La legge del popolo Ebreo

Part 13

Chapter 133,748 wordsPublic domain

Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al comando di non negare la restituzione di un deposito.[248] Il non esser falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare in falso per negare un debito.[249] La proibizione poi di non giurare in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento. Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo, essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per uno di questi.[250]

Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione di non defraudare il salario dei mercenari[251] per qualunque titolo sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltrui per violenza, mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]

Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253] E il non porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254] Nulla di nuovo aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia, se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]

Il non insorgere contro il sangue del prossimo significa secondo la lettera non far nulla che possa recar nocumento allʼaltrui vita. E forse non a torto lʼAben Ezra vede qui un nesso con la precedente proibizione, perchè il diffamare può essere talvolta, come cagione remota, un attentato contro la vita. Ma i talmudisti vollero trovarci insegnamenti di ben altra portata morale, cioè lʼobbligo di deporre come testimone, quando alcuno sia stato presente al fatto portato in giudizio, e il dovere di difendere il prossimo quando si veda in pericolo di morte;[256] e così tradusse anche il Luzzatto «nè rimanerti spettatore [inerte] nel pericolo della vita del tuo prossimo».

Senza allontanarsi poi dal significato letterale, molto bene notarono gli stessi talmudisti che il precetto di _non odiare il fratello nel cuore_, proibisce anche il solo sentimento dellʼodio, sebbene non manifestato con atti ingiuriosi e offensivi.[257]

Il riprendere il prossimo, se lo crediamo in colpa, appare nel significato letterale del testo una concessione connessa con lʼavvertimento che precede di non odiarlo, e con ciò che poi segue di non sopportare per causa di lui peccato; perchè riprendendo il compagno del suo fallo, non si serba contro di lui sentimento avverso, e quindi non si cade in questo peccato. Ma i talmudisti del riprendere il prossimo, se in colpa, ne fecero un dovere, e dando tuttʼaltro senso alle parole che seguono le intesero come se significassero «tu hai il dovere di riprenderlo, fino al punto però, che la riprensione non sia per lui cagione dì vergogna.[258]

Finalmente sul precetto di amare il compagno come sè stesso, il celebre ʼAqibà si contentò di esprimere queste notevoli parole: «Questo è un grande principio nella legge».[259]

Ai sovra esposti precetti di moralità succedono alcuni religiosi, che però rientrano nel principio generale di conformare la vita a regole di purità e santità:

19. I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260] non si ponga sopra di te.[261]

23. E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto, tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi. 24. E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per 25. celebrazione a Jahveh. E nellʼanno quinto mangerete il suo frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio vostro.

26. Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni. 27. Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i 28. lati della tua barba. E incisione per morto non ponete nelle vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io Jahveh.

Il precetto di non confondere le specie nè per la riproduzione degli animali, nè per la coltura della terra e nemmeno negli abiti è da tenersi come motivato dal rispetto che si voleva imporre alle leggi naturali, le quali lʼarbitrio dellʼuomo non deve alterare, e però questi precetti sono preceduti dalle parole, i _miei statuti osserverete_, cioè quelle eterne leggi che Jahveh creatore ha istituito. Quindi quelle parole nel testo hanno la loro ragione dʼessere, e non si capisce troppo perchè da qualche critico vogliano tenersi come interpolate. Non così i tre versi 20–22 che per il contenuto sono estranei a tutto lʼargomento del nostro capitolo, e per la forma ne differiscono talmente da dover credere che appartengono veramente ad altro autore.[262] Gli traduciamo, acciocchè il lettore possa da sè stesso giudicarne.

20. E quando uomo giacesse con donna in accoppiamento carnale, ed essa fosse serva appartenente ad altrʼuomo, ma non fosse riscattata, nè le fosse data libertà, punizione se ne farà; 21. ma non morranno, perchè non era libera. E porterà il suo sacrifizio della colpa a Jahveh, alla porta della tenda della congregazione, un montone espiatorio. Ed espierà per lui il 22. sacerdote col montone espiatorio dinanzi Jahveh per il suo peccato che avrà commesso, e sarà perdonato del suo peccato che avrà commesso.

Per quanto i concetti in questo capitolo si succedano con una certa libertà, pure siccome dallʼaltro lato un qualunque nesso non manca, almeno dividendoli in gruppi generali, il lettore resta da prima meravigliato, vedendo interrotta la continuazione dei pensieri fra il precetto di non promiscuare le diverse specie e quello di non mangiare i frutti degli alberi primaticci per i primi tre anni. Perchè questi due precetti hanno in certo modo tra loro una qualche relazione, come attinenti ambedue allʼagricoltura, e non si può intendere perchè sarebbe posta fra lʼuno e lʼaltro questa legge così precisa sulla unione illegittima con una schiava che appartenga ad altri. In secondo luogo poi tutto il contenuto di questo capitolo non è di leggi precise e determinate accompagnate dalla sanzione penale, ma di precetti e avvertimenti generali di religione, moralità e giustizia. Si capirebbe che lʼautore su questo punto avesse fatto una raccomandazione in termini generali per imporre il rispetto della donna altrui; ma il prendere a considerare uno specialissimo caso, e non certo il più grave in questo genere, anzi il più lieve, e il porvi ancora la sanzione penale, non si accorda in nessun modo con tutto il resto, se non dobbiamo dire che troppo ne dissente. In terzo luogo la forma delle espressioni è onninamente diversa, e sotto più rispetti.

