La Leda senza cigno

Part 3

Chapter 33,739 wordsPublic domain

Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello, volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare nella mia testa....»

La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano, potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe piangere....»

Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito. E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra, Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele, secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....»

Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento che suole accompagnare la perdita dei sensi.

Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il giardino della mia amica.

La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che viene dal fondo dei secoli.

Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune, simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso, e la nota del chiù che mi toccava ogni volta il punto più dolente del cuore come se meglio di me lo conoscesse.

Una nostalgia improvvisa m'accorava, creandomi nei sensi fantasmi così pronti che un brano di me stesso pareva sollevarsi da un di que' paglieti e poi ributtarsi giù in qualche piscina, o escire da una lama, scendere per un trattoio, pascolare sotto una sughera. Poi le allucinazioni animali s'interrompevano; e il sentimento poetico della patria era come il murmure degli spiriti che sognano all'ombra degli iddii lontani.

«M'è impossibile vederla, parlarle, intenderla» pensai soffermandomi e posando la lanterna su la sabbia, dentro un'orma d'uomo.

Mi pareva di non poter sopportare la presenza dell'amica tormentosa che m'aspettava, né contatto o prossimità di alcun altro essere angusto che mi richiamasse a me, mi forzasse a rientrare in me stesso, ricacciasse nelle impronte consuete quella straordinaria vita che sgorgava dal mio petto e si spandeva per tutto l'orizzonte cupida di lontananza, di novità e di creazione.

La lanterna era ai miei piedi; e dall'orma ch'ella occupava si partivano altre orme per ogni banda e si perdevano di là dal limite del chiarore. Il solco d'un carro biancicava come sparso di farina sfuggita a un sacco forato, ed era il pòlline piovuto dal nuvolo; nell'altro solco parallelo una catena di bruchi camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli; un ramo rotto e sfrondato giaceva in traverso, biforcuto come quello che serve a scoprire i tesori sepolti. Poco chiarore era per terra; ma mi pareva che, se avessi voluto, avrei potuto accendere nel sommo del mio spirito una di quelle luci onniveggenti che dalle torri della nave da guerra esplorano in giro lo spazio ostile e irraggiano l'avanzare cauto della morte. Avrei potuto scrutare il fondo della notte, se avessi sollevato un'altra palpebra che m'era più a dentro di quella sensibile su cui mi piaceva di provare la frescura marina abbassandola come sotto un labbro fugace. Ma l'ansia di creare arrestava a ogni tratto l'espansione del mio spirito, la mia aspirazione verso l'infinito, la mia inclinazione verso gli abissi, come se avessi in me una sorta di presame misterioso che rappigliasse in figure determinate l'idealità del mondo.

Un gran silenzio s'era fatto nella Landa; il quale non era se non il muto crescere della notte paziente.

Come gli uccelli si precipitano contro i cristalli del faro, come gli insetti aliano intorno alla lampada, la vita della solitudine urgeva all'orlo del chiarore basso, respirava verso di me, mi guatava senza esser veduta.

Tesi l'orecchio a un rumore singolare, non senza sgomento; ché pareva ora prossimo ora lontano. ora nell'aria ora sotterra, simile al battere cadenzato di due stecche l'una contro l'altra, simile al tintinno che nel lavoro di maglia fanno i ferri urtandosi. Era il pastore?

Era certo il pastore immortale della Landa, su i suoi trampoli, là nell'ombra, poggiato a un pino scaglioso, con ai piedi il suo cane selvaggio dagli occhi palpitanti come i fuochi delle lucciole. Era vestito di foglie? aveva per barba al mento uno sciame sospeso? dall'opra assidua delle sue dita escivano pannocchie di corimbi?

La forma e la metamorfosi m'eran così vive nell'immaginazione che, se avessi spenta la lanterna, avrei certo creduto vedere con le pupille del mio capo e l'uomo e il semidio.

Tesi ancóra l'orecchio, inquieto; ché il battito strano continuava senza intervallo. Seguendo il suono, entrai nell'ombra con un sentimento indicibile, come se lasciando il cerchio del chiarore escissi di me stesso per assumere non so che nuova natura notturna e udissi battere il mio proprio polso nella sostanza che stava per incorporarmi.

Non era se non il vento nelle dure foglie lanceolate d'una pianta gigliacea che si moltiplica per le sabbie.

E dentro me non era se non il mostro oscuro dell'amore, non ancor domato, non ancor legato, che ancóra si mutava e rimutava in mille forme, mi tentava e m'ingannava per mille figure, mi travagliava e rinnovellava con mille arti.

