La Leda senza cigno

Part 16

Chapter 163,799 wordsPublic domain

Il comandante è fisso al periscopio, con la fronte contro la tabella di mira. Gli sta a sinistra la tabella che indica l'altezza delle soprastrutture di ciascuna nave nemica. Egli ha una veste di color marino. La sua faccia rasa è bruna; ma stranamente smorti sono i suoi piedi nei sandali di cuoio allacciati. Laggiù, a prua, i due siluri con le loro eliche e i loro timoni aspettano nei tubi di lancio. Le due teste di bronzo, cariche di tritòlo, aspettano nella camera stagna. S'ode la voce del comandante, la voce che ancóra è nella sua gola col suo soffio: «Accosta sempre a diritta. Quanto?» Un uomo dalla barba rossa è seduto vicino alla ruota del timone verticale. Risponde: «Centoquarantasei». È fisso, con tutti i lineamenti immobili, con le fulve ciglia senza battito, più vivo della vita e più morto della morte, simile a un ritratto magnetico....

Così il mio ricordo si converte in sogno, mentre coricato su i fiori funerei della barena, supino, attendo che si riparta.

Mi sovviene d'uno dei più lugubri orrori sorto dalla mia carne, mentre un giorno coi miei compagni, presso le chiuse di Sagrado, mangiavo allo scoperto, in un luogo battuto dal fuoco austriaco. Ciascuno di noi poteva essere sorpreso dalla morte col boccone in bocca, con la vivanda tra le mascelle mal masticata. Imagine d'animalità orrenda. Il pasto interrotto dal rantolo. Il sussulto del tristo sacco ripieno. Avevo già veduto un soldato riverso nella mota gialla della trincea, col rancio nel gozzo, col resto della gamella sparso nel sangue fumante. Un filaccico di lesso gli esciva dall'angolo delle labbra livide. La morte gli pigliava a un tempo il corpo e il cibo. Quegli che stava ingoiando, ecco, era ingoiato. La morte gli toglieva ogni bellezza, all'atto bestiale della nutrizione aggiungendo più di bestialità, fissando al limitare dell'eterno quel che è ignobile. Il compagno che gli chiuse le palpebre, gli nettò anche da quei rimasugli la bocca e il mento. La misericordia vinse la ripugnanza. Sempre vedrò quel gesto pietoso e atroce, quelle due dita ficcate tra i denti lordi del cadavere.

Verso mezzogiorno, il _Jalea_ scende adagio sul fondo, per il pasto dell'equipaggio. I rumori si attenuano. Il motore elettrico è fermo. Sopra la camera del motore elettrico il boccaporto di poppa guarda coi suoi due occhi glauchi. Un salvagente dipinto di rosso v'è sospeso: una massiccia aureola.

Il manometro indica che la tomba d'acciaio è posata a tredici metri di profondità. Gli uomini mangiano, gli uomini masticano, ruminano. Qualcuno è svogliato e sonnolento. Il malvagio calore pesa intorno al capo come un elmo di scafandro. Il fondo è ignoto. Nessuno sa dove sia. Dianzi si navigava col periscopio immerso. Tutto il battello è ora una clessidra che gocciola. Gli attimi sono lenti e veloci. Sembra che si mettano d'improvviso a tintinnire. Ma è il tintinno dei campanelli.

Il _Jalea_ si solleva dal fondo. Il manometro segna. La pompa sposta l'acqua da poppa a prua. L'acqua fa una specie di salmodia sorda circolando nelle intercapedini. Si risale a quattro metri e mezzo. Il cetaceo riacquista il suo occhio girante. L'uomo fulvo è di nuovo seduto al timone verticale. È fisso; non batte ciglio, non ingoia la saliva. È netto, lucido e spaventoso come certe figure dei musei di cera.

Sono le due del pomeriggio. Il mare è deserto e raggiante. Sonnecchiano le piccole città bianche intorno al golfo dove svaria la grana del vento. Un pescatore dorme supino su le tavole fracide del suo vecchio topo, laggiù, nella pace della laguna, alla proda d'una barena fiorita di santònico.

