La legge Oppia : commedia togata in tre atti
Chapter 3
Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua padrona ti mando difilato a girare la màcina.
PLAUTO
È dura cosa, la màcina; io la conosco.
CATONE
Ah, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non paga di borsa paghi di persona.
ERENNIO
(in disparte)
Così sta scritto.
CATONE
Ma vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un anno, o due, bisognerà darsi alla macchia.
PLAUTO
Con chi l'hai tu?
CATONE
Col mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto, lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati Valerio.... Ohè, Valerio!
VALERIO
(che era andato verso la fauce a curiosare nel peristilio, torna sollecito)
Son qua.
CATONE
Figùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola un _chere despòtu_; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano, dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno. Non è egli vero?
ERENNIO
La lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma.
PLAUTO
(da sè)
Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole?
CATONE
Ma! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi, nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va, cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni, spaccamonti, acchiappanuvole.
VALERIO
Pure, ha dato Leonida!
CATONE
Ti concedo Leonida. Ma abbiam mestieri di andare per fuoco da loro, noi che ci abbiamo il tempio di Vesta? Leonida! Leonida! Io ti oppongo Quinzio Cedicio, tribuno militare nella prima guerra punica, che salvò l'esercito romano, tratto in agguato, in una stretta di Sicilia. Toccava alle nostre armi la sorte di Caudio, e con peggiore vergogna, poichè, gl'inimici stavolta erano cartaginesi. Che fa Cedicio? Piglia con sè pochi animosi, si tira addosso tutto l'impeto dei nemici, cade crivellato di ferite sopra un monte di cadaveri; intanto, l'esercito romano sfila e si salva. Ora, io lo dimando a te; che cosa ha fatto Leonida, più di Cedicio? Rispondi!
PLAUTO
(piano a Valerio)
Io non lo so; ma so quello che hai fatto tu;.... una sciocchezza!
CATONE
Che cosa borbotti anche tu? Tu che vai sempre a cercarmi in Grecia gli argomenti delle tue commedie?
PLAUTO
(da sè)
La burrasca si volge su me!
(a Catone)
Dei buoni! Ma i poeti, nelle commedie, fanno tutti così. Spacciano i fatti loro come avvenuti ad Atene, acciò la favola paia più facile a mandar giù.... Piace il greco? Diamo alla commedia il sapor greco; ma sia romano l'amaro; questo è l'essenziale. Tu sai quel che dicono gl'intendenti di me; che mi son gittato il pallio greco addosso, ma alla scapestrata, così che di sotto mi scappa d'ogni parte la toga.
CATONE
Ed è più degna portatura, la toga! Ah, giuro a Saturno, e ad Opi, vecchi dèi paesani; o ci casco sotto, o sradico fin le ultime barbe di questi cialtroni da Roma.
SCENA IV.
LICINIA, FULVIA _e Detti_.
(Licinia e Fulvia sono vestite come nell'Atto primo, ma senza il ricinio in capo.)
LICINIA
(a Valerio, che è andato incontro alle donne, fino alla fauce)
Che è ciò? In collera forse? Abbiamo udito a gridare....
CATONE
Ah, siete qua, voi, maestre di greco?
LICINIA
Di greco? e chi lo sa, il greco?
CATONE
Eh, non lo si sa? ragione di più per cincischiarlo. È la lingua alla moda; che importa non saperla? ci si prova ugualmente e si fa quanto basta per disimparare la propria. E non è solo la lingua che si perde; è il costume che si corrompe; è la fibra romana che s'infiacchisce. O padre Quirino! Ancora non sono i cent'anni da che Pirro minacciava di abbattere la giovine potenza romana; son forse venti, che, dopo la strage di Canne, Maertale consigliava d'incalzare alle porte di Roma; Cartagine è in piedi; Annibale è vivo ancora e fremente vendetta; e già i romani credono di potere impunemente gittar fra le ciarpe gli austeri costumi che furono la loro difesa, e diedero loro la padronanza d'Italia!
PLAUTO
Marco, non sei tu troppo severo con essi?
