Part 6
Ci resta ancora a parlare d'una delle cause principali che rendono vantaggiosa la diversità d'opinioni. Questa causa sussisterà finchè l'umanità sia entrata in uno stadio di progresso intellettuale che sembra, per ora, ad una incalcolabile distanza. Noi non abbiamo finora esaminato che due ipotesi: 1.º l'opinione ammessa può essere falsa e, di conseguenza, qualche altra opinione vera; 2.º l'opinione ammessa è vera, e una lotta tra essa e l'errore opposto è indispensabile ad una concezione netta e ad un profondo sentimento della sua verità. Ma accade più spesso ancora che le dottrine in contraddizione, invece d'essere l'una vera e l'altra falsa, si dividano la verità: allora l'opinione dissidente è necessaria per fornire il resto della verità di cui la dottrina comunemente ammessa non possiede che una parte. Le opinioni popolari su qualunque cosa che non cada sotto i sensi sono spesso vere, ma non lo sono quasi mai completamente: esse contengono una parte di verità (talvolta più, talvolta meno rilevante), ma esagerata, sfigurata, e separata dalle verità che la dovrebbero accompagnare e limitare. D'altra parte, le opinioni eretiche contengono generalmente qualcuna di queste verità soppresse e trascurate che, spezzando le loro catene, o cercano di riconciliarsi colla verità convenuta nell'opinione comune, o l'affrontano come nemica e di fronte ad essa si elevano, affermandosi in una maniera esclusiva così come la stessa verità. Il secondo caso è stato fino ad oggi il più frequente perchè lo spirito umano è più generalmente esclusivo che liberale: onde, di consueto, anche nelle rivoluzioni dell'opinione, una parte della verità si oscura mentre ne viene in luce un'altra. Il progresso medesimo che dovrebbe sempre più accrescere il patrimonio della verità non fa, nella maggior parte dei casi, altro se non sostituire una verità parziale ed incompleta ad un'altra; e il miglioramento consiste semplicemente nell'essere il nuovo frammento di verità più necessario, meglio adatto al bisogno del momento di quello a cui si sostituisce. Tale il carattere parziale delle opinioni dominanti, anche quando riposino su una base giusta: dunque, qualunque opinione che rammenti qualche poco della parte di verità dalla opinione comune trascurata, dev'esser considerata preziosa, per grandi che siano gli errori a cui tale verità può andar congiunta. Nessun uomo sensato si vorrà indignare perchè quelli che ci obbligano a notare delle verità che altrimenti noi avremmo trascurato ne trascurano poi dal canto loro qualcuna di quelle che noi scorgiamo. Egli dirà piuttosto che, dal momento che l'opinione pubblica è così fatta che non vede della verità se non una parte, è desiderabile che le opinioni impopolari siano proclamate da apostoli non meno esclusivi, perchè sono di solito i più energici e i più capaci d'attirare, suo malgrado, l'attenzione del pubblico sul frammento di saggezza ch'essi esaltano, come se fosse la saggezza tutta quanta.
È così che nel secolo XVIII i paradossi di Rousseau fecero un'esplosione salutare in mezzo ad una società in cui tutte le classi erano in profonda ammirazione davanti al così detto incivilimento e davanti alle maraviglie della scienza, della letteratura, della filosofia moderna, e non si paragonavano agli antichi che per mettersi al di sopra di loro.
Rousseau rese il servizio di spezzare la massa compatta della cieca opinione e di forzare i suoi elementi a ricostituirsi sotto una forma migliore e con parecchie aggiunte. Non già che le opinioni ammesse fossero, tutto sommato, più lontane dalla verità di quelle di Rousseau; al contrario, esse vi erano più vicine, e contenevano più verità positiva e meno assai di errori. Nulladimeno, c'era nelle dottrine di Rousseau, ed è passato nell'opinione comune, un gran numero appunto di quelle verità di cui l'opinion popolare avea bisogno; e così esse continuarono a sussistere. Le qualità superiori della vita semplice, l'effetto snervante e immorale delle pastoje e delle ipocrisie d'una società artificiale sono idee che, da Rousseau in poi, non hanno mai completamente abbandonato gli spiriti colti; esse produrranno il loro effetto, sebbene, pel momento, abbiano ancora bisogno d'essere proclamate con atti; poichè le parole su questo argomento hanno oramai quasi esaurita la loro potenza.
