La Leda senza cigno

Part 6

Chapter 63,791 wordsPublic domain

Ora non dimenticabile di amicizia, di proposito, di speranza! Eravamo seduti intorno alla tavola familiare. Le lampade non erano state accese. A una a una le cose erano abbandonate dalla luce del giorno che se ne tornava all'Occidente. Una Vittoria dorata, del tempo dell'Impero, luccicava sul marmo del caminetto. Parlavamo piano, come se l'ombra di quella sera avesse una grandezza inconsueta. Lasciavamo freddare l'arguzia nella bocca e la bevanda nella tazza. Il nemico non era soltanto al confine ma su quella soglia. La soglia della casa e il confine della patria erano una sola santità che poteva essere profanata. Bisognava sorgere e combattere.

Allora Marcello venne sorridendo, con quel suo viso bianco e affilato come una spada nuda che riposi sopra una lastra di Carrara. Venne e recò la sua tunica azzurra e il suo berretto di fantaccino tirati fuori dal fondo di un canterano. Odoravano di canfora.

Non altrimenti ci saremmo commossi se fossimo stati sfiorati dalle pieghe della bandiera sventolante. Ciascuno di noi palpò il panno rude. Qualcuno forse lo vide intriso di sangue.

Come il berretto andava al mio capo, ne traemmo un buono augurio; e ritrovammo il nostro sobrio riso con aggiuntovi un che di tagliente. Fin da quella sera le due patrie furono una sola per noi.

Una campana di fuoco sonava in sommo del crepuscolo di luglio.

Ci levammo per uscire all'aperto, come soffocati. Respirammo la battaglia e la liberazione nel vento che passava su l'Isola di Francia.

Vi sovviene, o Chiaroviso, di quella sera? In quella sera, per segno di fraternità latina, io vi diedi il bel nome italiano che a un tratto mi ricordai d'avere scoperto in una vecchia carta notarile pistoiese quando i bei nomi generavano nel mio spirito le belle eroine: Chiaroviso. Sembra il nome luminoso delle due patrie congiunte.

Poi seguirono giorni stupendi, che canteremo.

Colgo intanto per voi nel libro della mia memoria queste pagine di passione scritte sotto la data del 27 di quel luglio tragico. V'è un canto nascosto.

[Veramente oggi la vita è sospesa; e, così com'è, sembra non valga più la pena d'esser vissuta. Il tedio e l'ansia s'avvicendano; o l'una attraversa l'altro come la corrente che passa pel mezzo del lago stagnante. Non so quante cose malate e quante cose morte appèstino l'aria. Respiriamo infezioni senza numero e ignote, come quando la polvere crassa e il fango risecco ribollono sotto la prima acquata in un paese che devastarono la canicola e la pestilenza.

Mi ricordo di aver paragonato una certa tristezza dell'uomo alla nave che con l'elica guasta è perduta nell'immenso polipaio, nell'inerzia ardente dell'Oceano sotto il Tropico, morendo a poco a poco nel fetore della sua sentina.

Sentii l'odore d'un abisso invisibile e onnipresente, il pestifero fiato d'un gran mare torpente ma pieno di occulta ferocia, di vita vorace....

Ritornano in me le imagini di certi pomeriggi romani, nel tempo più tristo, quando le oche del Campidoglio scendevano a starnazzare e a gracidare nella Cloaca, restando abbattuto o deserto ogni altare venerabile. Ritorna in me qualcosa di quella disperazione e di quella nausea.

Manìe, Manìe silenziose, erranti nell'inferno della città canicolare, col passo degli sciacalli famelici, tra le bucce lùbriche dei frutti e lo sterco dei cavalli coperto d'insetti che hanno il lucore dell'acciaio azzurrato....

L'aspetto di Parigi è sinistro, sotto il cielo basso umidiccio e grigio come il vapore della caldaia che bóllica. Il fiato di tutti quegli uomini che s'accalcano nel Tribunale sembra appestare la città intera. Ciascuno di costoro ha messo la sua unghia listata a bruno nei buchi fatti dal piombo alla veste dell'ucciso, e con quella stessa unghia s'è levata la càccola dal naso partigiano e l'ha deposta cautamente su la manica del suo prossimo.

