La leggenda di Saladino

Part 3

Chapter 33,797 wordsPublic domain

Questo nome merita di fermarci un istante, perché ha indotto a singolari conclusioni sul romanzo che esaminiamo. L'eroina del romanzo è anonima nell'opera originale; tale è rimasta nel Citri de la Guette e nella signora de Gomez, che ne ha fatto solamente una principessa. A quanto pare, il comandante di Vignacourt ebbe per primo l'idea di darle il nome di _Èdèle_, che il La Place ha imitato cangiandolo in _Adèle_: questi due nomi non sono che la variante uno dell'altro, ed entrambi erano poco in uso durante il sec. XVIII. Si trova nella famiglia di Pontieu una _Adela_, figlia di Giovanni II e moglie di Tommaso di Saint-Valeri alla fine del secolo XII: percorrendo qualche genealogia, il Vignacourt avrà messo gli occhi sopra questo nome, l'avrà trovato di suo gusto e l'avrà dato alla sua eroina, lasciando al marito il cognome di Saint-Valeri, ma sostituendo al nome di Tommaso quello piú decoroso d'Enguerrand. La tragedia del La Place, che ebbe qualche successo, consacrò il nome d'_Adèle_ di Pontieu (sostituito da lui a _Édèle_), e quando si riscontrò che effettivamente vi era stata una Adela nella famiglia di Pontieu, si credette d'aver trovato la prova che il vecchio romanzo non fosse senza fondamento storico, e, seguendo il processo abituale in simili casi, si cercò di rinvenire questo fondamento, eliminando dalla narrazione ciò che era troppo evidentemente meraviglioso ed inverosimile. Il Louandre, nella sua _Histoire d'Abbeville,_ dopo d'aver menzionato Adele, figlia di Giovanni II di Pontieu e sposa di Tommaso di Saint-Valeri, aggiunge: «Fu questa giovane e bella principessa che i briganti oltraggiarono e che Giovanni fece precipitar nei flutti, credendo di cancellare in questo modo l'affronto fatto al suo sangue.[67] Questa avventura, cosí come la conosciamo, si è senza dubbio alterata e la finzione, come nella tragica storia della dama di Coucy,[68] vi tiene posto piú della realtà. Sia come si vuole, Adele è restata nel Ponthieu l'eroina d'una tradizione celebre.[69] Il ricordo della sua sciagura, dopo aver ispirato i trovieri del Medio Evo,[70] ha fornito il soggetto ad opere in musica, a tragedie e a poemi per i verseggiatori moderni».[71] Il Louandre avrebbe dovuto rammentarsi che il romanzo fa della figlia del conte di Pontieu la bisavola di Saladino: essa avrebbe dovuto dunque nascere verso il 1070,[72] mentre che Ale (è la vera forma francese di _Adela_) di Pontieu nacque verso il 1160; del resto, non si trova, beninteso nella: storia, alcuna traccia della tragica avventura attribuita qui alla moglie di Tommaso di Saint-Valeri. Ciò non ha impedito agli ultimi editori del romanzo del secolo XIII di dire, citando il Louandre, che «nelle avventure della nostra eroina non è tutto fittizio», e che essa ha esistito «sotto il nome di Adele di Ponthieu, moglie di Tommaso di Saint-Valery e figlia di Giovanni I di Ponthieu, durante la seconda metà del secolo XII».[73] Ahimè! anche la sua esistenza, in quanto figlia unica d'un conte di Pontieu[74] maritata a un Tibaldo di Domart,[75] non è reale piú delle sue disgrazie, o dell'introduzione di tre figli nelle liste genealogiche delle case di Pontieu, di Saint-Pol, e di Préaux: i valorosi Guglielmo, Giovanni e Pietro di Préaux, questi fedeli compagni di Riccardo, che combatterono cosí valorosamente contro Saladino, non sospettavano affatto d'esser suoi cugini e d'avere avuto per avolo il figlio del soldano d'Almeria!