Vietri smonta di guardia al periscopio; e dalla camera di manovra si ritira nella camera dei tubi di lancio a prua. Ode la voce del comandante che ordina l'accostata per invertire la rotta. Un tuono improvviso lo stordisce, uno scroscio biancastro lo percuote. L'acqua gli si precipita addosso, lo fascia sino all'altezza delle spalle. Non ode nessun grido. La gente perduta non mette un grido né un lagno. Egli è tuttavia in piedi, con l'acqua alla gola. Percepisce nettamente lo scoppio degli accumulatori. Si tappa la bocca e il naso per non essere soffocato dal cloro che si sviluppa. Si avvicina alla paratia che lo separa dalla contigua camera degli ufficiali; ma presso la porta stagna trova ancor vivo il tenente di vascello Guido Cavalieri che gli grida: «È inutile andare a poppa. Cerchiamo di salvarci dal portello di prua».

Egli getta lo sguardo e l'anima verso poppa. Non ode nessun grido, nessun gemito. Il comandante Ernesto Giovannini è caduto al suo posto di comando. S'è coricato per dormire il suo sonno eroico tra il lido gradense e l'Istria sua. Portava sempre in cuore la vecchia cittadella della sua gente, l'imagine di Capodistria severa e soave, come la rappresentò per amore nella tavola dell'Ingresso Benedetto Carpaccio. Sempre vedeva nel cielo della sua speranza le code di rondine che fanno corona ghibellina al Palagio del Podestà, e la Cibele romana armata e alzata tra i due merli, e la porta della Muda aperta a un altro Ingresso, e i balaustri della fonte arcuata che sembra debba crescere e decrescere come la marea sotto un ponte di Venezia.

«Capodistria, succiso adriaco fiore!»

Pochi giorni innanzi, avendo a bordo come pilota il fuoruscito Nazario Sauro nato all'ombra della colonna di Santa Giustina, avvistava dalla torretta del _Jalea_ emerso la città dei cinque Dogi, e la salutava prima d'immergersi; quindi, posato sul fondo di quei paraggi rimasto republicano e veneto come la Piazza Grande, si stendeva a fianco del pilota fraterno, beati entrambi in un medesimo sogno come se fossero per dormire sotto il voltone della scala comunale e per essere risvegliati all'alba dalle campane dell'arengo.

Ora egli dorme un poco più in su, più a tramontana, più a ponente. Col comandante, tutto l'equipaggio s'è coricato silenziosamente nella bara d'acciaio. Se l'acqua penetra per la falla d'una nave d'Italia, non mai vi penetra la paura, comunque lo squarcio sia largo.

Il silenzio è già sepolcrale, ma il sepolcro è ancora sospeso nel gorgo. Ciascuno dei sei viventi ha inciso nel cuore l'attimo in cui lo scafo tocca il fondo.

La volontà di vivere tien luogo di respiro. Vietri s'aggrappa alla scaletta per aprire il portello. Ma Ciro Armellino, il capo torpediniere, sopraggiunto, prima di lui riesce ad aprirlo e ad escire. Guido Cavalieri, il sottocapo Tullio di Biagio, un torpediniere, un marinaio salgono ed escono. Vietri, con la bocca chiusa, col naso tappato, aspetta che gli altri sieno scomparsi su per la colonna gorgogliante. Tanto è più tardo il tempo quanto è più rapido il cuore dell'uomo. Se il palpito si accelera, l'attimo si allunga. L'antichissima parola eroica, nata nel Mediterraneo, ecco che ha forza anche sottomare. «O cuore, sopporta.» Colui che è l'ultimo, è il primo. Egli solo è pari all'evento e all'elemento.