Non c'è dunque altra bandiera che quel soprabito bucato e un po' di biancheria sporca? Non c'è altro grido di allarme e di riscossa che il falso rugghio avvocatesco? In un rauco baritono forense Parigi vede un magnanimo leone, e i baffi ritinti e spioventi d'un accusatore ben mandibolato le danno imagine dell'antica rudezza gallica. Sii dura alla presa, mascella faconda!

Dicono che la vendicatrice non abbia ucciso se non per farsi riamare da un marito stufo. Non so perché, penso a quel piombo che i pescatori mettono in bocca ai pesci morti, di cui si servono per esca. L'anima stessa della città mi ricorda uno squalo arenato, laggiù, su la spiaggia atlantica, in una sera di luglio senz'astri, ove l'udii lungamente soffiare e agitarsi finché l'alta marea non lo salvò.

La marea sale? Che è questo romore meraviglioso, il qual sembra venire dalla profondità dell'orizzonte? Non c'è nessuno che si corichi in capo d'una strada, dalla Parte di levante, e ponga l'orecchio contro terra in ascolto? Forse la Francia eterna, la grande Seminatrice che ha esausto la semenza del grembo, sta ora così contro terra in ascolto; e un poco di quella terra arida si pone ella su la lingua, sotto specie eucaristica, prima di risollevarsi.

S'aspetta la sera, per alfine seppellire il morto e i mal vivi. Forse a mezzanotte dai quattro canti della città, subitamente, le trombe invisibili soffieranno la guerra; e nessuno vorrà dormire nel suo letto, ma ognuno aspetterà l'alba per riconoscere il suo vero viso e il viso altrui. E il tono dell'ultima canzone, interrotta nella gola grassa della cantatrice da conio, sarà cosa memorabile pel goditore costretto a intendere il primo grido dell'allodola come richiamo di combattenti.

Tuttavia la speranza della pace cola pei rigagnoli, alla soglia delle botteghe, tra chiavica e chiavica, come una immondizia tarda che domattina gli spazzaturai mescoleranno all'altro sudiciume e porteranno via su' loro carri cigolanti. È l'ultimo giorno di vituperio? sono l'ultime ore di vergogna?

Non so se la femmina del mestatore oda ripalpitare il cuore della vittima sotto il pavimento della cella, secondo l'ingenua favola del rimorso e dell'espiazione; ma a noi sembra udire, in una maniera misteriosa, un cuor nuovo battere a quando a quando, non sappiamo dove, forse nella nuvola, forse già nella nostra carne opaca, come allorché il nostro polso medesimo rappresenta al nostro orecchio un rombo strano e lontano.

O necessità della sorte, dura e pur bella, che non ci consente di vivere più oltre se non siamo capaci di creare a noi stessi la nostra primavera e di restituirci in novità di vita!

Perché quello che fino a ieri ci valse, oggi non ci vale più; quel che ci appartenne, non più ci appartiene. I sostegni abituali mancano a un tratto, i comuni rimedii sono inefficaci. Domani non possederemo più nulla, di quanto fu la nostra ricchezza illusoria. La nostra vecchia anima sarà men che un cencio da buttar via. Saremo spogli di tutto, vuoti di tutto. E non ci sarà permesso di mendicare, ma sì ci sarà imposto di conquistare. E la vera legge marziale sarà su noi instaurata dopo la guerra delle armi; che uccidere e distruggere sarà ben facile cómpito in paragone di quel che i superstiti troveranno dinanzi a loro.

Quale, tra le sorti del mondo, è magnifica come questa che si disegna ai nostri occhi attoniti? Neppure la resurrezione asiatica, il subitaneo ringiovanimento che rinnova la sacra Asia, le è comparabile; né alcun altro più fiero dramma di stirpi nella storia umana. Ecco che l'Europa decrepita, la temporeggiatrice incurvata dal peso delle sue frodi e delle sue viltà, sta per immergersi tutta nel sangue con la certezza di uscirne più giovine che quando su lei barbara i freschi vènti della Rinascenza soffiarono dal Mediterraneo! Il più crudo fato diventa una fede inebriante, per gli spiriti maschi. L'ansia si placa in un culto di aspettazione.

