La lanterna di Diogene

Part 9

Chapter 93,889 wordsPublic domain

Lo so! Se io manifestassi questo desiderio a questa famiglia di cantonieri, ben mi direbbero «pazzo» e senza ritegno. Queste ragazze, forse, sarebbero più contente se potessero andare ad abitare in una tumultuosa via di Torino o di Milano; e il loro padre avrebbe bisogno, per la compiuta estrinsecazione della sua anima, di passare almeno un paio d'ore per giorno in una taverna e quivi discutere de' suoi diritti con altri ferrovieri. Lo so: ma so che vi è nell'umanità un numero (e forse più grande che non supponiamo) di uomini che se lo potessero, e potessero vincere la superstizione di quella che si dice civiltà e la paura della scomunica che i grandi sacerdoti del progresso lancerebbero, uguale pensiero formerebbero di quello che io penso.

Che altro furono i buddisti della sacra India? Che altro furono gli asceti cristiani, vilipesi dai trenta tiranni del libero pensiero? Che altro sono molti fra i suicidi del tempo nostro? Degli scioperanti dalla vita sociale: dei disertori di questa miserevole milizia: dei ribelli che non vogliono più recitare la farsa: degli stanchi dello spettacolo dei bussolotti: dei facchini tediati del peso. Ma questo genere di sciopero è biasimato da tutti.

Il Nirvana, la narcosi dell'anima che si addormenta nell'immobilità e nella contemplazione, _ist verboten_, anche in Italia. E poi, come si potrebbe? Ai nostri orecchi il tram batte la sua furibonda campana; l'officina urla; l'uomo politico arringa davanti al suo baraccone. Il rifugio nel Nirvana è diventato impossibile! Onde è che molti, giunti alla disperazione, si appigliano al partito di farsi saltare le cervella, avvertendo semplicemente il signor questore che sono «stanchi della vita». Dunque niente Nirvana, niente assorbimento nel seno di Brama! Ubbidiamo alle leggi della tirannide sociale e facciamoci cantonieri. Questo è un eremitaggio permesso. Giacchè non è l'idillio che io domando a te, casetta bianca, non è lo stupido «il tuo cuore e una capanna», ma la santa quiete e l'oblio che io chiedo a te, casetta bianca!

Sì, anche senza Nirvana, io avrei — potendo — sùbito e con festa accettato di mutare la mia sorte; e del ridicolo del mondo mi sarei dato minor pensiero che del sibilo del vento. Del mondo? Quattro individui che vi conoscono di persona e due di nome. Miserie! Lasciate che dicano!... E lì, davanti a quella casetta, io fabbricavo la mia felicità di romito, di un Robinson Crosuè in mezzo alla gente, come il bambino giocando con la barchetta sogna il mare, o con la spada di latta si finge e sogna la gloriosa terribile guerra! Quale cura pel sistema nervoso non sapere più chi è ministro, abolire il colletto, ignorare l'esistenza dei giornali, non dovere più sputar dolce e ingoiare amaro!

*

Oimè, tutte queste ricostruzioni furono sconvolte in un momento. Ora dirò come ciò avvenne:

Perchè dalla via ferrata — percorrendo il tratto da me percorso — venne un dì ingrandendo una cosa bianca: era lei, la donna piccola, misteriosa. Quella donna l'avevo sorpresa altre volte nei giorni prima; ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, sempre sola, in giro per la campagna deserta, sotto il sole del mezzogiorno.

*

Molte volte io mi ero fermato per vederla passare, perchè ella era ben strana! Un volto scialbo, glabro, con due labbra sprezzanti, due grandi attoniti occhi, fissi davanti a sè.

Andava scalza e trascinava con moto serpentino certi abiti negletti e cadenti, come persona che si è più coperta che vestita. Così senza calze e in pianelle per la campagna, difendeva il capo ed il volto con un sontuoso cappello alla moda, che teneva le veci di ombrello; perchè dalle falde larghissime cadevano in disordine densi e preziosi veli per ogni lato, candidi ed azzurri, come se mostruosi e artefici ragni vi avessero intessute le enormi loro tele.

Magra, piccina ella era: di indefinibile età giovane.