CATONE
Non sono severo. Amo ciò che facevano i nostri padri; vorrei che i figli fossero di quella tempra su cui si fiaccarono i ferri di tante nazioni congiurate ai danni di Roma. Si traligna, te lo dico io, si traligna. Ami le citazioni greche? Eccotene una. Noi siamo infemminiti; non sapremmo più tendere l'arco di Ulisse; i nervi intorpidiscono nel braccio. Ah, i nostri padri non conoscevano mica tante delicature, e non erano meno felici per questo! Una casa comoda, senza sfoggio di marmi, di arredi e di vasellame d'argento; il rame luccicava alla parete e la sobrietà negli occhi; servi erano quanti bastavano a lavorare la terra, non già per accudire agli svariati uffizi di portinaio, cameriere, valletto, arricciator di capegli, coppiere, scalco, cantiniere, cuoco, sguattero e va dicendo. Allora i padroni faticavano in compagnia dei servi, davano loro l'esempio de' gravi travagli e de' pasti frugali, sotto il pergolato domestico. Io mi glorio di queste mani, che hanno seminato esse il mio grano e potato le mie viti; me ne glorio assai più che di vederle impugnare questo bastoncello d'avorio. Austere erano le nostre madri, perchè traevano la vita nel loro santuario, preparando il pasto, intendendo alla nettezza della casa, o torcendo il fuso, mentre venian ragionando d'antiche storie e di fortissimi esempi alla famiglia raunata. I giovani, allora, succinti, abbronzati dal sole, crescevano saldi alla fatica, destri ai giuochi del Marte sabino, non già alle amorose follie del Marte greco. Anch'essi concedevano un'ora alla gioia, si sollazzavano anch'essi, ma di gaie favole campestri, piene di sale paesano, che davano il riso facile e largo.
PLAUTO
Riso che tu hai dimenticato stamane, tornando da Tuscolo.
CATONE
Ah, gli è vero, Tito Maccio, e tu mi riprendi a ragione di questa mia sfuriata. Ma se mi fanno uscire ad ogni tratto dai gangheri! Basta, siam gravi e pacati; non è egli vero, Erennio? Qui non bisogna avvilire la dignità dell'ufficio.
ERENNIO
Quando il Console tuona contro i molli costumi, egli è sempre nella dignità dell'ufficio.
CATONE
Ah, ah! Bravo, Erennio! Tu almeno non citi dal greco. Andiamo, via; l'ora è tarda, e questa benedetta dignità dell'uffizio ci chiama al campo di Marte.
LICINIA
Sei giunto pur dianzi!...
CATONE
Ci ho le mie legioni da passare in rassegna. Cara mia, a giorni si parte. Sarei già in viaggio per questa impresa di Spagna, se Marco Fundanio non m'avesse gittato quella sua proposta tra' piedi. Cassare la legge Oppia! Una legge che, se non la ci fosse, bisognerebbe proporla! O dove è andato a pigliar l'imbeccata, quel ragazzaccio di Fundanio? Già si capisce; me lo avran sobillato le belle patrizie! Queste poppatole non pensano ad altro che a lisciarsi, a razzimarsi, a coprirsi d'oro e di porpora, come di gualdrappe e sonagli si cuoprono i cavalli alla fiera.... Mettimele in qualche commedia, Tito Maccio, e ci faremo un po' di buon sangue.
LICINIA
Marito mio.... poichè ti vedo di buon umore.
CATONE
Anzi buonissimo. Di' su! Non ti amo io sempre anche quando alzo un pochino la voce?
LICINIA
Epperò ardisco parlare. Tu l'hai col tribuno Fundanio. Ma che c'è egli di male, se le donne chiedono di potersi ornare un tal poco, per piacer meglio ai mariti?
PLAUTO
(da sè)
Ai mariti! ben detto!
CATONE
Che c'è? Che c'è? che siete sciocche e sguaiate. Ohè, dico, non mi mettete la casa a soqquadro! Poc'anzi il servo che pizzica di greco; adesso la ribellione alle leggi. Ah, volete lo sfarzo! Vi darò tutto io! Avrete porpora ed oro a staia, ancelle, staffieri e donzelli e carrozze da scarrozzare! All'uscio non picchieranno che visitatori a modo! il ricamatore, l'orefice, il lanaiuolo; trecconi, merciai di frange d'oro, di tuniche, di camicette; tintori, vuoi in color di fiamma, vuoi di violetto, o di cera; sartori d'abiti, colle maniche alla foggia asiatica; rigattieri, tessitori, profumieri, e più sorte di calzolai, che vi calzino, ora alla greca ed ora alla romana. Ve li darò io, i fronzoli; ve lo darò io lo sfoggio, da piacer meglio ai mariti. Vedrete che larghezza di console! Roma è guasta; bisogna correggerla, risanarla col ferro e col fuoco, incominciando di qua. Che te ne sembra, Valerio? Saremo noi così sori, da lasciarci soverchiare dalla ambizione e dalla follia delle donne? Suvvia, che pensi?
VALERIO
Ah, io?... Penso che le donne son pure inesplicabili, coi loro capricci.
(Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna con Valerio, si muove per andarsene, verso la fauce)
CATONE
E bisogna frenarle!... Dove vai tu?
(a Fulvia)
Fèrmati, e fa tuo pro' dei consigli! Oh, vedete qua, che cosa mi tocca di udire in casa mia? contro il diritto e la maestà maritale? Da brave, bandite il vecchio costume e mettetevi le leggi sotto i piedi! Oramai, non vi mancherà più che di ber vino e di costituirvi in repubblica di Amazzoni.
ERENNIO
(da sè, in disparte)
La donna che berrà vino, sia flagellata dal marito e poi ripudiata. È legge di Romolo.
CATONE
Andiamo via, se no, perdo il mio buon umore e Plauto mi riprenderà di bel nuovo. Venite?
(a Plauto e a Valerio)
Erennio, precedimi e raduna gli altri littori. Piglierete i fasci colle scuri, poichè si va fuor del Pomerio, al campo di Marte.
(Erennio esce)
A voi altre il buon dì, e non mi preparate altre molestie; intendiamoci!
(Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia, che non lo degna pur d'uno sguardo; indi, inchinatosi a Licinia, si allontana, in atto disperato)
PLAUTO
(accompagnandosi a Valerio)
Amico mio, quest'oggi, non fai che sciocchezze. Da prima citi Leonida al fratello; adesso dài della capricciosa alla sorella.
VALERIO
Ah! darei del capo ne' muri.
PLAUTO
Senti, fa meglio ancora; dà un giro in piazza; lascia il Console pe' fatti suoi e torna qua, ad implorare il tuo perdono.
(Plauto e Valerio escono)
SCENA V.
FULVIA e LICINIA, _sole_.
FULVIA
Finalmente, sono andati. Ah! non ne potevo già più.
LICINIA
Hai udito tuo fratello, che tantafera?
FULVIA
Ho udito Valerio che gli teneva bordone, io! Tutto a modo suo, che pare il suo eco!
LICINIA
Confessa, per altro, che sei stata troppo in contegno con lui. Poverino! Egli soffriva, come se fosse alla tortura.
FULVIA
Ti pare? Ne godo; soffra un pochino anche lui. Oh, io non amo gli uomini così umili ed obbedienti...
LICINIA
Cogli altri uomini?
FULVIA
Ci s'intende. Ed egli imparerà a volersi mettere sulle pedate di mio fratello, a chinar la testa, come se parlasse un oracolo, a dirgli così sia, in tutto e per tutto. Dimmi, cognata; come ti è parso che se ne andasse?
LICINIA
Colle mani ne' capegli. Non vorrei che se li strappasse, povero giovinotto!
FULVIA
Oh, imparerà, imparerà a disprezzare le donne! Lascia che strappi!
LICINIA
Purchè non pigli i tuoi rigori sul sodo e non si allontani per sempre!
FULVIA
Mi spaventi, cognata! Credi che davvero non tornerà? Oh, se non tornasse, se non tornasse subito, sento che l'odierei.
LICINIA
Ih, che furia! Non avrai da odiare; il tuo scongiuro fa effetto. Hanno aperto l'uscio di casa. Mi par lui, nell'androne.
FULVIA
Sì, è lui. Che cosa viene a fare? Io me ne vado.
LICINIA
Eh via, fanciullona! Andrò io e farete la pace. Questo qua non è così intrattabile come il Console.
(esce dalla fauce)
FULVIA
Te ne vai? Ah, eccolo sotto l'atrio!
(siede in fretta e piglia un pezzo di stoffa, per mettersi a cucire)
SCENA VI.
FULVIA e VALERIO
VALERIO
(avanzandosi peritoso verso di lei)
Fulvia!
FULVIA
(alzando gli occhi in atto di meraviglia)
Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa?
VALERIO
Oh, nulla.
(si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei)
Lavori?
FULVIA
Lo vedi.
VALERIO
(accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia)
Che è ciò?
FULVIA
Lana.
VALERIO
Che risposta!
FULVIA
E qual altra, se è lana? Non hai tu occhi?
VALERIO
Ah, così non li avessi....
(Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza)
che non sarei venuto in tanta pena!
FULVIA
Ti senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi....
(in atto di smettere il lavoro)
VALERIO
No, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me.
FULVIA
E tu va da un medico.
VALERIO
Non valgono i medici, per questo mio male!
FULVIA
Un male insanabile, adunque?
VALERIO
Ben dici, insanabile!
(accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi)
FULVIA
Fatti più in là; mi togli la luce.
VALERIO
Ma, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte.
FULVIA
Io non la penso così.
VALERIO
E sia; eccoti servita!
(ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso)
«Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego.
FULVIA
Parli con me? Credevo che tu leggessi.
VALERIO
Sì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta?
FULVIA
Chi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non so nulla.
VALERIO
Ah! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa.
FULVIA
E tu dilla.
VALERIO
Ma temo che tu vada in collera....
FULVIA
E tu non la dire.
VALERIO
Infine.... la gente dice....
FULVIA
Che cosa dice la gente?
VALERIO
Che io.... ti amo.
FULVIA
Ah, dice, questo? Ma tu avrai risposto....
VALERIO
Che è vero.
FULVIA
Cortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa nulla.... di quanto dice la gente.
VALERIO
Bugia! E perchè?
FULVIA
Perchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e distribuire il còmpito alle fantesche.
VALERIO
Io?
FULVIA
E dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio....
VALERIO
Io?
FULVIA
E le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito animale....
VALERIO
Io, Fulvia? Ma io non ho detto ciò?
FULVIA
Fundanio t'ha udito.
VALERIO
Fundanio!... il tribuno?
FULVIA
Lui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta?
VALERIO
Ma non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah! Marco Fundanio avrà da fare con me!
FULVIA
Sì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro....
VALERIO
Al Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà rendermi conto....
FULVIA
Di ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque? Siam pazze?
VALERIO
Non ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono.
FULVIA
Gli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai risposto al Console?
VALERIO
A tuo fratello? Al grande Catone?
FULVIA
Ah, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno, che ha paura di dire il fatto suo ad un Console!
VALERIO
Che parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto della mia vita.
FULVIA
Orbene, imitalo e non se ne parli più.
VALERIO
(dopo una breve pausa)
Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per....
FULVIA
Lasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa.
VALERIO
Ti aiuto a dipanarla?
FULVIA
No. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che debbono essere la forza e il presidio di Roma?
VALERIO
(passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo)
Che cosa fai?
FULVIA
Me l'hai già chiesto una volta.
VALERIO
E tu non m'hai risposto.
FULVIA
Segno che non credevo necessario di dirtelo.
VALERIO
È lunga assai; mi pareva una veste nuziale.
FULVIA
E so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?...
VALERIO
Ah, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come....
FULVIA
Lascia i paragoni.
VALERIO
Sì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro, emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove ci hai la vena che corrisponde al cuore.
FULVIA
Che c'entro io?
VALERIO
Ah, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la mia _sperata_. Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi, andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella, nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo, ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco, preparati sul mio limitare; nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello....
FULVIA
Ah, non ha più padre?
VALERIO
No, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore.
FULVIA
E non l'hai chiesta?
VALERIO
No, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione.
FULVIA
(alzandosi da sedere)
Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale.
VALERIO
Ah, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò!
FULVIA
(con accento ironico, passeggiando lungo la scena)
Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini.
VALERIO
Ma che debbo io fare? Mettermi contro di lui?
FULVIA
(fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio)
Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro, quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio. Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadini la ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della forza.
VALERIO
Hai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?... Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a contrasto col console; io non sono da tanto.
FULVIA
Ah, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio. Guadagnalo.
VALERIO
Fulvia, te ne scongiuro....
FULVIA
Non una parola di più!
VALERIO
Dimmi, almeno.... Mi ami tu?
FULVIA
(dopo essere rimasta alquanto perplessa)
No!
(si libera da lui, e fugge per la fauce)
VALERIO
Ah! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu corri oggi un gran risico!
(si allontana precipitoso)
FINE DELL'ATTO SECONDO
IL PROLOGO
A sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a' piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga nera.
Signori, io sono il Còrago.... non vi spaventi il vocabolo!... sono colui che nei teatri romani forniva le decorazioni, i vestiti, le macchine e tutti gli apparati scenici, raccogliendo in sè i moderni uffici di vestiarista, attrezzista e trovarobe. Non son nuovo alle chiacchiere in pubblico; i comici antichi mi usarono spesso la cortesia di farmi venire sul proscenio, per chiarire l'intreccio e dire tutte quelle cose che all'autore mettesse conto di far sapere alla gente. E questa cicalata era il Prologo.
Il Prologo dopo il second'atto! E perchè no? Plauto l'ha messo qualche volta dopo il terzo, facendogli anche tener le veci di quarto, per riempire una tela, che gli riuscìa troppo smilza. Al quale proposito, l'autore m'incarica di dirvi che, s'egli non è andato oltre i tre atti, così fece per guadagnarsi la vostra benevolenza. Si ascoltano più volentieri i supplicanti che parlano meno. D'altra parte, i cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio.
La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?