Penso che l'antico Ade non fosse nel mondo di giù, ma rimasto sia con gli uomini che l'imaginarono. In questo intermezzo di giorni so che mi muovo tra le ombre della vita, ignudo di ogni bene e quasi immemore, non dissimile a un ospite delle valli cieche. La malattia m'aveva già distaccato da molte cose, e liberato interamente dalle ceneri del mio stesso ardore. Esco dalla convalescenza come uno che, abituato a camminare con gravi fardelli e più grave compagnia, passi a nuoto una rapida fiumana, avendo prima in essa gettato ogni sua soma e lasciato i seguaci su la riva. Sono leggero e spedito per andare verso l'avventura, verso il pericolo e verso la morte. Forse mi sarà dato di sentire in me la stupenda novità che si prepara, prima di disciogliermi. Ma già la ricevo in forma di annunciazione.

Dal principio della primavera a questa estate, un sentimento continuo di precarietà m'ha impedito d'intraprendere qualsiasi cosa e pur di disegnarla. La vicenda cotidiana m'era estranea e remota. I prossimi mi parevano larve inesistenti. Poiché la vita, quale mi s'offriva, non valeva la pena ch'io la vivessi, ero contento d'essere occupato dal mio male e dalla mia pazienza, chiuso in una sorta d'involucro angusto, simile a una crisalide silenziosa. Ma tuttavia avevo in me la certezza che quel tempo non fosse se non un passaggio fatale e che in fondo a quel silenzio si accelerasse il ritmo formidabile del Destino. Pensavo che una parte della materia umana fosse tolta a me, come a ogni altro uomo consapevole o inconsapevole in quel punto, per alimentare e aumentare l'evento, e che il mio soffio e l'altrui fossero menomati per accrescere un turbine non del tutto composto ancóra. Tenevo il viso rivolto verso una triste finestra che dava su una corte ove non s'udiva se non cuoche scodellare, serve cianciare, bambini fiottare, ustolare cani prigionieri. Quanto ho amata quella umile solitudine che mi preparava a non essere più solo!

E mezzogiorno, è l'ora alta in cui le carogne abbandonate brulicano di vermi e ronzano di mosche. L'aria è ambigua, calda e fredda a volta a volta, afosa e umidiccia, quasi ributtante come certe mani che ci sono tese nella strada e che ci danno il bisogno subitaneo di nettarci dal loro contatto non soltanto con l'acqua ma con l'acido. Alla punta della Torre di ferro, che sembra il priapo della città, la nuvola si lacera rossastra come il fumo alla bocca del cannone. Pioviggina? o è l'immondo sudore della Corte d'Assise, che ricade su Parigi anelante? Un venditore di giornali vocia, laggiù, verso l'Arco di Trionfo; e mi par di vedere la sua fauce vinosa, la sua carotide gonfia che sforza la cravatta rossa, il suo berretto consolidato dall'untume. Il vano dell'Arco è senza luce: sembra murato provvisoriamente con mattoni per coltello. Ma domani l'alto rilievo eroico di Francesco Rude, la _Dipartita_, non si staccherà dalla pietra, non diverrà un gruppo scolpito di tutto tondo, non si metterà a camminare, non s'ingrandirà come una valanga, non travolgerà tutto e tutti nel suo impeto trionfale?

Abbasso le palpebre su la mia intollerabile angoscia; e rivedo la mietitura del mio paese, un certo campo del Lazio tutto sanguigno di papaveri, una mano bruna che ha un suo certo modo di prendere la manata di spighe da segare, un fastello di covoni coperto di passeri ghiotti nel contado di Settignano, uno stuolo di mietitori seminudi lungo la via polverosa di Montecassino, il tremendo specchio del lago di Nemi nel suo cerchio di selve, la lunata d'una spiaggia etrusca, la stortura d'un pino piceno carico di cicale, gli occhi d'una paranza ortonese dipinti di minio, e la sacra bocca dolente di mia madre.