Ma dove avevo io mai veduto costei prima d'allora? Eppure io l'ho veduta.

Ne domandai a qualcuno dei giovani che hanno per mestiere di scovare le donne: ma non ne sapevano nulla; anzi non l'avevano notata, tanto vivea solitaria. Ma un giorno che si fermò dal parrucchiere, il cui garzone, quello che porta Carlo Marx alla catena, accumula per le circostanze anche il mestiere dell'orologiaio (si fermò a riprendere il suo orologio), io mi accostai per sentire il suono della sua voce. Era una voce calda, esercitata, profonda. «Oh, una lira basta!» aveva detto: levò da un borsellino, tanto minuscolo per quanto grande era il cappello, la moneta, la squadrò con gli occhi grandi di miope, la buttò lì e s'allontanò seccata.

Ma io già udii quella voce in grida di Valchiria, in gemiti di cavalla nitrente, io vidi quella zingara già vestita da regina, quella piccola figura già la ammirai sollevarsi, contorcersi sotto il soffio della passione. Dove?

Sul palcoscenico.

Quel minuscolo piede, allora senza calze, difeso da una ciabatta di pezza, che pareva compiacersi nell'insolentire contro la polvere bianca, sollevandola a nembi (disprezzo agli altri, incenso a sè?), dunque vidi calzato di sottile, eretto coturno?

Ma come mai un'attrice di grido, una dea dell'Olimpo, qui? in quest'angolo di terra, ignoto alle guide ed alla geografia?

*

Non ci pensavo più da tempo, quando vidi — dunque — venire avanti per la via da me percorsa, lungo la ferrata, quella piccola personcina stravagante e voluttuosa, col piede scalzo e il gran cappello coi veli. Avanzò, passò, con gli occhi fissi avanti, col volto pallido su cui pareva evaporare l'ombra di un tedio interiore.

Per tre giorni ella percorse il detto cammino, e come giungeva davanti alla casa del cantoniere, il suo occhio non si volgeva a guardare alcuna cosa. Nè la casetta del cantoniere, nè la mia umile persona furono credute degne di uno sguardo. Invano il rosmarino mandò il suo profumo, invano le viole a ciocche occhieggiavano a lei. Se ella si fosse fermata a contemplare quell'idillica dimora, avrei forse trovato modo di cominciare qualche discorso, chè molto avrei avuto caro di sentire con quali pensieri ragionava questa celebre interprete delle passioni. Ma non ne fu mai nulla! Giunta alla casetta del cantoniere, scendeva per il viale dei pioppi, e ad ognuno dei lenti passi saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.

La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi. Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh, la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in molte fiamme; la delicata sperimentò molte colpe, per poter poi rendere al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevròsi terribile.

Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per non confermarmi nell'opinione che ella non fosse la famosa imitatrice dei grandi spasimi della voluttà e dell'amore. Portava il suo corpo le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione sincera, quale è il segreto della tua anima — quale è la tua segreta coscienza!» così io, filosofo, avrei voluto chiedere a lei, come già altre volte ho chiesto al sole, al mare, al fiore: «ditemi, o sole, o mare, quale è l'anima vostra». No, ipocrita, io non dico tutta la verità; io avrei voluto anche chiedere: «Concedi — o divina — che io pure gusti il sapore delle carni che vestono la tua anima, e di cui già altri saziasti». Anima? coscienza? pensiero? ombra di tedio interiore? Ma no! Tu sei come il sole che appare, come la terra che feta, tu sei forza soltanto, e immane. Ma anima non sei! ma che tedio! che passione! che coscienza! Sei forza: ecco che cosa tu sei.

