La Leda senza cigno

Part 10

Chapter 103,813 wordsPublic domain

O suore di Francia, in ognuno di quei luoghi indimenticabili voi vi accordaste facilmente col loro genio e sapeste comporre un'armonia latina, come io non mi sentii straniero — nei giorni del ferro e del fuoco — a Soissons, a Reims, a Senlis, a Chantilly, tra le foreste e le correnti del Vallese. La grazia di Silvia, l'ombra di Maria Felicia Orsina, vi accompagnava tra le statue e le vasche delle ville romane. E certo con voi ella ripassò le Alpi e se ne tornò nella sua casa a specchio dello stagno, e forse ora séguita a gettar l'amo nelle acque chete del vivaio, stando fra le sue donne, col suo cervo bianco giacente ai suoi piedi, «_Legato son perch'io stesso mi strinsi._»

Sopraggiunte nella intenebrata Venezia di guerra, nella Venezia delle altane munite, non più tenuta desta dalle canzoni voganti ma dal grido delle vedette in guato su i colmigni, voi sembraste subito vivere nella sua ombra indicibile come nell'elemento stesso della vostra eleganza; ne faceste il vostro mantello e la vostra bautta, con una invenzione estemporanea che stupì e forse indispettì le più studiose frequentatrici del Liston.

Strana cosa, per me monocolo tra due e due occhi invitti, ritrovare a un tratto nelle mie gambe fiacche, su per i ponti disagevoli e lungo le fondamente anguste, il ritmo flessibile delle nostre lunghe passeggiate d'allenamento.

Il passo bene accordato è uno tra i più squisiti piaceri dell'amicizia.

Sorridemmo tutt'e tre, del medesimo sorriso, quando riconoscemmo l'accordo. E per alcuni attimi il lastricato della calle fu come il musco nel sentiere della foresta.

Nontivolio quella sera portava una veste di tela rude color di laguna quando intorno alla barena il cilestro muore nel grigio; ma era tutta ricamata d'argento, come una veste di Cenerentola trapunta di nascosto da una fata lunatica che l'avesse tolta dal chiodo dov'era appesa e poi ve l'avesse riappiccata così mista di luna in fili torti. Chiaroviso invece portava una veste scura, listata di bianco intorno al collo, intorno alle maniche, dovunque toccasse la pelle, orlata di bianco in basso: una veste di lutto; ma il bianco v'era messo con quell'arte lieve che usavano i nostri vecchi vetrai nell'orlare un vetro fumato. Amico a Nontivolio era il tremolar delle stelle nei rii colmi di marea alta; amico a Chiaroviso era il riflesso dei rari fanali tra violetto e azzurro. I muri, di lontano, sembravano paramenti di velluto tesi fin giù nell'acqua come quei drappi che le gentildonne strascicavano dietro le gondole. Non erano lisci ma a opera, densi d'una ricchezza profonda e diversa che si scopriva a poco a poco. La coltre che un tempo ammantava il feretro del Doge defunto non poteva essere magnifica come quella banda di ombra nera. Mi veniva fatto di sollevarla con la mano come un cortinaggio, per lasciare le due ospiti passare di sotto senza chinare il capo. Ed ecco che, da presso, non era bruna ma rossa come il robone d'un procuratore di San Marco. La notte trasparente non spegneva il colore del mattone salso ma lo vellutava, ma lo rendeva quasi manevole. Avevamo voglia di toccarlo, di sentirne la morbidezza e il peso, come d'una stoffa che fosse sciorinata nel fondaco d'un setaiuolo.

Ma se tanto era mirabile il nero, il bianco era oltremirabile. La pietra degli architravi, degli stipiti, dei gradini, degli zoccoli pareva imbevuta di lume stellare. La fosforescenza mossa dal remo nel rio pareva vi si propagasse e vi durasse. Valori e rapporti non mai trovati da alcuno più potente o esquisito colorista si succedevano con una sensualità che ci rapiva fino alla più alta ebrezza musicale, come se in una barca invisibile ci seguissero i sonatori di Giorgione.

La stessa mia infermità moltiplicava per me gli incanti e gli inganni, confondendo la misura delle distanze, prolungando o accorciando gli spazii, congiungendo o sovrapponendo i fantasmi delle cose, per modo che io mi credeva gioco d'una Morgana notturna venuta dall'estremo limite delle lagune deserte a illudere la città spenta e il poeta semispento.