D'altra parte, è riconosciuto in politica che un partito d'ordine o di stabilità e un partito di progresso o di riforma sono i due elementi necessari d'uno stato fiorente, finchè l'uno o l'altro dei partiti abbia talmente estesa la sua potenza intellettuale da saper essere ad un tempo partito d'ordine e partito di progresso, conoscendo e distinguendo quel che si deve conservare e quel che si deve distruggere. Ognuna di queste maniere di pensare trae profitto dai difetti dell'altra; ma è principalmente la loro mutua opposizione che le mantiene entro i limiti della sana ragione.
Se non si può esprimere con uguale libertà, sostenere e difendere con uguale ingegno e con uguale energia tutte le opinioni che si contendono il terreno della vita pratica, siano poi esse favorevoli alla democrazia o all'aristocrazia, alla proprietà privata o all'uguaglianza economica, alla cooperazione o alla concorrenza, al lusso o all'astinenza, allo stato o all'individuo, alla libertà o alla disciplina; — non v'è alcuna probabilità che i due elementi ottengano ciò che loro è dovuto; è sicuro che uno dei piatti della bilancia traboccherà. La verità, nei grandi interessi pratici della vita, è sopratutto una questione di combinazione e di conciliazione degli estremi; e poichè pochissimi uomini hanno abbastanza criterio ed imparzialità sufficiente per fare questo accomodamento in modo più o meno corretto, così talvolta esso deve compiersi col proceder violento di una lotta tra combattenti sotto bandiere nemiche. Se, a proposito d'una delle grandi questioni che abbiamo enumerato testè, un'opinione ha maggior diritto dell'altra ad essere non soltanto tollerata, ma anche incoraggiata e sostenuta, è la più debole. Ecco l'opinione che, pel momento, rappresenta gl'interessi trascurati, il lato del benessere umano che è in pericolo di ottener meno della parte che gli spetta. Io so che tra noi son tollerate le opinioni più varie sulla maggior parte di tali materie: e ciò prova con esempî numerosi e non equivoci l'universalità di questo fatto: che nello stato attuale dello spirito umano tutta la verità non può farsi strada che traverso la diversità d'opinioni. Quando si trovano delle persone che non partecipano affatto all'apparente unanimità del mondo su di un soggetto, è probabile che, se anche il mondo avesse ragione, questi dissidenti abbiano a dire per altro in loro favore qualcosa che merita d'essere ascoltato, e che pel loro silenzio la verità ci rimetta qualcosa.