Il nostro romanzo ci presenta probabilmente, seguendo un fenomeno assai conosciuto, l'applicazione d'una novella popolare a un dato leggendario, da cui era del resto indipendente. Si credeva, senza che noi sappiamo come questa credenza nascesse, che la figlia d'un conte di Pontieu avesse sposato uno degli avoli di Saladino: si cercò d'immaginare per quali avventure essa avesse potuto essere trasportata in _paienie_ e risolversi a sposare un saraceno. Si fece uso di un racconto assai commovente, che apparteneva a un gruppo di narrazioni molto sparse nel Medio Evo, le quali hanno per iscopo di dimostrare che gli uomini s'arrogano a torto il diritto di giudicare e di condannare le colpe dei loro simili, e che la misericordia divina confonde spesso con dei prodigi la pretesa giustizia umana. Noi possediamo una variante abbastanza bella, quantunque tarda (secolo XIV), del tema cui sembra appartenere la novella della bisavola di Saladino: il _Dit des annelets._ La colpa della moglie qui è diversa, piú grave in realtà, quantunque non sia se non intenzionale: partita con suo marito dal Boulonnais, come la nostra eroina dal Pontieu, per il pellegrinaggio di San Iacopo, essa si lascia trascinare, quasi contro sua voglia, a seguire in un castello solitario un cavaliere, che ha incontrato i viaggiatori e che s'è unito ad essi; quando il marito li sorprende, ella sostiene l'audace menzogna del suo complice (che non è ancora tale di fatto) assicurando esser questi il marito e l'altro un intruso. Un dibattito giudiziario ha luogo tra i due rivali, e già il pentimento piú sincero e piú profondo s'è impadronito del cuore della povera donna, la quale non trema che per il suo sposo. Vincitore, questi la conduce nel loro paese, e là, convocando tutti i suoi parenti ed amici, racconta l'avventura senza nominarne i personaggi, e domanda qual giudizio si darebbe della colpevole, che non solamente ha voluto tradire, ma ha rinnegato suo marito. Il padre della dama dice che, se avesse potere sopra una donna simile, la condannerebbe, e tutti sono del suo parere. Il marito allora, dichiara che si tratta di sua moglie, ma che la punirà in modo da non disonorare la famiglia. La conduce a Wissant,[76] e l'abbandona sul mare in un battello senza ormeggi.[77] Prima di abbandonarla, le fa mettere nelle dita dieci anelletti di ferro, che le entrano nella carne, e getta nell'acqua l'anello d'oro che ella gli aveva dato in altri tempi, dichiarando che si riconcilierà con lei sol quando Dio glielo renda. Trasportata dai flutti in un'isola deserta, vi è raccolta da un conte spagnuolo che ha pietà di lei, la trova bella, le offre invano di sposarla, e, dietro sua domanda, la fa entrare, insieme con dodici beghine, in una casa lungo la strada di San Iacopo, dove essa pratica opere di misericordia verso i pellegrini. S'indovina che dopo qualche tempo si rinvenga nel corpo d'un pesce l'anello gettato nel mare, che il marito ritorni in Galizia per implorare da San Iacopo di riunirlo con sua moglie, che egli la ritrovi, e che, quando le ha perdonato, gli anelli di ferro che avevano quasi marcito le dita e che essa non aveva mai voluto far togliere cadano da sé, per un miracolo di Dio. Si ponga a confronto la prima parte di questa leggenda, alquanto modificata, con una delle scene di riconoscimento che sono frequenti nelle novelle e specialmente in quelle del ciclo cosí ricco e cosí vario della «moglie innocente e perseguitata», e si avrà all'incirca il nostro romanzo, meno gl'incidenti e i particolari che ha saputo aggiungervi, con discreta felicità d'invenzione, colui che l'ha redatto. Gli è stato sufficiente dare all'eroina un conte di Pontieu per padre, maritarla temporaneamente a un soldano saraceno e fare della nipote la madre del gran Saladino, per dare al suo romanzo un interesse maggiore, molto gustato, e riannodarlo con una leggenda che si conosceva vagamente senza sapere su quale fondamento s'appoggiasse.