Si parte dalla mia anima un gesto improvviso di passione, come verso una presenza tangibile, come verso una creatura nel tempo medesimo reale e ideale. Per alcuni attimi il desolato volto materno si pone tra me e il volto della Patria che ho creduto di scoprire come in un lampeggiamento penoso. «O timore simile all'inverno che conduce per mano la speranza simile alla primavera!»]

E trovo nel libro della mia memoria queste altre pagine sotto la data del 30 di agosto. V'è un canto celato.

[Oggi l'invasore è a La Fère, occupa la cittadella forse immemore d'un'altra capitolazione precipitosa davanti alla medesima forza. I suoi cavalli scendono per la vallata dell'Oise verso Parigi, calcano già il vero cuore della Francia, scalpitano la più sensibile parte della terra afflitta, con ogni pesta profanano una memoria, offendono una bellezza, rinnovano un dolore. Ho veduto un velo subitaneo turbare lo sguardo di colui che dianzi mi dava la triste novella, nato nella contrada natale di Jean Racine, all'ombra delle vecchie torri alzate da Louis d'Orléans. Ora, se socchiudo gli occhi ed evoco l'Isola dai tre Gigli, mi sembra di vedere tra poggio e poggio tutti i suoi campanili tremolare come i suoi pioppi; e forse non è se non il pianto contenuto del mio amico, che mi fa vacillare lo spirito.

Ma mi riappare, ne miei ricordi di pellegrino, l'antica signoria dei Coucy senza paura, entro la disutile cerchia merlata, sopra le praterie basse inondate dalle due fiumane, in un odore di concia. Or è quarantaquattr'anni, quella città di pellai, di mugnai e di oliandoli issò la bandiera bianca, avendo perduto tre de' suoi borghesi, dopo un assedio d'un giorno, con tutte le sue vettovaglie intatte e con più di cento cannoni ammutoliti. La foschía di quel malvagio novembre lontano sembra oggi a un tratto rispandersi su Parigi attonita. Il cielo è ingombro di cenere, le strade sono pallide come arterie senza sangue, la Senna stagnante e spessita sembra resistere allo sforzo del rimorchiatore fumoso che trascina la lunga fila dei barconi carichi di carbon fossile; e tutti gli alberi perdono le foglie, come se all'improvviso si ammalassero d'autunno.

Il palpito della città è intermesso, ineguale, rotto da lunghe pause o accelerato da un'ansia folle. Una piazza deserta par vôtata dalla tromba duna nuvola che s'alza, s'avvolge e trascorre a levante, torbida e gonfia della vita rapita agli uomini. Uno sprazzo crudo di sole contro un marciapiede popoloso sembra annientare i passanti, come uno scoppio di mitraglia. Un gruppo di operai famelici, sotto un muro spellato di vecchi affissi osceni, non è se non una minaccia d'occhi selvatici e di bocche ferine. Vetture in corsa, zeppe di carne da macello, passano con un gran rombo e un gran vocìo, andando verso tramontana; e tutti i fantaccini son seduti su le loro brache rosse, come i battaglioni falciati all'altezza degli inguini stanno a terra in una pozza grumosa e ancor gridano. Le dodici stazioni di Parigi pompano il coraggio e la viltà: scaricano fuor della cinta quelli che vanno a combattere e quelli che si salvano. Visi bianchi di donne dalle ciglia e dalle labbra dipinte appariscono, nella rapidità dello spavento, di tra i cumuli delle valige e delle scatole, in fuga disordinata come se già il primo drappello di ulani fosse alla Porta Delfina. Il veterano già rimastica il pane scuro dell'assedio, tra i denti che gli restano. La cortigiana, abbandonata dal mantenitore, si dondola su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della morte. Contro i cancelli d'un ambasciatore invisibile s'accalca la fame degli emigrati, s'impazienta la lunga attesa vana; e già l'odio e la ribellione balenano sopra la miseria, mentre il lezzo umano si mescola al fiato putrido dell'estate moribonda.

