La Leda senza cigno

Part 13

Chapter 133,894 wordsPublic domain

Rientro. Non ho pace. Soffoco. C'è nelle stanze requisite un odore di stoffa nuova: l'odore dei paraventi portati dal tappezziere di Udine, che mi servono a nascondere gli orrori dello stile goriziano. Paraventi? Come vorrei stanotte appoggiare la mia vita contro un parapetto di trincea!

Il letto requisito mi sembra ridicolo, col suo doppio guanciale, con la sua rimboccatura ben fatta, col suo piumino trapunto, con la sua carafa d'acqua sul marmo del comodino.

Non ho sonno, ma credo che ho un po' di fame, perché sento che la testa mi si vuota. A quest'ora il digiuno è inevitabile. Non è la vigilia? la grande vigilia?

Odo uno scalpiccío di truppe sul ponte. Il cuore mi balza. Esco, accorro.

È una brigata di rinforzo, fanteria scelta. Le file marciano nel chiarore della luna declinante, valicano L'Ausa, traversano la città addormentata e spenta. Passo vivace. Allegria schietta. Scoppio di lazzi, di risa, di canti. E vanno a morire.

Stamani, sul campo di Versa, nella luce meridiana, sotto il cielo candido, il torrente di carne mortale mi pareva perdere la sua consistenza e divenir quasi moltitudine di larve in punto di dileguare per la prateria come ombra di nuvola. Ma quest'altra gente nella notte, non so perché, mi pesa come se io la portassi, come se io medesimo la trasportassi alla morte. Non sono larve, non sono labili imagini. La luce non li divora, non li consuma. Sono uomini, ossature, muscoli, fiati. _Homines, durum genus._ Hanno quel terribile odore che sale dal numero quando esso è numerato dal destino per la sua bisogna. Mi sono prossimi. Un gomito mi urta; il calcio d'un fucile mi batte contro l'anca; un alito forte mi soffia alla gota. Mi confondo con loro. Rientro nella mia sostanza. Mi sembra che la mia anima sfavilli, e che le faville si apprendano alle loro ossa. Essi parlano, gridano, cantano; e io sono silenzioso. Ho cantato per loro, essi cantano per me. Nessuno mi riconosce nella notte. Mi riconosceranno all'alba. Gridano: «Viva la guerra!» gridano: «Viva l'Italia!» Io grido in loro.

Passa un capitano sopra un cavallo enorme come gli stalloni dei condottieri, sopra il cavallo di Bartolomeo Colleoni, tanto alto che par rialzato da un piedestallo, con una potentissima groppa, con un vasto petto di toro, con un massiccio collo crinito. Di dov'è mai disceso questo destriero monumentale? dov'è mai andato a cercarlo la Requisizione dei quadrupedi? Sembra una bestia di leggenda, riapparita per portare a una nuova meta un nuovo destino. Odo sonare su la strada i suoi quattro zoccoli ferrati, distintamente tra lo scalpiccío e il clamore. Scorgo i lunghi fiocchi selvaggi ai suoi pasturali, la sua coda cresputa e ondosa come se in cammino le si fossero disfatte le trecce e le ligature di pompa. Non è questo il cavallo che domani a notte sarà abbeverato nel Timavo dalle sette fonti? Non è candido come quel di Càstore, è nero come l'inferno del Carso.

Anche l'ufficiale che lo monta è membruto, avvolto nell'ampio mantello, col cappuccio su gli occhi, taciturno. È un destino commesso a un'ossatura più che umana. Appare intagliato nel chiarore freddo, grandiosamente.

Lo seguo trasognando. La poesia mi travaglia il petto, come una branca nascosta; e il mio istinto di cavaliere mi tormenta i muscoli delle gambe. In altri tempi avrei sognato di abbattere quel destino coperto, e di porre il mio in sella usurpando il potere. Cammino a fianco dei soldati, con non so che meravigliosa umiliazione di cui si colma il mio cuore come d'una felicità inattesa.

Siamo all'ombra delle case, nella via arborata. In un crocicchio, la luna bassa apparisce in fondo alla strada di destra e rischiara la fila. Un sottotenente imberbe mi riconosce al mio collaretto bianco del reggimento di Novara e alle due alette d'oro che luccicano su la mia manica. Arresto le sue dimostrazioni. Scambiamo qualche parola a bassa voce.

«Viene con noi?»

«Vengo con voi.»

«Fino alla trincea?»

«Fino alla trincea.»

