La libertà

Part 1

Chapter 13,631 wordsPublic domain

BIBLIOTECA UNIVERSALE

LA LIBERTÀ

DI GIOVANNI STUART MILL

TRADUZIONE ITALIANA DI ARNALDO AGNELLI

MILANO SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO 14 — Via Pasquirolo — 14

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Milano, 1911. — Tip. della SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO.

GIOVANNI STUART MILL

Giovanni Stuart Mill nacque a Londra nel 1806. Il padre di lui, Giacomo Mill, storico ed economista di qualche valore, scolaro di Bentham ed intimo amico di Ricardo, sottopose il suo promettente ingegno ad un sistema di educazione che ne sviluppò assai per tempo le forze: giovinetto ancora, lo Stuart Mill conosceva perfettamente il latino, il greco, la storia, specialmente antica: dopo alcuni mesi passati nel 1820 in Francia, ritornò in patria, studiò filosofia e giurisprudenza, e ottenne, sotto la dipendenza del padre, un posto negli uffici amministrativi della Compagnia delle Indie, che conservò dal 1823 al 1858. Fu, per qualche anno, membro della Camera dei Comuni, mandatovi dagli elettori di Westminster. Ritiratosi negli ultimi anni ad Avignone in Francia, vi moriva nel 1873.

L'ingegno dello Stuart Mill si esplicò nelle forme più svariate: scrisse di filosofia, seguendo e modificando dapprima l'utilitarismo di Geremia Bentham, poi subendo l'influenza del positivismo di Augusto Comte, col quale egli fu in corrispondenza ed amicizia; pubblicò un _Sistema di logica_; patrocinò ardentemente quelle riforme agrarie d'Irlanda, di cui già si faceva sentire la necessità.

Ma il maggior titolo di gloria a cui il nome di lui si lega sono, senza dubbio, i suoi scritti in materia di economia politica e di diritto pubblico. Seguace, in economia, della scuola classica, quale in Inghilterra l'avevano costituita Adamo Smith, Malthus, Ricardo, egli si occupò nondimeno con amore di questioni operaje, accettando e svolgendo a questo proposito delle idee prettamente moderne; coi suoi lavori poi sul _Governo rappresentativo_, sulla _Soggezione delle donne_ e con questo saggio di cui presentiamo una traduzione al lettore italiano, egli prese posto fra i primi pubblicisti d'Europa.

Propugnò la rappresentanza delle minoranze; fu un apostolo intelligente ed appassionato di quel complesso di riforme che si comprendono sotto il nome di «Emancipazione della donna»: sopratutto, col presente lavoro sulla _Libertà_, si pose in una decisa posizione di combattimento contro quelle tendenze ad allargare le funzioni del potere sociale, che, portato inevitabile di nuovi tempi e di nuove condizioni, debbono essere per altro energicamente frenate in ciò che hanno di eccessivo e di tirannico.

Questo libro è uscito per la prima volta a Londra nel 1859. Eppure, esso non è invecchiato, non ha perduto d'interesse nè di sapore d'attualità; anzi, il giudizio del tempo ha dato alle idee che vi sono svolte una così incontestata ragione, che la loro importanza e la loro autorevolezza ne è cresciuta d'assai.

Non ho creduto bene di premettere al libro un così detto proemio critico. Davanti ad una mente come quella dello Stuart Mill, davanti ad un lavoro come questo, un giudizio sarebbe facilmente avventato: è bene che il lettore se lo formi da sè, secondo i suoi convincimenti e le sue tendenze.

Certo è che, se il libro ottenesse in Italia quel successo e quella diffusione che pur troppo non gli meriterà la povera veste ch'io gli ho saputo dare, esso potrebbe fare qualche po' di bene. La dimostrazione limpida, pacata, serena che la libertà non è soltanto un astratto diritto teorico, ma anche una condizione imprescindibile di saldo progresso civile, potrebbe contribuire a diffondere nel nostro paese quel senso della libertà di cui, in tante occasioni, si constata malinconicamente l'assenza. Oso raccomandare in modo speciale a chi segue ciecamente l'impulso di certi pregiudizi e di certi timori, quel piccolo capolavoro che è il capitolo secondo, sulla libertà di pensiero e di parola.