Ecco il silenzio della pietra, una via deserta e cieca, un'ombra plumbea fra alte case esanimi, uno spazio morto, qualcosa d'un canale succhiato dalla bassa marea, e me simile a un rottame sperso, a una bottiglia vuota, a una scarpa informe di naufrago. «Chi sono? dove vado? e che ho mai fatto?» Le mura si serrano. Mi soffermo, per fiutare quell'aria ignota. In capo della strada, tre vecchie agucchiano e biasciano davanti a una soglia, con le gote grinzute come le palme delle mani e, come le palme, scritte dal Destino per segni indecifrabili. Parche senza nome, mi guatano e mi agghiacciano, minacciando con le loro cesoie nascoste l'ultimo filo del mio passato. «Il ragno tumido ha tessuto la sua tela fra i rami del mio lauro.»

Perché non posso più sopportare la solitudine? e perché non posso più conservare la mia sostanza né considerare gli aspetti della mia anima?

Un tempo sapevo con qual tra- vaglio l'operaio sanguigno, che m'ho alla cima del cuore, trasmutasse tutte le cose in mio sentimento. Oggi mi sembra che il cuore carnale «non maggiore della man chiusa» faccia un altro lavoro, a me sconosciuto, e ch'egli non riconduca a sé, pel circolo consueto, quel che fuori di sé ha spinto. Tutto si parte, e nulla ritorna. Tutto si dona, e nulla si riprende. Ho perduto il mio mondo, e non so se ne conquisterò un altro. Ho ripudiato quel che fu la mia potenza; e talvolta, con un profondo brivido, nel tumulto degli uomini, penso a una bellezza segreta che non so rivelare ancóra e che forse altri manifesterà per un'arte misteriosa non posseduta da me se non in forma di divinazione. « Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?»

Talvolta, all'annunzio d'una strage, penso che la guerra prepara gli spazii mistici per le apparizioni ideali. Se resto solo, o nella mia casa o nella via, mi sembra di udire in realtà crollare le masse d'uomini come quando nella foresta folta si pratica la radura che subito è occupata dalla nuova luce. Questo senso continuo dell'opera di morte dissolve ogni pensiero abituale. L'abbattimento è senza pausa. Quel che un Antico nostro chiamava «il tagliamento delle genti» non ha mai tregua. In ogni attimo le creature sono agguagliate alla terra che si abbevera del loro sangue furioso, prima d'inghiottirle e di convertirle in sua grassezza tranquilla. Anche una volta la divinità della terra è testimoniata dall'immane sacrifizio. Ella prende il corpo orizzontale dell'uomo come misura unica per misurare il più vasto Destino. E se si sazia di carne, poi la rende in ispirito. Dove il carnaio si dissolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio.

Così comprendo come la terra e la guerra sieno entrambe d'essenza divina e per sempre congiunte da un patto non violabile. Nei campi e nelle nazioni il solco, sia bruno o sia vermiglio, è fatto per essere seminato. E ogni solco non ha altra necessità se non di crescere e d'alzarsi. Mi viene in mente una parola tragica: «Avete voi giaciuto come il figliuolo e la madre, tu e la terra?» Mai fu più forte e pieno il contatto fra l'uno e l'altra. E ora so perché mi diede tanta commozione il leggere che i soldati d'Africa, in un assalto disperato contro i reggimenti della Guardia imperiale, combatterono tutti a piedi nudi.

Ogni attimo ha qualcosa di lontano e di sacro; e in ogni luogo lo spirito è dalla poesia rapito fuori del tempo.

La Senna ristagna sotto una calura cinerea. Di là dalla ripa arborata il poggio s'accovaccia sotto un castigo di nuvoli. Nell'acqua inerte si specchiano le croci bianche abbaglianti dipinte su le prore delle lunghe barche di traffico. L'ululo d'un rimorchio lacera l'afa greve, e gli risponde un mugghio dal polverio del ponte. Innanzi la porta risonano i colpi degli abbattitori d'alberi, che tagliano i tronchi per abbarrare il passo. Dietro la porta, nella via soda, i picconi scavano la trincea. Qualcosa di primordiale e di selvaggio è nel chiarore del nembo imminente. Il pericolo soffia per la valle del fiume tributario; par visibile come la polvere, come il fumo, ch'entrano negli occhi e nella gola di chi cammina.

