Part 30
[82] Molti tentativi sono stati fatti dai critici, fra i quali designarne principalmente quelli del Wellhausen (op. cit, pag. 556) e del Bruston (_Les quatre sources des lois de lʼExode, Revue de Théologie et de Philosophie_, Lausanne, juillet 1883). Questʼultimo, come indica il titolo del suo scritto, vuole dividere in quattro gli scritti originali, che cronologicamente si sarebbero succeduti nel seguente ordine: 1. il 1º Jehovista; 2. il 1º Elohista; 3. il 2º Jehovista; 4. il 2º Elohista. Dovremo più innanzi esaminare meglio questa ipotesi in alcuni dei suoi particolari.
[83] LʼIsaacita per conciliare per quanto è possibile tante ascensioni, fa che anche questa sia avvenuta prima della promulgazione del Decalogo. Cfr. _Talmud B. Shabbath_, 88_a_.
[84] Popoli abitatori della terra promessa.
[85] Imagini della dea Asherà, rappresentata in origine da un semplice palo o da una colonna di legno posta presso lʼaltare di Baal, di cui era il principio femminino. (MERX, _Asherà_, _Bibel–Lexikon_ di SCHENKEL; BAUDISSIN, _Studien zur semitischen Religionsgeschichte_, II, pag. 218 e seg.).
[86] Qui pare si debba intendere che i primogeniti dovevano offrirsi, o in natura o mediante il riscatto, in quelle tre feste annuali (v. 23), nelle quali gli uomini si recavano in alcuni dei luoghi consacrati al culto.
[87] Secondo lʼinterpretazione talmudica la proibizione è estesa a qualunque specie di carne con qualunque specie di latte (_Ḣolin_, 103_b_, 133), e in egual modo intendeva questo passo il Michaelis (_Mosaiches Recht_, § 205). Ma è certo che il significato letterale del precetto è ben diverso. Probabilmente si voleva con esso proibire soltanto un uso crudele, quale sarebbe stato quello di cuocere un tenero animale con lo stesso latte che per legge di natura dovrebbe servirgli di nutrimento. (Cfr. SAALSCHÜTZ, _Das mosaiche Recht_, cap. XVII, § 5; SALVADOR, _Histoire des Institutions de Moïse_, IX, 1). Altri hanno supposto che questo fosse un uso superstizioso di popoli idolatri, dal quale il legislatore voleva tener lontani glʼIsraeliti (MAIMONIDE, _Guide des Egarés_, parte terza, XLVIII).
[88] Il primo a proporre questa ipotesi fu il Göthe (_Zwo wichtige bisher unerörterte biblische Fragen_). Lʼadottarono poi molti altri, come lʼHitzig (_Ostern und Pfingsten im zweiten Decalog_), lʼEwald (_Geschichte d. V. I._, II, pag. 238), il Reuss (_LʼHistoire Sainte et la Loi_, II, pag. 94 e seg.), il Graf (_Die geschichtlichen Bücher d. A. T._, pag. 28), il Wellhausen (op. cit., xxi, pag. 455), il Vernes (_Rev. de lʼHistoire des Religions_, 1883, pag. 68).
[89] Op. cit., XXI, pag. 554.
[90] Che il XXXIV, 10–26 sia tolto dal XXIII e non viceversa è opinione anche del Geiger (_Nackgelassene Schriften_, IV, pag. 247), del Maybaum (_Die Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums_, pag. 19, n. 1) e del Bruston (_Revue de Théologie et de Philosophie_, Lausanne, 1883, pag. 348, 361).
[91] REUSS, _LʼHistoire sainte et la Loi_, I, pag. 184.
[92] BERTHEAU, _Die sieben Gruppen der mosaischer Gesetze_, pag. 21–76; BUNSEN, _Bibelwerk_, V, pag. 348–352; EWALD, _Geschichte d. V. I._, II, pag. 224–239.
[93] Quando esporremo questa parte della legislazione del Levitico esamineremo i diversi modi in cui è stata intesa dal Talmud e dai critici.
[94] Per quanto il Talmud non conceda ai creditori diritto sulla persona del debitore (MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 1), due passi biblici provano il contrario (2º _Re_, IV, 1, _Nehemia_, v, 5).
