La Leda senza cigno

Part 15

Chapter 153,849 wordsPublic domain

L'approdo è dalla parte del muro vecchio. Di là dai mattoni disfatti si alzano i cipressi ancora arrossati qua e là come il panno nero delle coltri che servirono a troppi funerali. Eccomi alla riva. Non so se è vero. Mi ritrovo su lastre di pietre sonore. I passi mi rimbombano nel capo. I quattro marinai hanno di nuovo sollevata la cassa, con le larghe cinghie. Cammino di nuovo dietro la cassa, di nuovo la tocco, la riprendo. Mi accosto, e metto le mie mani sotto: ora sento il peso. La coltre mi copre le braccia fino al gomito. Cammino senza vedere niente altro che il nero e l'oro e i fiori. Entriamo nel chiostro, attraversiamo il portico. Andiamo verso un uscio, verso il deposito mortuario dove la salma attenderà fino a lunedì per essere seppellita. Non mi distacco dal mio feretro. Entro anch'io nella stanza fredda, imbiancata. La cassa è deposta su due cavalletti. È ancora coperta dalla coltre e dai miei fiori. Mentre mi raccolgo e m'agghiaccio e dico anche una volta addio al mio compagno (il suo povero corpo è scosso da questo continuo moto, dalle prove e riprove per la collocazione stabile), ecco che cominciano a entrare le corone. Sono enormi, talune. I portatori le dispongono contro le pareti, l'una su l'altra. Sono cento, sono più di cento. Un'afa irrespirabile. Fiori ancor vivi, fiori già quasi putridi. Tutta la stanza è ingombra. Per far posto, bisogna premere le ghirlande, calcarle, pestarle....

Non è vero. Trasogno. La gran luce m'acceca. I riflessi acuti mi trafiggono come stocchi. La riva è troppo erta sopra la marea bassa. Una mano ignota si tende per aiutarmi a salire. Mi ritrovo su le lastre di pietra arroventate che mi abbacinano. Fuggo verso la porta del chiostro. Ho qualche minuto di smarrimento. Tutta la vita e come uno sciacquìo lontano, simile a quello che suona contro l'approdo verdastro. Tutta la vita è come il ciarlìo continuo di quei passeri su quei tetti bruni ove qualche tegola rosseggia. Vacillo su le ombre delle colonnette, su liste d'ombra sottili come lame a doppio taglio, che mi mozzano le caviglie. M'imbatto nella porta grigia del deposito, che è chiusa. Mi soffermo davanti alla vecchia lapide di Regina Carazzolo. Rivedo incisa la lieve ghirlanda di ulivo e di edera; rivedo le due ali. Come si sono alzate le erbe negli interstizii delle lastre sconnesse, intorno al pozzo francescano! Sono alte come candele infisse. Il gran sole non lascia scorgere le fiammelle.

Passo tra due cipressi e due magnolie. Salgo una breve scala. Un crudele ardore m'abbaglia, simile a quello che tremola sopra le stoppie deserte. Una pietra bianca, una pietra di tomba, si smuove sotto i miei piedi. Odo il lagno rauco d'una sirena che lacera laggiù, la laguna torpida. Odo un maglio che batte, laggiù, su ferramenti grossi. Il cuore mi manca. Tocco il fondo della più opaca tristezza. Sono tra buio e barbaglio. Ho in un occhio l'orribile ragno nero, e nell'altro una vertigine di fiamma. Vado avanti, e non so perché non cada. Tutte le pietre delle tombe si smuovono sotto il mio passo. Discendo qualche gradino che splende e tentenna come le lapidi. Ora la ghiaia stride. Che è quella scala di luce e d'ombra? È la via dei cipressi, che rasenta il cimitero dei marinai. Vedo non so che cosa dolce e miserabile: in un campo di fango rappreso, un mucchio di piccole croci, di poveri segni, di ghirlande secche, di nomi che luccicano, di tumuli senza nomi e senza erbe. E il mio primo compagno non s'alza? non mi viene incontro? E gli altri due miei compagni dove sono?

Dov'è Roberto Prunas? dov'è Luigi Bresciani?

Intravedo nel bagliore il cippo di Giuseppe Miraglia. L'ala dorata d'Icaro vi splende nel cavo. Domina tutte le altre sepolture. È come un grande stipite terminale. Le parole che io v'incisi, la gloria non le dimenticherà. L'alloro che io v'appesi, il tempo non lo sfronderà.

