico pensatore, capace eroicamente di proclamarla ancora signora del mondo sulle rovine fumanti della rivoluzione, fu un laico, il conte Giuseppe De Maistre, savoiardo per la cupezza della politica, francese per l'impeto irresistibile dell'eloquenza. Infatti, gigantesco e fosco come il medio evo del quale riassume l'anima e condensa la voce, De Maistre nega ogni civiltà e progresso; per lui l'uomo è malvagio, nato nel peccato, vivente di peccato e nel peccato malgrado ogni redenzione. La vita dell'individuo e della società è quindi soggetta alla doppia legge della espiazione e della riversibilità: «La terra è un immenso altare, dove tutto ciò che vive deve essere immolato senza termine, senza misura, senza interruzione, fino alla consumazione delle cose, sino all'estinzione del male, sino alla morte della morte». Il giusto soffre dunque per il peccatore, le rivoluzioni scontano le pene del passato e le proprie in eccessi inevitabili. Le costituzioni debbono essere suggerite da Dio, che non parla ai popoli che per mezzo dei re: il re è il legislatore, carnefice e sacerdote della legge. Tutto è quindi rivelazione, e poichè anche i re sono uomini e possono fallire, la verità è a Roma depositata da Dio nel papato eterno, universale, onnipotente. alto sul mondo come un faro, nebuloso e fiammeggiante come un Sinai, dal quale s'ode di secolo in secolo la voce di Dio.

Era l'ultimo sublime sforzo della reazione medioevale, al quale Roma non poteva prestarsi: Pio VII non era Gregorio VII.

Roma invece patteggiava nei concordati, accattando pel proprio regno, destreggiandosi nella diplomazia, riorganizzando i gesuiti per lanciarli di nuovo alla conquista di tutti i piccoli interessi e di tutte le piccole coscienze. Il suo periodo di supremazia politica era passato, il suo tempo religioso proseguiva adattandosi inconsciamente alla nuova epoca storica; mentre la filosofia tedesca, riprendendo il lavoro della filosofia francese nel secolo antecedente, invece di abbattere il mondo della religione ne creava un altro, nel quale questa non era più che uno fra molti elementi spirituali.

Roma abbandonò il proprio teologo o seguendolo da lungi lo diminuì nelle interpretazioni col Cavedoni, col Leopardi, esoso genitore del grande poeta, col Canosa, poliziotto stupidamente feroce, coi sanfedisti inettamente superstiziosi e inutilmente assassini. La corte di Savoia, dopo essersi giovata di De Maistre come ambasciatore a Pietroburgo, non ardì servirsi di lui quale politico.

Il liberalismo.

Ma se il liberalismo non aveva ancora un ingegno così ardente di scrittore come il De Maistre, si dilatava sotto le pressure della reazione monarchico-religiosa con ammirabile celerità. Le idee di uguaglianza, di sovranità popolare, di diritto civile e politico si allargavano nelle coscienze: l'abbiezione del presente, malgrado i vantaggi della sua pace, rendeva belle le memorie delle agitazioni rivoluzionarie, quando esisteva il regno d'Italia, e le legioni italiane si addestravano nel campo di Boulogne, battagliavano in Ispagna, in Germania, in Russia, dappertutto; s'udivano in cuore le antiche fanfare, agli occhi sventolavano le bandiere vittoriose. Impiegati, soldati, politicanti, professori, mercanti, industriali, borghesi, popolani, molti anche dell'aristocrazia malvisi alle corti, si rinfiammavano nelle visioni del passato, beffando e contrastando alla ristorazione; gl'interessi offesi si coalizzavano, la fugace unità della dominazione napoleonica aveva interrotto la tradizione e scemata la certezza delle divisioni federali. Criticando i nuovi governi si opponeva loro inevitabilmente l'utopia di una Italia intera, poichè nella negazione di ogni fatto politico deve contenersi l'affermazione di un fatto maggiore. La partecipazione alla vita europea nei vent'anni della rivoluzione aveva dato alle coscienze una elasticità, che soffriva della nuova compressione. Tutti coloro abituati a pensare e ad agire odiavano quindi una ristorazione, che non avendo passato da riprodurre interdiceva l'avvenire. Mentre Napoleone, costretto ad amministrare con violenta dittatura, manometteva i diritti di tutte le amministrazioni da lui stesso liberate dei vecchi ceppi, i nuovi governi per imitare il suo assolutismo richiamavano ogni ordine e diritto sotto l'arbitrio della polizia. Una tirannide minuta ed odiosa soffocava così quelle speranze, che già promettevano all'Italia la personalità nazionale.

Poi le confessioni di Napoleone prigioniero a Sant'Elena, nelle quali riaffermava la necessità per l'Europa di ricostituire l'Italia, le risollevavano.

Mentre gli stati prima della rivoluzione poggiavano su privilegi e gerarchie immobili di classi, la rivoluzione, richiamando in disputa ogni principio di autorità ed aprendo la società come una carriera libera a tutte le forze individuali, aveva per sempre sommosso il loro vecchio assetto. Nulla poteva più riaddormentare la svegliata individualità. Ma poichè la rivoluzione era venuta dall'estero, le coscienze italiane accogliendola non potevano intenderla ancora che molto imperfettamente; i sentimenti anticipavano sulle idee; queste, imbrogliandosi fra abitudini incorreggibili ed irrefrenabili velleità, concordavano ad affermazioni fantastiche. Le monarchie, accolte con ovazioni quasi unanimi da principio, ripugnarono ben presto; il malcontento si accrebbe d'altre cagioni; infierirono pestilenze e carestie, alle quali i governi non seppero in alcun modo provvedere. Il bisogno di libero scambio fra tante dogane, di strade praticabili, di leggi discusse, di giudizi publici, di sicurezza nel debito publico, di uguaglianza nelle imposte, di pubblicità nell'amministrazione, di libertà nel pensiero, nella parola e nei viaggi, di azione politica nella vita, divenne passione, accumulando speranze e rancori, studi ed armi, propositi di vendetta e di emancipazioni.

La carboneria, mescolatasi invano a tutte le congiure per costituire un regno italico nelle ultime ore della rovina napoleonica, diramò le proprie propaggini per ogni città ed ogni villa, cosicchè un rapporto del governo austriaco l'estimò in breve ad 80,000 membri. Vi si era rifugiata la maggior parte dei bonapartisti sdegnanti la ristorazione o da essa ricusati. Nell'alta e nella media Italia le società degli Adelchi e degli Adelfi, nate dal bonapartismo liberale, si moltiplicavano, mentre i liberi-muratori già aderenti a Napoleone si rivoltavano contro i nuovi governi legittimi; nelle Calabrie interi municipi erano ordinati in Vendite di carbonari; queste avevano già guadagnato le Romagne, il Piemonte, la Lombardia, i ducati di Modena e di Parma. Altre sètte pullulavano. Maggiore fra esse l'Ausonia, che giurava formare una republica italiana divisa in ventuno stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato annuale all'assemblea sovrana; assemblee provinciali nominerebbero corti di cassazione, consigli dipartimentali, distretto e cantone, capi delle guardie nazionali, arcivescovo, prefetti dei seminari e dei licei. Il potere esecutivo sarebbe affidato a due re di terra e di mare eletti per ventun anni dall'assemblea senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva, il più povero pagherebbe un settimo della propria rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato di diventare patriarca della republica dietro risarcimento dei beni temporali toltigli; il collegio dei cardinali non risiederebbe nella republica, ed eleggendo un nuovo papa questi risiederebbe altrove; conservati degli ordini monastici solo i mendicanti.

Tale il concetto fantastico e bigotto dei settari di allora.

I carbonari non erano molto più pratici, benchè a contatto della Francia, nella quale Buonarrotti socialista discepolo di Baboeuf li aveva trapiantati, assorbissero idee più positive. Alti personaggi come Lafayette, Dupont de l'Eure e Luigi Bonaparte, figlio del re di Olanda, vi mestavano; ma l'arcadia politica dominava ancora tutte le sètte. Il romanticismo diffuso dalla letteratura si compiaceva nel segreto e nel terrore d'iniziazione teatralmente tragiche: si tenevano adunanze misteriose, si lanciavano minaccie ai sovrani e si colpiva raramente qualche poliziotto; s'inventavano lugubri scherzi per atterrire le fantasie e spaventare i governi. Ma questi, inseverendo nella reazione, spingevano allo scoppio: le sètte reazionarie spalleggiate dalle polizie cercavano a sfida le liberali, i moti rivoluzionari della Grecia accendevano gli animi, si attendevano esplosioni in tutta l'Europa. Un mondo sotterraneo si agitava sotto il mondo politico della ristorazione; piccole ribellioni a Macerata e nel Polesine (1817) represse ferocemente dal papa e dall'Austria iniziavano la guerra, mutando le forche in labari e i condannati in eroi. La santa alleanza, congregata ad Aquisgrana (1818), stringeva i freni del dispotismo, stabilendo di impedire ogni governo costituzionale e spronando a repressioni implacabili; il dispotismo nel precisarsi schiariva la libertà; il duello segreto delle sètte colle polizie assumeva proporzioni europee. Spagna, Francia, Germania fermentavano; l'Italia era tutta minata, e nullameno l'imminente esplosione non doveva fare che poco fumo e fracasso.

Le società, appunto perchè segrete, perderebbero la voce nel gran giorno della pubblicità. L'immensa massa del popolo incapace di entrare in esse non poteva comprenderle; il loro lavoro segreto, parcellario e quindi inorganico, non giungerebbe ad immedesimarsi istantaneamente colla vita del popolo secondo le necessità della rivoluzione. La coscienza politica era ancora allo stadio sentimentale; si amava la libertà senza saperla definire; dalle monarchie si attendevano costituzioni che nessuno si curava di precisare; il concetto lirico dell'unità italiana veniva negato ovunque dai risvegli federali; l'affratellamento delle congiure non compensava la scarsezza di relazioni fra le provincie; il problema del papato veniva peggiorato dalle idee religiose dei settari, che, affermando per primo articolo la necessità del cattolicismo, negavano la libertà religiosa. Mancava una città, una dinastia, una classe, un uomo, nel quale imperniare il movimento; non armi, non denari, non ordini, non idee. Le monarchie forti della identità di interessi, aiutate da Roma e sorrette dall'Austria, avrebbero fatalmente prevalso alla borghesia settaria, frazionata in sètte mal sicure di programmi e di capi.

Il problema italico non si era ancora rivelato ad alcuna coscienza nella terribile semplicità dei propri termini.

L'Italia non poteva costituirsi nazionalmente che colla federazione o coll'unità; per l'una e per l'altra, Austria e papato erano ostacoli invincibili. Per la federazione bisognava che un accordo spontaneo e quindi impossibile di principi concedesse ai popoli una stessa costituzione liberale, dichiarando tosto la guerra all'Austria. Ma il papa per il proprio principio teocratico non potrebbe concederla, e l'Austria invaderebbe tutti gli stati prima che questi si preparassero alla guerra. E dietro l'Austria minacciava la santa alleanza. Per l'unità il problema peggiorava ancora: republicana, doveva sopprimere tutti i principi; monarchica, divorarli con una conquista. Chi sarebbe il conquistatore? E Roma? e Vienna? e la santa alleanza?

Invece il problema si sminuzzava in ognuno degli stati. I settari sognavano un'incognita costituzione per emancipare se stessi, disponendosi ingenuamente a dimenticare i compagni congiurati delle altre provincie e ad agire magari separatamente come poi avvenne. Mentre l'idealità e l'intenzione erano italiane, coscienza, metodo e scopo erano ancora federali. Napoli si conservava tuttavia straniera a Firenze, a Milano, a Genova, a Torino. Di Roma, sola capitale, centro ideale storico, appena si parlava. L'imminente insurrezione non era e non poteva essere che una fase del duello fra le sètte e le polizie, un modo di pubblicità per le idee politiche, che, celate nelle società segrete, si scoprirebbero al popolo nell'inevitabile e generoso disastro d'una sconfitta. Quindi la necessità per l'insurrezione di fallire discendeva non solo dalla mancanza di una coscienza e di un'idea politica, ma dalla fatalità dell'Italia futura, alla quale simili forme e moti angustamente ed egoisticamente regionali contraddicevano. Ogni loro fallimento e le conseguenti rovine educherebbero gli animi a un più largo concetto dell'Italia, togliendoli di prova in prova all'inganno di compiere una rivoluzione colle monarchie della ristorazione. E poichè la storia utilizza sempre le forme che mantiene in se stessa, quelle monarchie risorte contro la rivoluzione francese dovevano servire alla futura rivoluzione italiana, ammaestrando il liberalismo tanto col combatterlo che col prestarsi ad assurde improvvisazioni costituzionali. La federazione indietreggerebbe così lentamente dinanzi all'idea dell'unità; il papato si scoprirebbe inconciliabile colla nuova Italia; l'Austria resterebbe unico nemico della sua indipendenza; e la libertà, sempre tradita dalle monarchie, si alzerebbe sopra di esse alla visione della republica, o guadagnerebbe la meno trista fra loro, per conquistare con essa tutta l'Italia e mutarla in nazione.

INDICE

LIBRO PRIMO: _Il federalismo municipale_ _Pag._ 7

CAPITOLO PRIMO. La fusione barbarica 9 -- L'individualità romana e cristiana 9 -- La federazione nell'impero 13 -- Fondazione del regno 16 -- Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca 24 -- Catastrofe del regno 28 CAPITOLO SECONDO. I Comuni 31 -- Loro origini 31 -- Vescovi e consoli 33 -- Guerre municipali 44 -- Le discese di Federico Barbarossa 47 -- La guerra delle città ai castelli 52 -- Il podestà 55 -- I guelfi e i ghibellini 60 -- Il capitano del popolo 62 -- Ezzelino da Romano 64 -- Carlo d'Angiò 66 -- I tiranni 69 -- Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo 72 CAPITOLO TERZO. Le Signorie 78 -- Loro primi atteggiamenti 78 -- Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto 83 -- Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia 85 -- Trionfo dei signori 88 -- Cola di Rienzi 91 -- Il cardinale Albornoz 94 -- L'unità ideale italiana 98 -- Petrarca e Boccaccio 100 CAPITOLO QUARTO. Venezia nella storia italiana 103 CAPITOLO QUINTO. La rivoluzione militare 108 -- Incapacità militare dell'Italia 108 -- I masnadieri 109 -- I condottieri 113 -- Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche 117 -- Trionfo delle capitali 121 -- Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia 124 CAPITOLO SESTO. I principati 128 -- Il secolo XV 128 -- Impossibilità del regno 133 -- Lodovico il Moro e Alessandro Borgia 137 -- Leone X e Lutero 141 -- Lodovico Ariosto e Nicolò Machiavelli 148 -- La retrogradazione d'Italia 153

LIBRO SECONDO: _Gli Stati_ 157

CAPITOLO PRIMO. L'epoca della Riforma in Italia 159 -- Condizioni spirituali 159 -- Contraccolpi politici 163 -- I gesuiti 165 -- Attività del Piemonte nella decadenza degli altri stati italiani 168 CAPITOLO SECONDO. La rinnovazione dello spirito nazionale 179 -- Torquato Tasso 179 -- Gli scrittori politici 182 -- Giordano Bruno e Tommaso Campanella 185 -- L'emancipazione scientifica 193 CAPITOLO TERZO. I regni del Piemonte e delle due Sicilie 198 -- Il secolo di Luigi XIV 198 -- Venezia, Genova e la Corsica 203 -- Gli altri principati italiani 206 -- Il Piemonte nelle guerre di successione 208 -- Il Papato 215 -- Il nuovo problema italico 216 CAPITOLO QUARTO. Genio e carattere nazionale durante la formazione dei due regni 219 -- Le scuole politiche 219 -- Giambattista Vico 222 -- Pietro Giannone 228 -- Metastasio e Goldoni 233 CAPITOLO QUINTO. Il periodo delle riforme 236 -- Influenza europea 236 -- Le due Sicilie 240 -- Parma e Piacenza 242 -- La Toscana 244 -- La Lombardia 247 -- Il Piemonte 249 -- Lo Stato pontificio 250 -- Soppressione dei gesuiti 252 -- Giuseppe Parini 256 -- Vittorio Alfieri 259

LIBRO TERZO: _La democrazia moderna_ 265

CAPITOLO PRIMO. Le repubbliche 267 -- Rivoluzione francese 267 -- Condizioni della penisola 274 -- Discesa di Napoleone 277 -- Costituzioni repubblicane 279 -- Assetto rivoluzionario 285 -- La reazione Austro-Russa 289 CAPITOLO SECONDO. Fine delle republiche 299 -- Il consolato francese 299 -- Battaglia di Marengo 300 -- Il concordato 303 -- Consulta di Lione 306 CAPITOLO TERZO. I regni francesi in Italia 309 -- L'impero francese 309 -- Quarta e quinta coalizione europea (1807-1809) 313 -- Mutamenti politici in Italia 319 CAPITOLO QUARTO. Caduta di Napoleone 333 -- Campagna di Russia 333 -- Catastrofe dei regni francesi in Italia 338 -- I cento giorni 344 -- Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese 348 -- Vincenzo Monti 351 -- Ugo Foscolo 352 -- I poeti dialettali 354 CAPITOLO QUINTO. L'Italia sotto la reazione della santa alleanza 358 -- Il trattato di Vienna 358 -- Condizioni italiane 361 -- Il liberalismo 373

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Brunswick/Brünswick, republica/repubblica e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.