Egli trema e ha due belli occhi puri, raggianti d'amore e di fervore. Tace, al mio segno. Rientriamo nell'ombra. Camminiamo in silenzio, col passo dei soldati. Ora siamo fuori del sobborgo, su la grande via bianca. Il cavallo gigantesco si disegna sul cielo stellato. Se si impennasse, parrebbe in punto di sollevarsi per tornare alla costellazione nomata del suo nome, tanto la sua forma è favolosa. I soldati intonano un canto che dall'avanguardia si propaga laggiù sino agli spedati. Misuriamo il passo su la cadenza, e ci sembra d'essere per sempre immuni dalla stanchezza.

Vicino a me un soldato non canta ma di tratto in tratto, rapito nell'impeto delle riprese, manda qualche nota monca, come se masticasse. Lo guardo. Ha il boccone in bocca. Mangia il suo viatico. Sembra pan fresco, all'odore. Sùbito la mia fame si sveglia.

Senza peritarmi, gli domando un pezzo del suo pane. Egli si volge confuso.

«L'aije muccicate, 'gnore tenende» dice con un rammarico gentile, mostrandomi il segno dei denti nella crosta bruna.

Con una commozione profonda, come se udissi la voce medesima di mio fratello partitosi giovine dalla casa paterna e non più ritornato, riconosco l'accento del mio paese, l'idioma della terra d'Abruzzi.

Lo guardo. Non può avere più di vent'anni. Anch'egli ha i denti bianchissimi, nel suo sorriso d'innocenza, e gli occhi stralucenti come quelli degli spiritati che vidi roteare intorno al santuario di Casalbordino, dietro gli altissimi stendardi rapiti dal turbine del miracolo. «Evviva Maria!»

Gli levo il pane di mano, lo spezzo in due, e gli rendo la metà. Rimane attonito, con gli occhi bassi. Alla luce delle stelle scorgo le sue lunghe ciglia ricurve. Rattengo le parole del suo linguaggio, del nostro caro linguaggio, che mi salgono alle labbra. Mordo crosta e mollica, franco.

Ed è il miglior pane che io abbia mai mangiato, in verità, da che ho denti d'uomo.]

Tale la cenere inquieta d'uno dei miei giorni vissuti con quel «pensiero dominante» che è il tema melodico del racconto musicale composto da me fuoruscito all'ombra dei pini landesi intorno al tempo del solstizio, or è tre anni. Il quale io vi mando costassù nella contrada di Silvia l'Italiana, o Chiaroviso, come il dono dell'alleato e il ricordo dell'ospite, accompagnandolo con questa Licenza che poteva esser breve come il congedo d'una ballatetta e m'è ora divenuta sotto la mano un libro folto, per il gran piacere del divagare proprio al convalescente.

Sorrido pensando a quegli invogli di fronde compresse e risecche, venuti di Calabria, che un giorno vi stupirono e incantarono, quando ve li offersi sopra una tovaglia distesa su l'erba di Dama Rosa, non ancor falciata, ove da per tutto tremolavano i fiori scempii e le avene fatue fuorché nei solchi segnati dal giuoco dei levrieri. Gli invogli erano di forma quadrilunga come volumetti suggellati d'un solitario che avesse confuso felicemente la biblioteca e l'orto. Ci voleva l'unghia per rompere la prima buccia. La membrana andava in frantumi ma le nervature resistevano come quelle del dosso d'un libro legato in cartapecora. La seconda foglia era più tenace e la terza ancor più, e la quarta più ancora. Il viluppo si faceva più stretto assottigliandosi. Le dita non arrivavano mai in fondo; e l'attesa irritava la curiosità; e l'indugio faceva credere al gusto che là dentro si celasse la più saporita cosa del mondo. E m'ho tuttavia nella memoria quella grazia del viso chino, ove la bocca si socchiude e chiude per l'acqua che le viene.

Ecco l'ultima foglia in cui è avvolto il segreto, profumata come il bergamotto. L'unghia la rompe; le dita s'aprono e si tingono di sugo giallo, si ungono di non so che unguento solare. Pochi acini di uva appassita e incotta, color tané oscuro, di quel colore che «pare ottenga nell'occhio il primo grado», pochi acini umidi e quasi direi oliati di quell'olio indicibile ove nuota alcun occhio castagno ch'io mi so, pochi acini del grappolo della vite del sole appariscono premuti l'un contro l'altro, con un che di luminoso nel bruno, con un che di ardente senza fiamma, con un sapore che ci delizia prima di essere assaporato.

Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito.

Quando la dura sentenza del medico m'inchiodò nel buio, m'assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro; quando il vento dell'azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d'un tratto esclusi dalla soglia nera; quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me; quando ebbi abbandonato la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d'ingannare il medico severo senza trasgredire ai suoi comandamenti.