[95] Era questo il segno che portavano i servi in molti paesi dellʼOriente, come si sa anche da scrittori classici (PETRONIUS ARBITER, _Satirarum Reliquiae_, Berlino, 1862, § 102, pag. 59; JUVENALIS, _Satirae_, I, v. 104.)
[96] Senza pagare alcun riscatto.
[97] Sʼintende che lo dovesse condurre in uno dei luoghi sacri al culto, nei quali risiedevano i magistrati per rendere giustizia.
[98] MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 3.
[99] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 1; _Qiddushin_, 17.
[100] _Qiddushin_, 14_b_.
[101] Ibidem, 17_b_.
[102] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 10.
[103] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 1; _Qiddushin_, 22. Vedremo a suo luogo quando spiegheremo il testo del Levitico, XXV, 41, che la stessa mitissima e umana interpretazione è stata data dal Talmud rispetto ai figliuoli dello schiavo.
[104] _Qiddushin_, 14_b_.
[105] Ibidem, 20_a_.
[106] _Mechiltà_, ivi, § 2, _Qiddushin_, 15_a_.
[107] Così a ragione intende anche il Saalschütz (_Das Mosaische Recht_, cap. 101, nota 901) contro lʼopinione del Bertheau (_Sieben Gruppen Mosaïscher Gesetze_, pag. 22) e del Salvador (_Institutions de Moïse_, VII, 5), i quali vorrebbero che la donna ebrea fatta dal padrone sposare al servo compisse i suoi sette anni di servitù, e poi escisse libera con i figli. Ma questo non appare dal testo; è anzi contraddetto dal v. 6.
[108] _Mechiltà_, ivi; _Qiddushin_, ivi. Che in tal modo fosse interpretata la legge da un certo tempo in poi si vede anche da Giuseppe Flavio (_Ant._, iv, 8).
[109] MAIMONIDE, _Degli Schiavi_, cap. II, § 2, 3.
[110] Qiddushin, 17_b_.
[111] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 2; _Qiddushin_, 22_a_.
[112] Il _Kerì_ ha il pronome dativo come noi traduciamo, il _Chethib_ ha invece la particela negativa non, e allora bisognerebbe tradurre: _in guisa che non la destini a sè_, come traducono il Rosenmüller, il Luzzatto e il Bunsen. I codici dei _lxx_ danno anchʼessi varie lezioni. Delle altre antiche traduzioni, solo la caldaica ha _a lui_, le altre hanno _non_. Nel contesto certo si adatta meglio la lezione da noi preferita (cfr. GEIGER, _Urschrift_, pag. 187–190).
[113] Per _carne_ sʼintende il nutrimento, usata quella parola in senso generale di cibo.
[114] Così intende Samuele ben Meir: invece il Talmud e i più dei commentatori si antichi che moderni intendono il concubito; ma a lato del nutrimento e del vestire sembra più ragionevole che la legge abbia parlato anche della abitazione.
[115] Il Saalschütz (op. cit., cap. 101, § 11) a torto sostiene lʼipotesi tutta sua che nel Deuteronomio si parli soltanto di donne già serve vendute dal primo padrone ad un altro. Se la legge avesse trattato solo di questo caso, avrebbe dovuto farlo intendere, mentre dice in generale senzʼalcuna distinzione: «Quando si vendesse a te il tuo fratello ebreo, o lʼebrea».
[116] LʼIsaacita, Samuele ben Meir, Aben Ezra, Rosenmüller, Reuss, Knobel, Bunsen, Luzzatto, Reggio. Il Nachmanide le riferisce al padre.
[117] Vedi lʼIsaacita e gli altri interpetri.
[118] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 3; _Sotà_, 23.
[119] _Mechiltà_, ivi; _Sotà_, ivi.
[120] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 2.
[121] _Mechiltà_, ivi. Questa interpretazione talmudica si appalesa in contraddizione col passo di Nehemia (V, 5), ove si parla di aver venduto per povertà i figli di ambedue i sessi.
[122] _Mechiltà_, ivi. _Qiddushin_, 14_b_.
[123] _Qiddushin_, 17.
[124] MAIMONIDE, _Dei Servi_, IV, 10.
[125] Secondo il concetto religioso, tutto accade per volere di Dio; è quindi la Provvidenza, per suoi fini segreti, la quale fa si che casualmente un uomo sia ucciso dallʼaltro.
