La Leda senza cigno

Part 12

Chapter 123,900 wordsPublic domain

I soldati si schierano dall'una e dall'altra banda, col fucile e con la baionetta inastata. Hanno un aspetto di vigore che cova l'impeto. Appartengono alla Brigata siciliana, alla Brigata di bronzo. Taluni sono foschi come i Saracini dell'imperator Federico. Il loro capo grida i comandi con una voce dura. Sembra un veterano eritreo o libico, che abbia lasciato appeso all'arcione lo staffile di cuoio d'ippopotamo.

Il Duca arriva, con quel suo aspetto grave e un po' distante, ma semplice, tranquillo.

Comincia la messa officiata da un prete robusto come uno zappatore, che pronunzia le formule sacre con una bocca accesa sporgente da una barba fulva.

Il capo grida: «In ginocchio!» I soldati s'inginocchiano, poggiandosi al fucile. Come nei duomi la preghiera è sostenuta dalle guglie e dai pinnacoli, qui oggi è infissa nelle punte delle baionette. Una preghiera irta e aguzza. Volti inclinati di giovani imberbi, di uomini maturi, taluni belli come i più belli esemplari dell'Ellade e del Lazio. Bocche sensuali, bocche tristi. Lanugine bruna o rossastra su mascelle risentite, su bazze tutt'osso. In taluni l'intero teschio traspare; e si pensa allo scheletro che attende entro la carne e che ne imita i gesti, ne segue le attitudini, prigioniero. Teste già toccate dalla morte, già segnate dall'Operaia indefessa. Una massa di carne da macello, un carnaio ben preparato.

Il cannone tuona, verso il monte di San Michele. Un velivolo nemico si mostra alla sommità dell'azzurro, tra le nuvolette degli scoppii. Quasi tutti gli occhi si sollevano al cielo lacero. Si vede il bianco ma non è il bianco della paura. Vi balena un sorriso selvaggio.

Il sacrificio della messa s'interrompe affinché il Cappellano parli. Egli sale sopra una bigoncia che domina l'altare fasciato di lana rozza. Con una facondia senza intoppi, egli parla del coraggio. Il coraggio l'ascolta, armato e taciturno.

Il cielo è d'una purità sublime, incurvato su l'Alpe che le prime nevi imbiancano. Un tepore lento si forma dalla preghiera, sopra le baionette nude e verticali. Il fogliame moribondo dei pioppi tremola di continuo, oro nell'oro. Il Carso è laggiù, laberinto di trincee e forteto di reticolati, quale lo conosco dall'alto. È certo che domani s'ingrosserà quel fiume caldo che vi si forma sotto il sasso.

Non odo più le parole dell'oratore che ha già la bocca piena di saliva. Odo il canto della terra, odo la pulsazione assidua dei cuori che pompano il sangue del sacrifizio; odo il silenzio di sotterra e il silenzio che sta di là dall'azzurro.

È una grande ora, la più grande da che abbiamo passato il confine e piantato la bandiera nel suolo redento. So che domani, a mezzogiorno, incomincerà lo sforzo, incomincerà la tremenda sinfonia, assai più vasta che quella dei giorni di luglio.

Volti di soldati in una specie di trasognamento, che sembrano già posati su l'erba funerea. L'anima si curva su di essi. Il cielo s'affoca d'amore. Veggo il mio volto presso quei volti, agguagliato a quella bellezza. Qualcuno si curva, mi riconosce, mi chiude gli occhi. La marea si ritira di sotto alla volta del mio capo. Due sollevano il mio corpo per coricarlo nella barella.

Perché penso a quella pietra che un giorno sollevai nella foresta opaca e lasciai ricadere sbigottito, avendovi di sotto scoperta una vita brulicante e fuggiasca?

Il Barnabita cessa di parlare. Il sacrificio della messa vien ripreso dall'officiante, con un susurro lieve, con un moto di labbra, perché ciascuno oda nel cuore la parola profonda.

«Siate facitori della Parola, e non uditori» è scritto sul pulpito di Grado, nella Basilica dei Patriarchi.

Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginocchiato davanti all'altare: i chiodi tra il fango, fra la terra molle, fra qualche fil d'erba e foglia morta.