Prova sublime, rivelazione magnifica, là dove l'uomo sembra cancellato! Quel punto della profonda e irrespirabile solitudine, io voglio consacrarlo, celebrarlo. Quivi un cuore d'uomo oppone il battito misurato del suo potere a tutte le forze avverse. Tranquillo, accetta la lotta e la conduce. Fin dal principio è attento a non commettere errore alcuno. Deliberato a preservare la sua vita, egli si cura tuttavia degli altri prima che di sé. Ogni suo gesto è fraterno e generoso. Vuol portare il messaggio di sciagura alla riva ma non si antepone ai compagni. Se bene i cinque superstiti sieno di lui più esperti nel nuoto, egli spontaneo li soccorre, li conforta. Poiché la costa istriana è molto erta mentre l'avversa è al livello del mare, egli si crede esser molto più vicino all'Istria che a Grado; ma non esita a dirigersi verso la sua riva, stimando esser meglio giunger morto alla sua gente che darsi vivo al nemico. Ogni suo movimento ha origine in una virtù vera che è la sua sostanza medesima, la sua midolla, l'osso della sua schiena. Vi sono forse gesta di marinai nostri più splendide, quasi baleni d'eroismo, su i ponti delle navi sottili, ai pezzi delle batterie sbarcate. Ma in questa avventura di naufrago si rivela una perfezione di disciplina così alta che può servire d'esempio agli equipaggi più induriti. Nel mezzo del golfo che è nostro, in fondo al mare irto d'insidie, su da uno scafo squarciato, ecco che sorge per i marinai d'Italia un monumento invisibile ma perpetuo. «Sopporta, o cuore.»

Questo dramma sottomarino è d'una brevità e d'una novità non eguagliate da alcun altra delle tragedie navali conosciute. Le persone del dramma sono vestite d'acqua sino al collo. I corpi sono già ingoiati dall'abisso; ma le sei maschere umane respirano ancóra allo stesso livello, nell'aria che comprime la massa irrompente e le impedisce di invadere tutto lo spazio chiuso. La mia imaginazione vede quei sei respiranti teschi decapitati dal filo dell'acqua, e non riesce a rilevare i loro lineamenti né a rischiararli di quel chiarore incognito. Li cerco invano nel tranquillo occhio nero del superstite che forse ne serba l'imagine ma non l'esprime. Non so che avida violenza è nel mio sguardo, come per sforzare quel taciturno a rievocare il momento indicibile, come per comunicare l'acuità dei miei sensi a quel sobrio narratore. Che accadde quando il portello di prua fu aperto e il primo uomo balzò fuori e gli altri lo seguirono risalendo dal profondo verso la luce che a mano a mano cresceva? Vietri fu l'ultimo ad abbandonare lo scafo squarciato. La vita non v'era del tutto spenta. Pochi attimi innanzi, il comandante era stato intraveduto ancora in piedi. Il resto dell'equipaggio non aveva dato grido né segno, ma forse laggiù nella tenebra qualche gola palpitava tuttavia. E v'era tuttavia l'ultimo dolore delle cose, l'aspetto estremo delle cose che non hanno più potere, che non servono più, che non indicano più nulla, che non misurano più nulla: il portavoce, il tubo del periscopio, i cinque tubi della pompa, i tre segnali rossi, la lampadina della bussola, i quadranti degli indicatori, le ruote dei timoni, la bandiera avvolta.... Il manometro grande aveva segnato i metri di profondità? aveva misurato di metro in metro la discesa del sepolcro? V'era là, in quegli ultimi attimi, un odore, un rumore, un silenzio, un'ombra, una figura finale, una faccia della sorte, un estremità immaginabile che questi giovani occhi videro e che nessun altro mai vide né vedrà mai. La poesia in me trema e si vela.

Ora le cinque teste umane, l'una dopo l'altra, emergono a fiore del mare deserto. Si contano. Una chiazza oleosa li ha preceduti. Ecco Vietri a galla: respira; si netta il viso con una mano; sente nel torace i suoi polmoni e il suo cuore; sente sotto il cranio il suo cervello maschio. Tutto in lui è sano e pronto. Sùbito le sue forze si equilibrano, la sua mente s'aguzza, la sua bontà si offre. E tutto il suo coraggio si quadra nella disciplina.

Aiuta Guido Cavalieri a togliersi le scarpe e gli accomoda il materasso di gomma (ve n'erano otto a bordo) che gli serve a meglio sostenersi. Dà una mano agli altri per liberarli dagli impedimenti. Sveste il torpediniere Motolese, che pare il men vigoroso. Poi pensa a sé medesimo. Sa che non ha grand'arte nel nuoto e che gli conviene adoperare ogni accorgimento per risparmiarsi. Il mare è mosso da scirocco. Quando egli s'allontana dal luogo del naufragio, dove pullula la nafta mista alle bolle d'aria, quasi rantolo e sangue della nave uccisa, un gran dolore gli fende il petto. Fa tre volte il segno della croce, raccomanda a Dio le anime dei sepolti, promette di recare il messaggio alla patria. Poco dopo, ode dietro di sé il grido soffocato del torpediniere che già pericola; ode l'ultima voce di Ciro che annega; vede davanti a sé il gruppo degli altri tre nuotare più veloce verso ponente. Rimane solo.