Si può fare l'obbiezione seguente: «Ma qualcuno dei principî comunemente ammessi, sopratutto sui soggetti più elevati ed essenziali, è qualcosa di meglio d'una mezza verità. La morale cristiana, per esempio, contiene la verità tutta quanta, e se qualcuno insegna una morale diversa, è completamente in errore.» Poichè questo è uno dei casi più importanti in pratica, nulla di meglio per mettere alla prova la massima generale. Ma, prima di decidere quello che sia o non sia la morale cristiana, sarebbe desiderabile di fissare che cosa per morale cristiana s'intenda. Se s'intende la morale del Nuovo Testamento, io mi meraviglio che qualcuno che trae da questo stesso libro la sua dottrina possa supporre che esso sia stato concepito od annunciato come una dottrina completa di morale. L'Evangelo si riferisce sempre ad una morale preesistente, e limita i suoi precetti ai punti particolari in cui questa morale dev'esser corretta o sostituita da un'altra più vasta ed elevata; inoltre, esso si esprime sempre nei termini più generali, che bene spesso non si possono letteralmente interpretare ed hanno il colore della poesia o dell'eloquenza piuttosto che la precisione della legge. Non si è mai potuto estrarne un corpo di dottrina morale, senza aggiungervi il Testamento Vecchio, un sistema cioè elaborato per dire il vero, ma barbaro sotto molti rapporti, e fatto solamente per un popolo barbaro. San Paolo, nemico dichiarato di questa maniera giudaica d'interpretar la dottrina e di compiere lo schizzo dal suo maestro abbozzato, ammette egli pure una morale preesistente, quella dei Greci e dei Romani, e consiglia ai cristiani di venire con essa quasi ad un accomodamento, fino al punto di sanzionare in apparenza la schiavitù. Quel che si chiama morale cristiana, ma che si dovrebbe piuttosto chiamare morale teologica, non è per nulla opera di Cristo nè degli apostoli: essa ha una data più recente, è stata messa gradatamente insieme dalla Chiesa cristiana dei primi cinque secoli; e, sebbene i moderni e i protestanti non l'abbiano implicitamente accettata, pure essi l'hanno modificata meno di quel che si sarebbe potuto aspettarsi. A vero dire, la maggior parte si è contentata di rintracciare le aggiunte che v'erano state fatte nel medio evo, e ciascuna setta le sostituì con aggiunte nuove, più conformi al suo carattere e alle sue tendenze. Io non pretendo punto di negare tutto quello che la specie umana deve a questa morale e a coloro che pei primi la bandirono; ma oso dire però che essa è in molti punti incompleta ed esclusiva e che, se idee e sentimenti ch'essa non sanziona non avessero contribuito alla formazione della vita e del carattere europeo, le cose umane sarebbero ora a ben peggior partito di quel che sono. La così detta morale cristiana ha tutti i caratteri d'una reazione; è in gran parte una protesta contro il paganesimo. Il suo ideale è negativo piuttosto che positivo, passivo piuttosto che attivo, l'innocenza piuttosto che la grandezza, l'astensione dal male piuttosto che l'energica ricerca del bene; nei suoi precetti, come è stato benissimo osservato, il: _tu non farai_ domina eccessivamente sul: _tu farai_. Nel suo orrore per la sensualità essa ha fatto un idolo dell'ascetismo, e quindi, per un compromesso graduale, della legalità; essa considera la speranza del cielo e il timor dell'inferno come le spinte di una vita virtuosa; e restando in questo ben al di sotto dei saggi dell'antichità, fa ciò che può per dare alla morale umana un carattere essenzialmente egoista, separando i sentimenti di dovere presso ciascun uomo dagl'interessi dei suoi simili, tranne che quando un motivo interessato lo conduca ad avervi riguardo. È essenzialmente una dottrina di passiva obbedienza; inculca la sommessione a tutte le autorità costituite; o cioè alle autorità non vuole si obbedisca attivamente quando esse comandino ciò che la religione proibisce; ma non si deve resister loro, meno ancora ribellarsi, per ingiuste ch'esse siano. E mentre nella morale delle migliori nazioni pagane i doveri del cittadino verso lo stato tengono un posto sproporzionato ed usurpano il campo della libertà individuale, nella morale puramente cristiana questa gran parte dei nostri doveri è appena ricordata o riconosciuta. Nel Corano e non nel Nuovo Testamento noi leggiamo questa massima: _Un governante che nomina un uomo ad un impiego, quando c'è nei suoi stati un altr'uomo più degno di occuparlo, pecca contro Dio e contro lo Stato_. Se l'idea d'obbligo verso il pubblico è giunta a farsi strada nella morale moderna, essa è stata attinta non al Cristianesimo, ma ai Greci ed ai Romani. Allo stesso modo, quello che c'è nella morale privata di magnanimità, di elevazione di spirito, di dignità personale, e direi anche di senso d'onore proviene non dalla parte religiosa, ma dalla parte puramente umana della nostra educazione, e non avrebbe mai potuto essere frutto di una dottrina morale che non riconosce del merito se non nell'obbedienza.