Non è dunque sorprendente che questo romanzo abbia avuto successo. È passato in _Jean d'Avesnes_, ma il redattore del secolo XV non si è limitato a ringiovanire la lingua del romanzo del Dugento: anche seguendo assai da presso gli avvenimenti,[78] ha completamente rinnovato lo stile sul gusto del suo tempo e alla semplicità un po' secca del racconto antico ha sostituito una rettorica che, pur non essendo, qua e là, priva di merito,[79] non pecca meno in generale per l'enfasi[80] e la prolissità. Come si è già veduto, ringiovanito nel Seicento, il nostro romanzo ebbe nel secolo XVIII una voga letteraria da compararsi a quella del _Châtelain de Couci_; doveva però questa voga al suo interesse intrinseco, e non alle origini di Saladino, che i rifacitori avevano persino creduto di dover sopprimere.[81]

IV

Al contrario, si tratta proprio di Saladino in un gruppo di novelle, le quali si riferiscono ai viaggi che in incognito avrebbe compiuti in Occidente. Questi pretesi viaggi sono stati oggetto di parecchi racconti che noi troviamo in Francia, in Italia, e in Ispagna. In Francia non ci se ne presentano in epoca assai remota, ma è assai probabile, come vedremo, che le narrazioni italiane abbiano avuto fonti francesi ora perdute. Attualmente noi non ritroviamo una storiella di questo gruppo che nel poema (scritto dopo il 1350) del quale _Baudouin de Sebourc_ e il _Bastart de Bouillon_ sono due rame; essa non ci è neanche pervenuta nelle redazioni versificate, bensí in _Jean d'Avesnes_ ne abbiamo una in prosa, evidentemente fedele, e i riferimenti ripetuti e precisi che ne son fatti nel _Baudouin_ e nel _Bastart_ non permettono di dubitare che abbia figurato nel poema.[82] Questa storia, tal quale viene presentata qui, è, almeno nella prima sua parte, la semplice imitazione d'una finzione piú antica, appartenente al ciclo della prima crociata e riferita a tutt'altro personaggio che Saladino. Il poema delle _Enfances Godefroi_, il quale, nella sua forma attuale,[83] è stato redatto circa il 1160, contiene un lungo episodio che è unito al rimanente con un legame assai debole, e che ha dovuto formare in origine un poema isolato, alquanto anteriore a questa data: è il «voyage de Cornumarant». Cornumarant, re di Gerusalemme (personaggio importante degli antichi poemi sulla prima crociata), avendo avuto sentore di una predizione, secondo la quale il duca Goffredo di Bouillon deve togliere la città santa ai Saraceni, va in Francia con un interprete, con l'intenzione di conoscere la potenza del duca e di ucciderlo, se può: come sia riconosciuto dall'abate di Saint-Tron, come riveli l'esser suo a Goffredo, come rinunzi al progetto di omicidio, non è quello che devo raccontare qui. Quanto a Saladino, non è una profezia che lo conduce in Occidente, è semplicemente il desiderio di «veoir la noblesse et le maintien des chrestiens».[84] Si fa accompagnare da suo zio Giovanni di Pontieu (v. addietro p. 27) e da Huon Dodekin, divenuto Huon di Tabarie, cui deve l'ordine di cavalleria (v. addietro p. 11, n. 2). Sbarcano a Brindisi, passano per Roma, traversano la Lombardia e arrivano a Parigi: «Deux ou trois jours furent les barons a Paris pour eulx donner joye, et jamais ne leur eust illec anuyé, pour ce que c'est ung droit monde».[85] Il re Filippo non c'era, ma sono ricevuti dalla regina (che non è nominata), alla quale Saladino fa una viva impressione. I viaggiatori vanno a Saint-Omer, dove risiede il re, e Saladino difende vittoriosamente in singolar tenzone l'innocenza ingiustamente accusata di una fanciulla della famiglia dei conti di Pontieu. A Cambrai si combatte un magnifico torneo, nel quale Saladino ottiene il premio, rovesciando lo stesso re Riccardo d'Inghilterra. La «largesse» e la «courtoisie» dello sconosciuto eguagliano la sua valentia, e la regina ne è sempre piú invaghita. Glie lo dichiara senza ambage e si dà intieramente a lui; anch'egli finisce per confessarle l'esser suo, ma ciò non toglie che ella seguiti ad amarlo.[86] Finalmente egli se ne va in Siria. Però ben presto ne ritorna in tutt'altre condizioni, con una flotta immensa e col proposito di conquistare la Francia: Huon di Tabarie e Giovanni di Pontieu riescono a stornare sull'Inghilterra l'invasione minacciante, e l'Inghilterra stessa è salvata, grazie soprattutto al valore dei cavalieri francesi, in un episodio (il _Pas Salehadin_) sul quale ritorneremo piú tardi. Ben presto, ritornando in Siria, Saladino viene a sua volta assalito colà dai re di Francia e d'Inghilterra. Questa seconda parte del racconto non è, come si scorge, affatto in relazione con la prima, nella quale vediamo il soldano visitare la Francia per semplice curiosità.

