La Leda senza cigno

Part 9

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Era ben quello il verso eterno da incidere nella fronte dell'orgoglio latino. Dall'altra parte erano i bruti, con le loro ignominie. Ed ecco che l'ingiuria loro non aveva potuto distruggere la bellezza costrutta dalla volontà creatrice. Tanta bellezza s'era fatta più altera e più alta, come ogni creatura regale si solleva sopra l'oltraggio.

V'è una superstizione della bellezza, lo la posseggo. Perché la Cattedrale mi sembrasse più patetica e più pura, bisognava che veramente delle tante sue pietre profanate falsate racconciate rinnovate ella si fosse alleggerita nella ruina e che per una sorte misteriosa ella avesse conservato i suoi segni più nobili.

«È salvo l'Ulisse di Dante?» chiedeva al mio cuore la mia angoscia. Ma già conoscevo la risposta dell'intimo dio. Quel che è più bello non perisce.

Nella sera dell'incendio le fiamme congiungendosi imitavano i due archi dell'ogiva. Ora l'imaginazione mi rappresentava il fuoco diviso in due corni, il rogo bipartito ove si consuma il martirio dei due compagni.

O voi che siete duo dentro ad un fuoco!

Nel mio spirito ogni sillaba s'innovava di significazioni attuali. Il Libro della mia gente non è forse grave di oracoli per ogni interprete?

La mia superstizione dalla incolumità o dal guasto della statua eletta voleva trarre l'auspicio di ciò ch'era nella mia fede, nei miei voti e nella mia impazienza.

Allora sguisciai fra travatura e modanatura, mi curvai nell'ombra dei sacchi, palpando la pietra con le mani cariche d'anima, come chi nel buio speri di riconoscere il suo caro tra morienti e morti. Per gli interstizii penetrava qua e là il chiarore svelando l'orlo d'una tunica, un gomito piegato, due piedi giunti. V'era quasi l'umidità della trincea scavata di recente, la segretezza del cammino coperto, l'ingombro tumultuario dell'opera difensiva alzata per chiudere la breccia. Battevo il capo ora contro una trave ora contro una sagoma. M'arrestavo e repugnavo a ogni tratto, come chi tema di calpestare un cadavere o di rivoltolare un teschio. Finalmente, aggrappandomi, credetti sentire sotto le mie dita le pieghe del saio marino. Mi sforzai allora di allargare lo spiraglio tra sacco e sacco, palpitando come il sepolto vivo che ha sete della luce. Mi volsi nell'angustia, aguzzai la vista in su; e, col tremito di chi disseppellisca un capolavoro profondo, scopersi la chiusa bocca dagli angoli rilevati, che non sorrideva come le labbra sorridono ma come sorride la mente.

L'effigie dell'Ulisse dantesco, dell'esemplare eroe tirreno, era intatta; e pareva spiare in silenzio per la falla da me aperta fra i due sacchi di rena, tranquillo e pronto come nel ventre del cavallo di Troia. Soltanto aveva sul ginocchio una scalfittura, bianchiccia nella pàtina bruna.

«Ale al folle volo!» gridò senza suono il mio cuore. Il presagio era fausto. I due corni della fiamma antica dovevano convergere. Un presto Ulisside doveva disfare la Circe grinzosa e il suo branco.

Ma ho grazia presso di voi, o Chiaroviso, per una sollecitudine più dolce. Marcello, nei primi giorni della guerra, s'era già accommiatato dalle cose più care. Aveva già condotto alla requisizione la sua bella cavalla da caccia, la sua fedele compagna di corse e di fantasie, nata per portare i sogni d'un poeta a traverso le bionde campagne e i ruscelli flessibili del Vallese. Aveva già sacrificato le sue cagne, tranne la vecchia cieca Delrosa rifugiata nei granai di Donatella; le aveva prese egli stesso a guinzaglio per darle alla morte tuttavia gioiose e balzanti; aveva egli stesso coricato i nobili corpi, l'uno accanto all'altro, nella fossa cavata in mezzo alla foresta; e se n'era tornato per il sentiero, a capo chino, coi collari vuoti e coi guinzagli flosci.