Il mare è sempre deserto. Lo scirocco rinfresca. Sul far della sera, dopo circa sei ore di nuoto, il naufrago avvista la Mula di Muggia, ha l'illusione della salvezza, la tentazione dell'approdo.

Ecco il momento eroico di questo gran cuore marino.

La terra è là, sinuosa e bassa, coi suoi lunghi dossi violacei. La sera sinistra cala su la solitudine non interrotta né da una scìa né da una traccia di fumo. Lungo la costa nemica si accendono i fasci di luce che scrutano il cielo e il mare ostili. Dai cannoni che tuonano su l'Isonzo, si propaga il rombo per tutto il golfo. Nessuna stella sgorga dal crepuscolo che s'abbuia. Laggiù, sul fondo di sabbia e di fango, sotto lo specchio d'acqua ove continuano a pullulare la nafta e l'aria, il _Jalea_ morto giace coi suoi morti. Un d'essi è scivolato fuori dalla falla di poppa, e va fluttuando nella striscia oleosa. Dove sono i tre nuotatori che mostravano di aver tanta fretta? Dov'è Biagio di Tullio? dov'è Guido Cavalieri? Hanno raggiunto la costa? hanno preso terra a Grado? già in salvo?

Un materasso di gomma galleggia trasportato dalla marea, là, verso il Banco d'Orio.

Vietri, che vuol dire costanza, mentre fa il morto, supino su l'onda squammosa, considera pacatamente le probabilità di salvezza e delibera. Sa che alla Mula di Muggia in quell'ora non c'è anima viva e che, se riescisse ad approdarvi, si troverebbe tutta la notte abbandonato in una spiaggia perfida di rena e di melma. A progredire verso Grado la corrente non gli è favorevole, anzi lo respinge al largo per levante. Ma quella stessa corrente, s'egli la segua invece di contrariarla, lo aiuterà forse a ridiscendere verso Grado nella prima luce del mattino. Gli conviene dunque riallontanarsi dalla terra e prepararsi a passare in mare una notte di circa nove ore. Non esita, non si scoraggia, non dubita delle sue forze, non ha paura dell'ignoto, non è stanco di lottare e di patire. «O cuore, sopporta.» Ed è un cuore di vent'anni!

Riconosce il proiettore austriaco di Duino; e su quello si regola per determinare via via la direzione e la velocità della deriva. Tutta la notte vede balenare, ode tuonare la battaglia lontana su l'Isonzo affocato. Il cuore non gli vien mai meno, né la mente gli s'offusca. È duro, costante, vigile, sagace. Come non si lascia sopraffare dall'ansia, così non si lascia vincere dal freddo, dalla sete, dalla fame. Sono passate quattro ore, e la notte è al colmo. Fra quattro ore comincerà ad albeggiare. La sua pazienza d'uomo supera la pazienza della notte. Il vecchio marinaio d'Itaca non è più virtuoso di questo imberbe marinaio campano. Il sale lo impregna e lo preserva. Le stelle gli sono fauste. Alla diana egli scorge di nuovo la terra, avvista la riva di Grado.

Allora getta il suo primo grido, il saluto del risveglio, il richiamo del gallo. Chiara è la voce, e aumenta con la luce. È la novissima giovinezza d'Italia che saluta il giorno, temprata nel suo mare.

S'ode la voce su la spiaggia latina, nel vecchio porto dei Patriarchi, nelle acque gradate.

Allora la sorte a tante prove così crude aggiunge un ultima prova, la più cruda.

Alla voce di soccorso ripetuta, escono senza indugio un battello a elica e una piccola barca lagunare, un topo da pesca; e si mettono alla ricerca del naufrago.