Se, ad ogni modo, l'intento di sgombrar dalle menti qualche falsa opinione, d'insegnare a qualcuno un po' di tolleranza in fatto di religione e di politica, fosse, anche in minima parte, raggiunto, io sarei esuberantemente compensato del mio modesto lavoro.

_Gennajo, 1895._

ARNALDO AGNELLI.

Il gran principio, il principio dominante, a cui mettono capo tutti gli argomenti esposti in queste pagine, è l'importanza essenziale ed assoluta dello sviluppo umano in tutta la ricchezza della sua varietà.

GUGLIELMO DI HUMBOLDT. — _Della sfera d'azione e dei doveri del governo._

Io dedico questo volume alla cara e lagrimata memoria di colei che fu l'inspiratrice, e in parte l'autrice, di quanto v'ha di meglio ne' miei lavori: alla memoria dell'amica e della sposa, il cui fervido senso del vero e del giusto fu il mio più vivo incoraggiamento — la cui approvazione fu la mia ricompensa più alta.

Come tutto quello ch'io ho scritto da molti anni, questo volume è tanto opera sua quanto mia, ma il libro, quale ora si presenta, non ha goduto se non in grado molto insufficiente il vantaggio inestimabile d'esser riveduto da lei: qualcuna delle parti più importanti era riservata ad un secondo e più accurato esame, che ormai non è destinata a ricevere mai più.

S'io sapessi interpretare la metà soltanto dei grandi pensieri, dei nobili sentimenti che sono con essa sepolti, il mondo ne coglierebbe un frutto ben maggiore che da tutto quello ch'io posso scrivere, senza l'inspirazione e l'assistenza della sua impareggiabile saggezza.

G. STUART MILL.

LA LIBERTÀ

CAPITOLO PRIMO.

INTRODUZIONE.

Il soggetto di questo lavoro non è il così detto libero arbitrio tanto infelicemente opposto a quella che mal si chiama dottrina di necessità filosofica, ma bensì la libertà sociale o civile, cioè la natura e i limiti del potere che la Società può legittimamente esercitare sull'individuo: questione posta di rado e forse non discussa mai in termini generali, ma che colla sua presenza inavvertita ha una profonda influenza sulle controversie pratiche del secolo e probabilmente sarà bentosto riconosciuta come la questione vitale dell'avvenire. Questa questione è sì lungi dall'esser nuova, che, in un certo senso, essa ha diviso l'umanità, fin quasi dai tempi più remoti. Ma essa si presenta sotto nuove forme nell'epoca di progresso in cui ora sono entrati i gruppi più civili della specie umana, ed è necessario trattarla in modo diverso e più fondamentale.

La lotta tra libertà ed autorità è la nota caratteristica di quelle epoche storiche che ci divengono a prima giunta familiari nelle storie greca, romana ed inglese. Ma, in altri tempi, la lotta era tra i sudditi, o qualche classe di sudditi, e il governo: per libertà, s'intendeva la protezione contro la tirannia dei governanti politici. Questi (tranne che in qualche città democratica di Grecia) sembravano in una posizione necessariamente nemica al popolo da essi governato. In altri tempi il governo era in generale tenuto da un uomo o da una tribù o da una casta che derivava la propria autorità dal diritto di conquista o di successione, — in nessun caso dal consenso dei governati — e di cui gli uomini non osavano, fors'anche non desideravano di porre in dubbio la supremazia, pure prendendo qualche precauzione contro l'esercizio oppressivo di essa. Si considerava allora il potere dei governanti come necessario, ma anche come altamente pericoloso: come un'arma ch'essi avrebbero tentato di usare tanto contro i loro sudditi quanto contro i nemici esterni. Per impedire che i membri più deboli della collettività fossero divorati da innumerevoli avoltoî, era indispensabile che un uccello da rapina più forte degli altri fosse incaricato di frenare questi animali voraci; ma poichè il re degli avoltoî non sarebbe stato meno disposto a divorare il greggie di nessuna delle arpie minori, così bisognava tenersi sempre sulla difensiva contro il suo becco e contro i suoi artigli.