I soldati sono di nuovo in ginocchio. Le teste sono chine sotto la selva lustra delle baionette. S'ode negli alberi gialli un crocidare di cornacchie sommesso. Il Duca è immobile, pensoso, con quel suo maschio pallore solcato dalla forza d'una malinconia che sembra in lui risalire dalle profondità secolari della sua stirpe di guerrieri e di santi. Egli si volta a guardare un poco in su. Il vino vermiglio brilla nell'ampolla, sopra la tavola dell'altare; e il riflesso batte nella spalla destra di Emanuele Filiberto segnando d'un segno luminoso il rozzo panno soldatesco del cappotto ampio come una tonaca senza cordiglio.

«=Tenuisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me....=»

Un giovine capitano, alto, snello, adusto, si china verso di me e mi dice a bassa voce: «Perdoni, tenente». Poi mi mette le dita nel collo e afferra una vespa che stava per pungermi. Ha la vespa viva tra il pollice e l'indice. Me la mostra sorridendo. Sorrido al ricordo della vespa che ronzava sul balcone di mia madre e che mi punse il polso, al momento del commiato. Ferita di poeta! _Vulnus hyblæum._

Il crocidare fioco delle cornacchie su gli alberi d'oro accompagna la fine della messa di sangue. «_Ite, missa est._» Il sacrificio è compiuto. I soldati si levano in piedi, e hanno un poco di terra molliccia ai ginocchi. Presentano le armi, mentre il Duca si muove, seguito dai suoi ufficiali, per raggiungere il luogo dove aspetterà che tutte le compagnie passino in ordinanza davanti a lui vicario della Gloria.

Il sole monta al meriggio. Le ombre sono brevi. Nella gran luce i corpi umani hanno un che di sparente, un che di labile. Quella massa di carne mortale scorre, su la prateria, non men lieve che la fuga d'una nuvola. Il passo misurato risona, come una pesta sorda; ma sembra che, dal ginocchio in su, gli uomini sieno avviluppati di silenzio, d'un silenzio remoto come quello che s'incurva laggiù su l'Alpe bianca della prima neve.

La rapidità mi placa. Odo di tratto in tratto, sopra al rombo del motore, il mortaio tonare sul monte. Vado al colle di Medea per visitare l'osservatorio di dove lo Stato Maggiore della Terza Armata assisterà alla prossima azione. Possiamo salire con l'automobile per la strada nuova, rischiando le gomme contro la ghiaia asprissima. Arriviamo al posto telefonico. I soldati si ricoverano sotto le tettoie per non essere colpiti dai bossoli, che i cannoni della nostra difesa aerea continuano a tirare contro un ostinato uccellaccio austriaco. Do all'ufficiale di guardia alcune istruzioni per la copritura dei vetri che luccicano e rivelano il posto all'osservatore nemico. Entriamo in una specie di ridotto, tutto corridoi bui come quelli delle Catacombe. Passiamo per una stanza fasciata di legno che un pittore ambizioso orna di festoni, di ghirlande, di cartigli, come per un convito augurale. Tutti questi operai sono pieni di devozione, di ardore, di fremito. Costruiscono e ornano il Belvedere della Vittoria?

Che spettacolo, dalla vetta del colle! La pianura dolce come un invito, i borghi d'un grigio di tortora, le città biancicanti, Gorizia condannata, i monti e i poggi già irrigui di sangue italiano e ricchi di ossame quanto di sasso. Tutto è oro d'autunno, azzurro di lontananza. Intorno al velivolo è una corona di nuvolette bianche, quasi serafiche. Il sole s'è fatto caldo come in maggio. I fianchi di Medea sono vestiti di acacie, di pioppetti, di cespugli. Ho voglia di stendermi su la proda e di dormire.

Se mi stendessi, non dormirei. L'irrequietudine mi caccia. Rientro nel mio rifugio su l'Ausa, nelle mie due stanze basse che la manìa di un cacciatore o di un ornitologo paesano riempì di uccelli impagliati. L'occhio sfugge i palmipedi per confortarsi nelle imagini della Nike di Samotracia, della Vittoria di Brescia. Che farò per attendere il domani? Ecco un messaggio. I marinai delle batterie navali collocate nell'Isola Morosina confidano che domani a mezzogiorno sarà con loro il Lanciere di mare. Rivedo il sabbione biondiccio, le passerelle su la mota, le torri di legno nascoste nella fronda delle querci, la Sdobba azzurra, un lembo del Bosco Cappuccio, Ronchi, Doberdò, la selva di Monfalcone, la Rocca, e Duino sul precipizio di rocce, e lo smottamento rosso di Sistiana, e laggiù Barcola, e laggiù Trieste, tutta l'Istria cilestrina. Le voci dei marinai e delle cornacchie tra gli alberi. A volte un gabbiano brilla nell'aria come un velivolo. Due cavalleggeri guardano i fili del telefono, coi loro piccoli cavalli villosi tra la frasca. Nell'osservatorio nascosto dentro la quercia, il comandante calcola sopra un quaderno, tra il goniometro e il canocchiale. Il sole brilla su i treppiedi di legno levigato. Il megafono, la grande bùccina di metallo, sporcata di verde, sta appeso al ramo. S'aspetta il primo colpo. «Pezzo uno, attenti! Castagnola, fuoco!»