L'ora di più crudeli sacrifizii era sonata. L'invasione barbarica pareva irresistibile; la selva regia di Compiègne mezzo distrutta, la delicata e pensosa Senlis messa a sacco, le vie di Chantilly gementi e stridenti sotto i convogli e i carriaggi, la bellezza viva di Silvia piagata e straziata!

Sapevo come sanguinasse il cuore del mio amico, laggiù, nelle trincee di Lorena. Ahimè, il fetore dell'orda immonda aveva ammorbato l'aria argentea dell'Isola di Francia e fugato dagli ozii ombrosi le api e le cervie.

Sapevo per quali radici, sensibili come i suoi nervi, egli fosse profondato nel paese a cui avevano sorriso Maddalena di Savoia e Maria Felicia Orsina, nella terra disegnata secondo lo stile del gran Condé vincitore di battaglie e protettore delle Muse, nel bel dominio venatorio dove il veltro bianco di Enrico IV s'era accoppiato con le cagne del Conestabile Anna per produrre i più eroici cuccioli.

Avrebbe egli potuto ripetere sorridendo:

«Uni Condæo dum placeam, satis est.»

Diceva egli: «Certo il fucile non mi pesa, né m'importa di stare giorni e notti fitto nella mota sino alle ginocchia. Ma non so vincere l'angoscia, se penso alla mia casa, ai miei libri, al mio padiglione solitario nel mio giardino. Fu calpestato, insultato, insozzato anche il nostro suolo? Quanto della foresta fu arso? quanto del castello fu guasto o rubato? Il cuore mi si torce se penso al mio bel Vallese profanato. Sì, la piccola patria ci torce il cuore, se la grande ci solleva l'anima....»

Rividi le sue lacrime dure nei suoi occhi coraggiosi. Partii su la mia macchina veloce divorando le vie ancor torbide di battaglia, a traverso le campagne sconvolte dalle trincee improvvise, cosparse di bottiglie vuote e di proietti non scoppiati, gonfie qua e là di tumuli freschi, irte di croci rozze, fatte ancor più lugubri dalle carogne dei cavalli che tutte giacenti drizzavano all'aria una delle zampe di dietro sollevata dal ventre disteso e ripetevano quel gesto orribile per tutto il piano sino all'orizzonte.

«La casa di Chiaroviso! La casa di Silvia la Romana! La foresta, il parco, il giardino, lo stagno, la fonte!» Il sole aveva rotto le nuvole, come i bei reggimenti azzurri e rossi avevano rotto le orde bige. Subitamente s'intiepidirono i boschi e aulirono. Sentii la gola calda della signoria di Chantilly, anzi quasi mi sembrò di palparla. I miei occhi cercarono il tronco abbattuto, il muro crollato. Tutto pareva incolume, tranquillo, sicuro. Il castello era tuttavia qual piacque al duca d'Aumale: «un cigno dormente su l'acqua». La città era più mite e più taciturna che mai. Il suo silenzio mi toccò il cuore come un'armonia sommessa. Certo, nessuna branca di lurco aveva rubato la divina tavoletta ove Rafaele giovine dipinse le Tre Grazie.

«La casa di Chiaroviso!» Era salva, intatta, affacciata con pace sul lastrico; e si sentiva, dalla sua freschezza, che il suo giardino le faceva da ventaglio.

Prima mi parlò la giovine donna della bottega accanto, con la gentilezza che dovevano avere le governatrici dei canarini di Madama la principessa di Condé. Poi venne ad aprirmi la vecchia cuoca custode, una figura aperta e accorta del migliore stampo di provincia; la quale doveva aver ben cucinato in altri tempi alcuna delle trote e delle carpe che il Conestabile Anna si piaceva di pescare dalle sue finestre.

Rividi il vestibolo chiaro; accarezzai i levrieri superstiti, che non avevano perduto se non il tono dei muscoli; visitai i libri bene ordinati nel padiglione studioso; entrai nella stanza familiare dove in quella sera di luglio, dopo la corsa dei puledri di due anni, Marcello mi aveva mostrato il suo cappotto blu ed il suo cheppì di fantaccino. In ogni angolo della casa materna i piccoli iddii domestici respiravano a bell'agio.

Allora mandai il messaggio consolante, e portai via una foglia di edera, di nostra edera vivace seguace tenace. «_Nec recisa recedit._»

Autunno piovigginoso e freddo: fumante vendemmia nel tino smisurato; ore d'aspettazione e di sospensione senza fine.