Come in me, così fuori di me tutto era travaglio e mutamento, angoscia e smania.

Camminavo alla ventura, tenendo giù la lanterna sospesa e oscillante a rischiarare i lembi d'un mondo meraviglioso come quello che il palombaro vede per i fori dello scafandro. Come nel fondo del mare, la vita vegetale e la vita animale avevano i medesimi aspetti. I cespugli erano irti d'orrore, una voracità vigile protendeva le fronde. E m'incalzava la sorte di colui che, avendo intraveduto alla soglia dell'antro l'ombra della sirena, non seppe più ritornare a galla.

Dov'era in quel punto la donna del mito? I fanali, davanti alle sue ruote veloci, rischiaravano laggiù la strada deserta, la carreggiata fangosa, i mucchi di selci, il ciglio dei fossi? Era ella tutta rotta dal suo dolore segreto, come quel marmo che fu ricomposto?

Subitamente mi ripiombò sul cuore la severa tristezza che m'aveva sopraffatto quando, coperta con la mano la vista, m'ero messo in ascolto per cogliere il suo respiro di là dalla musica. In un attimo, quella specie di delirio silvano si dissipò. Mi sentii sfinito come quando la febbre decade. Il passo nella sabbia mi divenne penoso. Nulla in me rimaneva che non fosse umano, malsano, miserabile.

Ritrovai la via della consuetudine.

Un'afa tetra snervava l'elasticità dell'aria. Dal nuvolato cominciava a cadere qualche gocciola quasi tiepida. S'udiva crescere a poco a poco il crepitìo sopra le macchie. Un assiuolo si lagnò nel folto: e parve che mi ricordasse la parola scritta nel libro segreto della mia memoria: «Si potrebbe piangere....»

Prima vidi, pei vetri d'una finestra, ardere nella casa una lampada rosea. Il cuore mi batteva non so perché, quasi di paura. In prossimità del cancello, mentre mi chinavo a spegnere la lanterna, fui chiamato per nome da una voce ansiosa e roca, da una voce di sventura che mi rimescolò tutte le vene. M'appressai, chiamai anch'io per nome. Travidi la mia amica dietro il cancello, agitata, tutta bianca, che con le due braccia nude scoteva le sbarre sforzandosi d'aprire.

— Che hai? Che accade?

Le sue mani passarono a traverso e mi toccarono, tremanti, già molli di pioggia, come per sentirmi vivo.

— Spingi! — disse ella in angoscia. — Spingi forte! Non posso aprire.

Spinsi con la spalla, ma il cancello resistette. All'umidità il legno nuovo s'era rigonfiato, e la pittura fresca aveva saldato la commettitura. Cercai più volte di sforzare, ma inutilmente. Le bolle di gomma schiacciate m'impiastravano le dita.

— Bisogna chiamare i domestici — consigliai, tentando di ridere come conveniva.

— No, no — fece ella, impaziente e stravolta, con una voce già soffocata dal pianto, aggrappandosi di nuovo alle sbarre. — Prova, prova ancóra!

Provai. Le sue mani di nuovo passarono a traverso, mi palparono il viso smarritamente.

— Che hai fatto? Che hai fatto?

La pioggia cresceva, scrosciava. L'assiuolo non cessava di lagnarsi. Tutta la Landa pareva oppressa da un'ambascia inesplicabile.

E l'amore singhiozzò come se contro il legno malvivo io l'avessi inchiodato e flagellato.

Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa, dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore. A queste cagioni di rinuncia s'aggiunsero i sospetti, la vigilanza, l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura, una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di contemplazione.

L'imagine della Leda senza cigno veniva nondimeno a me, assai spesso, con un vero alito vivo tra le labbra che il gioco dissimulatore non poteva più deformare, non mai chiuse perfettamente ma di continuo socchiuse come quelle che devono lasciar respirare più d'un'anima.

Mi visitava talvolta nell'ora delle lampade, quando il servo le governa e le accende nella camera terrena e sembrano elle già presenti per un che di divino onde soglion essere precedute nella scala già scura ma lasciano tuttavia che nell'indugio noi conosciamo quei pensieri anche divini i quali accompagnano il partirsi dell'altra luce da ciascuna delle nostre cose amiche per ritornarsene all'Occidente.

Poi che tutto il lungo giorno non fu pel solitario se non un edificio della volontà, egli ama verso sera lasciare aperta una piccola porta franca per ove possa entrare la mendicante o la strega, la semplicista o l'avvelenatrice, una inviata dell'Ignoto insomma; e vuol ripalpitare, attendendo l'inatteso. Per lo più non entra se non qualche larva inoffensiva.