Per questo, scopo dei patrioti era di assegnare dei limiti al potere che i governanti dovessero esercitare sulla collettività: questo essi intendevano per libertà. Vi si tendeva in due modi: anzitutto, coll'ottenere il riconoscimento di certe immunità, dette libertà o diritti politici, che, secondo l'opinione generale, il governo non poteva impunemente violare senza mancar di parola e senza correre, ben a ragione, il rischio di una resistenza particolare o di una ribellione generale. Un altro espediente, più recente in generale, era lo stabilire dei freni costituzionali, per mezzo dei quali il consenso della comunità o di un corpo qualunque, supposto rappresentante degl'interessi di questa, era condizione necessaria di qualcuno fra gli atti importanti di governo. Nella maggior parte dei paesi d'Europa, il governo è stato costretto, più o meno, a sottomettersi alla prima di queste restrizioni. Non avvenne lo stesso per la seconda; e il potervi giungere o, quando fino a un certo punto già la si possedeva, il giungervi più completamente, divenne dappertutto principal fine degli amici di libertà. E finchè l'umanità si contentò di combattere un nemico coll'altro, e d'esser governata da un padrone, a condizione d'esser più o meno efficacemente garantita contro la sua tirannia, i desiderî dei liberali non si elevarono più alto. Pure, nel cammino delle cose umane, venne un momento in cui gli uomini cessarono di considerare come naturalmente necessario che i loro governanti costituissero un potere indipendente, d'un interesse opposto al loro. Parve ad essi assai meglio che i varî magistrati dello Stato fossero loro rappresentanti o delegati, revocabili a loro piacimento. Sembrò che solamente a questo modo l'umanità potesse avere la completa assicurazione che non si sarebbe mai, a suo danno, abusato dei poteri del governo. A poco a poco, questo nuovo bisogno di governanti elettivi e temporanei divenne l'obbietto principale delle agitazioni del partito popolare, dovunque ce n'era uno, e allora si abbandonarono quasi dappertutto gli sforzi precedenti per limitare il potere dei governanti. Poichè in questa lotta si trattava di far emanare il potere di governo dalla scelta periodica dei governati, alcuni cominciarono a credere che si era attribuita troppa importanza all'idea di limitare il potere stesso. Questo (a ciò che pareva) era un vantaggio contro quei governanti i cui interessi erano abitualmente opposti a quelli del popolo; ma ciò che allora occorreva, era che i governanti fossero una cosa sola col popolo, che il loro interesse e la loro volontà fossero l'interesse e la volontà della nazione. La nazione non avea bisogno d'esser protetta contro la sua propria volontà: non c'era da temere ch'essa si tiranneggiasse da sè. E poichè i governanti di una nazione erano efficacemente responsabili verso di essa, prontamente revocabili quando a questa piacesse, si poteva bene affidar loro un potere di cui la nazione stessa aveva il mezzo di prescrivere l'uso. Il loro potere non era che lo stesso potere della nazione, concentrato e messo in una forma comoda per essere esercitato. Questo modo di pensare o forse piuttosto di sentire era comune, nell'ultima generazione dei liberali europei, fra i quali prevale ancora sul continente. Quelli che pongono qualche limite a ciò che un governo può fare, tranne il caso di governi tali che, secondo essi, non dovrebbero esistere, sono, fra i pensatori del continente, segnati a dito come brillanti eccezioni. Un tal modo di sentire potrebbe, nell'ora che volge, prevalere anche nel nostro paese, se le contingenze che per un dato tempo l'incoraggiarono non l'avessero mutato dappoi.