Il recinto solitario di Dama Rosa fu requisito, riempito di bestiame da macello, convertito in una tetra cloaca nerastra su cui si prolungavano i mugghi degli animali malati d'afta. Nella prateria d'allenamento, non più un fiore non più un filo d'erba ma una mescolanza nauseosa di bovina e di belletta, dove i manzi e le vacche stavano affondati sino al ventre, famelici, sitibondi, scheletriti, così che a sera ci pareva di vedere su dal mucchio fumigare la febbre.

I granai bassi erano pieni di bestie moribonde coricate sopra la paglia, nel buio e nel fetore. A quando a quando uno sbattimento di luce, per l'apertura d'una porta lamentevole, rischiarava due froge color di carne morticcia, due occhi torbi dalle lunghe ciglia biancastre, un fianco pezzato e cavo, l'osso arcuato duna schiena falba, le mani villose d'un bovaro nell'atto di strascicar per la coda una bestia spirante.

I «lunghi musi» non avevano più i loro giuochi mattutini, le loro fantasie e follie su pel terreno soffice, tra le mura dorate dal sole o inazzurrate dall'ombra. Erano sempre condotti a guinzaglio pei sentieri della foresta gialli di foglie, o per le campagne abbandonate ove i branchi neri delle cornacchie crocidavano sopra i mucchi di letame color nocciuola come la corteccia del pane caldo.

Andavano al passo, di mala voglia, tristi sotto i loro mantelli da pioggia, con le museruole bene strette, spesso ringhiando l'un contro l'altro, quando si davano noia, anca contro anca, essendo in troppi a mano di pochi garzoni inesperti; ché i buoni canattieri erano anch'essi andati alla guerra e s'erano assuefatti a ben altri latrati. Nel parco delle lepri non era rimasto se non una povera zoppa che scavava tuttavia la terra a piè del muro e saltava ostinatamente verso i pezzi di vetro fitti nella cresta, sperando di scampare di sopra o di sotto.

Pomeriggi d'ottobre desolati sul vasto brago, quando ai muggiti dell'armento infetto rispondeva l'uggiolio lugubre dei cani oppressi dal tedio! Rimanevamo a lungo nell'infermeria su le seggiole rozze di legno, dopo aver ricucito un po' di pelle lacerata in una rissa di banco o aver curata una zoppìa tenace o avere spennellato una gola gonfia. Rimanevamo là per riprender cuore prima di uscire a rivedere l'orribile morìa, prima di riattraversare il pattume con i grossi zoccoli. Ascoltavamo la monotonia della pioggia guardando la luce diminuire su i vetri della finestra alta. Le quattro pareti imbiancate parevano contenere un silenzio quasi solido. Gli ultimi sacchi di biscotto erano ammucchiati in un canto, quasi tutti frantumi e forse magagnati, ché non costole né spigoli forzavano la tela bruna. Un odore di stantio si mescolava all'odore della tintura di iodio. Fiocchi di cotone nuotavano in una catinella tinta di sangue. Fasce di garza sfilaccicate e macchiate rimanevano tuttora su l'impiantito. Un moscone ronzava dentro lo stipo socchiuso dei farmachi. Ogni cosa distillava la malinconia nel nostro cuore pesante.

In una pausa della pioggia udivamo talvolta all'improvviso una rondine tardiva rasente la finestra gittare un grido che ci passava l'anima. Non potevamo più resistere alla nostra tristezza. Ci alzavamo, uscivamo. I cani indovinavano e balzavano dai banchi disperatamente latrando. I latrati e i mugghi facevano un coro tetro nel gran chiostro di melma. Fuggivamo verso la strada di Versaglia, per avere una tregua.

Là, una sera, incontrammo un carro che portava i resti d'un velivolo caduto: le ali rotte e lacere, l'elica schiantata, il motore contorto e lordo di fango. Una seconda macchina in corsa passò, sotto il riflesso giallo del crepuscolo, portando due corpi inerti e insanguinati. Uno dei due era quasi informe.