Ma dove sono le altre due tombe? Non le conosco. Non le riconosco. La sera del 2 aprile i due miei amici erano vivi, seduti accanto al mio letto. Dovevano, il giorno dopo, esperimentare la nuova ala, senza di me. Sentivo nell'ombra la loro forza ch'essi dissimulavano, sentivo la loro gioia ch'essi dissimulavano per non straziare la mia impazienza. Tendevo a ogni tratto verso di loro le mie mani per avvicinarmeli. Gino sorrideva con tanta bontà che il suo viso n'era rischiarato. Aveva l'aria d'un giovinetto, d'un guardiamarina ancóra timido, con quella testa imberbe e bionda un poco inclinata verso la spalla sinistra, con quelle ciglia chiare che nel sorriso si serravano e palpitavano lasciando scorrere uno sguardo limpido come una di quelle gocciole di guazza che nel velivolo, fra tela e tela, pendono da un tirante d'acciaio. La faccia di Roberto olivastra pareva invece come invecchiata dai due profondi solchi che contornavano la bocca sottile. Era una faccia di pastore sardo scavata dal tedio e dalla riflessione. Usava egli l'ironia, talvolta l'arguzia; ma la sua maschera era come quelle campagne solcate da torrenti aridi in attesa di piene subitanee. I solchi delle lacrime erano scolpiti nelle gote fin giù al mento. E sembrava che da un momento all'altro dovessero riempirsi.

Da quella sera ansiosa e affettuosa, ecco che per la prima volta ricalco la terra dove i due corpi si disfanno. Cammino fra lo strame funerario, fra il pacciame che ricopre i crepacci. Mi curvo su i morti del mare, a scoprire, a leggere. Ogni nome mi ferisce, ogni pietra mi colpisce. Ecco il capo torpediniere del sommergibile Jalea, Ciro Armellino. Ecco il sottocapo, Biagio di Tullio. Un ricordo sublime mi solleva il cuore. Rivedo, in fondo allo specchio d'acqua esplorato, la lunga tomba di ferro, il sepolcro navale. Ecco i morti del sommergibile _Medusa_, ecco i morti dell'_Amalfi_, ecco i naufraghi ripescati e sotterrati. Son forse più tristi qui, in questa mota gialliccia, sotto queste croci meschine, sotto queste ghirlande di zinco.

Forse era meglio che Roberto Prunas non fosse ritrovato dai palombari lungo la diga solitaria. Forse era meglio ch'egli sentisse ancóra passare sopra sé le torpediniere a fuochi spenti in rotta verso i porti dell'Istria. Era meglio che sottomare si cangiasse «in qualcosa di ricco e di strano».

Qui non ha più nome; né il suo pilota ha nome. Li cerco, e non li trovo. Mi smarrisco nella farragine della morte. Vacillo nel barbaglio. Odo sotto il mio cranio uno scampanìo continuo che è come la sonorità della luce. Vedo un'ombra passare lungo il muro abbagliante di lapidi.

È un vecchio cappuccino, vecchio decrepito, che strascica gli zoccoli biasciando, con le mani congiunte sul cordiglio di San Francesco, seguito da un gatto nero e da due gatti tigrati che gli miagolano alle calcagna. Mi accosto, lo riverisco, lo interrogo. Non è se non una tonaca logora, non è se non un cappuccio penzoloni, tanto la sua carcassa mi sembra cadente e sparente. Il suo viso è niente, è meno d'un pomo aggrinzito e muffito. I suoi occhi sono come due frantumi di vetro azzurrognolo, senza sguardo, senza cigli. Si sofferma, non comprende, non risponde. Gli domando dove sieno i miei morti. I morti sono da per tutto. Egli medesimo è un morto che va a coricarsi in quella fossa laggiù, dove i suoi gatti scarni lo lamenteranno tutta notte. I suoi piedi nudi sono morti negli zoccoli che fanno stridere la ghiaia. Egli non ode le voci umane che vengono dalle fondamente lontane; non ode le campane lontane; non ode l'ora che suona; non ode il martello che batte; non ode quel bambino che piange, chi sa dove, forse in fondo a un locello, di sotto a una lapide, dietro a un cipresso.