Le visioni, le apparizioni e i sogni mi rapiscono lo spirito a ogni attimo se mi soffermo, se mi seggo, se mi riposo.

Già i cavalli sellati sbuffano davanti alla porta. Monto Doberdò, che sembra allegro. Vado su la strada di Palmanova, in cerca d'un prato per galoppare. Ne trovo uno troppo piccolo, dove s'affonda. Scopro, verso Muscoli, un fiumicello colmo che corre tra file di salici annegati fino a mezzo il fusto, dorati come la chioma di Ofelia. A un certo punto, non incontro più né carriaggi né ambulanze né truppe. Una pace improvvisa, in una ripa solitaria.

L'acqua verde, la viottola umida, i salci d'oro, i pioppi d'un oro anche più splendido; le erbe lunghe, le vermene oscillanti, un uccello misterioso che fugge per l'ombra, senza grido; il sentiero che si restringe sopra l'argine, finché diventa impraticabile; una fila di alti pioppi dorati, laggiù, dove non posso andare; e l'acqua che fluisce come un sorriso sinuoso.

Soavità di questo paese riacquistato! L'autunno vi biondeggia come un ritratto del Palma vecchio. Qualcosa di femineo e di docile, da mettervi la mano per entro. Dov'è la guerra? Dov'è tutta quella carne da lacerare e da pestare, che stamani era accomandata dal prete al Dio degli Eserciti?

Mi arresto là dove è impossibile passare col cavallo, tanto è folto l'intrico delle acacie. Torno indietro per le viottole erbose e fangose. La pesta sorda di Vaivai, che mi segue, sembra attirare indietro la mia malinconia, in un modo musicale che non so esprimere. Doberdò sbuffa, e a quando a quando tuba, roco come una tortora.

Vado a cercare un prato che conosco, di là dall'Ausa. Galoppo finalmente sul terreno soffice, sopra le ombre lunghissime dei fusti, come sopra uno smisurato rastrello.

Il prato è segreto, tutto chiuso fra cortine di pioppi, silenzioso, dolce come chi ama arrendersi. Gli alberi ardono per le cime, come i ceri, pioppi e salici dai lunghi rami verticali: leggeri, aerei. Le ombre s'allungano finché toccano l'altra estremità. Il cielo impallidisce. La mia malinconia si fa più musicale ancóra, misurata dal galoppo ritmico del cavallo. Ripenso, o meglio risento certi vespri fiorentini sul Campo di Marte, in vista di Fiesole gloriosa, tra una chiarità di muri graffiti....

Il passato non val più nulla. né vale il presente. Il presente non è se non un lievito.

Ho non so che volontà di morire. Ascolto la melodia del mondo, che significa: «È tempo di morire, _tempus moriendi_».

Esco dal prato come da me stesso, col cavallo in sudore. Ritorno su la strada brutale, fra lo strepito atroce dei carri. Fumo, polvere, puzzo, ingombro, grida. E il cielo così arduo e tanto immacolato

Nella scuderia, l'odore della canfora, l'odore della miscela inglese. Uno strano intorpidimento m'invade, nella posta, tra muro e tramezzo, su la paglia fresca, mentre il palafreniere fa la fregagione alla spalla di Vaivai. Nessuna volontà di tornare a casa, di seguitare a vivere. Imagine d'una trincea profonda, sul Monte San Michele, nel Bosco Cappuccio, dove si muore, dove la morte percote e schiaccia di sùbito, dove il corpo diventa inerte come la mota, come il sasso, all'improvviso. Torno a casa. Tutte le noie della vita comune, di quell'altra vita, sono là, su la mia tavola. Se devo finire domani, val la pena di occuparsene? Donatella è là, nella cornice di smalto, con i due levrieri favoriti, con Agitator e con Great Man, col fulvo e col nero. Mi riappare la prateria di Dama Rosa, il muro pallido, il granaio basso, il gioco dei cani nell'erba non falciata. Ore lontane, ore di solitudine, di ebrezza, di afflizione. E la tomba della mia povera Dorset Red, laggiù, nell'angolo, rilevata di zolle, simile ai tumuli dei soldati, che vidi ieri sotto i cipressi di Aquileia, all'ombra del campanile venerando. E l'immensa guerra che riempie i continenti e le isole, la gigantesca forza nemica, la pulsazione tremenda della razza barbarica.