Un'altra volta, verso il tramonto, nel campo incolto ch'è tra il limite del bosco e il muro di cinta, vidi una greggia all'addiaccio, chiusa intorno da una rete rada, come in uno stazzo della mia terra d'Abruzzi. Le pecore s'ammusavano in un mucchio lanoso, già sentendo la notte. Ma sopra il mucchio turbinava uno stormo sperduto di rondini. Era un turbine nero d'angoscia, con qualche guizzo bianco. Erano le rondini sbigottite dal fragore della cannonata, respinte dal rombo della battaglia, timorose di valicare la linea del fuoco. Ne avevo già vedute tante tremare su i fili del telegrafo o tramortire su i margini delle vie solcate e risolcate dalle ambulanze. Ma quelle, più delle altre, mi attristarono.

Volavano basso, rasente i dossi lanuti, per sentire il calore della greggia compatta, per beccare nella lana grassa gli insetti. Avevano freddo, avevano fame, avevano paura, e una grazia malinconica che pareva toccare il cuore deserto dell'autunno. Non osavano sollevarsi né orientarsi né intraprendere la dipartita. Temevano la sera, temevano la notte. Erano condannate a perire nell'Isola di Francia, a marcire come le frondi, a non più rivedere le contrade serene. E s'aggiravano, s'aggiravano senza posa nel calore esalato dal branco raccolto. Le pecore non si movevano, non alzavano i musi. Restavano in silenzio aspettando la notte paziente, dentro la rete sicura. Alcuna rondine, a quando a quando, s'impigliava nei bioccoli, si dibatteva per qualche attimo, nera e forcuta sul biancicore; poi si liberava e riprendeva a roteare.

M'appressai con cautela. Una s'era intricata nella rete e non riusciva a districarsi. S'udiva il suo strido superare lo stridio fioco dello stormo disperato.

Allora accorsi, per aiutarla. Senza farle male, tolsi dal laccio improvviso i suoi artiglietti selvaggi. L'ebbi palpitante nella mano. Era tutta cuore e piuma. Vedendomi vicino, il suo stuolo s'era alzato nell'aria. Io feci un vóto nella mia tristezza segreta, e diedi la libertà alla messaggera. Ella, come se le avessi infuso un coraggio subitaneo, partì verso austro, simile a una freccia che io avessi scoccata dal mio arco invisibile. E fu condottiera; ché tutta la compagnia la seguì alla ventura, senza più strida.

Andò a impigliarsi nei veli della notte, con la prima stella? O riuscì a valicare l'impedimento fragoroso e a ritrovare la traccia della speranza?

O Chiaroviso, in quel mattino dello scorcio di maggio, quando ebbi l'annunzio inatteso della vostra visita all'infermo, nella prima meraviglia, udendo gridare una rondine presso il davanzale veneziano già fiorito di gelsomini, m'imaginai che fosse proprio quella dell'addiaccio da me tenuta nella mia mano, tanta fu la forza della vita che a me ritornava di laggiù, dal piano che sta tra la via di Versaglia e la foresta di Meudon, dalla contrada di Dama Rosa.

Subito il mio mattino d'infermo fu agitato dai fantasmi della vita energica nell'aria libera, al nuvolo e al sereno. Col gesto abituale, sollevai la benda di su l'occhio leso per osservare il tristo ragno nero che v'ha tessuta la sua tela iniqua. Occupava esso pur sempre il centro, col suo addome rotondo, e non erano le cordicine né diradate né impallidite. Ma il mio corpo, vinto dai miei torturatori amorevoli in tredici settimane di cure, parve a un tratto percorso dalla primitiva inquietudine muscolare. Sentii sul viso mezzo cieco risoffiare la brezza frizzante dei mattini d'allenamento, quando la potenza animale si comunicava anche ai miei garetti e alla mia schiena. Sentii quegli atti e quegli sforzi rieccitare i miei nervi affievoliti, come se una virtù magica operasse in me una guarigione repentina e mi trasportasse sopra l'erba rasa tra i miei cani gioiosi.