Dove sono i miei morti? Vedo Roberto Prunas che apre la tabacchiera d'oro donata al suo bisnonno dal re di Sardegna e prende una sigaretta tra le sue dita brunicce. Luigi Bresciani è in piedi, come sotto la tettoia dell'Arsenale dov'era ricoverato il suo meraviglioso idròttero; e la sua gota è inclinata verso la pala dell'elica ferma verticalmente; e le linee del suo volto sono fini, precise e misteriose come quelle del legno propulsante. Batto le palpebre. Le apparizioni vaniscono. Il sudore mi cola giù per la tempia.

Il frate minore non torna indietro. Scorgo nel viale un custode nero. Lo chiamo. Lo interrogo. Non sa. Va a consultare il registro. Si allontana. La ghiaia scricchiola.

L'attesa mi vuota l'anima, e vuota il mondo. I pensieri ruotano e si sperdono come nella vertigine. Col supplizio della luce negli occhi, resto fisso alla mia ombra coricata sul sabbione dove i miei piedi si stampano. Sopra la mia ombra svolazzano due farfalle bianche, simili a quelle che esitavano davanti al cancello rugginoso dell'orto contareno.

Il custode torna. Mi tende una piccola carta piegata: la polizza sepolcrale, la bulletta funeraria: dov'è scritto che Luigi Bresciani fu seppellito nella fossa tredicesima della fila terza.

Oggi è la festa del suo nome.

Ho il foglio tra le dita. Cerco. Scopro la pietra quadrata che porta scolpito il numero tredici.

Nel primo attimo, qualcosa di vivido e di leggero, qualcosa come la sensibilità, come la delicatezza e l'acume del mio amico, trema su quella desolazione. Poi vedo la cruda miseria. Nessun nome, nessun segno. Una grossa corona di zinco e di porcellana, un'altra di conterie nere e bianche; un fascio di palme secche, quasi spinose, legato da un nastro stinto; un coccio rossastro, con uno stecco fitto in un poco di terra; un cartoccio di latta, con un poco di acqua e un mazzolino marcio.

La tristezza mi curva, mi fiacca i ginocchi, mi schiaccia su quel povero orrore. Vedo il viso raso e chiaro, il biondo puerile dei capelli lisci, le labbra esigue e sensitive, i leali occhi fraterni che di sùbito il coraggio affilava e aguzzava. Tra la lugubre cianfrusaglia che ingombra questa sepoltura, scopro il fiore tenue del vilucchio, un che di fresco e di candido, quasi volubile sorriso. S'allevia il peso del cuore.

Ecco che il nostro primo compagno, ecco che il più amato è con noi. La sua voce mi passa nell'anima, come quando conduceva al mio sogno le imagini dell'Estremo Oriente, nel giardino situato dalla Parte dell'ombra.

«Una donna esce dalla casa mattutina, col suo orciuolo, per attingere acqua del pozzo. E vede che un vilucchio prestamente nella notte s'è attorcigliato alla corda umida della secchia ed è fiorito. Rientra nella casa, posa l'orciuolo, e dice: Il vilucchio ha preso la corda. Chi mi dà acqua?»

Qui neppur l'amore immortale può disgiungere dalla putredine la figura della morte. La cassa d'abete rozza, dove fu chiusa — or è sei mesi — l'altra cassa levigata e ornata, per preservarla, è certo fracida nell'umidità della fossa. Le assi hanno ceduto, e la mota salsa ha spalmato l'altro coperchio dov'era inciso il nome di Giuseppe Miraglia.

Il 27 decembre era un giorno di piovitura e di caligine. Tutto il camposanto pareva ridivenuto una barena melmosa. Quando fu portata la cassa di legno bianco, quando l'altra vi fu dentro deposta, quando il marinaio conficcò i chiodi a gran colpi di martello, quando vennero i seppellitori con le corde, quando vidi il fango agglomerarsi intorno alle loro suola su l'orlo della fossa, quando vidi in fondo alla fossa luccicare un poco d'acqua giallastra, io non ebbi se non un pensiero e una pena e una domanda. Mi fu risposto che l'abete grezzo poteva durare in terra due anni. Ma non era vero. I sei becchini grigi imbracarono il legname e lo calarono, pontando i piedi nella mota che saliva a mezza gamba. Poi presero le pale. Le aste delle pale erano lisce per l'uso. Un riflesso vi guizzava a ogni movimento. La terra era molliccia, quasi liquida. Le prime palate di melma sopra le assi diedero un suono sordo, un croscio fiacco. Il corpo dell'uomo alato era sepolto nel fracidume. Ma vidi nel fracidume rilucere una conchiglia. Allora aguzzai la vista. E scopersi innumerevoli conchiglie, intiere o trite, bianche o rosee.