M'era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m'era possibile vincere l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell'arte che non vuole intermediarii né testimoni fra la materia e colui che la tratta.

L'esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d'un sorriso che nessuno vide nell'ombra, quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto, al lume d'una lampada bassa.

Quando ella si accostò al mio capezzale col suo passo cauto e mi portò il primo fascio di liste eguali, tolsi pianamente le mie mani che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sentii ch'eran divenute più sensibili, con nelle ultime falangi qualcosa d'indistinto che somigliava a un chiarore affluito. Stavo per imparare un'arte nuova.

Prima, la mano soppesava la materia e l'occhio la considerava. La materia aveva colore, rilievo, timbro. La penna era come il pennello, come lo scalpello, come l'arco del sonatore. Temperarla era un piacere glorioso. Lo spirito umile e superbo tremava nel misurar la risma compatta e intatta da trasmutare in libro vivente. La qualità dell'olio per la lampada era eletta come per un'offerta a un dio inconciliabile. Nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del corpo inarcato.

Nel buio, un sentimento vergine rinnovava in me il mistero della scrittura, del segno scritto. Il mio corpo era come in una cassa, disteso e serrato. Mi pareva di essere uno scriba egizio, in fondo a un ipogeo. Occupavo la mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina. Pensavo sorridendo: «Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell'officio mio. Se mi levassi, il mio capo non urterebbe il coperchio dov'è dipinta all'esterno la mia imagine di prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l'orrore della vita?»

Il mio capo restava immobile, chiuso nelle sue bende. Dalle anche alla nuca una volontà d'inerzia mi rendeva fisso come se veramente l'imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.

Sùbito le mie mani trovarono i gesti, con quell'istinto infallibile che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle caverne tenebrose. Prendevo una lista, la palpavo, la misuravo. Era simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei cartigli sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole. V'era un che di religioso nelle mie mani che lo tenevano. L'udivo crepitare tra le mie dita che tremavano. Sembrava che la mia ansia soffiasse sul tizzo ardente che m'avevo in fondo all'occhio. Vampe e faville s'involavano nel turbine dell'anima. Sentivo su le mie ginocchia la mano della pietosa.

Le sollevavo leggermente per ricevere la tavoletta. Era, per me oscurato, come una tavoletta votiva. Fra il pollice l'indice e il medio prendevo il cannello. Il medio aveva tuttavia il solco del lavoro ostinato. _Nulla dies sine linea._ E tremavo davanti a quella prima linea che stavo per tracciare nelle tenebre senza scorgere le parole.

Cerco nelle rubriche del _Notturno_, e trovo questo:

[Non scrivo su la sabbia, scrivo su l'acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapidità d'una corrente scura. A traverso la punta dell'indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido. È un attimo accompagnato da un luccicore come di fosforescenza. La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.

Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro di lui precipiti. L'arco poggiato alla riva è distrutto, sùbito crolla l'arco mediano. L'ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il terzo arco cede e sparisce.

Scrivo come chi caluma l'àncora, e la gomena scorre sempre più rapida, e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la gomena a tesarsi.]

Un giorno mi venne il desiderio improvviso di riconoscere l'accento di quell'altra mia arte; e mi ricordai di un'opera da me scritta nel mio rifugio della Landa, tra la fine della primavera e il principio dell'estate, scritta con una penna e un'attenzione più aguzze che mai.

La voce di Desiderio Moriar mi risonò nel buio. «La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno sotto il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano.»

Il volto di Desiderio Moriar mi riapparì nel buio. «Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò silenzioso.»

Allora pregai qualcuno, che stava al mio capezzale, di rileggermi quelle pagine obliate.

V'era, qua e là, alcun tratto d'arte notturna. V'erano parole d'uno strano potere, che sembravano tracciate a occhi chiusi. Tra riga e riga, gli aspetti della vita assumevano il carattere delle apparizioni. «La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti.» La vocazione della morte v'era espressa con modi musicali d'una novità che mi rapiva. Avevo dato al «pensiero dominante» uno stupendo viso di donna, «quell'antica e novella faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte».

Certe cadenze mi facevano d'improvviso balzare il cuore veloce e suscitavano dal fondo del mio occhio ferito grandi bagliori, come d'un incendio che ricominciasse.