Le voci gettate da un'estremità della prateria verso l'estremità opposta dove il garzone sguinzaglia la coppia, che alle voci parte bruciando il suolo come una doppia fiamma, per alfine gettarsi ai miei piedi e rotolarsi nel verde o solcarlo con la carena acuta del petto. Gli inseguimenti e le scalmane per sedare le risse che separate ricominciano più da discosto; gli sdruci nel fianco, nel collo, nell'orecchia; il frignare del ferito sollevato a due braccia e portato all'infermeria come un bimbo che ha la bua. Il giudizio ansioso dell'ultimo galoppo, alla vigilia della corsa; l'esame minuto dei muscoli, dei tendini, dei piedi, del respiro; le lunghe fregagioni sapienti, stando il levriere fra le mie due gambe, giù pei fasci induriti del dosso fino alle masse formidabili delle cosce, con mani pieghevoli e vigorose, nate a quel mestiere che mal s'impara; e la forza magnetica comunicata a grado a grado, come quella che il gran sonatore comunica alla sensibilità del suo strumento; e l'orgoglio di riconoscere nel campione prediletto la struttura sublime di uno Stradivario, e la gioia di sentirsi quasi il liutaio di quella perfezione viva. I pasti sostanziali di rossa carne trita, data in porzioni esatte, con la mia propria mano abile a non lasciarsi prendere un paio di falangi dalla voracità che ingoia prima con gli occhi e poi con la gola. La visita notturna di banco in banco, il tocco lieve per accertarmi che il tartufo scuro o chiaro del naso sia ghiaccio, segno della tranquilla salute; il rimescolio della paglia compressa; le coperte riassettate, riallacciate; l'esplorazione attenta delle correnti d'aria e delle lanterne sospese; la carezza tenera per l'eletto, con in cuore l'augurio della vittoria.

_Scrivi che quivi è perfecta letitia._ La sveglia impaziente nel giorno della gara; l'irrequietezza nervosa su i banchi di quelli che già sanno di dover correre perché hanno veduto sospesi alle inferriate i bei mantelli da cerimonia distinti dai tre anelli d'oro e dalle tre frecce d'argento; il governo minuzioso, le fregagioni toniche della miscela bianca, l'esame dei piedi tra dito e dito e il lavamento tiepido; il pasto eccitante e leggero, la breve passeggiata nella corte per la comodità del ventre, una occhiata non vana in memoria degli antichi aruspici. La vestizione dei prescelti, resa difficile dalla loro frenesia, tra il clamore e i lanci disperati dei prigionieri; la cautela nel distribuirli agli allenatori che li pongono dentro le automobili chiuse e li guardano; la gelosia di tutti contro i favoriti che prendo con me nella vettura più comoda. La pena e la tenerezza per il loro continuo tremito, per la loro angoscia, per i loro sguardi ora di belve implacabili ora di cortigiane innamorate. La loro smania di starmi addosso, di insinuarsi dietro la mia schiena, di salire su le mie ginocchia, di alitarmi in faccia a traverso la museruola. La comunicanza profonda, per contatto e per imaginazione, tra la loro generosità e la mia, tra la mia e la loro fiducia, tra la mia e la loro attesa.

_Scrivi che quivi è perfecta letitia._ L'arrivo sul prato della corsa, la prudenza nel moderare il balzo della discesa, la sbirciata ai rivali, il passo ondoleggiante delle coppie disdegnose sotto l'eleganza principesca dei mantelli d'ottima foggia. La terribilità che a un tratto s'accende nelle pupille dardeggiate, quando appariscono le alte stuoie di paglia ond'è cinto il parco delle lepri d'Ungheria. L'entrata nel ricovero di legno a due scompartimenti, l'un de' quali pieno di uova, di balsami, di droghe, di bevande, di lini, di lane. Il primo suono della campanella, che inaugura la prima gara; il battito concorde dei cuori negli animali a due piedi e in quelli a quattro piedi, divenuti quasi consanguinei; il nome del mio cane gridato dal punto della partenza, ove brilla il panciotto rosso dello sguinzagliatore. Il passaggio solenne del campione lungo la fila dei conoscitori addossati al parapetto del campo; il mio sforzo per serbare un viso tranquillissimo in cima a un ardore e a un'ansietà di gioco che mi travagliano come una passione indomabile; la consegna del favorito all'uomo che gli leva delicatamente la coperta pel verso del pelo, lo sospinge per metterlo a paro del rivale già pronto, lo fascia col sovattolo resistente per meglio trattenerlo al primo escire incerto della lepre sul prato. Poi il precipitarsi della coppia occhiuta e zannuta, a lanci, mal frenata dall'uomo che correndo la regge ancóra; lo scatto del congegno che apre i collari e dà la via agli inseguitori; lo scocco della rapidità, dell'agilità, della ferocia, della bellezza, della morte, di tutto ciò che pone lo spirito della lotta all'apice del mondo. Lo spasimo del mio cuore, la contrattura di tutti i miei nervi, sotto il dominio del mio viso impassibile; il soffio della resistenza e del coraggio, comunicato a traverso lo spazio, dall'immobilità silenziosa; lo sguardo fisso che non abbandona mai né i cani né il giudice né la sorte. Infine la preda afferrata in aria, mentre fa l'ultimo sette; la coda tesa e rigida dell'uccisore, in quel prodigio elastico, usata come il timone del naviglio che vira di gran forza; il gemito leporino, simile al suono di un oboe fesso, nel silenzio dell'aria grigia; l'accorrere verso il vittorioso, col collare, col guinzaglio, col mantello; le prime cure della bocca e della gola piene di sangue e di pelame; le parole del gergo di canile mormorate nell'orecchio eretto e vibrante; il ritorno superbo nel ricovero; l'esame di tutte le membra, fatto in ginocchio; il cordiale dato a cucchiai; il conforto magnetico dato con le palme delle mani e con la dolcezza della voce, nell'attesa della seconda prova.