Perché queste cose alleviano il dolore? Perché l'amore superstite rimane così tenacemente legato alla bara, al corpo disfatto, alle ossa, alle ceneri, alla materia del sepolcro? Perché oggi, al primo chinarmi sul tumulo del mio compagno, ho sofferto delle fenditure che il calore apre nel breve spazio compreso tra gli orli di busso ingiallito?

M'è egli più vicino qui? o nella mia casa, o nella strada, o su l'acqua, o dovunque io vada e pensi?

Lo rivedo a traverso la terra, a traverso il legno e il piombo. Lo sento rivivere. Lo sento respirare, lo sento ripalpitare, quando m'inginocchio, quando poso la mia mano su la sua sepoltura calda come sul suo fido petto.

L'illusione è profonda come quella radice della speranza che nessuno di noi riesce a strapparsi del cuore interamente.

Non piango, ma entra in me qualche dolcezza. Resto inchinato, col giogo del sole sul collo. Il mio occhio illeso è sensibile come il mio occhio infermo. Le imagini vi s'imprimono e vi restano. Come guardo fisamente la corona d'alloro sospesa al cippo, ecco che la mia visione si fa verde. Potrei levarmi e accorgermi d'esser divenuto cieco. Perché qui un tal pensiero non mi sbigottisce?

Qui non è l'inerte chiarore glauco che ghiacciava la pergola bassa, là, nella vigna di Murano. È un ardore, un incendio divorante Chiudo le Palpebre, poi le riapro.

Vedo i fili d'erba che tremano.

Vedo un ciuffo di trifogli, e non v'è quello di quattro foglie. Vedo le conchiglie lucenti, e ve n'è una fatta come un'orecchia. Le formiche rossigne camminano su per gli ovoli e gli sgusci del plinto. Una lucertola è ferma contro lo spigolo, e par fusa nel bronzo come il braccio d'Icaro nel bassorilievo incastrato. Ma ciascuna di queste cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è musicale come le cadenze delle lamentazioni.

Chi ha portato a questa tomba i fiori violetti della barena, perpetui come gli asfodeli? Sono simili a quelli che cogliemmo nella laguna di Grado un dì d'agosto, «fiuri de tapo», per spargerli su lo specchio d'acqua dov'era colato a picco il _Jalea_. Mi volgo, e vedo il marinaio che m'ha seguito portando i tre fasci di rose, d'ortensie e di garofani. Aspetta, sotto il cipresso, diritto, in silenzio.

Chiudo ancora le palpebre. Sento che il mio compagno è dietro di me, seduto al governo delle leve, come in quella partenza. Sento l'oscillazione del velivolo. Ho davanti a me, sopra una specie di rastrelliera, quattro bombe con le eliche fissate da un fil di ferro e il fascio di fiori che un'anima pietosa ci ha affidato per gettarlo sul sepolcro marino.

Prendiamo altezza. C'è vento fresco, ma l'apparecchio è stabile. Un rullio leggero, a quando a quando, poi un senso d'immobilità, di sospensione nell'aria. Il cuore si dilata. Un sorriso spontaneo brilla alla cima dell'anima.

V'è qualche ragnatelo sparso nell'azzurro.

Il mare increspato fa un poco di bava bianca ai lidi sottili.

Un raggio traversa il cofano e fa rilucere il tubo d'ottone nel motore.

Nella scìa d'una torpediniera i due filoni divergono, simili alle due palme nelle mani della Vittoria.

Tutto di qui appar soave, quasi femineo. Dianzi, la città e il ponte erano come il fiore e il gambo.

La gola di Venezia era come la gola della colomba cangiante quando un poco si gonfia e s'inarca nella voglia di tubare.

I colli euganei erano laggiù come tumuli d'amanti famose, inzaffirati.

