Part 24
Tutte le offerte di farina e olio portate daglʼIsraeliti, e chiamate col nome di _Minhà_, _presente_, bruciatone sullʼaltare quanto ne conteneva un pugno, appartenevano ai sacerdoti (_Levit._, VI, 7–11). Però le offerte di questo genere portate da qualche sacerdote dovevano essere intieramente bruciate (ivi, 16). Spettava ancora ai sacerdoti tutta la carne dei sacrificii espiatorii (_Num._, XVIII, 9) di cui si bruciavano sullʼaltare soltanto il grasso delle interiora, i reni e lʼomento, (_Levit._, VI, 17–VII, 10), fatta eccezione dei sacrificii espiatorii per qualche peccato involontario commesso o dal massimo sacerdote, o dal pubblico, che intieramente si bruciavano (ivi, IV, 1–21). Erano di pertinenza sacerdotale anche le pelli delle vittime, così nei sacrificii espiatorii, come negli olocausti (ivi, VII, 8).[509]
Dei sacrificii votivi detti _Shelamim_, _pacifici_, spettava al sacerdote soltanto il petto e la coscia destra (ivi, 34), e il resto rimaneva al proprietario. Si faceva poi questa distinzione, che i presenti e i sacrificii espiatorii erano considerati di maggiore santità, e però ne potevano mangiare soltanto i sacerdoti maschi (ivi, VI, 11, 22; VII, 6); degli altri sacrificii tenuti di minore santità, godeva tutta la loro famiglia,[510] escluso sempre, sʼintende, chi si trovasse in istato dʼimpurità (VII, 20).
E stato già notato (p. 46 e seg.) che questa disposizione del codice sacerdotale non concorda con quella del Deuteronomio (XVIII, 3), che farebbe differente, se non forse più piccola, la parte dei sacerdoti, perchè invece del petto assegna loro le ganasce e il ventricolo. I talmudisti hanno voluto conciliare le due disposizioni, interpretando il testo del Deuteronomio, come se si applicasse a qualunque animale macellato ovino o bovino;[511] dimodochè il reddito sacerdotale sarebbe venuto di molto ad accrescersi.
Anche Filone[512] e Giuseppe Flavio[513] parlano di questi diritti dei sacerdoti sopra qualunque animale ammazzato per privato convito; ma essi scrivevano quando già era stato necessario conciliare in qualche modo le leggi discordanti, e per conseguenza prevaleva ormai un rito che a tale conciliazione si uniformava; non possono quindi avere autorità come interpreti fedeli del testo, ma solo come espositori di una costumanza dei loro tempi. Ad ogni modo questa conciliazione non può accettarsi per più ragioni.[514]
In prima perchè lʼespressione del Deuteronomista collʼarticolo determinato significa _sacrificatori del sacrifizio_, non macellatori di qualunque animale.
In secondo luogo, perchè non si parla di questo diritto sacerdotale laddove si enumerano i proventi che spettavano ai sacerdoti (_Num._, XVIII).
In terzo luogo, perchè tale imposizione sopra ogni animale sarebbe stata enorme e insopportabile.
In ultimo, perchè sarebbe stata una prescrizione impossibile ad eseguirsi nella pratica, imperocchè i sacerdoti non si trovavano da per tutto; e come si sarebbero potute spedire da un luogo allʼaltro le carni macellate? Forse si volevano obbligare le persone di luoghi ove non fossero sacerdoti, a non nutrirsi di carni nè ovine nè bovine?