Io sono ben lontano dall'affermare che questi difetti siano necessariamente inerenti alla dottrina cristiana, qualunque sia la forma in cui la si concepisce, o anche dall'affermare che quanto le manca per essere una dottrina completa sia con essa inconciliabile; e tanto meno pretendo d'insinuar questo a proposito delle dottrine e dei precetti di Cristo stesso. Io penso che le parole di Cristo sono chiaramente tutto quello che han voluto essere; ch'esse non sono inconciliabili con nulla di quanto è richiesto da una morale completa; che vi si può far rientrare tutto quanto v'è di eccellente in fatto di dottrine morali senza violentarne il significato più di quello che abbiano fatto quanti hanno tentato di dedurne un qualunque sistema di pratica condotta. Ma credo nello stesso tempo — e non sono con questo in contraddizione — ch'esse non contengano nè volessero contenere se non una parte della verità.
Io credo che, nei suoi precetti, il fondatore del cristianesimo abbia a bello studio trascurati molti elementi essenziali della più alta morale, che la Chiesa cristiana ha completamente rifiutati, nel sistema di morale ch'essa ha basato su queste stesse istruzioni; e, dato questo, io considero un grande errore quello di voler trovare nella dottrina cristiana una regola completa di condotta che il suo fondatore non ha voluto particolareggiar tutta quanta, ma solamente sanzionare ed appoggiare. Credo anche che questa angusta teoria divenga praticamente un male gravissimo, diminuendo assai il valore della educazione e della istruzione morale che tante persone ben intenzionate si sforzano d'incoraggiare. Temo forte che — tentando di formare lo spirito e i sentimenti su di un tipo esclusivamente religioso e lasciando da banda quei modelli secolari (se l'espressione mi è permessa) che stavano a lato della morale cristiana e la integravano mescolando il loro spirito al suo — non ne sia per risultare un tipo di carattere basso, abbietto, servile, capace forse di sottomettersi a quello ch'egli crede la volontà divina, ma non di elevarsi alla concezione della divina bontà e di provare per essa un'alta simpatia. Credo che un'altra morale oltre a quella puramente cristiana debba esistere a lato di questa per produrre la rigenerazione morale dello spirito umano; e, secondo me, il sistema cristiano non fa eccezione alla regola generale che, dato uno stato d'imperfezione dello spinto umano, gl'interessi della verità esigono la diversità d'opinioni.
Non è necessario che, cessando d'ignorare le verità morali non contenute nel cristianesimo, gli uomini debbano ignorare qualcuna di quelle che esso contiene. Un tal pregiudizio o un tale errore, quando si verifica, è senza dubbio un male; ma è un male da cui noi non possiamo sperare d'essere sempre esenti, e che deve considerarsi come il prezzo di un bene inestimabile. Si deve protestare contro la pretesa esclusiva che una parte della verità eleva di essere la verità tutta quanta; e se una reazione rendesse ingiusti alla lor volta quelli che protestano, questo acciecamento può, come l'altro, esser deplorato, ma deve esser tollerato.
Se i cristiani volevano insegnare ai pagani ad esser giusti verso il cristianesimo dovevano cominciare essi pei primi ad esser giusti verso il paganesimo. È un rendere dei cattivi servizî alla verità il perder di vista questo fatto, ben noto a quanti hanno la minima nozione di storia letteraria, che una gran parte dell'insegnamento morale più nobile ed elevato è stata l'opera non già d'uomini che non conoscevano, ma di uomini che conoscevano e non accettavano la fede cristiana. Io non sostengo già che l'uso più illimitato della libertà di esprimere tutte le opinioni possibili metterebbe fine ai mali dello spirito settario in religione o in filosofia; tutte le volte che uomini di mente angusta credono in buona fede una verità, si è sicuri di vederli a proclamarla, inculcarla ed anche spesso agire secondo la loro convinzione, come se al mondo non ci fossero altre verità, o almeno nessun'altra che potesse limitare o modificare la prima. Io riconosco che la più libera discussione non è un ostacolo alla tendenza, che ogni opinione ha, di divenir settaria; che anzi, al contrario, essa spesse volte l'aumenta, la fa più acre; perchè si respinge con violenza tanto maggiore la verità fino allora inavvertita, in quanto essa è proclamata da persone considerate avversarie.