Le chiare dighe sono cinture cinte alla terra bionda e molle che, come una donna, ha le sue delicatezze segrete da non potersi sorprendere se non di quassù.

Nell'estuario le porzioni della terra sembrano fatte per essere offerte, come il pane si frange, come la focaccia si parte.

Il fango è una materia preziosissima: di quassù è opulento come la sabbia del Pattolo.

Le rive sono protese, distese come chi si stira nel sopore: sono attitudini, sono gesti.

La laguna ha i suoi prati che aspettano le sue greggi d'argento squammose.

La laguna è come la perlagione d'un cielo vista a traverso le nervature duna foglia macera.

Ora il mare la imita. Ora nel mare le correnti rilucono e lo fanno simile alla laguna solcata dai canali tortuosi.

Nel pallore della laguna i canali tortuosi sono verdi come la malachite, verdi come l'ossido di rame, come certi occhi.

Le piccole città bianche, su le sporgenze della costa, sono da prendere e da portare in palma di mano.

Ecco Caorle. Sta sopra una sporgenza che ha la forma di una tiara aguzza.

Guardo ancóra Caorle. Il lido m'appare tagliato come una sella d'alto arcione; e la città è posta in sommo dell'arcione di velluto logoro.

Il mare è deserto. Gli orli spumosi hanno una dolcezza infinita, simili a non so che favellìo, a noi so che sorrise parolette.

L'ala inferiore è metà nel sole e metà nell'ombra. La parte davanti è nel sole. L'ombra di tratto in tratto avanza. Resta nel sole una striscia sottile: la costola.

Leggo e comprendo i segni intersecati che fanno le ombre dei tiranti d'acciaio.

Ho lo spirito lucido come l'aria. Si sale, si sale. «Sublimare è d'una cosa bassa e corrotta farla alta, e grande, cioè pura.»

Si sale. Siamo di là dai duemila metri. Siamo soli, io e il mio compagno. Quel che io ho veduto, egli l'ha veduto; quel che io ho sentito, egli l'ha sentito.

Mi volgo. Lo guardo. Ha l'aria d'uno di quegli idoli dell'Estremo Oriente accosciati e immobili. È fisso. Il suo viso è bronzino nel camaglio di lana. Alla radice del naso ha l'ammaccatura degli occhiali, violacea. Porta i baffi tagliati nettamente su la bocca grande, rasi col rasoio agli angoli. I suoi occhi sono felini, tra verdognoli e giallognoli, pieni di polvere d'oro. Prendono qualcosa d'infantile quando mi sorridono.

Egli mi domanda il taccuino, e scrive: «Vuoi, di grazia, stringermi l'elastico degli occhiali, che m'è lento?».

Mi sporgo dal mio seggiolino; faccio miracoli d'agilità per non disturbargli il governo, mentre il velivolo rulla al vento che rinfresca. La molletta non serra. Mi levo i guanti. Riesco a fare un nodo. Vedo a traverso le lenti ridere i suoi occhi. Ho sùbito le dita ghiacce. Il freddo aumenta.

Si continua a salire. Il sangue è armonioso. La vita è piena.

Ecco Grado nostra. Grado d'Italia!

«O Gravo belo, me no posso dî El canto eterno de la to belessa....»

Discendiamo. La terra il mare il cielo s'aggirano in un solo vortice raggiante. Le barene e le velme ci sono sul capo come le nubi. Le alpi dentate della guerra mordono l'Adriatico come l'addentano i moli di Trieste. I gabbiani si precipitano incontro a noi come per passarci a traverso. Abbiamo nel petto i canali verdi, i prati salsi, i lidi biondi orlati di spuma, le isole violette come i pascoli dell'Ade.

Le isole, le barene, le velme, tutte le seccagne solitarie, sott'acqua, a fior d'acqua, nel cieco splendore, hanno non so che aspetto avernale.

I pioppi sembrano consumarsi nel tremito dell'aria, le tamerici vanire nella loro pallidità, i grandi erbai di color gridellino inclinarsi al soffio di non so che transito.

Nulla più ci tocca, fuorché l'imagine della tomba d'acciaio che sta in un fondo ignoto del mare. La cercheremo, la scopriremo. La nostra sosta è accompagnata da non so che funebre melodia marina.

V'è un superstite, un solo. Ha la sua carne sopra le sue ossa; eppure nella luce è simile a un'anima con due dolci occhi.