Ma nelle teorie politiche e filosofiche, come nelle persone, il successo lascia scorgere dei difetti e dei lati deboli che l'insuccesso avrebbe potuto nascondere. L'idea che i popoli non hanno bisogno di limitare il loro potere su loro stessi poteva sembrare assiomatica quando il governo popolare era una cosa di cui ci si limitava a sognar l'esistenza o a leggerla nella storia, in qualche epoca molto remota.

Questo concetto non fu necessariamente turbato da transitorie aberrazioni, come quelle della rivoluzione francese, di cui le peggiori furono opera di una minoranza usurpatrice e che, in ogni caso, non rappresentavano l'azione permanente delle instituzioni popolari, ma una esplosione subitanea e convulsiva contro il dispotismo monarchico ed aristocratico. Frattanto, a tempo opportuno, una repubblica democratica venne ad occupare una larga superficie della terra e divenne una delle parti più potenti della comunità delle nazioni. D'allora in poi, il governo elettivo e responsabile divenne l'obbietto di quelle osservazioni e di quelle critiche che si dirigono a qualunque grande fatto esistente. Ci si accorse allora che certe frasi, come «il potere su sè stesso» e «il potere dei popoli su loro stessi,» non esprimevano il vero stato delle cose; il popolo che esercita il potere non è sempre quello stesso su cui lo si esercita, e il governo di sè stesso di cui si parla non è il governo di ciascuno tenuto da lui stesso, ma di ciascuno tenuto da tutti gli altri. Inoltre, volontà del popolo significa, praticamente, volontà della parte più numerosa ed attiva del popolo — della maggioranza insomma, o di quella che riesce a passare per tale. Di conseguenza, il popolo può desiderar di opprimere una parte di sè stesso, e le precauzioni sono, a questo riguardo, utili altrettanto che contro qualunque altro abuso di potere. Per queste ragioni è sempre importante limitare il potere del governo sugl'individui, anche quando i governanti siano regolarmente responsabili verso la comunità, o cioè verso il partito che nella comunità prevale. Questo modo di lumeggiare l'argomento non ha durato fatica a farsi accettare: esso si raccomanda ugualmente all'intelligenza dei pensatori e alle tendenze di quelle classi notevoli della società europea che considerano la democrazia come ostile ai loro interessi. Così ora si pone, nelle speculazioni politiche, la tirannia della maggioranza nel novero dei mali contro di cui la società deve premunirsi.

Come le altre tirannie, quella della maggioranza fu dapprima ed è volgarmente ancora temuta, sopratutto in quanto agisce per mezzo degli atti della pubblica autorità. Ma ogni attento osservatore si accorse che, quando la società è essa stessa il tiranno — la società collettivamente, rispetto ai singoli individui che la compongono — i suoi mezzi di tiranneggiare non si restringono agli atti ch'essa comanda ai suoi funzionarî politici. La società può eseguire, ed eseguisce essa stessa, i suoi proprî decreti; e, se ne emana di cattivi, o se ne emana a proposito di cose in cui non dovrebbe entrare, essa esercita una tirannia sociale più formidabile di qualunque oppressione legale: in realtà, se una tal tirannia non dispone di penalità altrettanto gravi, lascia però minor mezzo di sfuggirle; perchè penetra ben più addentro nei particolari della vita ed incatena l'anima stessa.

Per questo, la protezione contro la tirannia del magistrato non basta. Dappoichè la società ha la tendenza: 1.º d'imporre come regole di condotta, con mezzi che non entrano nelle penalità civili, le sue idee e i suoi costumi a quelli che se ne staccano — 2.º d'impedire lo sviluppo e, per quanto è possibile, la formazione di qualunque individualità spiccata — 3.º di costringere tutti i caratteri a modellarsi sul suo proprio — l'individuo ha il diritto di esser protetto contro tutto questo. C'è un limite all'azione legittima della opinione collettiva sull'indipendenza individuale: trovare questo limite e difenderlo contro qualunque usurpazione è indispensabile ad una buona condizione delle cose umane altrettanto che proteggerci contro il dispotismo politico.