Invano è l'eremo, invano è il Nirvana, invano sta il chiostro. Mettevano i monaci antichi le scolte armate attorno alle mura dei conventi: ma Venere ride e penetra. Ed il Beato Angelico, da te, Venere, toglie i volti soavi, e frate Guido toglie dal canto liturgico le note d'amore, e frate Francesco celebra le cose create, e lauda pur sempre te, demoniaca, forza terribile! Disperato Origene si deturpa; s'assorbe il deriso Simone sull'alta colonna. Crollano i conventi dei trappisti e dei buddisti quando tu appari: crollano i sistemi dei filosofi, quando tu ridi! Romba per te il lavoro umano e suona l'officina; l'epopea e la tragedia marciano all'epilogo sanguinoso, e tu col plauso e col canto ne segni il ritmo, o fatale! Ecco Polifemo, il mostro, che si nutre di uomini; eppure — quando Galatea appare sul campo del mare — piange come un fanciullo e cerca su la zampogna umili suoni; ecco Priamo che il sangue dei figli buoni e del grande popolo trova giustamente versato per te, stupida Elena; ecco lo stoicismo sublime del Leopardi che sfuma come nebbia al sole; e di questo asceta moderno, vivrà mirabile nei versi il grido di spasimo quando Venere si compiace di toccare le misere carni con la sua pietra infernale. Oh, miseria dell'uomo! «Va dunque, o stoltissimo, — dissi a me medesimo rincasando, — va e poniti al lavoro e componi un libro di filosofia nuova in cui le ragioni dell'essere siano spiegate come effetto di questa forza immanente, multiforme ed una in tutte le età. Questo sì, è il vero determinismo storico. Ciò già fecero altri filosofi! Ebbene, ritorna da capo».

*

Oh, stoltissimo, in verità, perchè rincasando accigliato e turbato per questi nuovi pensieri, mi abbattei nel signor capitano.

Egli quella sera fumava sereno contro la luna nova, la quale disegnava una placida falce sottile in fondo al cielo azzurro; e le due punte della falce si congiungevano in un esile, quasi invisibile cerchio d'oro.

Mi ricordai subito delle sue teorie sul genio della donna! Ed io che andavo tormentandomi col «determinismo storico», e con «la forza immane»! Ma certamente la piccola attrice è una geniale od una genialoide. Certo anche, su quel lido deserto, essa è una quaglia sperduta. E il signor capitano a' suoi begli anni e nel mio caso specifico, invece di tante fantasie e chiacchiere, si sarebbe portata a casa quella saporitissima quaglia.

Come ciò è più semplice e più igienico!

XIV.

Il vino del prete.

Mi hanno assicurato che l'arciprete della vicina parrocchia è possessore di una cantina di buono e onesto vino. Andai alla pieve, adunque.

La prima volta, però, che turbai col martello il silenzio di quella grande e vetusta dimora, apparve ad una inferriata una faccia scarna, e ad una finestrina più in su, un'altra faccia pingue; ma l'una era più arcigna dell'altra; e tutte e due erano vecchie: le vecchie serve. «Prete? vino?» domandarono: non ne sapevano nulla. Io insistetti, e allora venne fuori il prete in persona.

Anche lui non ne sapeva che poco intorno all'affare del vino: bensì il suo uomo sapeva, ma questi — per allora — era fuori. Dissi il mio nome, da dove venivo, chi mi aveva mandato, e allora fui introdotto nella casa, e poi nella cantina.

Questo prete fabbrica con passione di enologo vini buoni d'uva; ma egli deve essere temperato bevitore: nerboruto, adusto, alto, nero, ha varcato i sessanta, ma ne dimostra assai meno. La sua voce è quella dell'uomo savio, cioè mansueta, lenta, profonda.

Io mi presentai per quello che sono, cioè per professore o, come mi piace dire, perchè è più semplice, per maestro di scuola.

— E dove, di grazia?

— A Milano.

A questo nome mandò un'esclamazione e fece l'atto di chi odora un vento infido; il mio ufficio e il mio luogo di provenienza non mi parvero una raccomandazione; oh, lo capii subito, e mi dispiacque, perchè se svelai al prete il mio mestiere, fu per essere accolto bene. Il far la scuola è un sacerdozio — almeno così dicono. — Dunque io e il prete eravamo colleghi e, si sa, fra colleghi si usano (non sempre però) delle gentilezze, anche nei prezzi.

Capii subito che il signor arciprete non mi considerava niente affatto per collega. «Allora, già che ti ho detto chi sono, voglio farti sapere che io sono convinto di essere un collega» — pensai —, e mi misi a ragionare del sacerdozio della scuola con un entusiasmo che certo non è nella mia convinzione, almeno per ciò che l'esperienza mi ha insegnato.

