La leggenda di Saladino

Part 4

Chapter 43,768 wordsPublic domain

Questa singolare storia non è che il rinnovamento amplificato d'un racconto piú antico, che si trova tra quelli del «Ménestrel de Reims»; solamente in questo si tratta non della moglie di Filippo II, ma di quella di Luigi VII, che è esattamente chiamata col suo nome Aliénor o Éliénor. Secondo il narratore del secolo XIII, Luigi era con sua moglie a Sur, la sola fortezza che i cristiani possedessero allora in Siria, dove non faceva che «le sien despendre», non osando dar battaglia a Saladino. La regina prende a disprezzare suo marito, «et ele oï parler de la bonté et de la prouece et du sens et de la largece Salehadin, si l'enama durement en son cuer». Trova il mezzo d'intendersela con lui, il quale le manda una galea che deve condurla via. Una notte, discende da una postierla, portando con sé due scrigni pieni d'oro e d'argento, allorché una delle sue damigelle va a trovare il re, che dormiva, e lo sveglia dicendogli: _«Sire, malement est; ma deme s'en vuet aler en Escaloigne a Salehadin, et la galee est au port qui l'atent. Pour Dieu, Sire, hastez vous!»_ Il re si veste in fretta e discende al porto: «Il trouva la roïne qui estoit ja d'un pié en la galee, et la prent par la main et la ramainne arriere en sa chambre....». Le domanda allora perché ha concepito un tal disegno: _«En nom Dieu_, dist la roïne, _pour vostre mauvestié, car vous ne valez pas une pomme pourrie. Et j'ai tant de bien oï dire de Salehadin que je l'aim mieuz que vous»_. Il re la fa sorvegliare, e, ritornato in Francia, si contenta di ripudiarla; ma, nota assai giudiziosamente il narratore, «si fist que fous: mieuz venist l'avoir emmuree, si li demourast sa grant terre, et ne fussent pas avenu li mal qui en avinrent».[101] Si sa che la condotta di Aliénor in Terra Santa fu infatti uno dei principali motivi, i quali furon causa del suo divorzio con Luigi VII; però è certo che, se essa peccò, non fu, anche d'intenzione, con Saladino, che era allora un fanciullo. Si può vedere abbastanza bene come si sia formata la leggenda. Si sa che in realtà Luigi VII e sua moglie, dopo il disastro sofferto dai crociati nell'Asia Minore, si stabilirono non a Sur, ma ad Antiochia. Aliénor, che si lamentava d'aver per marito un monaco e non un re, fu durante questo soggiorno estremamente leggera, per non dire di piú, specialmente col principe d'Antiochia, Raimondo, quantunque fosse suo zio paterno. Essa lo preferiva grandemente a suo marito, e sembrava avesse concepito il disegno di restare sempre con lui, tanto che il re fu obbligato di menarla via di nottetempo sopra un vascello fino ad Acri; rientrato in Francia, egli divorziò sotto pretesto di parentela. Tutto ciò si trasformò a poco a poco nell'imaginazione popolare. Anche al principe d'Antiochia si riferisce, in una versione che ci ha conservato una cronaca spesso citata per gli elementi romanzeschi che ha ammessi,[102] il tentativo di evasione d'Aliénor; però esso è già raccontato quasi come dal Ménestrel: «La royne Alienor, qui estoit femme, moult diverse, fiere et haultaine, ot grant desdaing que le roy ne faisoit la requeste du prince.[103] Et mist le prince en tel point la royne qu'elle volt laisser le roy, et se cuida embler de luy, et fist secretement trousser ses besoignes et cuida entrer en mer sans le seu du roy; mais elle fut prinse et amenee au roy, qui lui demanda ou elle vouloit aller[104] et pour quoy elle part sans son sceu. Et quand elle vit que il failloit que aucune chose respondist.... fierement respondy et par grant orgueil que voirement le voulloit laisser pour sa grande lascheté et couardie».[105] Ciò però non doveva bastare. Essa aveva voluto restare con un uomo del paese: la colpa si rese piú grave supponendo che fosse un infedele quegli che aveva amato. Una cronaca latina del secolo XIII aveva già detto: «Praefata regina regem in pluribus graviter offendit, in hoc vero gravissime quod regem clam relinquere machinans cuidam Turco adhaerere voluit».[106] Nelle _Chroniques de Flandres_, redatte nel secolo XIV, questo Turco, diventa il soldano di Babilonia, e tutta la località è cambiata: «Pendant le temps de celluy siege (di Escalona) advint une trop grant merveille. Car la royne de France, qui avoit séjourné a Triple ung espace tandis que le roy avoit esté devant Damas, avoit tant fait devers le souldan de Babiloine qu'elle devoit aler aveuc luy; mais le roy en fut adverty, luy estant au siege devant Escaloine. Lors s'en party le roy moult hastivement, et chevaucha toute la nuyt tant qu'il vint a Triple, si trouva la royne qui estoit ja venue jusques a la gallee pour entrer ens. Adont il prist la royne et l'en ramena».[107] Era naturale che questo Turco, che questo «souldan» divenisse Saladino, perché nel secolo XIII la gloria di Saladino era sí grande, che, dal momento che si trattava di un Saraceno ragguardevole per qualche cosa di straordinario, si pensasse a lui. Cosí si formò il racconto, che il Ménestrel de Reims ci offre con la sua ingenuità e la sua vivacità ordinarie,[108] del quale però non ha inventato alcun tratto essenziale.[109] Quanto al poeta del secolo XIV, non è certamente per un debito d'esattezza storica che ha fatto della regina di Francia innamorata di Saladino, la moglie di Filippo II e non di Luigi VII; infatti egli non evita l'anacronismo se non per cadere in un errore non meno grave, dacché Filippo era vedovo a tempo della crociata. Ha fatto semplicemente rientrare l'aneddoto che voleva adoperare nel quadro generale del suo poema, in cui Filippo di Francia e Riccardo d'Inghilterra sono, come nella storia, gli avversari di Saladino. Inoltre egli ha dato al racconto della mancata fuga della regina, che imitava, trasformandolo, da una novella relativa ad Aliénor, un prologo, il quale ci fa assistere in Francia all'esordio dei suoi amori con Saladino, e che è tutto intero di sua invenzione. Ciò era assai naturale; quello che sorprende di piú è di vedere sino ai nostri giorni degli storici seri parlare degli amori d'Aliénor con «un giovane Saraceno», con «un Turco battezzato col nome di Saladino», con «un buffone chiamato Saladino», ecc.[110] Quanto tempo è stato necessario perché la critica entrasse, nella storia, in pieno possesso dei suoi diritti!