Non unicamente per questo sentimento, ma anche in previsione di una crociata imminente e per il desiderio di informarsi delle forze dei Cristiani,[87] Saladino si risolve a percorrere il mondo nella maggior parte dei racconti italiani. Il piú antico sembra esser quello di Bosone da Gubbio (v. piú addietro, p. 11), del resto assai confuso.[88] Il re di Francia, secondo Bosone, era stato fatto prigioniero da Saladino con molti altri suoi baroni, tra i quali il _conte Artese_;[89] Saladino usa molte cortesie a quest'ultimo, lo mette in libertà, e gli annunzia che gli farà una visita in Francia. Infatti, travestito da eremita, gli si presenta qualche tempo dopo; quindi, sotto le spoglie d'un mercante, visita col conte l'Europa e critica la prodigalità del re in relazione coll'avarizia del papa.[90] In seguito, nel romanzo di Bosone, accade un'altra avventura la cui scena è in Ispagna: un cavaliere, Ugo _di Moncaro_, è di un'estrema cortesia verso Saladino, senza riconoscerlo, e di ciò il soldano lo ricompensa piú tardi, quando Ugo è caduto nelle sue mani dopo una disfatta dei Cristiani, rinviandolo libero in patria con altri dieci prigionieri e un presente di dieci mila pezze d'oro.[91]

Secondo il Rajna, queste novelle sono d'origine francese, e niente è piú probabile, sebbene siano singolarmente alterate dalla trasmissione orale. I commentatori di Dante, citati dal Rajna e dal Fioravanti, ci mostrano che durante il secolo XIV questa idea dei viaggi di Saladino era molto sparsa in Italia: «Questi, dice Iacopo della Lana, fue soldano di Babilonia, lo quale fue sagacissima e savia persona, sapeva tutte le lingue,[92] e sapeva molto bene trasformarsi di sua persona; cercava tutte le provincie e tutte le terre sí de' Cristiani come de' Saracini, e sapeva andare sí segretamente che nulla sua gente né altri lo sapea». Il Boccaccio, nel suo commento, ci attesta anche la diffusione di questa tradizione: «_Credesi_ che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente cercasse, e massimamente intra' Cristiani, li quali, per la Terra Santa da lui occupata, gli erano capitali nemici». Sembra evidente, come è stato notato,[93] che quest'ultima parte della frase indichi che Saladino esplorasse i paesi dei Cristiani allo scopo d'informarsi delle forze delle quali avrebbero potuto disporre contro di lui. Lo stesso Boccaccio lo dice espressamente nella bella storia di Messer Torello (_Decam._, X, 9), il quale, come Ugo di Moncaro, si mostra, a Pavia, d'una cortesia squisita verso Saladino vestito da mercante, e piú tardi riceve da lui una meravigliosa ricompensa:[94] Saladino aveva intrapreso il suo viaggio in «Ponente» per vedere da se stesso i preparativi della crociata, a tempo di Federico I. Era insomma uno spionaggio, e se il sultano fosse stato riconosciuto, rischiava di pagar molto cara la sua temerità.