Mettevo le mani innanzi per non urtare il capo contro i pilastri d'una chiesa quasi bianca e quasi bruna, e la chiesa si discostava palpitando come una vela chioggiotta tinta di emblemi neri.

Un muro mi precludeva il passo nella fondamenta sonora, ed ecco si apriva davanti a me come una torma di pietre mobili, risvegliandomi il ricordo di quando m'accadeva di traversare trasognato una di quelle greggi che passano innanzi l'alba per le vie di Roma, appunto intorno al tempo del solstizio.

Così, di calle in calle, di campo in campo, di rio in rio, già improvvisavo quell'arte che mi servirà ad attenuare il colpo della sorte. Fasciato la tempia dolente, bendato l'occhio estinto, già imparavo quei movimenti accorti del capo che debbono sovvenire al difetto. E mi pareva cominciasse a spandersi nelle mie membra un senso delicato, non forse dissimile a quello che dirige i tentacoli.

Ma sul Canalazzo la Morgana ombrifera faceva i suoi giuochi più molli, dissolvendo la pietra, distemperandola nell'acqua, colorandone la marea. Tal palagio era convertito in una vasta chiazza d'olio natante, ricco in colore e in essenza come gli olii aromatici conservati negli otri d'Arabia. Tal altro ondeggiava immerso fino alla sommità, fino all'altana, come un edificio della città abissata che traspare nella leggenda oceanica. I sandali, le gondole, le peote, adunati in una zona d'ombra, esalavano un respiro di sonno animale, respiravano come il nero della piuma e del pelame vivente, come il nero dei cani demoniaci di Donatella, che è il più bello e il più intenso del mondo. Talvolta Nontivolio tendeva verso di loro la sua lunga mano, come per voglia di lisciarli. Soffermati, stavamo in ascolto, se uno di quei grandi uccelli non togliesse il capo di sotto l'ala starnazzando o se uno di quegli smisurati béveri a un tratto non si tuffasse.

Udivamo il fresco strepito della marea contro le rive levigate, misterioso ed esultante come lo strepito del disgelo primaverile nell'alpe, come la sinfonia remota e prossima che odono i navigatori polari quando il settentrione si disghiaccia. Era una gioia delle vene, un giubilo dei polsi, prima che dell'anima. Il crescente portava seco e travolgeva le stelle, mutando le costellazioni in infusorii, la Via lattea in fosforescenza. Alzavamo la fronte per riconoscere il vero cielo. Era il vespro? era l'alba? Veniva da occidente, veniva da oriente quel chiarore?

Innamorata del pallido crepuscolo, la notte lo aveva preso nelle sue braccia per non lasciarlo morire; e vivo da occidente lo traslatava a oriente, fra il tremore attonito degli astri. A quando a quando si soffermava ella per rimirarlo o per baciarlo; e nell'abbandono lasciava cadere alcuno dei suoi veli costellati nel flusso che li rapiva per non più renderli.

Avevamo dunque dimenticato il sangue? il bulicame che non resta mai? quell'altra marea che sempre monta e che per istelle travolge gli eroi?

Riudivo su la città anadiomene l'allarme della sirena sinistra, il colpo di cannone annunziante l'incursione celeste, il fragore delle altane lampeggianti come torri di navi in battaglia. E mi ritornava di lontano l'ambascia che mi prese sul ciglione della strada ingombra di ambulanze laggiù, nella signoria di Clodoveo, quando vidi mozzare la guglia di San Giovanni della Vigna.

«Dove andiamo?» Sorgeva in noi un pensiero concorde. L'alpe scheggiata di Trento, le colline sfigurate di Verdun si levavano sopra ogni bellezza, di là da ogni armonia. Il sentimento della lontananza ci affaticava come un affanno implacabile. Non avevamo dentro al petto se non la piaga fumante della patria. Lo sguardo fraterno mi rendeva la mia fascia e la mia benda più care di ogni lauro. «Dove andiamo?»

Non era più un passo di nottambuli oziosi il nostro, ma diveniva rapido e diretto a una meta. Passavamo quasi a tentoni le calli strette, i sottoportici bassi, i piccoli ponti erti. Non vedevamo più le stelle ma i rari fanali azzurri incappellati. L'ombra non era più di velluto ma di non so che incerto e incognito. La notte non portava più su le braccia il dolce crepuscolo ma il destino di ferro.