VI

Accanto a tutte queste narrazioni che fanno di Saladino un cavaliere, un mezzo cristiano, un mezzo francese, un viaggiatore, un cortese amante, ossia tutto ciò che non fu, sarebbe inverosimile che non ve ne fosse qualcuna che ce lo mostrasse almeno approssimativamente, tal quale fu, il nemico spesso generoso, ma costante, dei Cristiani. Tuttavia il ricordo leggendario ha conservato poche tracce di ciò che costituisce il fondo vero della storia del conquistatore di Gerusalemme, dell'avversario di Filippo e di Riccardo.

Alcune tradizioni, che sono ancora per metà storiche e che del resto lo concernono indirettamente, ci rappresentano la sua vittoria su Guido di Lusignano come dovuta al tradimento di parecchi grandi vassalli di quest'ultimo, e specialmente di Raimondo di Tripoli o Triple. Il Ménestrel di Reims ci racconta che i principali traditori, insieme col conte di Triple, erano «le marchis de Montferrat, le seigneur de Baru, le seigneur de Saiete, le bau (balio, governatore) d'Escaloigne» (§ 40).[111] Il poema del _Pas Salhadin_, del quale parleremo presto, trasforma questi nomi, buttati giú un poco a caso, nel modo piú bizzarro:

Des traïtres faus losengiers Li quens de Tribles fu premiers, Et li marcis de Ponferan, (Et) D'Escalone Pieres Liban, Après li sires de Baru Et de Sa[e]te quens Poru. Cilz cink firent la traïson Et vendirent le roi Guion A Salhadin......[112]

Noi abbiamo qui l'eco sfigurata dalla tradizione che si formò tra i partigiani di Guido di Lusignano.[113] Dopo la sconfitta, quando Guido prigioniero confessa piangendo a Saladino ch'egli ha ben meritata la sua sorte, l'altro, secondo il racconto del Ménestrel, gli dichiara che non è responsabile del disastro, gli rivela il tradimento, e lo rimette generosamente in libertà.