Il prete ascoltava e diceva: — Sì, sì, va bene! — e poi con tuono paterno, mettendomi la mano su la spalla, così spiegò il suo pensiero:

— Con tutte queste belle teorie, la conseguenza però sa quale è? Che la santa ubbidienza non c'è più! — e stringendo le labbra, girò gli occhi qua e là in cerca della Santa Ubbidienza. — Veda, — aggiunse, — altro è soccorrere il nostro simile, come ha detto Cristo, nostro Signore, e altro è montare la testa a chi l'ha già calda; son due cose diverse, mio caro; il servo vuol fare il padrone, il sottomesso vuol criticare il capo, i contadini vogliono vestire come i signori, chi ha una casa domanda un palazzo. Crede lei che il mondo possa andar bene così? Io dico di no! Badi bene, io parlo per quello che vedo qui. Può darsi che a Milano si abbiano altre viste.

E dal suono della voce si capiva chiaro questo pensiero: «E ora basta di discorsi vecchi come il cucco!»

Ed i o non ribattei: il discorso del prete era giusto, dal suo punto di vista. Vero è che quelli che la pensano in modo diametralmente opposto al suo, ragionano bene anch'essi dal loro punto di vista. Gli uni tirano a destra, gli altri a sinistra, così come fa fare il maestro di ginnastica con la corda per l'esercizio ai ragazzi. La conseguenza di questi sforzi, opposti e contrarii, è la immobilità. Il sole che sta molto in alto e può serenamente giudicare, vede che la immobilità è l'effetto del convulso agitarsi degli uomini. Ma forse, per gli uomini, come pei ragazzi, tutto si riduce ad un esercizio di ginnastica.

*

Le case dei preti, specie in campagna, hanno una loro fisonomia di riposata pace e di continuo benessere. Quella del prete in discorso dominava piacevolmente il paesaggio circostante ed io ne feci grande elogio.

— Sono qui da trent'anni, — rispose, — e ho sempre goduto, grazie a Dio, buona salute. Se vuol vedere la casa di sopra, venga pure, oh venga pure! Pare più grande di quello che è. Per rimetterla un poco a nuovo bisognerebbe spenderci del denaro. Una volta, sì, era una parrocchia che rendeva; ma adesso!

Egli mi precedette: erano grandi stanze scialbe con pochi, pesanti mobili — cassapanche, canterani, tracantoni — i quali, se fossero stati smossi, avrebbero fatto piangere lacrime di polvere e di calcinaccio alle pareti: erano antichi fiori defunti, e poi mummificati davanti a teste dolci e chine di varie Madonne. Rimaneva sospeso, però, nell'aria chiusa, il melanconico odore della viola e del garofano morto. Due quadri di marina, del tempo del Seicento, rappresentavano l'alta poppa di alcuno caravelle con le vele latine tutte spiegate e turgide sul rigonfio flutto e glauco. Di fronte un bambin Gesù apriva le braccia come per dire alla mamma sua: «Lasciami andare su la bella barca; io mi annoio, mamma, nella casa del prete!»

— Oh, la bella libreria, oh, i bei libri antichi! — esclamai vedendo alcuni grandi scaffali. Mi accostai, ma una forte grata chiudeva i libri.

Disse:

— Son del defunto parroco che era un dantista. Quando morì, lasciò non so quanti chili di carta scritta, che era tutto un commento di Dante. Gli eredi, gente ignorante qui di campagna, credevano di avere il tesoro. Volevano fare una permuta con due tornature di terra! (Il prete a questo ricordo ridea pure a scosse). E ce ne volle a far capire che quella carta scritta valeva meno della carta pulita. «Ma se ci ha messo tutta la vita!» dicevano. «Ma se tutta la vita ha avuto, poveruomo, la testa per intrigo!» Me l'han cavata proprio fuori di bocca! Tuttavia, tanto hanno detto, tanto fatto, che ho comperato questa libreria.

— E il manoscritto?

— Mah! — e accennò lontano. — Avrebbe fatto meglio ad occuparsi della parrocchia, avrebbe fatto.... — concluse serio, serio.