Tuttavia ciò accadde una volta,[95] ma impunemente, se si deve credere a un altro novellista, questa volta spagnolo, D. Juan Manuel, che scriveva alla metà del secolo XIV. Nella novella L del _Conde Lucanor_, Patronio narra al suo padrone che in Egitto Saladino s'era invaghito d'una dama bella e virtuosa, sposa d'uno de' suoi principali cavalieri. Costei gli promette d'esaudirlo quando avrà risposto alla seguente questione: «Quale è la miglior cosa che possa essere nell'uomo e diventare la fonte di tutte le virtù?» Il soldano ha un bel riflettere e cercare, non trova nulla; invano interroga tutti quelli che ravvicinano. Allora, travestito da giullare, in compagnia di due altri giullari, percorre il mondo, l'Italia, la Francia, domandando ovunque una risposta che non ottiene mai. Finalmente in Ispagna incontra un cavaliere che lo porta da suo padre, vegliardo assai saggio; costui un tempo era stato prigioniero di Saladino, il quale lo aveva trattato molto bene; dapprima lo riconosce, ma non se ne fa accorgere pubblicamente. Egli risponde alla questione: la miglior cosa che possa essere nell'uomo è la vergogna (_vergüenza_); poi chiama a parte il soldano, e gli dice che lo riconosce, ma che non lo tradirà. Saladino ritornato in Egitto va a trovare la dama e le dà la risposta del vegliardo; essa gli dice che è buona, ma gli fa un'altra questione: «Non si considera egli come il miglior uomo che viva?» Egli confessa di sí; allora l'esorta a riunire la miglior cosa del mondo col miglior uomo del mondo, e Saladino commosso cambia in rispettosa amicizia la passione che aveva per lei.[96]

V

Questo racconto, il quale per il suo spirito e per il modo onde procede, sembra esser venuto in Ispagna dalla Provenza, ci conduce a parlare degli amori di Saladino: non era possibile che un modello cosí completo di tutte le virtù cavalleresche, rimanesse estraneo all'amore. Lo nota espressamente l'autore della prima delle _Cento novelle antiche_: «El Saladino fo sí valoroso, largo, cortese signore e d'anemo gentile, che ciascuno ch'al mondo era en el suo tempo dicea che senza alcun difetto era onne bontà in lui compiutamente». Ma gli mancava l'amore: Bertran de Born (in qual modo si trovava in relazione con lui?) volle dargli questa suprema perfezione, e gl'indicò una dama che era la migliore che esistesse, spronandolo ad amarla «per amore». Saladino rispose che aveva quante donne volesse e che le amava tutte. Però il trovatore gli mostrò che ciò non aveva niente di comune con l'amore vero, l'amore cortese, delicato e raffinato, e glie ne diè la spiegazione. Subito il sultano, esaltato da questi discorsi, si porta con un esercito nel paese dove abita la dama, paese che gli è ostile, l'assedia nel suo castello e sta per impadronirsene, quando ella lo fa chiamare e gli dice che non sono questi i segni dell'amore che si è soliti dare. Udite le sue proteste, ella gli ordina di ricondurre il suo esercito: «_E per accordo a me lasci el cor tuo e 'l mio ne porti, e siano sempre uno in tutta simillianza_. E cosí fu el comiato». Saladino aveva preso una lezione completa d'amor cortese, ma doveva trovarlo un po' arido.

Era predestinato, sembra, ad ascoltar da donne amate da lui risposte nobilissime e savissime, ma poco incoraggianti, e delle quali voleva non di meno soddisfarsi. Si legge in _Jean d'Avesnes_ che, essendosi impadronito d'un castello, in cui si erano rinchiuse duecento dame con la principessa d'Antiochia, trattò quest'ultima assai cortesemente, e non poté impedirsi d'essere sensibile alla beltà di lei e alle attrattive della sua conversazione, tanto che egli «la requist d'estre sa dame et sa maistresse, ce que par adventure elle eust voulentiers fait s'il eust esté crestien et s'elle eust esté impourveue de mary.... Si respondy le plus doulcement qu'elle peut a Salhadin, soy reputant de mendre estat qu'a si grant prince appartenoit, et disant, qu'il devoit premierement amer Dieu [plus] que aultre chose avant qu'il requist dame crestienne d'amours, metant en sex excusacions que sans icelluy rien ne peut estre mené a bonne fin. De laquelle responce Salhadin fut assez contempt».[97]