Dio, Dio, solleva domani di mille cubiti la statura nostra! Dacci il sentimento della potenza, del diritto divino, dell'imperio ereditato.

«Gettiamo il fegato di là dal Carso e andiamo a riprenderlo. Questo bisogna.» Così diceva iersera un soldataccio che odorava di trincea muffita.

Perché nessun canto mi esce dal cuore? Perché, quando per forza mi dispongo a comporre il canto aspettato, sono preso da una specie di ripugnanza che par vergogna?

Lo so, lo so, mia gente. Voglio sparire prima che la fede m'abbandoni.

Ero intento alle solite cure atletiche dei muscoli, quando il migliore dei miei compagni di terra ha picchiato ai vetri della finestra bassa: il capitano dal bel capo di negro impallidito, il mio pilota di tempesta, quello del più arduo volo.

Forse viene a offrirmi la fine eroica. «Al quale io dissi: Benvenuto è il tuo nome. Rispose: Benvenuto sarò io questa volta per te.»

Mistero della sera, dell'arrivo inatteso, della voce che suona su la soglia, tra l'aria di fuori e l'ottusità di dentro. Ogni uomo è un messaggero. Bisogna aprirgli il pugno.

Il benvenuto ritorna, quando sono pronto. Al primo vederlo, gli trovo la qualità dei sogni. Mi porta il vento alpino che passa pel valico, là nell'Altipiano dei Sette Comuni; mi reca l'odore della prateria soleggiata dove pascolano le vacche presso la loro ombra lunga, dove i fiori violetti del colchico si piegano verso la loro ombra lieve. Tutti i nastri delle vie legano la terra verde. Delle abetine non vedo se non le cime fitte come schiere e schiere e schiere di lance. Dell'alpe non vedo se non i denti che stracciano le nuvole, le groppe che s'accavallano, le ombre disposte come le nervature nelle foglie palmate...

Il benvenuto mi parla, e non lo comprendo. Mi occupa l'orecchio il tono del motore. Sto sul mio seggiolino di prua. Porto il barografo legato a zaino su la schiena. Mi serro la mia cintura di sicurezza. Non ho davanti a me se non il bordo di zinco verniciato di bianco, simile a quello d'un leggerissimo palischermo. Non ho davanti a me se non l'agile mitragliatrice collocata sul treppiede d'acciaio. La fisso con la canna in alto. Sento sotto i miei piedi la fragilità dell'assicella di noce. L'aria mi penetra. Sono d'aria e d'anima. Vivo una vita perfetta.

Il benvenuto mi parla, e io non l'odo. Passiamo su Gorizia, sotto una cupola di scoppii bicolori. Ora andiamo incontro alla sera, alla nostra sera. Il pilota abbandona le leve e allarga le braccia, come verso una donna bella, con una subitanea fantasia giovenile. Nel verdognolo e nel bruniccio i nastri delle vie legano la terra. I denti dell'alpe masticano l'oro del tramonto, lo ruminano, lo sfilaccicano. Siamo sopra la pianura. Udine biancica nel violaceo. Il sole scompare nelle liste delle nuvole, quasi spade che lo decapitino. Ora siamo a duemila e ottocento metri di quota. Si scende con un volo librato arditissimo. La prua dà di becco nell'ombra. Tutto il mondo gira intorno al mio sogno. La pianura si solleva e diventa cielo; il sole mi passa sul capo come se tornasse al meriggio; l'alpe danza una giga frenetica; le città e i borghi sono lanciati nello spazio come sassi da una frombola titanica. Il sole, fasciato dalle liste d'oro, turbina. Un discobolo divino lo scaglia verso il fato di domani...

Il benvenuto m'indovina assente e mi riconduce a lui toccandomi il gomito, come quando dal suo posto nella carlinga, tra le nuvolette bianche e rosse dei tiri austriaci, mi chiedeva il taccuino per scrivervi tranquillo: «Cattiva carburazione. I radiatori sono freddi. Spero di raggiungere le nostre linee». Lo guardo, lo guardo bene.