[126] _Macchoth_, 12_a_.
[127] _Sanhedrin_, 40_b_, 41_a_.
[128] Ibidem, 81_b_.
[129] Ibidem, 76_b_.
[130] Cfr. SALVADOR, _Histoire des Institutions de Moïse_, VII, 3.
[131] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 95; _Sanhedrin_, 84_b_; _Babà Qamà_, 86_a_.
[132] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 66_a_; _Shebuòth_, 35.
[133] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 85_b_.
[134] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 84_b_.
[135] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 53_a_. È opportuno avvertire che per i talmudisti lʼesecuzione della pena capitale si faceva in quattro modi, cioè la lapidazione, il bruciamento, il taglio del capo, e la strangolazione (vedi _Sanhedrin_, 49_b_). Lʼordine con cui sono enunciati rappresenta per essi la maggiore o minore gravità del modo di esecuzione, procedendo dal massimo al minimo. Per cui quando il testo non specifica il modo, si doveva applicare la strangolazione. Ma talvolta anche quando il testo non specifica, come nel caso di chi maledice i genitori, i talmudisti, con sottili argomentazioni e tutte proprie a loro, spiegano perchè si dovesse preferire lʼuna specie di esecuzione allʼaltra. Nel Levitico (XX, 9), per il bestemmiatore dei genitori, dopo la sanzione della pena di morte, è scritto: _il suo sangue sia sopra di lui_, perchè egli stesso col delitto è cagione della propria morte. Ora, siccome questa frase è usata anche per i fattucchieri, contro ai quali chiaramente il testo stabilisce che si debba applicare la lapidazione (ivi, 27), i talmudisti ne hanno concluso che lo stesso modo di esecuzione è da usarsi per tutti quei colpevoli rispetto ai quali si trova una frase eguale. Ma forse i talmudisti con tale sottigliezza volevano soltanto trovare una origine scritturale a un uso già invalso nella esecuzione della giustizia.
[136] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 85_b_.
[137] _Babà Qamà_, 83_b_.
[138] Ibidem.
[139] MAIMONIDE. _Haḣobel vehammeziq_, _Della lesione e del danno_, II, 10.
[140] _Babà Qamà_, 86.
[141] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 6; _Sanhedrin_, 78.
[142] _Mechiltà_, ivi; ISAACITA in locum.
[143] Ibidem.
[144] _Mechiltà_, ivi, § 7; cfr. SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 72, § 2.
[145] SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 72, § 2; MAYER, _Die Rechte der Israeliten, Athener und Römer_, § 132. Così era anche presso gli Egiziani (DIODORO SICULO, I, 77). Il Diodati però e con lui il Michaelis (_Mosaiches Recht_, § 126) e alcuni dei moderni interpetri (Knobel, Keil, Rosenmüller, Reuss, ecc.) intendono differentemente, e vogliono che la pena secondo la diversità delle circostanze fosse determinata dalla potestà giudiziaria (cfr. DILLMANN in locum). LʼEwald si restringe a osservare che nel testo la pena non è specificata (_Alterthümer d. V. I._, 3ª ediz., p. 282). Il Salvador (op. cit., VII, 5) traduce: _il est puní de mort_. Questo è fare troppo a confidenza con i testi.
[146] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 52_b_. Concordano in questa interpretazione la maggior parte dei commentatori ebrei, anche i più indipendenti dalla esegesi tradizionale, come lʼAben Ezra fra gli antichi, il Reggio e il Luzzatto fra i moderni.
[147] _Mechiltà_, ivi; MAIMONIDE, _Dellʼ Omicida_, II, 10–12.