Oltre i presenti e i sacrificii un non piccolo reddito sacerdotale era costituito dalle primizie dei prodotti agrarii, e dai primogeniti degli animali ovini e bovini, come dal riscatto dei primogeniti umani e di quelli degli animali impuri che doveva ai sacerdoti pagarsi (_Num._, XVIII, 11–20).[515] Questo testo parla soltanto delle primizie del grano, dellʼolio e del vino, ma i talmudisti sottoposero allʼobbligo delle primizie anche lʼorzo, i datteri, i fichi e i melagrani.[516]
In altro passo del Numeri (XV, 17–21) si parla altresì di dover consacrare a Jahveh la prima parte della farina impastata per il pane. E i rabbini intesero che si dovesse anche questa dare ai sacerdoti.[517] Altri invece della pasta intendono la prima parte del macinato.[518]
Apparteneva di più ai sacerdoti tutto ciò che altri avesse consacrato a titolo dʼinterdetto (_Ḣerem_), fossero persone (schiavi), animali, o case, o beni terreni, o mobili (_Levit._, XXVII, 28; _Num._, XVIII, 14). Ma siccome le cose consacrate a questo titolo potevano anche devolversi a vantaggio del tesoro del tempio, fu disputato fra i talmudisti se lʼinterdetto semplice senza esplicita dichiarazione appartenesse a questo o ai sacerdoti;[519] e parrebbe dal testo del Talmud che la quistione fosse decisa a pro del tesoro del tempio, mentre il Maimonide la risolvette a vantaggio dei sacerdoti.[520]
E non solo dal popolo traevano i sacerdoti le loro rendite, ma anche dagli stessi leviti, che erano obbligati a prelevare a lor favore un decimo sulla decima ad essi dovuta (_Num._, XVIII, 25–32).
Nè tutto ciò parve ancora sufficiente ai talmudisti, che, interpretando con sofistica sottigliezza un passo del Numeri (XV, 19), ove si parla soltanto della già accennata offerta sulla pasta, e un altro del Deuteronomio (XVIII, 4), ove si parla delle primizie, vollero dedurne lʼobbligo di dare ai sacerdoti una prima parte del raccolto,[521] antecedentemente a qualunque altra prelevazione; e il mangiare dei prodotti senza aver soddisfatto a questʼobbligo sarebbe stato, a loro avviso, gravissima trasgressione.[522] Questa fu chiamata nel Talmud _Offerta maggiore_ (_Terumah ghedolah_), della quale non era determinata a rigore di legge la proporzione, ma si voleva che non si desse meno del sessantesimo.[523]
I leviti erano trattati meno largamente: avevano soltanto la decima dei prodotti (_Num._, XVIII, 21–24), ma in ricambio non erano obbligati a dare ai sacerdoti se non il decimo di questa, ma nessuna delle altre imposizioni, a cui erano sottoposti gli altri israeliti, sopra loro incombeva. Sebbene però non avessero una vera e propria parte della terra, come le altre tribù, il codice sacerdotale imponeva di assegnar loro quarantotto città per abitazione con un subborgo (_Num._, XXXV, 2–8) in forma di quadrilatero, di cui ogni lato aveva lʼestensione di duemila cubiti, e ne era lontano mille dalle mura della città.[524]
Il numero di quarantotto città in un piccolo territorio come la Palestina potrebbe a ragione maravigliarci, se volessimo intenderle nel significato che diamo oggi a questa parola; ma bisogna intendere piccoli borghi, che per essere circondati di mura avevano quel nome. Ad ogni modo poi sarebbe stato esorbitante il territorio assegnato ai leviti, e quasi impossibile in un paese accidentato come la Palestina misurare così matematicamente lʼestensione del subborgo. Quindi, come tante altre parti del codice sacerdotale, è da tenersi che questa sia una prescrizione rimasta nel campo della teorica, e che mai non ha potuto effettuarsi.
Nellʼultimo capitolo del Levitico (v. 32) si parla ancora di una decima da prelevarsi sugli animali ovini e bovini e da consacrarsi a Jahveh. Molti dei moderni interpreti lʼhanno intesa come dovuta ai sacerdoti. Il Talmud vuole invece che questi animali, considerati come sacrificii, rimanessero per la maggior parte ai proprietarii che ne dovevano fare un convito sacro, dopo aver bruciato sullʼaltare il grasso e versatovi il sangue, dando ai sacerdoti solo una parte eguale a quella che loro spettava nei sacrificii votivi.[525]
Se a tutte queste imposizioni aggiungiamo anche la primizia della tosatura del greggie, di cui si parla, come già abbiamo veduto, nel Deuteronomio (XVIII, 4), facilmente sʼintende come da un lato i sacerdoti e i leviti si trovassero in troppo felice condizione, e come dallʼaltro il popolo fosse eccessivamente aggravato. Che diremo poi, quando vediamo che i rabbini, per conciliare le leggi del Deuteronomio (XIV, 22–29) con le altre del Pentateuco, imposero una seconda decima, di cui doveva farsi ogni anno un convito sacro a Gerusalemme, ed elargirne ai leviti, e poi ogni tre anni, invece di questa seconda decima, prelevarne una a favore dei poveri?[526] Ma già dallo stesso Talmud apparisce in più luoghi come la maggior parte del popolo non mai si sottopose a tutte queste gravissime imposizioni, per cui Giovanni Ircano fece una riforma, e anche alcune prescrizioni intorno a quei prodotti, da cui si dubitava che non fossero prelevate le decime, e che furono dette _Demai_.[527] Nome significantissimo, se fosse, come alcuni vogliono, derivato dal greco _Demos_, _popolo_, quasi volesse dire che questo nella massima parte non pagava le decime.[528]
Coloro poi che scrupolosamente le prelevavano, quasi appartenessero a una stretta associazione di zelanti, chiamavano sè stessi soci (_Ḣaberim)_[529] e davano con disdegno il nome di volgo (_ʼAm haarez_)[530] a quelli che non si uniformavano al rito.