Ma il capo cannoniere che guida il battello, quando è sul punto di scoprire il nuotatore, scorge un velivolo austriaco che traversa il golfo da Trieste volando verso Grado. Il rombo del motore impedisce di riudire la voce sottovento. Egli tralascia la ricerca e ritorna nel porto, sotto la minaccia del nemico aereo. Il naufrago distante lo vede coi suoi occhi scomparire. Dopo la sedicesima ora di resistenza inumana, quando pare che il suo patimento sia per finire, ecco che egli deve chiedere al suo cuore un nuovo sforzo, il più difficile! Resiste anche alla disperazione. Aspetta che il velivolo passi, che il rombo si dilegui; e ricomincia il suo clamore.

Il battello esce di nuovo; fa rotta ad ostro, verso l'origine della voce; avvista finalmente l'uomo, in vicinanza del gavitello che è posto al largo. Il capo cannoniere s'alza in piedi e grida di lontano al nuotatore: «Viva l'Italia!».

Vietri, che vuol dire ardore, si leva con tutto il petto fuori dell'acqua e risponde con tutta la possa dei suoi polmoni: «Viva l'Italia!».

Quando il battello gli è vicino, egli lo raggiunge con due bracciate; poi, senz'aiuto, pontando le braccia, sale a bordo. Respira; sorride; chiede da bere.

Gli uomini del battello sono confusi: non hanno portato né acqua né cordiale. Uno gli offre una sigaretta, peritoso. Egli franco la prende, l'accende, tira qualche boccata di fumo, con gli occhi socchiusi, con un'aria di contentezza infantile, come se riassaporasse la vita di bordo, come se ritrovasse il primo tra i piaceri del marinaio.

Sbarcato, condotto all'infermeria, non perde mai le forze, non si lascia mai vincere dal malessere e dalla stanchezza. Conserva la sua disciplina in ogni atto, in ogni motto, come — dopo sedici ore di mare — la sua pelle serba il buon colore di frumento e la ferma grana, conciata all'uso nostro, all'uso d'Italia, non con la vallonea spenta nell'acqua di mortella, ma col sale e col sole.

Quando nomina la sua nave perduta, quando parla del suo comandante e dei suoi compagni rimasti nel fondo sepolti, quando apprende che nessuno è giunto in salvo, di quelli esciti con lui dal portello di prua, il dolore lo stringe: un dolore senza lacrime, un dolore d'eroe, che par gli intagli quel dolce volto con uno scarpello più severo. Resta mutolo e fisso, col capo reclinato. L'acqua salsa gli cola dall'orecchio giù per l'omero nudo.

Sembra che la purità di quella mestizia si diffonda su le lagune e sul golfo, quando dal canale di Gorgo ci rialziamo a volo per esplorare lo specchio funebre, per scoprire in fondo alla trasparenza marina il sepolcro d'acciaio.

Abbiamo colto i fiori violetti della barena. Davanti a me, coprono le bombe, con quell'altro fascio. La pulsazione energica del motore non turba il sentimento musicale che ho in me e che raccoglie tutti gli orizzonti in una sola armonia.

Mi volgo verso il mio pilota. Il suo volto è grave e attento. Ora mi guarda senza sorridere. Una stessa commozione ci mescola. Il nostro petto è pieno di patria. Vedo laggiù, dietro il suo camaglio, di là dai timoni, il campanile di Aquileia e i santi pini superstiti della grande selva nautica che copriva dal Gargano al Timavo il lito adriano. Abbiamo nelle ali gli spiriti della storia più solenne. Respiriamo una nobiltà presente come l'aria. Onoriamo nei nostri morti un'elezione divina.

Mettendo la prua verso Punta Grossa, prendiamo quota, mentre osservo se dalla baia di Muggia non si levi incontro a noi un'ala nemica. Il nostro «Albatros» è male armato per il combattimento aereo, ma acquistiamo il vantaggio del vento, del sole e dell'altezza. Il golfo è deserto e liscio come un lago alpino. Trieste è tutta bianca in un velo di luce. Vedo l'ombra lievissima dell'elica tremolare su la tela chiazzata d'olio bruno. I tiranti ben tesi vibrano come le corde dell'arpa eolia. L'orecchio attento, a traverso la tasta di bambagia che lo tura come la cera d'Ulisse, percepisce le minime variazioni nel tono del motore. Lo spirito è oggi tanto sensibile al numero che tutte le apparenze gli giungono ritmeggiate. Il suo silenzio è vicinissimo al canto.