Ci arrestammo davanti a una grande porta nera che lasciava passare un poco di lume tra i battenti socchiusi. Salimmo i gradini, penetrammo nel vestibolo. Fiutammo l'odore della carta umida, dei caratteri di piombo, delle macchine rotanti: l'odore elettrico, l'odore febrile del giornale che scrivono compongono stampano gli insonni. Nel fondo, a traverso una inferriata, apparivano le facce smorte e sudaticce dei tipografi chini su le cassette, attenti al gesto ripetuto, sotto i crudi riverberi. Contro una parete era una sorta di armadio enorme rafforzato di chiodi a gran capocchia, come una postierla. Su e giù per una scala d'ampiezza patrizia salivano e scendevano uomini frettolosi come se dovessero consegnare i loro fogli a staffette che li attendessero. V'era là quasi un riflesso della guerra lontana.

«Il bollettino di Cadorna! Il bollettino di Joffre!» Quale doveva esser letto prima? Non era soltanto la guerra d'Italia, non era soltanto la guerra di Francia. Era la lotta suprema dei Latini contro i Germani. Era lo sforzo di Roma e di tutti i suoi secoli. Su ogni altra fronte la battaglia pareva sospesa, quasi che il mondo volesse assistere in silenzio alla meravigliosa vicenda. Italia! Francia! Eravamo pallidi nel contenere il nostro fremito. A Coni Zugna, al Passo di Buole gli Italiani avevano sterminato le colonne nemiche respingendo l'assalto. Le pendici boreali di Douaumont erano rialzate da cataste di cadaveri tedeschi, massicce come contrafforti, che i combattenti scalavano per venire a corpo a corpo su le creste dei carnai.

Escimmo nel buio. Vacillavo sopra il primo gradino, come cieco delle due pupille. Mi guidò leggermente la vostra mano di sorella. E sentii quanto di fierezza era nella vostra gentilezza.

Mi sembrò che per voi, Chiaroviso, il rimatore senese avesse cantato:

È gentilezza dovunque è vertude siccome è cielo dovunque è la stella.

Passammo per un sottoportico basso e vicino all'acqua come il tiemo impeciato di un burchio. Salimmo e scendemmo pel dosso d'un ponte rischiarato da un grande zaffiro. Entrammo in una calle cupa che pareva quel corridoio lungo da poppa a prua nei vecchi bastimenti di alto bordo, sotto a tutte le batterie, chiamato di alto puntale perché ci si andava ritti in piè. Le porte chiuse dei fondachi le davano pareti di legno dogato; la mia vista ondeggiante le conferiva un moto di rullio, da banda a banda. V'era un odore forte di caffè, un odore di spezie, esalato dalla stiva su cui camminavamo. Si camminava e si navigava verso l'Oriente. Rimanevamo in silenzio, come chi è prossimo all'approdo e sogna il paese strano. Un altro grande zaffiro rischiarava il vano d'un arco profondo e si rifletteva in un pavimento levigato. Vedemmo l'Orsa alta brillare in cima a un'alta cuspide, come in cima all'albero maestro. Le sette stelle fatali palpitavano al vento come se fossero trapunte nel drappo ceruleo d'una bandiera. «_Sub ipsa semper._»

La Basilica era là, tutta chiusa come il libro nella branca del Leone irato, cavernosa d'ombra, compatta, larga, come se avesse scorciato la sua altezza e prolungato il suo fondamento per meglio radicarsi nella città sua. Lampi di calore si succedevano senza pause dietro le sue cupole, come il battito incessante d'una palpebra di fuoco. Le colonne dei lunghi portici s'accendevano e si spegnevano allo sguardo fulmineo, parendo crollare e risorgere. E di laggiù, di tra le due colonne, veniva il respiro dell'approdo. Vedemmo due Vittorie nel luogo dei due Santi stiliti.