Nel grande romanzo in versi del secolo XIV del quale abbiamo parlato tante volte, e che è qui ancora rappresentato dal _Jean d'Avesnes_ in prosa, la rovina del regno di Gerusalemme è narrata in un modo che non ha quasi nulla di comune con la storia. Non si tratta piú di Guido di Lusignano, e neanche dei suoi predecessori immediati. La catastrofe accade sotto il regno di Baldovino di Sebourc, secondo successore di Goffredo.[114] Saladino, divenuto padrone di Damasco, dell'Egitto e poco dopo della Persia, assale i Cristiani di Terra Santa. In una prima battaglia, sui «plains des fontaines de Saphire»,[115] il re Baldovino è preso, ma Saladino lo rimette in libertà. Ben presto, il soldano marcia su Gerusalemme, e davanti alle mura di questa città si dà la grande e decisiva battaglia: Baldovino di Sebourc è ucciso, e cosí pure il bastardo di Bouillon, figlio di Baldovino I. Saladino fa dovunque miracoli di valore: «car il estoit puissant de corps et de si hault courage que... nul ne l'osoit regarder en fait d'armes, et partout ou il aloit les chrestiens se coatissoient et l'oeil n'osoient haulcier devant luy». Non mostra una generosità meno grande; la spinge al punto da suscitare un giusto scandalo tra i suoi e, a dire la verità, sino alla stravaganza: avendo preso Giovanni di Pontieu, nel quale riconosce suo zio, lo autorizza a ritornare a combattere a fianco dei due soli campioni cristiani sopravvissuti, e a compiere con essi una terribile carneficina dei Saraceni. Tuttavia finisce col farlo prigioniero sulla sua parola, allo stesso modo di Huon Dodekin o di Tabarie.

La presa di Gerusalemme, senza colpo ferire, e l'umanità della quale Saladino fa prova verso gli abitanti non differiscono molto nella storia e nel nostro romanzo. In questo si passa in seguito all'assedio di Sur, dove il glorioso nome di Corrado di Monferrato è cambiato in quello di Bonifazio, conservandosi però, per un singolar caso, il nome del valente Guglielmo de la Chapelle, che del resto non ci è stato trasmesso che dal poema contemporaneo d'Ambrogio.[116] Narra tuttavia che Saladino, dinanzi all'indomabile resistenza del marchese di Monferrato, sospende l'assedio della città, ma a torto aggiunge che in un secondo assalto la fortezza fosse obbligata ad arrendersi. Lascio da parte la menzione delle altre città conquistate allora da Saladino,[117] il quale, secondo il nostro romanziere, visse in seguito per dieci anni in una pace profonda, durante la quale preparò il viaggio che meditava nel paese dei Cristiani.