[148] Così intendono Giuseppe Flavio (_Ant._, IV, 8), la _Mechiltà_, la Vulgata, Samuele ben Meir, lʼAben Ezra, il Reggio e il Luzzatto. Altri non credono che la parola _Ason_ del testo significhi morte, ma danno in genere, e spiegano il v. 22 nel senso che non si cagionasse danno nè alla donna nè al feto (KEIL in locum). Ma questa interpretazione è da rigettarsi, perchè se danno alcuno non fosse cagionato, a quale multa potrebbe giustamente essere condannato il percussore? Nè più accettabile e la interpretazione di alcuni commentatori (KNOBEL; EVALD, _Altherthümer_, pag. 234, n. 4; DILLMANN), che staccano del tutto il v. 23 dal precedente, come se quello considerasse non più il singolo caso della donna incinta, ma le lesioni in genere cagionate in rissa. Chi legge però con attenzione il testo vede che i due versetti costituiscono fra loro due proposizioni alterne che considerano i due casi, o di aver prodotto colla percossa la morte, o di non averla prodotta. E se poi nei versi seguenti si parla della legge del taglione, ciò si spiega, perchè lo scrittore, invece di seguire un ordine dʼidee rigorosamente logico e dominato da un concetto regolatore, fa come tutti i Semiti, che si lasciano troppo spesso trascinare dalla associazione delle idee. LʼEwald e chi lo ha seguito hanno voluto nella mente di uno scrittore semita portare le regole con cui compongono gli Ariani; e però non hanno rettamente inteso.
[149] MAIMONIDE, _Della lesione e del danno_, IV.
[150] _Mechiltà_, ivi, § 8; _Sanhedrin_, 79; _Chethuboth_, 35.
[151] MAIMONIDE, _Dellʼ Omicida_, IV.
[152] Vedi GIUSEPPE FLAVIO, _Ant._, iv, 8. Sappiamo che lo stesso accadde presso i Romani (_Institut._, IV, c. 4, § 7). Cfr. MICHAELIS, op. cit., v, § 240; SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 57.
[153] Così intende anche il Diodati (Commenti in questo luogo), e pare che di eguale avviso fosse il Salvador (_Loi de Moïse_, 1^[re] partie, liv. IV, chap. II, § V).
[154] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 8; _Babà Qamà_, 83_b_, 84_a_. Non fu però questa interpretazione accettata senza una penosa e sottile discussione, come può vedersi nel luogo citato del Talmud. E pare che Rabbì Eliezer opinasse per la pena del taglione nel caso della lesione dolosa, per la multa in quello della lesione involontaria. Cfr. le note del Weiss nel citato luogo della _Mechiltà_.
[155] MAIMONIDE, _Dei Servi_, I, 1.
[156] _Mechiltà_, ivi, § 9; _Qiddushin_, 20_a_.
[157] ABEN EZRA; ROSENMÜLLER; SAALSCHÜTZ, op. cit., cap. 76, § 3.
[158] _Mechiltà_, ivi, _Qiddushin_, 16_a_, 24 e seg.
[159] Un siclo è da valutarsi poco più che tre delle nostre lire. (MUNK, _Palestine_), pag. 403.
[160] È stranissima in questo punto lʼinterpretazione rabbinica che vuole con le parole _figlio_ o _figlia_ siano compresi nella legge anche i fanciulli, quasi potesse supporsi che nelle parole uomo o donna non si comprendessero i danni recati ai minorenni. (_Mechiltà_, ivi, § 11; _Babà Qamà_, 43_b_).
[161] _Mechiltà_, ivi, § 10; _Babà Qamà_, 54_b_.
[162] _Babà Qamà_, 33_a_.
[163] _Mechiltà_, ivi, § 10, _Babà Qamà_, 27_a_ 40_a_, _Macchoth_, 2. I dottori del Talmud hanno disputato (ivi) se la multa dovesse valutarsi secondo il valore dellʼoffensore o dellʼoffeso. La disputa in questo caso non è priva dʼimportanza; perchè, secondo la prima opinione, sarebbe un vero riscatto che lʼuccisore pagherebbe per redimere la propria persona dalla morte, secondo lʼaltra opinione, la multa si ridurrebbe a una indennità. Nel Talmud si vuole però dimostrare che ad avviso di tutti si tratta di riscatto valutato soltanto in modo diverso.
[164] LʼIsaacita, lʼAben Ezra, Rosenmüller, Reggio, Luzzatto.
[165] _Babà Qamà, 49b._
[166] _Mechiltà, ivi, § 11_; _Babà Qamà, 10b._
[167] LUZZATTO, Commento in questo luogo.
[168] _Mechiltà_, ivi, § 12. _Babà Qamà_, 79_b_. È troppo puerile la ragione addotta da altro dottore nel Talmud che la pena sarebbe stata minore nel furto del bestiame minuto, perchè il ladro dura fatica a caricarlo addosso. E quale criterio giuridico sarebbe questo di misurare la pena a seconda del disagio patito dal reo nel commettere il delitto?