Ha un'anima paziente e potente come quella del re d'Itaca questo naufrago ventenne; ma i suoi occhi a mandorla sono belli come gli occhi della gioventù che danza intorno ai vasi campani.

È un figlio della Campania, dorato come il frumento. È della stirpe costrutta secondo la «divina proporzione». Come tanto cuore può esser contenuto in quel petto breve? Si chiama Vietri, che vuol dire intrepidezza.

Quale naufrago, perduto nel mare deserto, non teme la notte? Questo non paventò la notte, ma sì scelse di superarne l'orrore, in vista del lido!

V'è un momento eroico più profondo di ogni altro: quello che scocca tra il cuore dell'uomo e tutto l'ignoto, tra il volere dell'uomo e tutto il silenzio.

Questo eroe è come disgiunto dalla sua gloria. V'è un ardore di gloria sparso nella solitudine del mare dove cercheremo la tomba di grigio metallo. E questo superstite ignora la sua virtù, e la bellezza del suo evento.

Cammina col suo passo di marinaio, provato sul guscio del battello emerso. Va lungo la proda del canale, sul prato violetto di santònico; e ha dietro sé le ombre glauche dei suoi morti.

Dov'è Guido Cavalieri? per qual lido si voltola? quale corrente lo trasporta? Il flutto non ha rigettato se non il materasso di gomma che lo sosteneva nel nuoto disperato.

Lo rivedo su la riva degli Schiavoni, presso il ponte, vestito di bianco, parlare con la sua bella compagna, prima della partenza. Era diritto in piedi, svelto, elastico, non curvato sotto la condanna oscura. Sorrideva, mentre tagliava le sue scarpe bianche l'ombra d'un balaustro.

Partenza nella sera di perla. Molla ormeggi. In moto il motore a combustione di diritta. Dal ponte di una torpediniera vedo passare il Jalea emerso, di là dagli sbarramenti, in prossimità della costa, e navigare verso Grado. Il mare s'incupisce; ma nella sua palpitazione accelerata si sente già la fosforescenza notturna. L'increspamento luccica qua e là d'una luce interiore, come una palpebra che batta e lasci sfuggire uno sguardo misterioso. La luna nuova è come un pugnello di solfo che bruci. A quando a quando la nuvola nera del fumaiuolo la nasconde, oppure sembra trarla come una favilla fugace nella sua voluta. La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Guardo il sommergibile allontanarsi. Un gruppo d'uomini è sul guscio, una massa grigia indistinta, come un'escrescenza sul dosso d'un cetaceo. La prua acuta penetra la notte e scompare. Il lungo fuso verdastro s'immergerà laggiù, proseguendo le sue rotte parallele alla linea che congiunge la Secca di Muggia e la Punta Sdobba. E per quegli uomini la vita somiglierà a un'agonia energica. Le loro facce saranno come i quadranti bianchi dei manometri. Le loro arterie saranno come i tubi dipinti di rosso nella camera di manovra.

All'alba il semaforo di Grado vede il _Jalea_ immergersi, oltrepassato il gavitello che segna l'origine della rete, e proseguire veloce a levante, verso la Secca di Muggia. Nessuno più lo vedrà nel golfo. Lo scafo è già un sepolcro. Gli uomini sono già seppelliti nel mare. Uno d'essi, vestito d'una tunica azzurra, tien la mano poggiata alla ruota d'ottone che governa la pompa d'assetto, ov'è scritto: _Dal mare al mare_.

Vietri sale nella torretta. Di qua e di là dal cristallo pendono le due rivoltelle da segnali. L'acqua è più pallida dell'alba. Le voci salgono nel silenzio come le bolle in quel pallore. L'occhio non distingue se non il portello di prua, i due maniglioni laterali, qualche medusa fuggevole. Il sudore stilla dalla fronte del marinaio. Ma la clessidra del Tempo ha già cessato di gocciolare.

V'è nel mondo una specie di silenzio che galleggia sul rumore come l'olio su l'acqua.

Uno sciacquìo intermesso sale dalle intercapedini. La ruota del timone orizzontale si riflette nello specchio del piccolo lavabo che le sta di fronte. In quell'apparenza v'è qualcosa di lontano, qualcosa che aumenta la lontananza all'infinito.