Si sa che in realtà non accadde tutto in questo modo: che Guido di Lusignano, appena uscito di cattività, venne con meraviglioso ardire a porre l'assedio ad Acri, recentemente tolta ai Cristiani, che ben presto fu raggiunto colà da Filippo di Francia e da Riccardo d'Inghilterra, i quali presero la città in capo a tre mesi, che Filippo se ne ritornò allora nei suoi paesi, mentre Riccardo restò ancora un anno in Siria, facendo a Saladino una guerra in cui rese immortale il suo valore, sebbene non potesse colà compiere alcuno dei disegni che aveva formati, e fosse obbligato a terminare con una tregua poco gloriosa. Fu in quei quindici mesi di contatto quasi quotidiano che i crociati venuti di Francia e d'Inghilterra poterono ricevere la piú viva impressione delle qualità brillanti del loro formidabile avversario. La crociata in se stessa non ha tuttavia lasciato nella tradizione se non assai poco sicuri ricordi. Il piú esatto sembra essere una storiella che deve avere un fondo reale, e della quale è curioso seguire le successive trasformazioni. Originariamente non riflette Saladino, bensì suo fratello Safadin o Seif-Eddin (piú tardi suo successore sotto il nome di Malek-Adel). Durante la liberazione di Jaffé, nell'agosto del 1192, la piú prodigiosa delle geste compiute dal re «au cœur de lion», Riccardo, giunto in tutta fretta per mare, aveva appena trovato dei cavalli per lui e per qualcuno dei suoi (v. piú innanzi), e non avrebbe potuto surrogare il suo quando l'avesse perduto. Safadin, che da lungo tempo era in amichevoli relazioni con lui, vedendolo combattere a piedi, gli mandò cortesemente due cavalli: tale è il racconto d'Ambrogio, che sembra perfettamente autentico,[118] Le diverse redazioni del _Livre de la Terre-Sainte_[119] ce ne mostrano i successivi svolgimenti. La prima (H, p. 197) non aggiunge che un tratto inesatto, cioè che Riccardo avrebbe dato uno dei due cavalli a Guglielmo di Préaux: Guglielmo era allora prigioniero; inoltre attribuisce a Saladino l'iniziativa di questa cortesia. La seconda[120] amplifica ed altera questo semplice racconto: «Seifeddin... demanda ou estoit le roi; l'on li mostra ou il estoit aveques ses homes sor un toron. Il s'entremist de bien et d'onor, si li envoia un cheval tirant,[121] qui estoit moût mesaisiés a la bouche, par un sien memeloc, et il encharja qu'il deïst au rei que nen esteit mie avenant chose que rei se combatist... a pié. Le rei, qui fu aparcevans de la malice des Sarasins, s'aparçut que le cheval estoit mesais[i]é, si dist au message qu'il galopast le cheval; ensi come il le galopeit, il le conut qu'il estoit tirant, si li dist: _Mercie ton seignor, et li meine son cheval, et li di que ce n'est mie l'amor qui entre lui et moi estoit qu'il me mande cheval tirant por moi prendre_. Le memeloc s'en torna et mena le a son seignor, et li dist qu'il s'estoit apercells qu' il estoit tirant. Seifeddin fu hontous, et comanda que l'on li menast un autre plus aaisié[122] que celui, et celui meismes [mena] le memeloc qu'i[l] li aveit premierement amené.[123] Le rei comanda au ferrot[124] que il li traisist les gisans et les eschaillons,[125] et tantost com il l'ot comandé il fu fait; e com hom li ot trait il li fist metre un frain et fist monter sus. Le cheval fu alores bien aaisié; le rei monta sus et fist mout d'armes». Se qui v'è malizia, è da imputarsi tutta intera al «memeloc».[126] Nella terza versione, che è quella del manoscritto in cui si trova il nome d'Ernoul, Saladino, che sostituisce interamente Safadin, può almeno sembrare colpevole d'aver nascosto un tradimento sotto la sua apparente generosità. «Va, dist il a un de ses serjanz, _ensele un cheval et si li maine; si li di que jou li envoi; qu'il n'afiert pas a si haut home come il est qu'il soit a pié a tel lieu._.. Li serjanz fist le comandement Salehadin et si mena le cheval au roi d'Engleterre et fist son message. Et li rois l'en mercia, mais ne monta pas sus, ains fist monter un sien serjant et fist poindre devant lui. Quant li serjant ot point le cheval et il cuida retorner, ce ne fust ja mais, ainz l'en porta li chevaus, quel gré qu'il en eüst, en l'ost as Sarasins. Et Salehadins fu mout honteus de ce que li chevaus estoit retornés; si en fist un autre apareillier, et li renvoia».[127] Il tradimento è del tutto sicuro nella LXXVI delle _Cento novelle antiche_.[128] Il cavallo è inviato per condurre quello che lo monta nella tenda di Saladino; fortunatamente Riccardo vi fa montare uno scudiero, e l'astuzia del soldano è in tal modo rivelata e sventata a sua volta.[129] Nel poema del sec. XIV spesso citato, questa storia ha un seguito: il buon cavaliere Antonio, che Morello, il cavallo mandato da Saladino a Riccardo, gli ha ricondotto, acquista l'amicizia del soldano, è da lui fatto governatore di Saietta e piú tardi vi sostiene un assedio contro di lui per difendere Chauvigni e Guglielmo des Barres, da lui perseguitati.[130] — Finalmente nel poema inglese sopra Riccardo Cuor di Leone, che, almeno per questa parte, è tradotto dal francese, la storia è del tutto fantastica. Accade davanti a Babilonia, la quale è assediata da Riccardo. Saladino gli manda in dono un magnifico cavallo, migliore ancora del famoso Fauvel di Cipro, cavalcato abitualmente da Riccardo;[131] però è invasato dal diavolo, e di piú, quando sua madre, cavalcata da Saladino, nitrisce, esso accorre, le s'inginocchia davanti e la poppa. Un angelo previene Riccardo del tranello che gli è teso: Riccardo esorcizza dapprima il cavallo e ne caccia il diavolo, poi gli tura le orecchie con cera, in modo che nella battaglia, sordo ai nitriti della madre, la abbatte, e i Saraceni sono completamente sconfitti. Si vede che qui l'immaginazione dei narratori non ha per lungo tempo ammesso nel nemico giurato dei Cristiani un atto di cortesia leale e disinteressata.