Allora, su la riva chiara come se l'alba vi avesse già posato il suo piede d'argento, fummo ripresi dalla voluttà della vita che era come la severità della morte. Allora sentii rifluirmi nel cuore l'onda nera che mareggia in quel _Notturno_ da me significato su liste sibilline nelle notti della mia cecità e del mio insonnio. Il quale a voi manderò prima che si compia questa nostra estate di gloria, come a tutti i miei fedeli. E mi risalì dal cuore quella domanda che l'intona:

«_O sorella, perché due volte m'hai deluso?_»

E credo che parlai della morte come si parla dell'amore, al modo di quegli enigmi che ingannano per similitudine l'interprete. Che potevano omai essere a me i piaceri e i giuochi, al paragone di quegli attimi d'altezza in cui m'ero fatto puro spirito in cima all'idealità del mondo? Tutta la mia poesia si era risoluta in quell'unica melodia non udita se non da me, non udita neppure dal mio compagno eroico. Una linea necessaria, che stava per compiere la mia imagine vera chiudendosi, era stata interrotta da un comando non comprensibile. Se a quell'approdo mi fosse riapparito il mio compagno e mi avesse portato seco su l'ala «_più alto e più oltre_», senza ritorno, ecco che la mia imagine si sarebbe alfine conclusa.

Allora Nontivolio, che dava un orecchio alle mie parole e l'altro alla sinfonia del crescente, disse: «Eppure la vita è bella».

Disse Chiaroviso: «Eppure l'Italia è bella, ed è vostra».

Ma bisogna morire per confessarla. «Confesserò te nella cetera» canta uno degli antichi salmi. Uno dei novissimi canta: «Confesserò te nella tua ala».

LA LEDA SENZA CIGNO ❧ ❧ RACCONTO DI GABRIELE D'ANNUNZIO ❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA LICENZA ❧ TOMO TERZO

FRATELLI TREVES EDITORI • MILANO • MCMXVI

_LICENZA._

A CHIAROVISO.

Il giorno dopo, in quel giardino solatio della Giudecca, non respirammo tutta l'Italia bella sotto la specie del profumo?

Era come uno di quei doni che figurano la copia delle contrade. Era come uno di quei doni che accompagnano il commiato, troppo ricchi, fatti per colmare e per straziare. Una ricchezza selvaggia. I fiori a mucchi, le erbe a fasci.

I rosai commisti alle ortaglie. Il fogliame frastagliato del carciofo confuso con quello corinzio dell'acanto. Un arco violetto di pendule clematiti, più lieve d'uno sciame, lungo la muraglia ove ingrassano i cavoli glauchi, che sembrano rugiadosi di luna, tutti foglie intorno il cuore simile a una rosa azzurra serrata e indurita dal gelo. Alti oleandri, non arbusti ma alberi, come nelle spiagge del Tirreno. Strisce di giaggioli come in vetta al muro d'un podere di Fiesole; macchie di rosolacci come sul ciglio d'una via laziale. La vite e i suoi viticci freschi, asprigni al gusto; il ribes e i suoi grappoletti di vetro lucido; il fico e i suoi fioroni chiari come le nervature delle sue foglie arrovesciate dal vento; il susino e, tra le sue prugne ancóra acerbe, qualcuna già bionda di miele. I ciliegi carichi di vìsciole e d'amarasche, sopra un pratello in disparte; e le scale rozze poggiate contro i tronchi, per cogliere le ciocche rosse che fanno pensare agli orecchi dei bambini ornati di quei sugosi coralli. I melagrani come candelabri accesi di fiammelle che sono quasi fiore e quasi frutto, quasi lume e quasi cera. Le teste dei papaveri, alte come la giovinetta Proserpina, coronate dalla corona di nove punte, stillanti sopore. I garofanetti a mazzi, che i pii Veneziani chiamano oculicristi e voi chiamate garofani dei poeti, quasi fatti a ricamo sopra una veste di seta verdina. Le viole del pensiero a tappeti gialli, bianchi, violetti; le roselline a corimbi, a grappoli, a capanne, a cascate; le rose d'ogni mese a siepi, a masse, a campi. Il rosmarino, la salvia, la menta, lo spigo, il timo, il serpillo, tutte le erbe odorifere, come in un orto domestico. La lupinaggine, il trifoglio, l'erba medica, l'erba sulla, tutti i foraggi, come in un recinto da pascolo. I limoni e gli aranci nei vasi di terracotta e nelle casse quadrate di legno dipinto, intorno alla vasca d'acqua verde ove scivolano gli insetti gambuti e marcisce il fascio di vinchi gialli e la rana prova a quando a quando il suo flagioletto fioco.