Ma, se questa proposizione non è contestabile in termini generali, la questione pratica del _dove_ il limite si debba porre, del _come_ si debbano metter d'accordo la libertà individuale e la sociale sorveglianza, è un argomento sul quale quasi tutto è ancora da fare. Tutto ciò che dà qualche valore alla nostra esistenza dipende dalla coazione imposta alle azioni d'altri: dunque alcune regole di condotta debbono essere imposte dalla legge anzitutto, e poi dall'opinione, per quelle molte cose su cui la legge non può esercitare un'azione.

Quali debbono essere queste regole? Tale è la fondamental questione nelle cose umane; ma, eccezion fatta per qualcuno dei casi più importanti, è anche quella per la soluzione della quale si è fatto il minor cammino.

Non vi sono due secoli nè, quasi, due paesi che su questo siano arrivati alla stessa conclusione; e la conclusione di un secolo o di un paese è argomento di stupore per un altro. Tuttavia, gli uomini di ciascun secolo o di ciascun paese non trovano la questione più complicata che se si trattasse di un soggetto su cui la specie umana sia sempre andata d'accordo. Le regole che in mezzo a loro predominano sembrano evidenti ed aventi in sè stesse la loro giustificazione: questa illusione quasi universale è uno degli esempî della magica influenza dell'abitudine, la quale non soltanto, come dice il proverbio, è una seconda natura, ma continuamente è scambiata con la natura medesima. L'effetto dell'abitudine, impedendo che alcun dubbio si elevi a proposito delle regole di condotta dall'umanità imposte a ciascuno, è tanto più completo in quanto che, su questo argomento, non si considera generalmente come necessario di poter dare delle ragioni o agli altri o a sè stesso: si è avvezzi a credere (e certuni che aspirano al titolo di filosofi c'incoraggiano in questa opinione) che i nostri sentimenti su soggetti di tal natura valgano meglio di ragioni e rendano queste inutili. Il principio pratico che ci guida nelle nostre opinioni sul modo di regolare la condotta umana, è l'idea, nello spirito di ciascuno, che gli altri dovrebbero esser costretti ad agire come desidererebbe egli e quelli pei quali egli ha simpatia. In realtà, nessuno si confessa che il regolatore del suo giudizio è il suo proprio capriccio; eppure un'opinione su un punto di condotta, che non è sostenuta da ragioni, non può considerarsi se non come la tendenza di una persona; e se le ragioni, una volta date, non sono che un semplice richiamo ad una simile tendenza a cui altre persone obbediscono, e sempre ancora la inclinazione di molti in luogo d'essere quella di un solo. Per un uomo ordinario, tuttavia, la sua inclinazione, così sostenuta, non solo è una ragione pienamente soddisfacente, ma l'unica da cui derivano tutte le nozioni di moralità, di gusto, di convenienze, che la sua fede religiosa già non comprende: è anche la sua principal guida nell'interpretazione di questa.

Di conseguenza, le opinioni degli uomini su ciò che è lodevole o biasimevole risentono l'influenza di tutte le cause diverse che influiscono sui loro desideri a proposito della condotta degli altri, cause numerose quanto quelle che determinano i loro desideri su qualunque altro soggetto. Qualche volta è la loro ragione; qualche altra sono i loro pregiudizi o le loro superstizioni; spesso i loro sentimenti sociali, e non di rado le loro tendenze antisociali, l'invidia o la gelosia, lo sprezzo o l'improntitudine. Ma il più delle volte l'uomo è guidato dal suo interesse, legittimo o illegittimo. Dovunque c'è una classe dominante, quasi tutta la morale pubblica deriva dagli interessi di questa classe e dai suoi sentimenti di superiorità. La morale tra Spartani ed Iloti, tra coltivatori e negri nelle piantagioni, tra principi e sudditi, tra nobili e plebei, tra uomini e donne, fu quasi dappertutto creazione degl'interessi e dei sentimenti di classe: e le opinioni così generate reagiscono alla lor volta sui sentimenti morali dei membri della classe dominante, nelle loro relazioni reciproche. D'altra parte, dovunque una classe in altri tempi dominante ha perduto la sua influenza, o anche dovunque questa influenza è impopolare, i sentimenti morali che prevalgono portano il segno di un'impaziente ribellione all'autorità. Un altro principio, che determinò delle regole di condotta imposte, sia dalla legge, sia dall'opinione, fu la servilità della specie umana riguardo alle preferenze o alle avversioni supposte dei suoi signori terreni o delle sue divinità. Questa servilità, sebbene essenzialmente egoistica, non nasce da ipocrisìa, e fa sorgere dei sentimenti d'orrore perfettamente sinceri; essa ha reso gli uomini capaci di bruciare degli stregoni e degli eretici.