Ed ero immobile sempre. Gli orizzonti si avanzavano come quattro barre, si chiudevano come uno steccato. La città vi rimaneva dentro, senza vista, senza respiro, esanime. La casa, piena di sollecitudini, di voci sommesse, di cure, di rumori segreti, di piccoli iddii nascosti, s'acquetava, si dileguava quasi, diveniva inesistente. Sole le quattro pareti della mia stanza esistevano; e intorno era il vuoto senza fine. Poi sole esistevano le quattro colonne del mio letto, che credevo di sentire nel buio come quattro aste d'una tenda quadrata nel deserto. Poi sole esistevano le mie ossa, solo esisteva il mio scheletro fasciato di carne.

E nello scheletro era come una coagulazione subitanea della vita. La vita s'aggrumava, s'accagliava come il sangue che non scorre più. Era un orribile peso.

E ascoltavo la voce del lettore: «Tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii. Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa. Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza....»

È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso?

È l'ultima opera d'arte pura ch'io abbia composta nella solitudine dell'estremo Occidente. A considerarne la materia e il lavoro, par chiusa come una di quelle belle pigne penzolanti dal più alto ramo del pino piagato; la quale io m'imagino non possa esser colta se non per infiggerla alla punta del tirso «che rende furibondo chi lo porta».

Dimentico dunque di averla già assomigliata a qualcosa di più dolce che i semi durissimi custoditi dalla scaglia verdebruna? Ma forse entrambe le similitudini le convengono; ché nulla è inconciliabile dinanzi alla sovranità del ritmo.

Mi misi a comporla attentissimamente, per farmi il polso allo stile di un'opera più vasta intitolata _La primavera_. Anche una volta, mi aiutava a scoprire gli aspetti dell'ignoto la mia più profonda sensualità. Questo racconto misterioso, anzi quasi direi mistico, è ricco d'elementi naturali come nessun altro. Il mistero v'è adombrato per una successione d'imagini dense, corporee, d'un rilievo palpabile, immuni da ogni indeterminatezza, espresse in una lingua che la lontananza sembra aver fatta più potente come il vino navigato.

Per solito io sono sagacissimo nel distinguere quel poco che di me può piacermi. Questo mi piace. V'è il meglio dei miei difetti e delle mie virtù, con qualcosa d'indefinibile che annunzia una terza giovinezza del mio spirito.

I miei prossimi sanno come l'unica lode che mi valga sia quella di me a me, infrequente. Sorrido prendendo in mano questa cosa d'arte, soppesandola e stimandola da ottimo conoscitore, quasi non fosse mia, con un occhio che si esercita per due, mentre la necessità dell'azione m'incalza e il desiderio della bellezza sembra irrevocabilmente sottomettersi a quel «ritmo di perfezione sublime non consentito agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.»

È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso, là dove i cigni solcano tuttavia in pace lo stagno di Silvia la Romana?

In fondo, non è se non una storia di canile, poco dissimile a quelle che ci raccontavamo certe sere seduti su i banchi dei favoriti frantumando il biscotto quadrato, mentre i garzoni continuavano a spandere la paglia fresca nelle cucce attigue donde saliva a quando a quando un lagno di gelosia.

Temo che Marcello dalla sua tenace avversione contro i barzoi sia impedito di gustarla, specie dopo la cattiva prova fatta sul nostro campo di corse da quei discendenti della razza tartara che nell'originaria steppa asiatica difendeva la tenda contro le belve notturne e non temeva di battersi col leopardo, addolcita poi nella migrazione verso l'istmo caucaseo, verso la Tauride e il Volga, forse accresciuta di grazia e di snellezza da qualche mescolanza col biondo veltro di Persia che si vede figurato in quelle miniature di cacce ove i re sassànidi tendono l'arco mentre le favorite a cavallo suonano l'arpa o il tamburino.

So che non lo commoverà una sì nobile genealogia, tanto studiosamente raccolta in un periodo disposto in tondo come il dosso di un levriere che dorma sopra un bel tappeto. Ma non mi accorderà egli forse qualche indulgenza se gli dirò che usavo allenare i miei barzoi di diciotto mesi con un terribile _greyhound_ per toglier loro ogni traccia di mollezza acquistata in Occidente, e se gli dirò che non amo la mia muta piumosa e spumosa se non lungo la riva del mare?

È una vera storia di canile, in fondo. Mettiamo che non si tratti veramente di levrieri ma di cigni. Bisogna per lo meno convenire che son cigni della specie di quelli, oriundi non dell'Eurota ma della Moskova, i quali riescirono a sbigottire Donatella sedicenne. Vi ricordate della bella storia che la grande amica ci raccontò frescamente, sul banco del suo divino Plotinus — _the fastest dog of his day_ — una sera di luglio memorabile negli annali del _Greyhound Club_ di Francia perché fu la sera in cui dovevano nascere gli otto illustri cuccioli dalla nera White Orris sposata al biancazzurro figlio di Platonic e di Streemoch?