Quella mia ospite era legata alla vita da un gran numero di nodi e d'incanti, impastoiata non soltanto dalla sua stretta gonna; e, ogni volta che s'inclinava verso di me, pareva tendesse una catena, schiantasse una ritòrtola, spezzasse una fune. Io le dicevo per incoraggiarla: «Non temere. Móstrati. Tu vieni all'ora della mia maturità. Tutto comprendo, tutto indovino».

Pareva che la coscienza aspirasse al momento glorioso in cui potesse tutto accogliere e rendere immune, simile a quelle città d'asilo dove si rifuggivano gli incolpati senza ragione o oltre ragione, simile a quei luoghi sacri che in antico ritenevano «la feccia e la ribalderia del mondo». Ma i suoi atti non erano senza ambiguità e contradizione. In fondo, l'affaticava la speranza di creare un sentimento nuovo, capace di condurre le più torbide forze dell'istinto e di salire più alto che la voluttà. Per quest'arte la giustizia e la misericordia non valgono. Convengono altre specie, altre osservanze, altri riti.

S'appressava intanto nella nuova primavera l'anniversario del giorno strano, quasi ricondotto dal lungo corteo dei bruchi per la via ringiallita di pòlline. E, quasi alla medesima data, il giovine maestro della _Schola Cantorum_ tornò con gli usignuoli a dare il suo concerto italiano. Questa volta aveva seco la sua compagna: una piccola Spagnuola di Cuba, dorata come una squisita foglia di tabacco; la quale, promettendo di cantare per me solo arie ed ariette del Carissimi, del Caldara, di Antonio Lotti, mi faceva pensare non senza rammarico a quella specie di cani senza latrato che i Conquistatori trovarono nell'isola di prodigio dove oggi non esiste più, perdùtasene fin la memoria.

Gli onori del cembalo erano tuttavia per Domenico Scarlatti. La Sonata in la maggiore, quasi fosse una formula magica, risollevò dal passato intera e viva l'ora misteriosa come se la sconosciuta venisse di nuovo a sedermisi accanto e di nuovo con tutto il mio acume io mi chinassi all'orlo del suo segreto.

Se bene gli uditori fossero in più gran numero, la sedia vicina era rimasta vuota.

Scorsi un'ombra che s'appressava lungo la fila.

La mia inquietudine cresceva d'attimo in attimo così appassionatamente, che mi volsi, con l'anima negli occhi e col cuore balzante alla gola, come per ricevere d'un tratto quella bellezza che in tutti i miei sensi aveva già il suo luogo.

Due magre mani dalle dita a spàtola si tendevano verso di me, e il mio nome era proferito da una voce non obliata.

Riconobbi subito un amico mio, del quale da qualche tempo non avevo più notizie: un musicista di molto valore e di fama non volgare, che più d'una volta era stato ospite del triste Quartiere d'inverno nell'alternativa del meglio e del peggio.

— Tu qui? da quanto tempo?

— Ho passato qui tutto l'inverno, con mia madre, non bene.

— Ma hai un ottimo aspetto.

Per mordere il dolore gli era rimasta una mascella scarna da cui il rasoio pareva avesse portato via brani di pelle morta sostituiti dall'unto e dal lustro della glicerina.

— No. Sono bruciato.

I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina, ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.

— Bruciato da che?

Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare nel cuore un punto di sostegno, il luogo d'una simpatia virile.

Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.

— Rimani ancóra? — gli chiesi. — Vuoi che ci vediamo?

— Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.

Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.

Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per qualche tempo il suo infermiere e avessi tollerato l'esalazione de' suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.

E già attendevo anche da lui l'inatteso.

— Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.

— Sì, vengo.

E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.

— Che hai? Chi cerchi?

Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla parete, stava la sconosciuta, col viso verso di noi accennando. I suoi lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un pastello immerso nell'acqua.

— La conosci? — mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano soffiare in un petto subitamente votato di tutto.

— No. L'ho veduta una volta. Chi è?

Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria, suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro sentimento.

— A domani — soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.

Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diede lume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po' curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino, per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.

Il mio amico venne, secondo il convenuto. Avevo tuttavia pietà di lui; ma mi accorsi che ora lo consideravo quasi strumento da servire, quasi arnese da trattare con mano delicata o rude nella vicenda. E la mia dolcezza, come spesso m'accade, non era se non una forma della mia energia.