[169] Aben Ezra, Samuele Ben Meir, Diodati, Reggio, Rosenmüller, Luzzatto, Dillmann, Keil, Reuss.
[170] In questo senso metaforico i talmudisti interpretano la frase del testo: _se è sorto il sole_.
[171] _Mechiltà_, ivi, § 13, _Sanhedrin_, 72; MAIMONIDE, _Del furto_, cap. IX.
[172] _Qiddushin, 18a_.
[173] MAIMONIDE, _Del Furto_, III, § 12.
[174] _Sotà_, 23.
[175] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 4, 5, 6, 14; _Sanhedrin_, 85_b_.
[176] _Qiddushin_, 18_a_. MAIMONIDE, _Del Furto_, III, 14.
[177] _Qiddushin_, ibidem. MAIMONIDE, ibidem.
[178] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 12; _Babà Qamà_, 62_b_.
[179] _Babà Qamà_, 2_b_, 3_a_.
[180] Samuele Ben Meir, Luzzatto, Dillmann.
[181] _Mechiltà_, ivi, § 14; _Babà Qamà_, 6_b_, 7_a_.
[182] MAIMONIDE, _Dei danni pecuniarii_, VIII, 10.
[183] Queste sono le parole di più che contiene la versione alessandrina dopo quelle del testo ebraico: _campo altrui_: _ἀποτίσει ἐκ τοῡ ἀγροῡ κατὰ τὸ γέννημα ἀυτοῡ, ἐὰν δὲ πάντα τὸν ἀγρὸν καταβοσκήση_. Egualmente suona lʼaggiunta della versione samaritana.
[184] Cioè il depositario.
[185] Vedi sopra, la nota 97, pag. 90.
[186] Così intendono i _LXX_, la Vulgata, lʼIsaacita, lʼAben Ezra, il Rosenmüller, Dillmann, il Keil e altri; ma il Luzzatto interpreta invece che lʼinnocenza del depositario doveva farsi chiara per ricerche giuridiche del tribunale.
[187] La giustizia tenuta come divina per il luogo dove si amministrava.
[188] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 16; _Babà Meziȁ_, 94_b_.
[189] Ibidem.
[190] _Mechiltà_, l. c.
[191] Nel Talmud con ispirito quasi di critica moderna fu proposta anche lʼipotesi che questo verso sia fuori del suo luogo. Ipotesi del resto fatta dagli antichi dottori ebrei anche per altri passi della Scrittura (_Babà Qamà_, 107; _Sanhedrin_, 2).
[192] _Mechiltà_, ivi, § 15; _Babà Qamà_, 107; _Babà Meziȁ_, 3; _Shebùoth_, 42; _Chethuboth_, 18.
[193] MAIMONIDE, _Dellʼattore e del convenuto_, I, § 2.
[194] Questo principio fu prima oggetto di discussione fra due dottori, volendo invece Rabbì Meir che chi paga il nolo fosse esente da ogni indennità in qualunque caso (_Babà Meziȁ_, 80_b_), ma fu deciso come lʼopinione contraria di Rabbì Jehudah (vedi _Babà Meziȁ_, 93_a_). La Mishnà in una forma breve ha espresso le esposte distinzioni. Non dispiacerà forse vederla nella traduzione latina pubblicata dal Surenhusio: «Quatuor custodum genera sunt, custos gratuitus, qui mutuo petit, qui mercedem recipit, et qui conducit; custos gratuitus jurabit pro omnibus; qui mutuo petit, solvet omnia; qui mercedem recipit, et qui conducit, jurabunt pro pecude confracta, et pro mortua, et solvent rem amissam vel furto ablatam».
[195] Altri ha creduto di dover annoverare questa legge fra quelle concernenti la proprietà (vedi DILLMANN), perchè la figlia non maritata è come proprietà del padre. Ma lʼobbligo che si vuole imporre al seduttore di sposarla, quando il padre acconsenta, cʼinduce a porre questa legge piuttosto fra quelle che concernono la morale.
[196] _Mechiltà_, _Neziqin_, § 17; _Chethuboth_, 10_a_.