Una cosa però fa onore al codice sacerdotale: che il massimo sacerdote non avrebbe avuto in quanto ai redditi nessuna preminenza sugli altri, e sarebbe stata tolta così ogni odiosità fra la fastosa ricchezza e la misera povertà dellʼalto e del basso clero. Ma nel diritto talmudico questa eguaglianza più non si trova. Se fu lasciato il massimo sacerdote pari agli altri in quanto alle decime e alle offerte, si stabilì in prima che fra le sue qualità ci fosse la ricchezza; dimodochè se di suo non fosse stato ricco, gli altri sacerdoti, ognuno secondo i propri averi, contribuivano a formargli un patrimonio, che tutto insieme superasse quello di ogni singolo sacerdote.[531]
In secondo luogo si dette al sommo sacerdote la precedenza sopra ogni altro per appropriarsi i sacrificii e i presenti offerti nel tempio.[532]
Dobbiamo riconoscere che queste, piuttosto che istituzioni rabbiniche, saranno state consuetudini introdottesi a poco a poco come conseguenze quasi necessarie della dignità maggiore, nella quale il massimo sacerdote era costituito. Ma è pur forza dallʼaltro lato deplorare che si aprisse così il varco a tutti gli atti dʼimmoderazione, di abuso di potere, e anche di vera immoralità, in cui caddero molti dei massimi sacerdoti giudei durante lʼepoca dei Seleucidi.
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Dal personale del sacerdozio passiamo alla forma del culto, che, secondo il codice sacerdotale, sarebbe consistito quasi tutto nei sacrificii e nei presenti offerti a Jahveh, non parlandovisi mai di preghiere, tranne un fugacissimo cenno di confessione di peccati, che avrebbe dovuto accompagnare un certo sacrificio nel giorno dellʼespiazione (_Levit._, XVI, 21).
Al contrario nel rituale rabbinico, cessati con la distruzione del tempio i sacrificii, le preghiere e le recitazioni della Sacra Scrittura, e di alcuni passi del Talmud, divennero la parte principale del culto esterno. Si prescrissero tre preghiere quotidiane da recitarsi la mattina, dopo il mezzogiorno, e a vespro, se ne aggiunse una quarta per il sabato, per i novilunii, e per le solenni feste annuali, e una quinta per il giorno dellʼespiazione.[533] Inoltre si costituì una speciale orazione di rendimento di grazie da recitarsi dopo ogni pasto, e si arrivò fino a prescrivere una breve lode a Dio ogni volta che si prendesse qualunque cibo o bevanda.[534] Ma lo scendere ai particolari di questo rituale sarebbe altrettanto tedioso, quanto alieno dal nostro assunto. Solo noteremo che i talmudisti vollero che alcune preghiere, come le tre quotidiane, fossero in uso fino da tempi antichissimi, e le dissero istituite dai patriarchi.[535] Nella quale idea è da vedersi soltanto la consueta pretensione di fare risalire a tempi remoti anche le più recenti istituzioni religiose. Ma lasciando questo argomento, di cui basti un breve cenno, ritorniamo ai sacrifizii.