Nella virata vedo alzarsi da Gorgo due nostri velivoli; distinguo sopra le ali le due bande e i due cerchi neri. S'alzano a proteggere la nostra esplorazione. Paiono immobili, sospesi nella quiete. Roteando in larghi giri, attendiamo che prendano altezza. Laggiù, il Carso pallido sembra che vibri nel calore come la lava quando si fredda perdendo il vermiglio.

Incomincia la nostra discesa, mentre i due velivoli fanno la guardia incrociando a levante. Il cuore diviene ansioso, l'occhio attentissimo. Siamo su la linea congiungente Punta Grossa e Grado. Il sole declina, la bonaccia si fa tutta eguale, senza bava di vento.

Mi piego sul bordo, col capo nel turbine dell'elica, studiando gli aspetti dell'acqua. I segni della mia mano indicano al mio compagno le diverse direzioni. Il velivolo obbediente le segue, sempre più abbassandosi. Vira, sbanda, sta su le volte, procede a biscia, come una vela che bordeggi per non allontanarsi dal luogo.

Ed ecco, con un balzo del cuore alla gola, ecco che mi sembra di scorgere su lo specchio liscio una chiazza scura, simile a quelle macchie screziate che appariscono quando si muove il primo pelo dell'acqua e il mare muta colore Mi volto verso il mio pilota con un gran gesto involontario. Egli si china dalla stessa banda e guarda, mentre l'Albatro cala a poche braccia dall'indizio. È una chiazza oleosa, è la nafta del _Jalea_.

Allora l'ansietà di scoprire il fondo mi curva sul bordo della carlinga, dove la mia gola aderisce come a una lunetta di ghigliottina. Sono tutt'anima e tutt'occhi, tremante e lucido. In un battito delle palpebre mi riappare di tratto in tratto il viso del capitano. Per lui mi fu confidato quel fascio di fiori. Quando mi sollevo per rivolgermi al mio pilota, sento nel calore del cofano il profumo della cedrina e delle rose bianche.

Sorvoliamo in su e in giù lo stesso spazio. Ci risolleviamo, ci riabbassiamo. Proviamo e riproviamo. La trasparenza è mutevole, la luce è ingannevole. Il mare ci contende il suo segreto.

Distinguo a una profondità di circa tre metri qualcosa di chiaro e di rotondo come una larga medusa. È la testa di una torpedine. Siamo sopra lo sbarramento, contro il quale urtò nell'accostata il sommergibile.

Quale istinto misterioso governa ora la nostra macchina alata? Quale spirito la guida? Dentro di noi, fuori di noi, si fa un grande silenzio. Tutto è acqua e aria. Le coste hanno assunto una qualità eterea. Non le guardo ma le posseggo come orli luminosi del mio sentimento.

Simile a una visione interiore, simile a una di quelle imagini che la poesia rischiara d'improvviso nella profondità della tristezza, m'apparisce in un attimo la tomba navale.

Or dove sono quei fiori che si posarono su lo specchio funebre senza turbarlo? Come ritroverò i movimenti di quella sinfonia vespertina che pareva rendere a noi sensibili le nostre ali, quasi fossero appiccate ai nostri òmeri?

Si volava a poca altezza, seguendo il lido sinuoso, come se alla terra ci avvicinasse un aumento d'amore. Ma ci sembrava d'essere, in verità, tra due cieli, tanto la faccia della laguna più e più prendeva simiglianza con la sera già su lei china a rimirarla.

Tutto quel chiarore diffuso aveva origine laggiù, sottomare, nel fondo del golfo. Non era un lume di tramonto. Era il lume di non so che spiritualizzamento operato dalla morte immortale.

Chi mi raccontò un giorno la leggenda di quell'uomo solitario che lasciò lo sguardo sopra una imagine sacra lungamente e ferventemente contemplata? I suoi occhi continuarono a vivere senza sguardo, pur rimanendo aperti allo spettacolo del mondo. Ma l'imagine sacra, la tavola dipinta, rimase arricchita d'un mistero inimitabile come il Paradiso.

Questa figura mi serve a sollevarmi verso il modo di quel sentimento che s'era generato in me dalla visione del sepolcro immerso. Il mio sguardo, rimasto nello specchio funebre, s'era convertito in una spiritualità senza confini, ond'ero alleviato e illuminato io medesimo fin nell'imo della mia sostanza.