Ha i capelli rasi fino alla cotenna, come gli atleti greci, come i lottatori del ginnasio. Vorrei nominarlo col nome d'uno dei tre Magi, del più giovine, di quello dalla pelle buia, dalle labbra grosse, dagli occhi sporgenti, di quello che portava la mirra.

Piemontese d'oggi, pacato, volontario, tenace, ma non senza pieghevolezza e amore del gioco, preciso e ardito, deliberato a vincere e a godere. Ha ventisette anni: è nel culmine della giovinezza, quando la prima fame è sazia e cominciano gli indugi sul sapore.

È stato a Verona, per tre ore, divorato dal desiderio e dall'ansia, per vedere una sua amica che passava da quella stazione con un treno della Croce Rossa. Servito da un'astuzia e da un'audacia fredde, dissimulando la sua avidità quasi ferina — dopo la lunga astinenza del campo d'aviazione — ha potuto riescire a ritrovarsi con lei: per alcuni attimi? per un'eternità? La visione di tutta quella carne dolorosa, composta negli scompartimenti squallidi, ha traversato il suo delirio. E, per perdonare a sé l'empietà, egli ha promesso al suo rimorso l'espiazione: ha giurato di offerirsi al più gran pericolo, ora e sempre, per tutta la guerra...

Mi racconta questo su la soglia, mentre si vede luccicare l'Ausa sotto la luna nuova, e s'ode sul ponte lo scalpitío dei cavalli.

Per avere ventisette anni darei il libro di _Alcione_.

Ho la mia fotografia di ieri, implacabile, che mi mostra quel che sono, quel che è il mio viso. Eppure, oggi, a cavallo, avevo non so che senso giovenile del mio corpo. Dianzi, sotto le spazzole dure e sotto i guanti di crino avevo non so che senso giovenile dei miei muscoli, dei miei tendini, delle mie arterie.

Ma là, nella fotografia di ieri, nella «istantanea» spietata, sono già vecchio. Lo vedo: c'è là qualcosa di senile, che pure mi sembra estraneo, che pure non sento in me. Quando cammino, quando galoppo, quando volo, quando l'aria mi percote, quando il vento mi fischia negli orecchi, ho del mio viso un sentimento che non è reale. Credo di avere il viso fermo e liscio della mia volontà. E questo è un viso grinzoso di vecchietto «richiamato»!

Pure, dianzi, davanti alla porta della scuderia, sono saltato giù dalla sella con una leggerezza di volteggiatore; e mi sono ritrovato in piedi, con un equilibrio netto, su le gambe elastiche.

V'è una giovinezza di movimento, che può essere conservata a lungo dalla disciplina. Ma l'età e la passione, accoppiate sotto un giogo, continuano ad arare la faccia.

Il filo di scarlatto che misi intorno al collo d'un mio eroe per segno della minacciata mannaia, non era se non una figura della mia inquietudine. Talvolta penso che mi piacerebbe di reggere il mio proprio teschio in mano, come certi militi della Leggenda aurea, e di concedere al resto del corpo le sue illusioni muscolari.

Il benvenuto mi offre il buon rischio, con una certa galanteria, come si offre un trifoglio di quattro foglie. Domani, a mezzogiorno, incomincerà la sinfonia sanguinosa. Martedì mattina andremo, col nostro leggero «Farman», a riconoscere le linee nemiche e a proteggere con la nostra mitragliatrice i «Caudron» che faranno il servizio per le artiglierie.

Il tono vitale sembra aumentato anche nelle cose intorno. Il capo raso del benvenuto ha per fondo le imagini equestri del Gattamelata e del Colleoni. La Leda del Museo marciano è ghermita dal gran cigno dell'Eurota, non con piede palmato ma con artiglio d'aquila che travaglia la lunga coscia voluttuosa.

«Perché Leda tra i Condottieri e le Vittorie?» mi domanda il ghermitore di Verona, ne' cui occhi forti ondeggia un'altra imagine.

«Perché è la madre dei Dioscuri, che stanotte verranno di nuovo a lavare i loro cavalli bianchi nel Timavo.»

Egli sorride. Ha i denti di smalto intatto. Sveglio in lui l'istinto della poesia. Certe volte, a grande altezza, quando tutto era divino intorno a noi, sopra di noi, e le nostre ali parevano ferme, rigate dalle ombre esili dei tiranti, egli mi chiedeva il taccuino e abbandonava le leve per scrivermi un suo pensiero lirico.

Siamo ora seduti tutt'e due sul banco. Si parla di apparecchi, di camerati, di capi, di fortuna, di sfortuna. Si guarda su la carta la distanza tra Campofòrmido e Vienna: il nostro sogno. Ier l'altro, il colonnello Barbieri, a Pordenone, dimostrava l'impossibilità di compiere l'impresa con un «Caproni» da trecento cavalli. Si discute, si persiste, si vuole, si spera. Si sogna e si disegna un velivolo di forza triplice, robusto e rapido, armato a prua e a poppa: una squadriglia formidabile, capace di gettare su Schœnbrunn diecimila chilogrammi di tritolo.

Siamo tutt'e due sul banco, l'uno accanto all'altro. Ci sembra che i nostri destini si leghino, si annodino. Egli è giovane, io non sono più giovane. E tutt'e due martedì, prima di mezzogiorno, potremmo esser morti, essere un pugno di carniccio carbonizzato, qualche osso annerito, qualche cartilagine rattratta, un teschio spiaccicato con qualche dente d'oro luccicante nella poltiglia. O forse abbatteremo un velivolo nemico, il primo, e discenderemo nella gloria!

Quando glie lo dico, i suoi occhi luccicano tra le palpebre rilevate come quelle dei bronzi arcaici.

Si alza per andarsene. Ha i guanti troppo stretti. È ancor lontano dalla vera eleganza. Ma i denti bianchissimi gli brillano, come lassù, nel nembo montano, su la tempesta impietrita dell'alpe, quando mi voltavo verso di lui dal mio seggiolino di prua per fargli un cenno risoluto.

Su la soglia, nella sera limpida, mentre la luna nuova brilla tra la fronda della ripa, mentre un ragazzo fischia sul tiemo d'un burchio ormeggiato, mentre là su la strada di Palma un cavallo nitrisce, mentre laggiù il Trecentocinque dell'Isola Morosina romba e rimbomba, egli riprende a parlare della sua amica bella e della furente ora veronese. Un Maggiore medico, dal treno della Croce Rossa, vedendolo passare, mentre l'infermiera fingeva di non conoscerlo e dissimulava l'ansietà, il Maggiore medico aveva detto: «Guardi che capitano giovine! Sembra un ragazzo».

Il capitano soggiunge, con modestia incantevole: «M'ero fatta la barba».

Se ne va. Va a desinare, poi riparte per Campofòrmido. Lo accompagno fuori. Lo seguo con lo sguardo fino di là dal ponte. Non ho voglia di andare alla mensa, non ho voglia di ritrovarmi in quella sala fumosa, piena di chiacchiere; non ho voglia di riudire tra quel baccano l'ufficiale dell'Intendenza parlarmi del «cavallo di carica» e del «prelevamento» di una uniforme pel mio caporale.

Lo spiazzo è deserto di carriaggi, perché domattina lo debbono spianare e inghiaiare. L'Ausa è liscia come uno specchio, senza il più lieve increspamento, senza la più tenue ruga. È giovine.

Varco il ponte, alla ventura. Le vie sono ancora piene di soldati, gonfie di sangue cupo. I carri passano ronfiando, con un solo occhio azzurro. Passa una fila di cavalleggeri, portando i cavalli a mano. Passa un'automobile del Comando, a tutta velocità, con il solo fanale di sinistra acceso. L'Ausa non si muove; sembra stagnante come il Lete: chi lo varca è un morto. La luna è insensibile, come al tempo dell'insonnio di Saffo.

Torno indietro. Cammino per la strada di Palmanova. Giungo davanti alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. Passo oltre, scavalcandola. L'occhio blu di un carro mi viene incontro. Come si avvicina, il chiarore mi abbaglia, perché il soldato che lo conduce ha grattato la vernice azzurra e ha scoperto nel centro un disco di luce bianca, per veder meglio la via. Mi scanso, e urto contro qualcuno che borbotta e puzza.

È un prigioniero straccione, che un lanciere a cavallo caccia innanzi, su per il margine.

Vedo, laggiù, lungo la fronte, splendere le bombe illuminanti. Arrivo all'Ospedaletto e torno indietro. Un medico fuma un sigaro davanti alla porta, tranquillo.