La lucidità talvolta s'accompagna a un orrore quasi animale che sembra il castigo inflitto al laceratore dell'illusione, all'abolitore della convenzione.

Egli aveva cattive abitudini di malato e di maleducato mangiando: masticava con rumore, beveva col boccone in bocca, faceva schioccare le labbra, dimostrava una voracità e una sete non frenate da alcuna creanza. E queste cose comuni, in quella camera monastica annobilita dai libri e dalle stampe, dove ero solito prendere i miei pasti brevi leggendo o seguendo il mio pensiero, queste cose usuali apparivano enormi, aggravate dal mio sentimento insidioso; ché io di continuo gli rifornivo il piatto, gli colmavo il bicchiere, mi affannavo a rimpinzarlo e a inciuscherarlo come usa il compare col compare quando vuole averlo alla mano.

Veramente pareva che avesse grandi caverne da riempire o che da satollare avesse dentro di sé quell'uno che minacciava di non lasciargli neppur le cartilagini e le ossa. Accanto a quel viso vizzo, acceso da una punta di sbornia, incorniciato dai capelli lunghi e dalla cravatta a fiocco, arieggiante ancóra le vecchie maschere romantiche di Henri Mürger, ponevo l'enigma di quell'altra faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.

E chiedevo senza suono: «È dunque la tua amante? Conosci la forma delle sue ginocchia? La tocchi con le spatole delle tue dita? Mangia, bevi».

Un soffio di creazione mostruosa alitava tra le pareti fitte di volumi, ove la mia anima era vibrante come quell'aria che chiudono i legni secchi d'un violino ben costrutto. Ciò che dei libri immortali si mescola alla fluidità della vita nel silenzio, l'eternità che è fissa nei frammenti patetici dei capolavori, il mito che appesantisce su una tempia invisibile il fiore vinato del giacinto, lo splendore limpido del vino simile alla presenza corporea del dio che discioglie, un pane, un frutto, un coltello, un lembo di carne trasmutato dal fuoco, l'orlo d'un bicchiere toccato dalla grazia d'un raggio, ogni cosa innanzi a me e intorno a me esprimeva me a me stesso. Pieno di significati, giocavo con l'amore e con la morte. Con la figura del mio ospite, con la figura della donna assente e con la mia sobria ebrietà componevo i quadri successivi d'una nuova Danza macabra.

— Chi è quello? — disse egli, volgendosi verso il camino.

Era il calco intero d'uno degli otto incappati che portano la pietra sepolcrale nel monumento del Gran Siniscalco di Borgogna. Stava presso l'alare, curvo ma con la spalla senza carico, nascosto il volto sotto il cappuccio, scoperto una sola mano dal pollice lungo.

— Veramente — disse — non ti sei fatta una casa allegra.

E, fissando lo sguardo torbido verso qualcosa che vedeva egli solo, s'attristò come fa l'anima quando si raggomitola sul sacco riempiuto.

— Vieni, vieni — dissi all'improvviso levandomi e prendendolo per un braccio familiarmente, con una gaiezza audace. — Raccontami i tuoi nuovi amori.

— Quali amori?

— T'invidio. È una magnifica belva.

Lo feci sedere in una poltrona comoda, mentre il domestico recava i liquori e le sigarette. Io mi misi all'ombra d'uno scaffale, come in agguato.

Egli trasse il suo tabacco misto d'oppio da una sua scatola di bossolo e lo rotolò nella carta tra l'indice e il pollice ingialliti come dalla tintura di iodio. Affettava quel sorriso vano che gli conoscevo bene, quel sorriso di donnaiuolo disgustato che non fa differenza fra tresca e tresca; ma una delle sue deboli gambe tremolando sul tacco ed egli guardandosi la punta della scarpa, mi risorse nella memoria l'imagine d'un contadino che avevo veduto in un campo guardare tranquillo il suo piede scalzo ove una testa di vipera pareva incastrata per sempre come una sesta unghia.

— Perché la chiami belva? — disse. — Tu sai la storia?

— Non so nulla. Chi è?

Egli la bruttò con una parola vile; e poi biasciò come se la lingua gli si fosse disseccata.

— L'ami dunque?

Egli parlò, pieno di rancore, di sgomento, di vendetta e d'incantesimo, con qualcosa d'intollerabile come la vista di un'agonia, con qualcosa di falso come il gioco di un istrione, a volta a volta miserando e odioso, tragico e ridevole.

Ora la Leda senza cigno era là, così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano, levigata veramente dall'acqua dell'Eurota. E la sua vita era un'altra.