Il primo e più generale precetto intorno ai sacrificii è nel nostro codice quello di non offrirli, se non nel luogo centrale consacrato al culto (L_evit._, XVII, 8, 9). Lʼoffrirli fuori di questo luogo era tenuto gravissimo peccato. Anzi, lo scrittore di queste leggi, rappresentandole come se avessero avuto origine fino dai tempi mosaici, chiama il luogo centrale del culto non tempio, ma _tenda della congregazione_, che è quanto dire lʼideale tabernacolo del deserto. E non solo ciò, ma spingendo le cose fino al più assurdo estremo, si vuole far credere che ai tempi mosaici esistesse una legge per la quale non solo gli animali immolati per il sacrifizio, ma anche quelli uccisi per uso profano, si dovessero scannare alla porta del tabernacolo (ivi, 3–7).[536]
Non si può pensare che questa legge sia stata scritta, perchè mai fosse eseguita. Le frasi _nellʼaccampamento_, e _fuori dellʼaccampamento_, di cui si vale questo scrittore, mostrano che egli vuol riferirsi a un tempo, in cui sʼimmaginava che gli Ebrei avessero vissuto tutti raccolti in un campo, non quando erano sparsi in più città, fossero state queste anche in un piccolissimo territorio, come era la Giudea occupata, dai reduci di Babilonia. Inoltre come sarebbe stato possibile nè anche immaginare che ogni qual volta si voleva mangiare delle carni bovine o ovine, che in sostanza per gli Ebrei erano le più usate, si dovesse portare lʼanimale alla porta del tempio, perchè il sacerdote ne spargesse il sangue sullʼaltare? Evidentemente anche come una legge soltanto teorica, chi lʼha immaginata lʼha riferita allʼetà mosaica, rappresentando però questa sotto un aspetto ideale molto lontano dalla verità dei fatti. Perchè nè il tabernacolo è mai esistito, nè due milioni di persone avrebbero potuto vivere nei deserti dellʼArabia in un accampamento così regolarmente distribuito, come nel Pentateuco si vuol far credere (_Num._, I–IV).
Il precetto poi di versare sullʼaltare come sacro a Jahveh il sangue di ogni animale ucciso, fa che per associazione dʼidee si ripeta il precetto, già da altre leggi imposto, di non bere mai del sangue di nessun animale, nemmeno di animali selvatici[537] o volatili presi a caccia (v. 10–14). E se il cibarsi di questi era permesso, era tenuto impuro chi mangiava animali morti naturalmente o dilaniati dalle fiere (v. 15–16), cose già, come abbiamo veduto, da altre leggi proibite.
I rabbini poi non si contentarono che gli animali permessi come cibo fossero uccisi dalla mano degli uomini; ma prescrissero che fossero scannati con una lama perfettamente affilata, in modo che nei quadrupedi si tagliasse almeno la maggior parte della trachea e dellʼesofago, e nei volatili almeno la maggior parte di uno dei due. Un quadrupede o un volatile ucciso altrimenti sarebbe per le disposizioni talmudiche contrario al rito, e quindi proibito di cibarsene.[538]
Questi due precetti però furono toccati dal nostro scrittore solo per incidente, perchè il concetto principale era lʼimmolazione dei sacrifizii. Intorno ai quali, venendo ora a dire partitamente, è da premettersi che sono da distinguersi in pubblici e privati, in obbligatorii e volontarii.
Si può dire che i pubblici fossero tutti obbligatorii, ed erano o quotidiani, o festivi, o espiatorii. Il sacrificio quotidiano consisteva, secondo il nostro codice, in due olocausti di due agnelli immolati sera e mattina, e accompagnati da un presente di farina e olio, e da una libazione di vino (_Esodo_, XXIX, 38–46; _Num._, XXVIII, 2–8). Inoltre sopra un altare apposito ogni mattina doveva bruciarsi un profumo composto di diversi aromi (_Esodo_, XXX, 2–10), che secondo il testo scritturale sarebbero stati soltanto quattro: storace, unghia odorata, galbano e incenso; a cui poi, secondo abbiamo nel Talmud, se ne aggiunsero altri sette: mirra, cassia, spigonardo, croco, costo, corteccia odorosa e cinnamomo.[539] La composizione di questo profumo era tenuta così santa, da giudicare peccato gravissimo il farne eguale per usi profani (_Esodo_, ivi, 38).