Il solo fatto d'armi che si riannodi col nome di Saladino e che gli abbia per lungo tempo conservata una popolarità tuttavia mediocremente gloriosa, ha nella storia un punto d'appoggio abbastanza incerto. In molte «salles» di castelli, si dipingeva nel secolo XIII ciò che si chiamava il _Pas Salhadin_: questa pittura rappresentava dodici, talvolta tredici cavalieri, sorveglianti una gola di monti, che si sforzava di passare un immenso esercito saraceno comandato da Saladino; però di esso non si vedeva certamente che qualche combattente, già arrestato dai corpi ammucchiati di coloro che l'avevano preceduto. In qualcuna di queste pitture si vedeva il re Filippo, il quale, senza prender parte al combattimento, ne dava il segnale, lo dirigeva da lungi e, dopo il successo, si rallegrava coi vincitori; in altre, probabilmente in quelle che non erano state eseguite nella Francia propriamente detta, il re Filippo non era rappresentato in alcun modo. Tra i combattenti, Riccardo aveva una parte piú o meno preponderante. In tutte queste pitture, a quanto pare, si vedeva, arrampicato sopra una roccia che chiudeva la gola, uno spione che osservava i guerrieri cristiani per riferire i nomi di essi a Saladino, posto dall'altro lato della montagna: questi nomi, che variavano nelle diverse pitture, erano però scritti a fianco di ciascuno di essi, e il nome dello spione, _Tornevent_ o _Espiet_, figurava egualmente vicino alla sua testa.[132] È probabile che queste pitture avessero un punto di partenza molto antico e in origine avessero rappresentato, forse sotto l'ispirazione dello stesso Riccardo, quella stessa giornata, in cui, dopo d'avere quasi miracolosamente riacquistato Jaffe, era riuscito, con un piccolissimo numero d'uomini, a far rinculare tutto l'esercito mussulmano e obbligato Saladino alla ritirata.[133] I nomi dei dieci compagni di Riccardo, di quei dieci i quali, soli con lui, avevano potuto procurarsi dei cavalli, erano subito divenuti celebri: Ambrogio li rammenta nei suoi versi e Riccardo de la Sainte-Trinité li inserisce nella sua traduzione.[134] Naturalmente, secondo la formula tradizionale, questi undici compagni si cambiarono abbastanza presto in dodici o in tredici (dodici piú Riccardo); e i nomi reali dei combattenti del 5 agosto 1192 furono ben presto sostituiti da altri piú conosciuti o che introdusse l'amor proprio di famiglia o del paese. Già le _Chroniques de Flandres_, citate molto a proposito dall'editore del _Pas Salhadin_,[135] dànno a Riccardo, nella sua spedizione di Jaffe, undici compagni, uno solo dei quali, Andrea di Chauvigni, assisteva realmente al combattimento; gli altri dieci sono: Gauthier (_l._ Gauchier) di Châtillon, il conte di Clèves, Guido di Montfort, «il conte d'Oste in Germania», il barone d'Estanfort, il conte di Lembourg, Walleran di Luxembourg, Droon di Merlo, Guglielmo des Barres e Guglielmo Longue-Épée. La prova che la leggenda del _Pas Salhadin_ ha per origine l'eroico combattimento di Jaffe, è che troviamo nelle due versioni di essa che ci sono pervenute il maggior numero di questi nomi: ambedue citano, come le _Chroniques de Flandres_, Guglielmo des Barres, Guglielmo Longue-Épée, il duca di Lembourg, Gauthier de Châtillon, il conte di Montfort e il conte di Clèves; hanno in comune contro le _Chroniques_ il conte di Fiandra[136] e Huon de Florines e ignorano in comune il barone d'Estanfort e Droon di Merlo. La prima, sola, ha in comune con le _Chroniques_ il conte d'Oste (chiamato d'Ostinale e d'Hostermale), e di suo Jofroi di Lusignano e Renaud (Renard) di Boulogne; la seconda ha in comune con le _Chroniques_ Andrea de Chauvigni[137] e il duca di Luxembourg; ha di suo il conte di Joigni. Di questi personaggi, nessuno, salvo Andrea di Chauvigni, assisteva Riccardo nel combattimento di Jaffe; parecchi non presero neanche parte alla crociata, o vissero piú tardi. Si noterà in queste tre liste il predominio, del tutto contrario alla verità, dato all'elemento francese e fiammingo: a quanto sembra, la tradizione s'era sparsa, sotto la sua forma pittorica, soprattutto nel nord-est della Francia, e l'azione di Riccardo e dei suoi veri compagni vi s'era sempre piú dimenticata. Quanto alla scena in se stessa, si può supporre che un particolare di paesaggio[138] facesse credere assai per tempo che l'impresa dei Crociati fosse consistita nel difendere, dodici (o tredici) solamente, contro Saladino, un _pas_ o una gola in una montagna: di qui il nome di _Pas Salhadin_ dato a quest'impresa ed alla sua rappresentazione.