_Scrivi che quivi è perfecta letitia._

Tutte queste cose, o Chiaroviso, o Nontivolio, tornarono a vivere nella mia vita, con gli sforzi, con gli scatti, con i ritmi, con i movimenti bruschi o lievi ch'esse richiedono. Il vigore dell'uomo sano si levò dal languore dell'infermo. Strappata la benda vile, stavo quasi per gridare: «Datemi gli stivali ingrassati! Datemi la frusta lunga! Datemi la pelliccia grigia!» Era un mattino di corse? Un mattino aspro di febbraio? Gli uomini, finita la guerra, riprendevano i giuochi severi? Avevamo noi incettato da padroni, in Ungheria, le grandi lepri rossastre di lunga lena? Il fornimento del nostro parco faceva parte del bottino? M'era giunta una coppia di levrieri illustri per le prossime gare? Chiaroviso e Nontivolio erano i loro nomi? S'italianizzavano anche le glorie del canile da corsa. Buon segno!

O amica, metta anche questo fra i miei sogni d'infermo che solevo trascrivere nel buio sopra le strette liste di carta sibilline, non senza qualche sorriso nel supplizio. Voi, e la vostra svelta compagna Nontivolio, mi recavate non soltanto i ricordi di Dama Rosa, ma l'alito di Roma ripalpitante nell'anniversario purpureo, ma l'odore antico e novo di Villa Medici, di Villa d'Este, di Villa Mondragone, ma sul fondo degli orti e dei ruderi laziali le vostre imagini di cacciatrici disegnate alla Fontana Beliò da Benvenuto.

Viaggio di alleate, pellegrinaggio di riconoscimento e di testimonianza, voto d'amore e promessa di fedeltà, fresca ricerca di armonie. Ecco Chiaroviso che, in veste bianca e succinta, poggia il braccio sul margine d'una fontana di Villa Torlonia; la quale per la grazia di quel gesto le appartiene. Ecco Nontivolio che, nella Villa Adriana, lungo la sublime nudità di un muro, lascia trascorrere la sua spedita eleganza emula di quella propria delle danzatrici negli stucchi delle Terme. Ecco Chiaroviso che, quivi, con una tunica liscia orlata di greche, allarga le braccia in un intercolunnio e tocca con la punta delle mani tese l'una e l'altra colonna striata, sapendo come la liscezza della sua veste convenga al valore delle scanalature. Ecco Nontivolio, che sa con la voluta dei suoi capelli contornare i suoi occhi glauchi a ricordo di Atena quando si poneva in capo l'elmetto chiamato aulopide dai Greci, eccola nella Villa del Belvedere, contro la balaustrata di travertino, intenta a contemplare l'Agro sino al Tirreno, e i Monti di Tivoli e la Sabina e il Soratte d'Orazio. Ecco Chiaroviso che, ponendo il suo piede arcuato sul nono gradino del Teatro di Tuscolo, mormora il più melodioso tra i versi della divina _Berenice_.