A questo sacrificio quotidiano si aggiungevano ogni sabato due agnelli con i loro soliti presenti di farina e olio (_Num._, XXVIII, 9, 10). Nei novilunii, nei sette giorni della Pasqua, e nella Pentecoste[540] si aggiungevano due tori, un montone, sette agnelli con i loro presenti, e un capro espiatorio, vale a dire che non doveva essere offerto come olocausto, ma, bruciatone soltanto il grasso, e versatone il sangue, la carne era goduta dai sacerdoti (v. 11–31).[541]
Nel primo giorno e nel decimo del settimo mese si offrivano un toro, un montone, sette agnelli, un capro espiatorio (ivi, XXIX, 1–11), oltre i soliti sacrificii del novilunio per il primo giorno; e oltre il sacrificio espiatorio speciale a tale solennità per il giorno decimo. Di questo si parla in altro luogo (_Levit._, XVI) e sʼimpone di offrire un toro, un montone e due capri, dei quali uno a Jahveh, lʼaltro a _ʼAzazel_, e il testo della Scrittura non prescrive intorno a questa vittima se non di mandarla in luogo remoto e deserto (ivi, 22).
Che cosa significa _‛Azazel_? Molto se ne è disputato dagli antichi e moderni interpetri, ma la spiegazione più probabile, avvalorata anche dalla tradizione giudaica, è che sʼintendesse sotto quel nome un demone malefico,[542] uno di quelli chiamati _Seʼirim_, demoni dal piede caprino, a cui la superstizione popolare prestava fede. E quantunque altrove si proibisse di sacrificare a questi supposti Dei minori (_Levit._, XVII, 7), pure si vede quanto fosse grande la superstizione, se unʼaltra legge aveva dovuto con questa venire a patti, e fare in tal modo non piccolo strappo al monoteismo, che per ogni altro rispetto si voleva rigoroso e assoluto.
Nei sette giorni della festa delle capanne sʼimmolavano due montoni, quattordici agnelli, e il solito capro espiatorio, ma il numero dei tori variava cominciandosi nel primo giorno da tredici, e diminuendo ogni giorno di uno. Nellʼottavo giorno, chiamato di santa convocazione, il sacrificio era eguale a quello del primo giorno del settimo mese (_Num._, XXIX, 12–39).
Oltre questi sacrificii il pubblico era obbligato a un sacrificio espiatorio, consistente in un toro, che tutto doveva bruciarsi, se per errore lʼuniversità dei credenti fosse caduta pubblicamente in qualche peccato (_Levit._, IV, 13–21).
Una più recente disposizione (_Num._, XV, 22–26) impone in questo caso, oltre un toro, anche un capro. I talmudisti, per conciliare siffatta contraddizione, vollero che nel Levitico si parlasse di peccati in genere; nel Numeri, dello speciale peccato di adorare altri Dei, o dʼidolatria.[543] Di più nellʼuno e nellʼaltro caso intesero che si trattasse sempre di un erroneo insegnamento dato dal sommo magistrato, e seguito da tutto il popolo o dalla massima parte. E alcuni dottori non furono contenti di una o due vittime, come apparirebbe dal testo della Scrittura, ma ne vollero chi dodici o ventiquattro, vale a dire o un toro, o questo e un capro per ognuna delle dodici tribù, e chi tredici o ventisei, aggiungendo anche un sacrifizio apposito, per il magistrato stesso che avesse dato lʼerroneo insegnamento.[544]
Finalmente come offerta incruenta si ponevano sulla sacra mensa, di settimana in settimana, dodici focaccie chiamate _il pane del cospetto_, che mangiavano i sacerdoti cui spettava allora il servizio (_Levit._, XXIV, 5–9).
I mezzi per supplire alle spese di tutti questi sacrifizii pubblici, ed anche ad altri bisogni del culto, erano forniti da una tassa di mezzo siclo a testa, imposta sopra tutti i maschi maggiori di ventʼanni, come riscatto della loro vita, quando si doveva fare il censimento (_Esodo_, XXX, 12–16). Imperocchè era un pregiudizio presso gli Ebrei, quello di non fare direttamente il censo delle persone (2º _Sam._, XXIV), ma contare invece le monete da esse pagate. Il testo non stabilisce quando questo censimento dovesse farsi; ma i rabbini tennero che la tassa dovesse pagarsi ogni anno.[545]
I sacrifizii privati obbligatorii erano, lʼagnello pasquale (_Esodo_, XII), i primogeniti degli animali ovini e bovini (_Esodo_, XIII, 2; _Num._, XVIII, 17), la decima di questi stessi animali (_Levit._, XXVI), secondo lʼinterpretazione talmudica, i sacrificii espiatorii, e quelli di purificazione.