[197] _Mechiltà_, ivi; _Chethuboth_, 39_b_; _Qiddushin_, 46_a_.
[198] _Mechiltà_, ivi; _Sanhedrin_, 67.
[199] Lascio qui, come altrove, il trapasso dal singolare al plurale, idiotismo proprio dellʼebraico, come il trapasso dallʼuna allʼaltra persona.
[200] _Mechiltà_, ivi, § 19.
[201] _Babà Meziȁ_, ivi.
[202] MAIMONIDE, _Dei Sinedrii_, XIX, § 4.
[203] Il testo direbbe alla lettera _la tua pienezza_, _e la tua lagrima_, intendendo forse dʼincludere in queste frasi i prodotti solidi come tutti i cereali e le frutta, e quelli liquidi, come il vino e lʼolio. È impossibile in questo caso una traduzione letterale, che non darebbe senso. Il pseudo Jonathan traduce: «Le primizie dei tuoi frutti, e le primizie del vino del tuo tino»; e i _lxx_: _ἀπαρχὰς ἄλωνος καὶ ληνοῦ σου_, cogliendo in questa maniera il vero significato. La Vulgata poco diversamente traduce: «Decimas tuas et primitias tuas».
[204] Del passo del Levitico XXVI, 29, che da alcuno è stato inteso come se permettesse i sacrifizii umani, parleremo più innanzi a suo luogo.
[205] _Mechiltà_, ivi, § 20; _Sanhedrin_, 2_a_.
[206] Intendi: il primo moto dellʼanimo tuo, il sentimento istintivo, ti porterebbe a non soccorrerlo.
[207] Vedi HUPFELD, _De primitiva et vera temporum et feriatorum apud Hebraeos ratione festorum_, III, pag. 10 e seg.; GRAF, _Die geschichtlichen Bücher des Alten Testaments_, pag. 79; WELLHAUSEN, _Geschichte Israels_, I, pag. 119; BUNSEN, _Bibelwerk_, nella traduzione; GEIGER, _Nachgelassene Schriften_, IV, pag. 277; HORST, _Leviticus XVII–XXVI und Ezechiel_, pag. 64; REUSS, _LʼHistoire Sainte et la Loi_, I, pag. 176, II, pag. 64.
[208] Lo schiavo: bellissima frase, e in tutto rispondente a quella italiana: _respirare_, _prender fiato_.
[209] Nel presentarsi a celebrare la festa nei luoghi santificati al culto si dovevano portare dei sacrifizi, non doveva andarvisi a mani vuote.
[210] _Die Composition des Hexateuchs_, XXI pag. 556 e seg.
[211] _Geshichte d. V. J._, I, 3ª ediz., pag. 103–111.
[212] Op. cit., XXI, pag. 559.
[213] _Les quatre Sources des Lois de lʼExode nella Revue de Théologie et de Philosophie_, Lausanne 1883, n. 4.
[214] VERNES, _Les debuts de la nation juive_ nella _Revue de lʼHistoire des Religions_, tom. VII, N. 3, mars–juin 1883.
[215] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher des A. T._, pag. 94. REUSS, _LʼHistoire Sainte et la Loi_, I, pag. 195, WELLHAUSEN, _Die Composition des Hexateuchs_, XXI, pag. 392. KAYSER, _das Vorexilische Buch der Urgeschichte Israels_, pag. 112.
[216] NÖLDEKE, _Untersuchungen zur Kritik d. A. T._, pag. 50; KAYSER, op. cit., pag. 54. WELLHAUSEN, op. cit., XXI, pag. 550.
[217] I versi 11–13 sono frammento della legge jehovistica inserito dallʼultimo compilatore in quella elohistica. Ciò apparisce principalmente dal ritornare una seconda volta sul comando di tingere di sangue gli stipiti, dandone una ragione troppo antropomorfica, aliena dal concetto dello scrittore elohista, e dal formare questi tre versi una interruzione fra il 10 e il 14; perchè in quello è compiuto logicamente quanto concerne il sacrifizio pasquale, e in questo si comincia a dire della festa delle azzime: cfr. KAYSER, op. cit., pag. 45 e seg.
[218] REUSS, op. cit., I, pag. 199, 267, _Die Geschichte d. h. Schriften A. T._, § 213–216: KAYSER, op. cit., pag. 197.
