Part 2
Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire il ritmo nascosto di una vita estranea.
Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati, avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra.
Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso. Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò meravigliarla più che offenderla.
La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero nella commozione nuova.
La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata, ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità: partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola, con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi» a quell'Allegro di Domenico Scarlatti.
Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina apparente ma la loro stessa densità vivace.
Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo.
E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile.
— Beethoven? — dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto.
Per una curiosità spontanea, la signora guardò nel programma che aveva sul manicotto e, come sollecitata dalla mia attitudine di attesa, disse:
— Ferdinando Turini.
Aveva proferito quel nome italiano con una timidezza infantile e quasi leziosa accompagnata da un rossore che pareva cancellare la potenza della sua maschera come quel succo vermiglio di cui si tingevano il volto triste le vergini dell'Apulia disponendosi ad abbracciare la statua funebre di Cassandra.
— Che pensare? — dissi, felice del pretesto, col cuore palpitante. — Aveva egli avuto conoscenza del primo stile beethoveniano? Non so, veramente. Se potessimo sapere che l'ignorò, quanto valore originale e significativo avrebbe per noi questa Sonata in re bemolle!
M'accorsi della nativa e profonda indifferenza del suo spirito per questo genere di sottigliezze e di problemi, come con una sola nota di saggio un cantore s'accerta della sordità di un luogo chiuso. I suoi occhi tra gli orli precisi delle palpebre ridivennero impenetrabili. Per istinto mi chinai un poco verso di lei, sul margine del suo segreto, ma smarritamente, destituito di quella virtù che nei primi attimi m'aveva rivelato in lei una massa di oscura miseria.
Il suo profumo dissolveva la forza della mia indagine: e ora io la guardavo come chi guardi non so che ultima cosa per la quale egli abbia fatto non so che lungo viaggio. Un flutto di vita remota, simile a quel fiato subitaneo che avevo udito spirare sul mio capo e sul pino, sopravveniva a travolgermi e a sommergermi. Mi pareva che una necessità patetica fosse sospesa su me, e ch'io fossi già disposto a quella specie di follia arteficiata onde si compone l'incanto che precede la passione.
Infatti consideravo ogni particolarità sotto una luce indefinibile che pareva già inviluppata di passato, come qualcuno che osservi e avvolga poi con estrema cura oggetti da riporre, i quali sieno per divenirgli preziosi ricordi dond'ei creda trarre una ebbrezza certa quando gli accadrà di riprenderli in mano. Cosicché il passato e il futuro convenivano in quel mio sentimento composto, e il presente non era se non una sorta di levame.
Le parlavo dentro di me come in un giorno a venire: «Tutto m'è chiaro nella memoria. Ti chinasti un poco innanzi come per meglio ricevere la musica. Pareva non ascoltassi con l'orecchio che coprivano i capelli ma col labbro gonfiato, come certi fanciulli quando una favola li rapisce. Tenevi la mano destra nel manicotto. Due volte, avendola messa fuori, la ricacciasti dentro con una strana fretta come per impedire che qualcosa ne cadesse. Il guanto era infilato nel polso ma la mano era nuda, escita dalla fenditura, e la spoglia di pelle penzolava sul dorso serbando la forma delle dita vive. Notai lungo il pollice un segno impresso, simile a una leggera ammaccatura prodotta dal contatto di non so che durezza....»
Non credo ch'ella ascoltasse veramente la sonata italiana. Mi pareva che la sua sensibilità musicale fosse molto scarsa.
La musica diffonde qualcosa di aereo nel corpo delle donne che sentono l'innocenza della melodia, come quell'aria ch'empie le ossa vane nelle ali degli uccelli volanti. Non so perché, una volta, in un concerto, vedendo l'amica mia curvata sotto il suo male e sussultante alla lamentazione sovrana d'un famoso violino, ripensai quelle bolle d'aria che il cacciatore vede salire a traverso il sangue caldo della ferita nell'ala dove l'òmero fu rotto dal piombo. Bella e profonda imagine, che mi ritornava nello spirito mentre io consideravo per contro la densità di quella vita, la coesione di quella sostanza, quella sorta di piena animalità dissimulata dai volumi d'un'architettura sì nobile.
Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena, che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che solcano a spiga il mantello delle bestie inferme.
— Soffrite, signora? — osai chiederle, con una voce alterata che certo la toccò.
Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.
— Niente affatto — rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel trafiggere col lungo spillo il cappello.
Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto l'anno.
— Perché, signora? — chiesi timidamente. — Per la salute?
Ella rise di nuovo, con acredine.
— Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio crepitando su la vetrata grigia.
— No, certo.
Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto, struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio, simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare.
— È per l'automobile — disse sorridendo, quasi volesse rispondere al mio probabile stupore di vederla armata. — Dopo il concerto, vado sino a Bordeaux.
Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da osservarsi su la carta del gioielliere.
— Ascoltate — dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima.
La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi.
La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda, quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e lunata Ghadamès.
Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio.
Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?»
Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii.
Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza.
Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra, privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo.
Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso. Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco, angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale.
Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile, logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;» voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi. Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la dònnola fa nel capo d'un pollo....»
Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo?
Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima.
— Bisogna andare — ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per quello squallido labirinto di seggiole.
Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli.
Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo.
Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa.
— Avete una vettura per rientrare? — mi domandò ella, con una esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere.
Conosceva dunque la mia via e me?
— Rientrerò a piedi — risposi. Mi guardava, considerando in sé cose ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle come quello spasimo che i medici chiamano trisma.
La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima.
— Buona sera — allora disse ella movendosi verso l'automobile coi piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna.
Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da quelle pastoie eleganti!
— Ci rivedremo?
La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle.
— Chi sa!
Tra il rombo del motore, scorsi dietro il vetro dello sportello il gesto dell'altra mano guantata, un gesto bianco simile a quel che avevo intraveduto alla finestra senza cortine, nella città dei malati e dei morenti. In un attimo, non restò su la via, tra i due solchi delle ruote, se non il riflesso della nuvola abbagliante impigliato nella melma liquida.
La sconosciuta era scomparsa. Per sempre?
Certo, un carro funebre non avrebbe potuto trasportarla per me in un mistero più fondo, in un annientamento più cupo. Quell'assenza e la morte non avevano il medesimo aspetto? Bisognava evocare quel viso da una tenebra eguale a quella del sepolcro.
Risalivo pel cammino già noto, ripassavo pel Quartiere d'inverno; ma non tanto avevo il senso della mia direzione quanto il senso dello spazio percorso da quel destino di carne su la strada diritta ove la luna novella cominciava a segnare le ombre, strazianti di dolcezza per un cuore disperato.
Era già l'ora delle lampade domestiche. A ogni lampada accesa, la mia malinconia traboccava come per nutrirla.
Non riconoscevo la faccia delle case: le quali parevano non aver più altra vita che quella addensata nel cerchio luminoso, ove le ombre venivano ad attingere la luce come al margine quieto d'una fonte. Di là dal cerchio, tutto pareva involto da un vapore di natura umana, come se vi fumasse la febbriciattola vespertina che s'accende al calar del sole nella colonia infetta.
Il crepuscolo era ancóra tanto chiaro che potevo distinguere un ragnatelo stellato tra le verghe d'un cancello, o tra qualche filo d'erba una di quelle piccole sfere raggiate di peluria, delle quali non ho mai saputo il nome, più lievi che il primo laniccio del bozzolo, destinate a involarsi di là dai confini del mondo sotto il soffio d'un fanciullo gonfiagote.
Un pioppo tremolava, solo, vestito d'argento cangiante, all'angolo d'un giardino; e nel tremolìo diceva: «Eccola, eccola».
D'un tratto apparve quella ch'egli annunziava trepido, ma assai più bianca di lui, tutta candore e freschezza, tutta giubilo nuziale, una sposa pudica, abbigliata della sua propria verginità: la fioritura d'un melo!
Ogni apparenza era apparizione al fervore de' miei sensi; ma ognuna era accompagnata da un dolore folgorante che mi pareva quasi corporale, simile a quello che provavo un tempo per l'avidità di respirare profondamente l'aria marina con un torace dove tre costole rotte non eran saldate ancóra.
Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto.
Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue succhiato.
Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia, mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo torbidamente sofferta la doglia primaverile.
Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola. Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura, grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come il sentimento della pubertà.
Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso», nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle. Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo.
Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi.
Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante. Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene, sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna, rimbombava nella veranda.
— È venuto qualcuno? — chiesi al domestico.
— La signora — rispose.
Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel cuore con un tonfo sordo.
— Aveva l'aria molto inquieta — soggiunse. — Ha aspettato qui fino alle sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo.
Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla punta delle dita e oltre.
Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle cose in lei raccolte e disposte.
Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899.