Il Talmud, oltre lʼagnello pasquale, aggiunse lʼobbligo di offrire nelle tre feste annuali della Pasqua, della Pentecoste e delle Capanne un olocausto detto di presentazione (_Reijà_), e un altro sacrificio di animali ovini o bovini, per farne parte ai sacerdoti, e per celebrare in quei giorni solenni un convito sacro (_Ḣaghighà_), ognuno colla propria famiglia, e anche con i propri amici.[546] Ma si poteva profittare di questa occasione per offrire la decima degli animali, o anche i voti fatti nel corso dellʼanno, e valevano come sacrificii festivi.
Quelli espiatorii si offrivano nel caso che involontariamente alcuno fosse caduto in qualche trasgressione; ma qui si distinguono le qualità delle persone. Il sommo sacerdote doveva offrire un toro che per intiero si bruciava, ma il grasso si bruciava sullʼaltare, tutto il rimanente nel deposito della cenere (_Levit._, IV, 1–12).
Il principe doveva offrire un capro; qualunque altro privato una capra o una pecora (ivi, 22–35), alla quale disposizione apparisce essere contradittoria quella, forse più recente, del Numeri (XV, 27–31), che indifferentemente per tutti prescrive una capra. I talmudisti vollero togliere questa contraddizione, riferendo il passo del Numeri al solo peccato di adorare altri Dei, o dʼidolatria.[547]
Per certe speciali trasgressioni come per aver mancato a deporre in testimonianza, o per essere caduto in istato dʼimpurità, o per non aver potuto osservare un giuramento, si concedeva a chi era in condizione meno agiata di offrire due colombi, o due tortori invece di un animale ovino, e se nè anche ciò avesse potuto, una certa quantità di fior di farina intrisa con olio (_Levit._, V, 1–13).
Per essersi appropriato roba appartenente al Santuario, o roba altrui, dopo la restituzione e il pagamento della multa, si doveva offrire un montone, acciocchè la mancanza fosse intieramente espiata (ivi, 14–26).
I sacrifizii di purificazione erano imposti alla puerpera nellʼuscire dal puerperio, ai lebbrosi, ai gonorreati, e ad altri infermi di siffatte malattie, quando fossero guariti, e il sacerdote gli avesse dichiarati in istato di purità.
La puerpera avrebbe dovuto offrire un agnello e un colombo o un tortore; ma, se i suoi mezzi non glie lo avessero permesso, poteva allʼagnello sostituire un altro di questi stessi volatili (_Levit._, XII; cfr. _Luca_, II, 24).
Il sacrificio purificativo del lebbroso doveva consistere in due agnelli e una agnella con un presente di farina e olio; ma anchʼesso, se povero, poteva ai due agnelli sostituire due tortori o due colombi; al quale sacrificio doveva precedere di sette giorni una ceremonia di purificazione (ivi, XIV, 1–32).
Il gonorreato e gli altri impuri per siffatte malattie dovevano offrire soltanto due dei già nominati volatili (ivi, XV).
Unʼaltra specie di sacrifizio privato obbligatorio era quello del Nazireo (v. sopra, pag. 173), quando involontariamente fosse divenuto impuro, e doveva offrire due colombi, o due tortori, e un agnello (_Num._, VI, 8–12). Ad ogni modo però, quando terminava il tempo del Nazireato, era obbligato ad un sacrificio consistente in un agnello per olocausto, in una agnella per espiazione ed in un montone come votivo, uniti al solito presente di farina e olio (ivi, 13–21).
Per la purificazione di chi era venuto a contatto di corpi morti, o vi si era avvicinato, non era prescritto sacrificio, ma solo lʼaspersione colla cenere della vacca fulva, la quale era provveduta a spese del pubblico (_Num._, XIX).
Anche il proselita, quando entrava a formar parte della ebraica comunità avrebbe dovuto, secondo il Talmud, offrire un sacrificio di purificazione, consistente in un olocausto, che secondo i mezzi dellʼofferente era o di un animale bovino o ovino, o di due tortori o colombi.[548]