Una immensa mandria di buoi s'incalza e s'accavalla sul ponte, sbocca su la strada, si spande per la ripa, spinta coi gridi e coi pungoli dai soldati e dai bovari polverosi. Sono mille, sono duemila, sono tremila. Si precipitano innanzi come un torrente gonfio; e hanno il colore dell'alluvione che ha rapinato le terre fulve, il colore della ruggine e dell'ocra, della paglia e del croco. Perché tanto si affrettano? per sfuggire all'inseguimento del nemico? Par di udire già all'altro capo del ponte il galoppo dei cavalli e di scorgere un balenìo d'armi in asta e di respirare l'antichissima forza dei re chiomati.

L'amico che mi accompagna, della miglior razza di Francia, mi serra il braccio in una sùbita commozione. Egli ha inteso, nel grido d'un giovine bovaro, il nome della bella bestia color di covone che passa rasente sfiorandoci col suo corno spuntato: «Jaunet!»

Non è l'accento di Piccardia? Qual campo del paese invaso arò il bue flavo dal nome leggiadro? Le figure delle città violate riappariscono: Amiens rivolta verso il suo Angelo fulgido di cicatrici diritto sotto la Porta maggiore che il Paradiso invidia; Saint-Quentin, squillo di tromba, rintocco di campana, grido di riscossa, raccolta nella loggia del suo palazzo comunale la fede inespugnabile; Noyon silenziosa e pensierosa, con le sue case di cotto e i suoi orti murati, intorno al suo duomo dall'abside coronata di cappelle raggianti....

La tristezza del mio compagno e il richiamo rinnovato del bifolco risvegliano in me il ricordo d'un campo toscano a me dolce, ove sino al tardo vespero udivo la voce di colui che guidava l'aratro incitando i bovi bianchi dal muso imprigionato nella gabbia di salcio splendenti tra gli oppi e gli olivi più che ogni altra cosa chiara, mentre su dall'Arno veniva il rombo della mulina e delle pescaie.

Il temporale scoppia sul poggio, come una battaglia. Il tuono imita il fragore del cannone. Le nuvole si squarciano e si riserrano. Una luce sulfurea illividisce la verdura. Le prime gocce di pioggia sono tiepide, come se grondassero da una larga piaga. Forse il buon batrono San Dionigi cammina sopra le nuvole, verso la città minacciata, portando tra le mani ferme il suo capo mozzo che cola e non dole? L'immensa mandra sbigottita, sotto gli urli e sotto i pungoli, si precipita verso la porta, scalpitando la via sonora, rosseggiando ai lampi spessi, accavallandosi contro i tronchi abbattuti, contro l'alzata di terreno che difende la trincea, contro i cancelli afforzati in fretta con travature di longarine. È la vettovaglia d'assedio, la provvisione contro la nuova fame, il vitto di sciagura. Una frotta di colombi messaggeri vola basso, nel chiarore sinistro, a poche spanne dal tumulto dei dorsi fulvi. S'ode in alto, nella regione delle folgori, il battito coraggioso d'un velìvolo che affronta la tempesta. Un carro di feriti è arrestato dal bestiame che si serra contro le ruote fumanti: il sangue brilla nelle fasciature e l'intrepidità negli occhi. Sotto le sferze della pioggia i buoi mugghiano a morte. Le bandiere garriscono nella raffica, come vele sfuggite alla scotta. Le foglie s'involano nell'ignoto, con le sorti sibilline. D'improvviso uno smisurato arcobaleno s'accende sulla città cupa, e il teschio di San Dionigi fiammeggia nel disco del sole.»]

Ed ecco, amica animosa, ecco le pagine scritte il 3 di settembre, alla vigilia del miracolo inatteso. V'è un canto nascente.