Un collegio di fanciulle nobili instituito da una vecchia dama in memoria della sua figlia morta: una grande casa di campagna in un parco immenso e solitario come una steppa, biancheggiante di betule, occhieggiante di stagni.

Tutte le sere le educande vanno a uno stagno che sanno, pieno di cigni. Attraversano il parco tenendosi allacciate e cantando in coro. Portano il pane ai cigni che accorrono verso il margine fendendo l'acqua liscia; e tutta l'acqua rimane raggiata di scie su l'imbrunire. Risa, grida, sobbalzi; e non so che vago terrore, perché i grandi uccelli taciturni guardano con un cipiglio selvaggio e si appressano a prendere il cibo con un aspetto quasi imperioso alzando le ali a calice sul dosso e tenendo il collo all'altezza delle cinture. Le vergini hanno i loro prediletti; e li imitano nelle attitudini talvolta, inconsapevolmente, come l'amante imita l'amato e di lui si forma.

Or ecco che una sera le damigelle inebriate di canto trascurano di portare il pane. I cigni accorrono, e non ricevono se non voci di rammarico e promesse che non riempiono le mani vuote. Qualcuno soffia di collera come il serpe drizzato contro l'incantatore.

Quando le fanciulle si accomiatano per riprendere la via del ritorno, afflitte d'aver deluso i favoriti, ecco che odono su le loro tracce uno stropiccìo di piedi palmati e di penne dibattute. Si volgono, e scorgono la frotta malcontenta che, lasciato lo stagno, le insegue senza grazia pel cammino. Gettano un grido che più le sbigottisce, e si danno alla fuga, credendo di avere alle calcagna il soffio dei lunghi colli, credendo di vedere a ogni svolto biancheggiare la frotta minacciosa. Non si arrestano. Le più timide e le più folli comunicano alle altre la paura e la delizia d'aver paura. Giungono a casa scapigliate, pallide, anelanti, con nel bianco degli occhi la voluttà del rischio ignoto. Raccontano l'avventura interrompendosi a vicenda con la voce rotta dall'ansia. Qualcuna a un tratto scoppia in singhiozzi. Entrando per le finestre aperte la sera ha lo sguardo torvo dei cigni; le tende mosse dalla brezza hanno il fremito delle piume. La notte cala come le notti delle favole. Si favoleggia fino a tardi. L'inquietudine scaccia il sonno dai letti virginei. Si ascolta, si palpita, si sobbalza. Quando gli occhi stanchi si chiudono, quando si placano i seni illesi, di tra le pieghe delle cortine bianche un collo bianco s'allunga verso il capezzale.

V'era una copia dorata della Leda marciana, sopra una base di marmo veronese, nel gabinetto che per una favorevole disposizione della luce fu scelto dal dottore chiamato a esaminare il mio occhio spento, la sera del mio ritorno dal campo.

Ero seduto sopra uno sgabelletto; e il piccolo specchio forato splendeva contro la mia fronte come il fuoco di un astro infausto. Ero tranquillo ma attentissimo come quando mi ritrovo solo con la mia sorte e tendo l'orecchio a percepire una mutazione di ritmo da introdurre nella mia musica.

Il dottore abbassò lo specchietto forato. La sua faccia mi piacque per una certa crudità che contrastava con tutte quelle forme della raffinatezza settecentesca in quello stanzino adorno di medaglioni mitologici.

«Chiuda l'occhio sinistro» mi disse, con un modo brusco che mi parve rendesse ancor più salda e diritta la mia spina dorsale. «E mi dica quel che vede di quella statua lucente.»

La doratura brillava giù per la lunga schiena, giù per le gambe lunghe della Leda callipige; e tre riflessi vividi rilevavano i tre unghielli del Cigno confitti nella coscia con una violenza di rapina.

Premetti con un dito la palpebra sinistra. Non vidi più nulla, se non il doppio apice della capellatura, di là da un'onda nerazzurra sottilmente orlata d'ambra.

Allora, non so perché, mi riapparve in mezzo dell'anima il viso di Donatella quale era là, sul banco del suo campione, quando raccontava l'avventura dei cigni ridivenuta sedicenne, fresca e misteriosa come la sua voce: una tra le più potenti grazie della terra.

E sentii, come Nontivolio su la riva degli Schiavoni, quanto la vita fosse bella.