Ma non è sul partigiano appassionato, è sullo spettatore più calmo e disinteressato che questo cozzo delle opinioni produce il suo effetto salutare. Non è la lotta violenta tra le parti diverse della verità il male da temere; bensì la soppressione tranquilla d'una metà del vero. Vi è sempre speranza quando gli uomini sono obbligati ad ascoltare le due parti; è quando essi non s'occupano se non di una che i loro errori si mutano in pregiudizi e la verità esagerata e falsata cessa di aver gli effetti della verità. E poichè nulla in un giudice è tanto raro quanto la facoltà di dare un giudizio sensato in una causa in cui egli non ha sentito perorare che un avvocato, la verità non può sperar di farsi strada che se ogni opinione, la quale racchiuda qualcuna delle sue parti, trovi degli avvocati, e degli avvocati capaci di farsi ascoltare.
Noi abbiamo dunque così riconosciuta la necessità pel benessere intellettuale della specie umana (d'onde dipende il suo benessere morale e materiale) della libertà di opinione e della libertà di discussione: e questo per quattro distinte ragioni che ora brevissimamente riassumeremo: 1.º una opinione che si ridurrebbe al silenzio può benissimo essere vera: negare questo, è quanto affermare la propria infallibilità; — 2.º quando anche l'opinione ridotta al silenzio fosse un errore, essa potrebbe, come nella maggior parte dei casi avviene, contenere una parte di verità: e poichè l'opinione generale o dominante su qualsivoglia soggetto è raramente o non mai tutta la verità, non v'è mezzo di conoscerla per intero se non col cozzo delle opinioni avverse; — 3.º anche nel caso in cui l'opinione dominante contenesse la verità e tutta la verità, essa sarà professata come una specie di pregiudizio, senza comprendere o sentire i suoi principî razionali, se non può esser discussa vigorosamente e lealmente; — 4.º il significato stesso della dottrina sarà in pericolo di perdersi o indebolirsi o vedersi privato del suo effetto vitale sul carattere e sulla condotta; poichè il dogma diverrà una semplice formula che, inefficace pel bene, ingombra il terreno e impedisce il formarsi di qualunque convinzione reale fondata sulla ragione o sulla personale esperienza.
Prima di lasciare questo soggetto della libertà di opinione è bene prestare orecchio un istante a quelli che dicono: «Si può permettere di esprimere liberamente qualunque opinione, purchè lo si faccia con moderazione e non si passino i limiti della discussione leale.» Si potrebbe parlare a lungo sulla impossibilità di fissare questi supposti limiti. Non è affatto possibile dire: basta non offendere coloro di cui si oppugna l'opinione, perchè — e l'esperienza lo prova — essi si considereranno come offesi tutte le volte che l'attacco sarà potente, ed accuseranno di mancar di moderazione tutti gli avversarî che daran loro da pensare. Ma questa considerazione, per quanto importante sotto l'aspetto pratico, sparisce davanti ad una obbiezione più fondamentale. Senza dubbio alcuno, il modo di proclamare una opinione, anche giusta, può essere molto riprovevole e provocare a giusta ragione una severa censura; ma le principali offese di questo genere sono tali che il più delle volte è impossibile, tranne che per una confessione accidentale, giungere a dimostrarle.