Dove siamo? Ecco un gruppo d'allori nobili come quelli del Bosco Parrasio. Dove siamo? Ecco una fila di cipressetti compagni a quelli di Vincigliata. Dove siamo?

Ecco un pino emulo di quelli che albergano le cicale della Campania e le cornacchie dell'Agro.

Camminiamo per una ripa erbosa, piano, senza parlare, temendo che si sveglino i grandi uccelli di paradiso accovacciati, che non sono se non una fila di tuie auree, a cui il libecciuolo arruffa la piuma come increspa la laguna color di foglia d'aloè.

Rapiti, a un tratto, scorgiamo l'albore dell'Annunziazione. Mille e mille Angeli sono inclinati davanti a mille e mille Marie? e ciascuno alza il suo segno di purità? È la via lattea dei gigli, il cammino senza labe. Tutti gli steli sono precocemente fioriti, avanti la festa del Santo. Maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio altocinta. Tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare nel giorno.

Dove siamo? Laggiù la Primavera d'Italia e l'Estate d'Italia alzano ciascuna il braccio nudo e congiungono in sommo l'una mano con l'altra, come nei balli a tondo quando tutta la catena deve passare sotto il giogo delle due prime danzatrici.

Ma le ospiti volgono per un altro cammino, con non so che umiltà inebriata.

E nessun fiore fu colto.

Il domani, verso sera, visitammo quel giardino bacìo che sta tra la Madonna dell'Orto e la Sacca della Misericordia, piantato dal procuratore di San Marco Tomaso Contarini fratello di quel cardinale Gaspare che fu candido amico di Vittoria Colonna e accomandò a Paolo III Ignazio di Loyola.

Non è un giardino disordinato e copioso come quello della Giudecca, mescolanza ardente di odori e di sapori. È ricomposto con arte su i vestigi cinquecenteschi, segretamente architettato, simile alle sale e alle camere terrene d'un palagio di verdura ove abiti una Stagione educata come una gentildonna ma non schiva d'intorbidare con qualche negligenza la sua grazia mite.

A traverso le sue grate di ferro guarda la laguna di Murano e di San Michele, dove il Gran Becchino attinge l'acqua triste con una secchia di vetro forata.

Ha le sue vecchie mura, la sua vecchissima cinta, dove ogni mattone ha vissuto la sua propria vita, patito i suoi mali, veduto passare i fantasmi del tempo, ceduto o resistito alla corrosione dei secoli e della salsedine, acceso o spento il suo colore. Uno ha tanto sanguinato che è come un massello di grumi; un altro s'è tanto consunto che si nasconde dietro un ragnatelo; un altro, divenuto insensibile, s'è indurito come la rosea cornalina. Altri hanno altri aspetti, altre infermità, altre rimembranze. E il muro tocca l'anima come un racconto che passi per le pupille, scritto coi segni delle fenditure e delle cicatrici. Quando si vede qua e là riapparire tra il fogliame, s'ha pietà come della vecchiezza denudata. Ma gli uccelli si posano su la sua cresta o sul ramo per cantare il medesimo canto.

Quella sera lo scirocco ci fu favorevole. Inumidì il mattone e la pietra ravvivandole, come l'antiquario passa la spugna umida su una lastra appannata di pavonazzetto o di cipollino per iscoprirne le venature e gli screzii.

Nontivolio camminò col suo passo «alla levriera» sopra un pavimento a quadri bianchi e rossi orlato di bossolo non più massiccio di un festone; e sotto l'altissimo tacco il marmo veronese riluceva come porfido suntuoso.

Passammo di appartamento in appartamento, per gli anditi dei pergolati. Le pergole erano sostenute da vecchie colonne, da vecchi capitelli, da vecchie travi, ove la fronda pareva non anche racconsolarsi d'aver portato e d'aver lasciato cadere il fiore. V'era un ricordo di cosa allegra, come quando il ramo séguita a vacillare dopo che l'uccello s'è involato.

Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto, o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la Contarina.

Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamo l'aria d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo malsicuro.

Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi. Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero; salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendo parer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito.

Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla fiamma che già ruggiva e dardeggiava presso la cassa lunga come la sua spoglia.

Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia promessa.

Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della narrazione di Marco Polo.

Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide che aveva l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina.

Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti — _gnomas breviculas_ — pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei.

Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è più bella?».

«Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente.

Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace.