La Leda senza cigno

Part 11

Chapter 113,881 wordsPublic domain

Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa di neve, esitavano su l'acqua color di perla e poi svolazzavano su per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile.

Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali ancor tremule, e già s'è posata».

Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, se nel suo corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo sorriso lieve.

Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere lodata e benedetta.

Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore del _Trionfo di Cesare_, parlandomi d'un suo compagno che non aveva saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti, senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato.

Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezza del tiro e pigliava rilievi imperturbabile.

Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri pezzi non ebbero mutato bersaglio.

Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti, s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando sul terreno la pelliccia a brandelli ma riuscendo a svincolarsi e a raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso il pelo, non la ferocia.

Ammalatosi di tifo e di polmonite nella belletta putrida della trincea, i medici avevano diviso in zone il suo corpo paziente, curandolo a contrasto, col freddo e col caldo. Una vescica di ghiaccio sul capo, un'altra sul ventre; un impiastro bollente sul petto; la morte ai piedi esangui. Egli non si ricorda se non di una gran pace deserta, fra sole e neve, ov'egli restava immobile senza tempo, come una di quelle sentinelle perse che si considerano già sepolte.

Era venuto per un'ora a vedermi, senza ansia. Della sua compagnia erano superstiti ventitré uomini. Doveva ritrovarsi all'alba su l'Altipiano tremendo.

Diceva: «Comando da una diecina di giorni una compagnia speciale della Brigata dei Granatieri: la compagnia degli Esploratori. Si tratta di ciò che noi chiamiamo «una formazione organica» da istruire particolarmente, con metodi nuovi, con una disciplina nuova. Si tratta di creare un'anima e un corpo, e di prepararli a sacrificarsi. C'era, in altri tempi, chi allevava le vittime, chi produceva i tori bianchi e le pecore nere. Imagini un che di simile. Non so dove io abbia letto che tre cose costituiscono il sacrifizio: la vittima, l'oblazione della vittima e l'uccisione della vittima. Imagini una compagnia istruita in questo senso. Si va sempre fuori di notte a far esercizio, da mezzanotte alle cinque, su i colli. Mi sono amicate le costellazioni, che conoscevo così poco; e son riuscito a ispirare nei miei Granatieri l'amore della notte. I soldati italiani, in genere, non amano la notte. Gli austriaci ne hanno qualche pratica; ma anche in questa siamo per superarli. I miei Esploratori, per i segnali, già imitano maravigliosamente i gridi degli uccelli notturni. Sono quattrocento ottanta sceltissimi. I pochi superstiti dell'ultima carneficina vi son tutti. Gente che, a vederla, è più alta della sua statura vera. Dalle spalle in su, c'è l'aria della testa: il coraggio che non sopporta d'esser misurato, come la passione. In poco più di dieci giorni, avevo formato intorno a questa compagnia qualcosa come un'aurèola. L'aurèola aiuta a vederci di notte. Nelle soste, solevo raccontare anche le storie antiche dei Granatieri che si chiamavano «enfants perdus». I nuovi rinnovano quel nome a modo loro. Perdutissimi, infatti. Credo che riescirei a spingerli tutti, d'un balzo, di là dalla morte, senza sforzo. Credo che farei qualcosa di buono, con questa gente, anche se si tornasse proprio alla guerra di trincea, nel Carso, come pare. Invece qualcuno s'è accorto che una simile accozzaglia non è regolare, non è «sugli organici»! E la compagnia sta per essere sciolta, prima dell'immolazione. Io sarò rimandato a inquadrarmi, a ridiventare sagoma da tiro nella massa. Non mi lagno. Conosco la trincea. Per un mal di trincea, sono stato diviso in zone fredde e calde: esperimento di culture. Ma confesso che m'è, a un tratto, venuta la voglia di volare. Dopo tanta terra, un poco di cielo. Mi aiuti, se può. Conosco bene la zona di confine perché ho cacciato nella conca di Gorizia e sul Carso. Sono stato a Lubiana, a Gratz, da per tutto laggiù. So la lingua, i dialetti, gli usi. Vista ottima. Peso, in allenamento, circa sessantacinque chili. Ho molta pratica di motori a scoppio....»

Parlava semplice, con gesti sobrii. Il reale e l'ideale avevano in lui il medesimo accento. Lo guardavo fiso, senza rispondere, con quella pupilla dove ora s'aduna tutta la voracità del mio sguardo. Sentivo in lui l'amore dell'olocausto «in cui tutta la vittima si brucia, totalmente ad onor divino».

«So che non cessa di pensare al Suo compagno scomparso» mi disse, con una bontà velata.

Gli risposi: «Le auguro uno che a lui somigli».

E m'erano là, accanto, sopra lo sgabello, in mucchio, le liste di carta scritte nel buio, quando avevo gli occhi bendati, quando stavo supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi, sollevando leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v'era posata.

Cercai nelle rubriche. Trovai, e lessi.

[La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione dell'ala umana, conduttore e feritore, arma d'altezza, arma celeste, maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine Greco.

Il compagno è il compagno. Non v'ha oggi al mondo legame più nobile di questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità, una sola prodezza, una sola morte.

Il più segreto brivido dell'amore non espresso è nulla al paragone di certi sguardi che, _nelle ore leggère_, riconfermano tra i due la fedeltà all'idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di domani.

Ora la morte, che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro il patto, contro l'offerta, contro la giustizia, contro la gloria.

Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l'olocausto: il sacrifizio in cui è arsa tutta la vittima.

La sorte del fuoco è la lor vera sorte.

La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.

Come nell'ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno dell'orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della fiamma. Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico della combustione, così l'olocausto si risolve in nero silenzio.

La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è l'arsione totale.

Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che pecchi contro la patria, contro l'anima e contro il cielo. Sventurato o svergognato, perde ogni diritto alla gloria.

Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in morte.

Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate nella barella come tizzoni fumanti!]

Egli guardava di tratto in tratto la mia tempia fasciata, il mio occhio bendato, con un sentimento di dolcezza, ma senza proferire alcuna di quelle parole di compianto o di conforto che mi sono odiose e mi sembrano vilissime. Io notavo che i suoi occhi bruni erano straordinariamente ingranditi e che la barba fulva intorno alla faccia ossuta gli dava quell'aspetto energico e pacato che doveva avere il Purificatore quando ebbe cacciato dal Tempio «coloro che vendevano e comperavano in esso». Non v'era più nulla di superfluo nella sua carne come non v'era più nulla di vano nel suo spirito. Non un'oncia di vanità né un'oncia di adipe. Il vero asceta nei due sensi, come quegli che aveva esercitato e preparato alla perfezione il corpo e lo spirito.

Certi asceti cristiani parevano respirare veracemente in Dio, cioè non nell'aria comune, non nei vènti del mondo; parevano avere i polmoni e l'anima adattati a una nuova condizione di esistenza. Simile egli pareva respirare in disparte, in non so che novità interiore, consapevole di sé stesso, e pure non più appartenente a sé stesso, presente e pur trapassato. Non era un uomo; era un'offerta. Non aveva più nessun legame, fuorché quello che lega l'offerta al sacrificio. Era, nel più alto significato ideale, il Volontario.

Parlava semplice, con gesti sobrii. Stava là seduto, occupava poco spazio. Ma quella sua serenità aveva qualcosa d'immenso e di profondo. Io mi sentivo all'orlo della sua serenità come su la riva di un mare raggiante. Dinanzi a un uomo, ecco che avevo un senso sovrumano dell'uomo.

Era quello un uomo pel quale la vita e la morte s'erano confuse come il giorno e la notte si confondono nella zona dell'alba.

Tuttavia le sue mani erano robuste e, nella lotta a corpo a corpo, avevano preso il nemico per la gola; forti erano i suoi bianchi denti, e avevano morso alla disperata il nemico; saldi i suoi piedi, nelle grevi scarpe munite di chiodi, e avevano sferrato contro il nemico il buon calcio all'inguine.

Pensavo: «Ecco un soldato d'Italia». Mi tornavano nella memoria certe sere d'ottobre, laggiù, lungo l'Isonzo, quando parlavo ai reggimenti in punto di marciare verso la battaglia. Da prima i reggimenti non avevano se non un solo viso e un'anima sola, perché io non vedevo se non la fronte allineata, a traverso la mutazione della mia voce. Ma dopo, rotte le righe, avvicinandomi, scoprivo in uno sbattimento d'ombra, in un riflesso di lume vespertino, qualche aspetto di sovrana giovinezza, qualche testa costrutta come quelle delle statue atletiche di Delfo, qualche faccia illuminata come quelle dei martiri invitti, un che di ferino e di spiritale, un che di adamantino e di fervente, come nel volto del mio visitatore. Certo, i più belli erano venuti alla guerra _dopo aver fatto la pace in sé_.

L'ho io fatta in me?

V'è certo, per ottenerla senza sforzo, un dono di grazia, una elezione gratuita. Allora essa scende e ci sgombra di tutte le infezioni e di tutte le fermentazioni, come dei mali incurabili accadeva al tocco del guaritore. Allora l'identità della vita e della morte diviene un sentimento luminoso. Il pericolo — come da me fu scritto in un libro di prova ascetica — diviene l'asse della vita sublime.

Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a conseguirla.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È necessaria una certa nudità interiore, l'assenza delle imagini e delle melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il giorno e la notte si confondono».

Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce, io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della sua propria libertà.

Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il 9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui, stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta allontanandosi. Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso, riempiendomi di fremito e d'anelito.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso, il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola. Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore della vita.

Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe!

Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva. Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire inebriato due compagne non immemori di quel che già fui e di quel che già mi piacque.

Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza. Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro, figura di cera in una custodia di vetro.

I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede tre o quattro colpi su l'acqua come la spatola di Arlecchino. Poi rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce, mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio traforato ci pendeva sul capo come fatto di refe da una Buranella malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee. Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide, non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo il passo cauto, come dopo una vertigine. Aspettammo davanti a una porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il pavimento di musaico.

I riflessi del canale entravano coi soffii dell'aria marina; e noi secondavamo col nostro lavoro quei giuochi della luce, orientando ad arte i tasselli così che ciascuno pigliasse la sua diversità di chiaro e di scuro e tutta l'opera fosse varia e sensibile, là dove un musaicista meccanico avrebbe tutto appianato e agguagliato in una politura inerte. A ogni passaggio di battello, uno strepito di risacca si prolungava su la riva, riecheggiato dal portichetto come da un antro. Avevamo nella conca dell'orecchio una melodia argentina, e quelle sillabe ineffabili che si creano a quando a quando nei riscontri del vento. Nei pomeriggi di scirocco, i marmi misti sudavano come le nostre tempie, come le nostre mani; e quella tepidezza umidiccia pareva propagare alla materia la sensibilità della nostra pelle e più umanamente assomigliare a noi la nostra opera. Divenivamo più lenti ma più imaginosi. Un orto vicino, di là dal muro coronato dai vecchi merli di terra cotta color «rosa di gruogo», ci mandava l'odore vainigliato dell'oleandro nella polvere soffocante dei calcinacci. Perdevamo a poco a poco la memoria di noi, attratti in non so che incantesimo delle cose. Vedevamo i piedi ignudi d'una creatura sconosciuta passare sul nostro lavoro nettato dalla spugna.

Ed ecco che il custode venne ad aprire la porta, dopo vent'anni! E non osai guardarlo in viso.

Entrammo. La mia ombra e quella dei miei due amici si dileguarono pel pavimento, nello sprazzo di luce marina che lo percosse. Nulla intorno era mutato. Non camminai sul musaico, quasi temessi di calpestare le mie stesse mani. Camminai rasente.

Erano tuttavia là i rottami, le assi, le lastre di marmo non segate, le scorticature della parete, le travature scoperte, la solitudine aspettante, l'abbandono e il trasognamento, e quelle furtive larve grige vestite di ragnateli laceri, che abitano le case dove il nuovo fu demolito per ritrovare il vecchio.

Il gran pozzo rossigno era là, nel mezzo del cortile, pieno di silenzio e di polvere come un'arca. Allora mi ricordai che venivamo a visitare un ospite moriente e immortale. E non mi tornò di sopra al muro merlato l'odore dell'oleandro ma quello della resina, quello dei pini piagati d'occidente; il profumo della Landa, l'aulente malinconia della spiaggia oceanica, l'aroma dell'esilio.

E, salendo la scala erta, riudivo nell'aria il coro angelico di Claudio Debussy ripetere misteriosamente il nome del Santo. E il mio spirito tremava di maraviglia come quando per la prima volta sentì dalla profondità del dramma salire la rivelazione della melodia. Gli si ripresentò a un tratto l'evento immenso. «Dal vecchio mondo che si gonfia e crolla, ecco balza la giovine Musica».

Andavamo vacillando sul solaio sconnesso della sala veneziana restituita alla sua vastità primiera. «Dov'è?» diceva Nontivolio. «Dov'è?» diceva Chiaroviso. Tavole pencolanti, pareti raschiate, usci senza imposte. Come sta ad asciugare il bucato dei poveri, stavano appesi a una cordicella per traverso alcuni tappeti persiani di grande pregio. Attoniti, ci soffermammo a toccarli. Erano vivi. Avevano serbato nei secoli la vita animale onde è pregna la lana tondata nel momento che la tingono i tintori d'Asia. Nontivolio passò la sua lunga mano in uno sdrucio.

Ma che era quella bellezza ferita al paragone dell'altra?

Vacillavamo tuttavia sul solaio malfermo. Ed ecco un arco marmoreo, l'apertura stupenda d'una specie di tabernacolo glorioso, tutto marmi venati e rosati, cui non tanto rischiarava l'alto spiraglio quanto il soffitto a melagrane d'oro.

«Dov'è?» ripeteva Chiaroviso. Gli occhi non lo vedevano ancora, ché la luce dov'egli viveva era una luce diversa da quella del giorno.

«Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande, svelto, col petto quadro. Nella sua carne i dardi parevano fitti con arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli.

Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia, sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa, aveva non so che purità belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto:

NIL NISI DIVINVM STABILE EST CŒTERA FVMVS.

Ma il divino lampeggiava e s'oscurava, appariva e dispariva, presente e fugace, diverso e instabile, tra il fumo dalle mille e mille forme.

Ripassando lungo l'inferriata bassa della sala terrena, mi volsi a cercare l'imagine mia giovenile inginocchiata sul musaico. Si faceva sera. Ripensai la mia finestra bassa, laggiù, su l'Ausa, dove i miei compagni venivano a chiamarmi picchiando i vetri con le nocche. Erano giovani. Intravedevo nell'ombra violetta i loro denti bianchi come quelli del San Sebastiano di Andrea Mantegna il Cesàreo.

Ora bisogna che io mi umilii. _Divini et humani nihil a me alienum...._

Apro a caso il libro segreto della mia memoria, e mi chino sopra questa inquieta cenere d'una mia giornata arsa.

[Il mio generale — dalla cui rude bontà m'ebbi ieri in dono una sorta di alloro spinoso sradicato alle falde del sanguinante Podgora e trapiantato in un vaso di terra rossa — il mio generale mi avverte che stamani l'oratore castrense parla alla Brigata Caltanissetta accampata in Versa.

Vado a Versa. È una mattina d'ottobre limpidissima, quasi temprata e forbita come un'arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi. La mia macchina grigia, snella, vibrante come una piccola torpediniera, fende i battaglioni che si aprono. Movimento insolito da per tutto. Si sente che qualcosa è nell'aria, che qualcosa di grande si prepara. Si fiuta già l'odore del sangue, come il fumo del mosto alla vigilia della vendemmia.

Arrivo sul campo. Cerco sùbito l'altare. È alzato in mezzo ai pioppi ingialliti, fasciato con le coperte di lana bruna in cui s'avvolge il sonno dei combattenti nella trincea. Talune sono così vecchie che mostrano i buchi. Ci si vede il sole a traverso.