La più grave di queste offese è discutere in una maniera sofistica, sopprimere dei fatti o degli argomenti, esporre inesattamente gli elementi di fatto o snaturare l'opinione avversaria. Ma persone che non sono ritenute e che, sotto molti altri rispetti, non meritano punto d'esser ritenute ignoranti o incompetenti, agiscono a questo modo, magari con la massima gravità, così spesso e con tanta buona fede, che è raramente possibile di potere, in coscienza e con sufficienti ragioni, dichiarare moralmente colpevole una falsa esposizione; e la legge potrebbe tanto meno tentar d'incriminare questo vizio di polemica.
Quanto poi a ciò che s'intende comunemente per discussione intemperante: le invettive, il sarcasmo, le personalità, ecc., ecc., la denuncia di questi modi di procedere meriterebbe più simpatia se si pensasse almeno a proibirli ugualmente alle due parti; invece non si desidera se non restringerne l'uso all'opinione dominante. Che un uomo l'impieghi contro le altre opinioni, ed è sicuro non soltanto di non esser biasimato, ma d'esser anche lodato pel suo onesto zelo e per la sua giusta indignazione. Tuttavia il male che questi mezzi di discussione possono produrre non è mai così grande come quando se ne fa uso contro opinioni relativamente indifese; e l'ingiusto profitto che un'opinione può trarre da questa maniera di affermarsi ridonda quasi unicamente a vantaggio delle opinioni comunemente ammesse.
La peggior offesa di questo genere che in una polemica si possa commettere è di vituperare come uomini pericolosi ed immorali quelli che professano l'opinione contraria alla nostra. Gli uomini che professano un'opinione impopolare sono specialmente esposti a tali calunnie, perchè in generale sono poco numerosi e punto influenti e nessuno s'interessa di veder loro resa giustizia; ma, per la natura delle cose, di quest'arma non si possono valere quelli che dàn l'assalto ad una opinione dominante; essi correrebbero un pericolo personale a servirsene e, quand'anche pericolo non vi fosse, non farebbero così se non screditare la loro causa. In generale le opinioni opposte alle opinioni dominanti non giungono a farsi ascoltare che usando un linguaggio studiatamente temperato, ed evitando con la massima cura ogni inutile offesa: esse non possono, senza perder terreno, menomamente deviare da questa linea di condotta; mentre al contrario gl'insulti senza misura indirizzati dall'opinione dominante alle opinioni contrarie allontanano realmente gli uomini da queste. Perciò, nell'interesse della verità e della giustizia, è importante sopratutto di proibire l'uso del linguaggio offensivo e, per esempio, se si dovesse scegliere, sarebbe molto più necessario riprovare gli attacchi insultanti contro le libere credenze che quelli contro la religion di Stato. È tuttavia evidente che nè la legge nè l'autorità non debbono occuparsi d'impedire gli uni o gli altri; e che il giudizio dell'opinione deve determinarsi, in ogni occasione, colle contingenze del caso particolare.
Si deve condannare ogni uomo, senza riguardo alla parte dell'argomento da cui si metta, nelle cui parole faccia capolino o la mancanza di buona fede, o la malignità, o la bigotteria, o l'intolleranza di sentimento.
Ma non bisogna accusar di questi difetti i nostri avversarî perchè sono i nostri avversarî; e si deve rendere onore a quella persona, qualunque sia il partito cui essa appartiene, che ha la calma di scorgere e l'onestà di riconoscere che cosa sono in realtà i suoi avversarî e le loro opinioni, non esagerando nulla di ciò che li può danneggiare, non nascondendo nulla di ciò che loro può riuscir di vantaggio.
Ecco la vera moralità della pubblica discussione, e, se essa è soventi volte violata, io sono lieto di pensare che vi son molti polemisti che la osservano a un grado altissimo, ed un numero più grande ancora che coscienziosamente fanno ogni sforzo per giungere ad osservarla.
FINE DEL CAPITOLO SECONDO
CAPITOLO TERZO.
L'INDIVIDUALITÀ COME ELEMENTO DI BENESSERE.