Prima di tutto, gli altri avvertimenti di questo nostro capitolo sono in seconda persona, ora al singolare, ora al plurale, ma sempre come una raccomandazione diretta a tutto il popolo, ora considerato come un ente collettivo, e ora volgendosi ad ognuno dei suoi individui. Qui invece, lasciato il discorso diretto, si suppone in terza persona il caso di alcuno che commetta quel tale peccato. Questo subitaneo cangiamento di stile è troppo brusco e inaspettato per potere appartenere a uno stesso scrittore.

Ma più di questo colpisce la straordinaria e slombata diffusione di questi tre versi messi a confronto colla rapida e verbosa concisione di tutto il resto. Chi osservi quanta materia è condensata in questo capitolo, e come i precetti sono tutti espressi nella più stringata forma sentenziosa non potrà capacitarsi che uno stesso autore abbia impiegato tante inutili parole, in questi tre versi. Nè si citi come altro esempio di diffusione il precetto sugli alberi primaticci; perchè se questo è spiegato con più parole che gli altri, erano però tutte necessarie a rendere chiaro il concetto, e nulla vi si potrebbe togliere come inutile. Mentre nei tre versi in questione è proprio la diffusione oziosa, in cui lo scrittore del codice sacerdotale si compiace, quando si tratti di ciò che attiene al culto. Per la qual cosa è da credersi che qui abbiamo una interpolazione, di cui possiamo tanto più renderci ragione nel seguente modo.

Il capitolo venti tratta principalmente delle unioni illecite sia per adulterio, sia per incesto, sia per accoppiamento infame o bestiale; ma non annovera fra gli altri questo caso di unirsi a una donna di condizione servile, i cui sponsali per non essere stata posta in libertà non erano tenuti legittimi.

Ora o lo scrittore del codice sacerdotale nellʼaccogliere nella sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile del capitolo XX, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete sempre questa forma: _e uomo che giacesse_ ecc.; similmente come essi tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitolo XX, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non condannabile con la pena capitale (XX, 19–22). Imperocchè, trattandosi non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col termine di _Biqqoreth_, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio espiatorio.[263] Secondo invece il significato letterale del testo dovevano essere tutti e due sottoposti alla stessa pena, qualunque questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]

Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte originaria e integrale di questo nostro capitolo.

Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori. Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265] Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.

Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi, lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetà dei Noachidi (_Genesi_, IX, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione, e non è da preferirsi quella della versione alessandrina: _non mangiate sui monti_,[266] che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e idolatriche.

I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale, sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267] Tanto era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.

In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio, permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri mezzi.[268] Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]

Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di persona rispettabile?[270] È verissimo che fra incrudelire nel proprio corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito, e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del Levitico, (X, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab e Abihu,[271] giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in segno di dolore e di disperazione, come si rileva da molti passi della Scrittura;[272] ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio, quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.

Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro cuore e non i vostri abiti» (_Joel_, II, 13). Dobbiamo dire dunque che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa del Pentateuco.

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Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche superstiziose.

29. Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.

30. I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io Jahveh.

31. Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.

32. Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.

Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricorere ad arti divinatorie sono ripetizione dei v. 3_b_ e 26_b_, dimodochè si potrebbe con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.

I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche oggetto, nè coi piedi polverosi.[273] Meschine minuzie, a cui certo non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio Santuario venerate».

Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.

33. E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre, 34. non lʼopprimete. Come un indigeno tra voi sia per voi lo straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.

35. Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso, 36. e nel contenente. Bilancie giuste, pesi giusti, _Efàh_[274] giusto, _Hin_[275] giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro, 37. che vi feci escire dalla terra dʼEgitto. E osserverete tutte le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete quelle: io Jahveh.

I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276] Del resto il contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio, cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277] È si può dire che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime, e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]

In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.

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I capitoli XVIII e XX del Levitico sono fra loro molto affini nel contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (XVIII, 21, XX, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.

Il capitolo XX contiene di più la proibizione di ricorrere a certe specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitolo XIX, e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (XXI, 17); e una raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25), senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti intorno a questo punto, stabiliti nel cap. XI. Ma sarebbe impossibile che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove il solito ripiego talmudico che nel capitolo XVIII abbiamo la sola proibizione, mentre nel capitolo XX si contiene ancora la sanzione penale, perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitolo XVIII non avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche nel capitolo XVIII una generale sanzione penale è stabilita per tutti i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29). Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo. Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso, cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr. XVIII, 26–29, XX, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo facendone lʼanalisi.