Il sultano non si trovò tuttavia sempre ridotto in amore a un'ammirazione cosí platonica. Noi non conosciamo diversamente la storia cui fa allusione il commento di Dante che va sotto il nome dell'_Ottimo_: «E amò per amore la reina di Cipri».[98] Però si è già visto piú avanti ciò che racconta _Jean d'Avesnes_, secondo il poema spesso citato del secolo XIV, circa i suoi amori con la regina di Francia, moglie di Filippo II. Cominciati in Francia, questi amori, nel seguito del romanzo sono continuati in Siria, quando la regina, avendo accompagnato lo sposo, si trova con lui in Acri assediata da Saladino. Dall'alto dei bastioni essa ammira le prodezze del soldano, e avendo costui abbandonato l'assedio per rientrare in Gerusalemme, essa per rivederlo concepisce un piano ingegnoso. Persuade il re, «qui pour sa grant beaulté estoit d'elle comme tout affollé» che ha ricevuto in sogno da Dio la missione di convertire il soldano. «Le roy, doubtant de couroucher Dieu, et pensant que les menchonges de sa femme fussent véritables, conclud entre ses hommes qu'il la lairroit ceste chose esprouver, moiennant bon et seur sauf conduit, avoec certaine guide de quelqu'un des plus vaillans de sa compagnie».[99] Saladino accorda volentieri il salvacondotto e si stabilisce che Chauvigni (cioè Andrea di Chauvigni, uno dei principali eroi della terza crociata) l'accompagni, «ce dont la royne fu moult desplaisante, car elle sçavoit bien que Chauvigni de sa nature douteus estoit». Non s'ingannava, perché il bravo Chauvigni, vedendo la maniera con la quale Saladino accoglieva la bella visitatrice, risolse di non lasciarla sola con lui; dopo qualche tempo d'una penosa sorveglianza, di cui Saladino si sarebbe sbarazzato con la forza se non avesse rispettato il salvacondotto da lui rilasciato, Chauvigni esortò la regina a porre termine prontamente al suo negozio e a ritornare in Acri con lui; però essa lo ricevette malissimo: _«Vous perdez vostre langage, Chauvigny; car cy m'avez amenee a vostre adventure, laquelle vous vaille s'elle vous peut valoir... Je suy venue pour besongnier avoec Saladin... si ne me partiray d'icy tant que ma voulenté auray acomplie, deusse je perdre vostre compaignie, de laquelle je suis trop mal contempte»_. Chauvigni prende allora questa risoluzioni: fa abbandonare Gerusalemme da tutti i suoi, e ritorna solo, armato della sua spada e montato sul suo cavallo, davanti al palazzo di Saladino. Il soldano e la regina conversano in questo momento a una finestra; Chauvigni s'avvicina e chiede alla regina se può dirle qualche parola in secreto, perché sta per partire e desidera trasmettere al re le parole stesse della dama che devono servirgli di giustificazione, se si vuol punirlo d'aver male eseguito la consegna. Ella discende: Chauvigni finge di volerle parlare all'orecchio, e, impadronendosi di lei vigorosamente, «il la troussa devant luy et picqua le bon cheval atout la dame, qui si hault s'escria que bien l'entendy Salhadin, si s'advisa Chauvigny en courant de tirer son espee, et ad ce que la dame ne soy remuast trop fort tellement luy feit paour qu'elle se laissa manier et emporter comme ung bouchier emporte davant soy une brebis». Saladino si pone ad inseguirlo, ma non può raggiungerlo, e rientra afflittissimo in Gerusalemme. Chauvigni ritorna in Acri e ripone la regina nelle mani di Filippo, «soy deschargeant d'elle, et racomptant ses fais et son adventure, et comme elle avoit voulu demourer avec Salhadin. Dont le roy fu moult marry sur la royne, mais il ne la voult pugnir de son meffait, ançois la renvoya au roy d'Arragon son pere, renonçant a la compaignie d'icelle par les excusacions de sa vie oultrageuse et de la male voulenté qu'elle avoit eue de vouloir converser avec les Turcs. Si fut d'elle tant mal contempt le roy son pere que, comme dit l'istoire, il en feit justice, et contempta le roy Philippe et les nobles barons de France par la pugnicion qu'il feit d'elle... Si se taist atant le compte de la fin de la royne». Il romanzo non ci dice dunque in qual modo il re d'Aragona fece giustizia della colpevole figlia sua; esso ha qui attenuato il racconto dell'antico poema: nel quale, dopo uno di quegli esordi che ci permettono di ricostituire in parte le rame che non ci sono pervenute, era indicato esplicitamente il supplizio della regina, la quale fu bruciata: io vi parlerò, dice il poeta, di Salehadin,

Qu'au tournoi a Chambrai enama la roïne Qu'en Arragone fu arse en un fu d'espine: Par le bon Chauveigni en sot on la couvine.[100]