Frammezzo a tante più basse influenze, gli interessi evidenti e generali della società hanno avuto naturalmente una parte, ed importante, nella direzione dei sentimenti morali: meno tuttavia pel valore loro proprio che come una conseguenza delle simpatie o delle antipatie da questi interessi prodotte. In seguito si son fatte sentire con altrettanto vigore nello stabilirsi dei principî morali delle simpatie o delle antipatie le quali nulla o quasi avevano a che vedere cogli interessi della società.

Così il capriccio o il disgusto della società o di qualche parte potente della società sono la principale determinante, in pratica, delle regole imposte all'osservanza generale sotto la sanzione della legge o della opinione.

In genere, quelli che erano, quanto ad idee e a sentimenti, più avanzati della società, hanno lasciato che un tale stato di cose si mantenesse, come principio, intatto, per quanto abbiano potuto lottare contro qualcuno dei suoi particolari; si sono dati cura di sapere che cosa debba preferire o non preferire la società, piuttosto che di sapere se quanto essa preferiva o non preferiva si dovesse imporre agli individui; si proposero di mutare i sentimenti della specie umana su qualche punto speciale in cui essi stessi eran colpevoli di eresia, anzichè di fare, con tutti gli eretici in generale, causa comune per la difesa della libertà. Nessuno si è, coscientemente, inalzato di più; e nessuno ci è rimasto saldamente tranne che in materia di religione: un caso che, sotto più rispetti, contiene degl'insegnamenti, sopratutto perchè offre un esempio, che colpisce, della fallibilità del così detto senso morale: poichè l'_odium theologicum_, in un bigotto sincero, è uno dei casi più sicuri del sentimento morale. Quelli che scossero per primi il giogo di ciò che si chiamava la Chiesa universale, erano in generale disposti a tollerare delle divergenze di opinioni religiose quanto quella Chiesa stessa. Ma, quando fu sbollito l'ardore della lotta senza dare completa vittoria ad alcun partito, quando ciascuna chiesa o setta dovette limitare le sue speranze a conservare il possesso del terreno occupato, le minoranze, vedendo che esse non avevano probabilità di mutarsi in maggioranze, furono costrette a sostenere la libera dissidenza religiosa in confronto di quelli che non potevano convertire. Di conseguenza, è quasi solo su questo campo di battaglia che i diritti dell'individuo contro la società sono stati rivendicati sulla base di principi bene stabiliti, e che il diritto della società di far pesare l'autorità sua sui dissidenti fu apertamente contestato. I grandi scrittori a cui il mondo deve ciò ch'egli possiede di libertà religiosa hanno rivendicato la libertà di coscienza come un diritto inalienabile, ed hanno in modo assoluto negato che un essere umano debba render conto agli altri della sua fede religiosa. Tuttavia è così naturale alla specie umana l'intolleranza per tutto quello che veramente le preme, che la libertà religiosa non fu attuata quasi in nessun luogo, salvo là dove l'indifferenza, che non ama di vedersi turbata nella sua pace da dispute teologiche, ha fatto sentire il suo peso sulla bilancia.