L'uso di dipingere nei castelli il _Pas Salhadin_ ci è attestato nel poemetto che porta questo nome, e che deve risalire alla fine del secolo XIII.[139] Comincia cosí:

Del recorder est grans solas De cheaus qui garderent le pas Contre le roy Salehadin, Des douze princes palasin Qui tant furent de grant renon: En mainte sale les point on Pour mieus veoir leur contenance; Moult est bele la remembrance A regarder a maint preudomme.

E ripete terminando:

Grant honneur firent leur lignage; Tous jours en iert la renommee; On les point en sale pavee: C'est uns tresnobles mireors A ceulx qui tendent a honnors Et maintiennent chevalerie.

Dalla pittura, la rappresentazione del _Pas Salhadin_ dovette, come accadeva ordinariamente, passare alla tappezzeria;[140] passò anche allo stato di vero spettacolo, eseguito da personaggi viventi. Si è spesso citato il passo del Froissart (l. IV, cap. I) relativo all'entrata della regina Isabella di Baviera a Parigi nel 1389:

Après, dessoubz le moustier de la Trinité, sur la rue avoit ung eschafault, et sur l'eschafault ung chastel, et la au long de l'eschafault estoit ordonné le pas du roy Salehadin, et tous faiz de personnages. des chrestiens d'une part, et les Sarrazins de l'autre, et la estoient par personnages tous les seigneurs de nom qui jadis au pas Salhadin furent, et armoiez de leurs armes ainsi que pour le temps de adonc ilz s'armoient. Et ung petit en sus d'eulx estoit par personnage le roy de France, et entour luy les douze pers de France, et tous armoiez de leurs armes. Et quant la royne de France fut amenee si avant en sa lictiere que devant l'eschafault ou ces ordonnances estoient, le roy Richart se departit de ses compaignons et s'en vint au roy de France et demanda congié pour eller assaillir les Sarazins, et le roy lui donna. Ce congié prins, le roy Richart s'en retourna devers ses douze compaignons, et alors se mirent en ordonnance, et allerent incontinent assaillir le roy Salhadin et ses Sarrazins, et la y eut par esbatement grant bataille, et dura une bonne espace. Et tout feu veu moult voulentiers.