[219] _Zum Gesetz und zum Zeugniss_, pag. 11.
[220] HUPFELD, _Osterprogramm_, 1858, pag. 9; EWALD, _Geschichte d. V. I._, 3_a_, I, pag. 104.
[221] BUNSEN, _Bibelwerk_, V, pag. 341 e seg.; _Fürst_, _Geschichte der biblischen Literatur_, I, pag. 288 e seg.
[222] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher d. A. T._, pag. 29; REUSS, _Geschichte der heiligen Schriften A. T._, § 200; MAYBAUM, _Die Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums_, pag. 19–20.
[223] Cfr. KUENEN, _Histoire critique_, I, pag. 248 e seg.
[224] KUENEN, _The Religion of Israel_, I, pag. 132.
[225] Nel passo di Samuele 1º, XIV, 3, le parole _sacerdote di Jahveh in Shilò_ sono apposizione di Elì, ultimo nominato, non di Aḣijjà sacerdote contemporaneo di Saul; e però non se ne potrebbe argomentare lʼesistenza tuttora in Shilò di un luogo di culto. (Cfr. THENIUS, commento in questo luogo.)
[226] Il luogo parallelo del 2º libro delle Croniche (I, 3) aggiunge che in Ghibʼon _era il tabernacolo di Dio edificato da Mosè servo di Jahveh nel deserto_, e che Salomone offrì i suoi sacrifizi sullo stesso altare di rame che era stato costruito da Bezalel. Ma lʼautore più antico del libro dei Re non sa nulla di tutto ciò, e chiama _Bamà_ il luogo consacrato al culto di Ghibʼon, mentre tal nome non avrebbe potuto darsi allʼofficiale e ritualmente comandato tabernacolo. È chiaro pertanto che lʼaggiunta delle Croniche fu posta dallʼautore per adattare i fatti al concetto sacerdotale già prevalso, che sino dai tempi mosaici fosse imposta dal rito lʼunità del culto. Lo stesso cronichista è obbligato a riconoscere che lʼarca non si trovava in questo immaginario tabernacolo. E come, si domanda, avrebbe potuto non trovarcisi se questo fosse esistito? Vedi REUSS, _Cronique ecclésiastique de Jérusalem_, pag. 124.
[227] Cfr. STÄHELIN, _Versuch einer Geschichte der Verhältnisse des Stammes Levi_. ZDMG, 1855, pag. 704–730.
[228] Sembra essere provenuta da solo errore grafico la lezione masoretica del Deuteronomio (v. 13) _Raʼah_ invece che _Daʼah_, come leggesi nel Levitico, tanto più che le due lettere _D R_ hanno tanto nel carattere samaritano quanto in quello ebraico forma molto simile e da potersi facilissimamente scambiare.
[229] TACITUS, _Historiae_, v, 3; JUSTINUS, XXXVI, 2. Giuseppe Flavio riporta la stessa cosa nel trattato contro Appione, I, 34, come una favola di scrittori malevoli.
[230] Vedi il fatto di Mirjam punita da Dio con la lebbra (_Num._, XII, e seg.), e lʼaltro di Gheḣazi servo del profeta Eliseo punito nello stesso modo (2º _Re_, v. 27). Cfr. il _Midrash Vaiqrà Rabbà_, Sez. 16.
[231] Cfr. KLEINERT, _Das Deuteronomium und der Deuteronomiker_, 2^[te] Untersuchung, pag. 77 e seg.
[232] _Mosaisches Recht_, § 211.
[233] ROSENMÜLLER, _Scholia in Leviticum_, XIII, 47; REUSS, _LʼHistoire sainte et la Loi_, II, pag. 138, n. 5.
[234] Vedi i citati autori.
[235] _Zur Charakteristik und Geschichte des Priestercodex und Heiligkeitsgesetzes. Zeitschrift f. d. alttestamentliche Wissenschaft_, 1884, pag. 129 e seg.
[236] _Sifré_, I, § 25, _Nazir_ 5ª.
[237] GRAF, _Die geschichtlichen Bücher d. A. T._, pag. 75–83; REUSS, _LʼHistoire sainte et la Loi_, I, pag. 250 e seg.; _Geschichte der heiligen Schriften d. A. T._, § 369.