Io fissavo fra la grata curiosamente: Un volume portava questa scritta in oro: «Dante Alighieri, Vita nova d'amore».

(Un profumo di gigli lontani, allora mi fece tremare il core, e chinai il capo).

— Bisognerebbe andare a trovar la chiave, — disse il prete, vedendomi così fermo tuttavia e immaginando il mio desiderio di esaminare quei libri.

— Per carità, non s'incomodi.

— Sì, sarà per un'altra volta.

— Vi sono libri di valore?

— Qualche stampa antica ci dev'essere, ma di argomento profano, — rispose. — Ma guarda qui! ma guarda qui, le maledette bestie! — e il prete col dito ossuto mi indicò, entro la grata, due piccole trappole dove erano alcuni topolini morti, ed uno ancor vivo che saltava.

— Muori di disperata morte! — gli gridò il prete. — Che non si possa salvar niente da queste bestie!

— Ne fan del guasto, i topi?

— Eh, altro che! un po' per volta se li mangiano tutti questi poveri libri. Bisognerebbe aver tempo per pulirli ad uno ad uno, ma chi ha tempo?

Ci movemmo ancora.

Grandi pareti scialbe — dico — su cui la pioggia, filtrando, avea disegnato strani arabeschi e continenti nuovi; e così la polvere, stratificandosi in tutta pace su le cornici e su le modanature dei mobili neri, aveva prodotto certi effetti di chiaroscuro, non privi d'arte.

— Bello, signor arciprete, — esclamai.

— Ma che bello! È tanto che ho in mente di metter via tutta questa anticaglia e comperare un po' di roba nuova!

*

Per una scaletta segreta il prete mi ricondusse ancora nella cucina, dove le due vecchie si erano rifugiate e mi volgevano le balusche pupille bianche; indi mi precedette nella tinaia.

Questa era ben lucida, ma non per effetto dell'acqua: anzi, a giudicare dal buon vino, quivi, come sul rugoso volto del sacerdote, come su quello delle due serve, come sui pavimenti, l'acqua non era passata che parsimoniosamente. In grande copia invece l'acqua doveva esser passata per l'orto; l'acqua che zampillava giovane, argentina, canora come voce di ninfa da un tubo di pozzo artesiano. Bello, dunque, l'orto e ricco di melanzane, di pomidori, di finocchi e di sedani interrati. Più bello ancora era l'apiario, dipinta a colori smaglianti: giallo, rosso, bianco; odore di miele e quasi di incenso, di basilico e di maggiorana, murmure sordo delle nere api. Ma bellissimo poi sorgeva un olmo poderoso, degno di essere consacrato ad Ercole; cui verde da un lato abbracciava una splendente edera dai vivaci corimbi; dall'altra parte cingeva, serpendo, una forte vite; e tra il fogliame e i corimbi pendevano grappoli, color d'ambra purissima.

— Io le voglio far sentire questo moscato, e mi dirà poi se è buono, — disse il prete. — Ce n'è poco più, e glielo voglio far sentire — e così dicendo tolse dalla tasca un coltellino e, allungandosi sulla già lunga persona, accuratamente recise un grappolo e me lo porse. — Siamo agli ultimi d'agosto, e senta come è matura! — sclamò con soddisfazione.

Assaggiai: l'acino grosso si spaccò, e il dolce liquore si sparse nella bocca a gran letizia e frescura delle papille gustatone, mentre il grappolo non era scarso di gioia ai nervi dell'olfatto: onde io quella ricca e dolcissima quiete contemplando, non potei vincere me stesso e sentii fiorire entro il mio cuore molte e antiche parole di poetica lode intorno all'_ocio religiosorum_. Ma il vecchio prete che non era amico, evidentemente, della poetica e della retorica, alle mie prime frasi enfatiche, mi guardò con strani occhi investigatori, come farebbe un medico che ascolta improvviso venir fuori il discorso di un povero svanito di mente. Compresi subito dà quello sguardo il mio errore: repressi le parole alate che volevano sgorgar fuori; ricondussi quelle che erano uscite a parlare dell'olmo stupendo, gloria di Dio.

— E di chi lo cura, — mi aggiunse, emendando, il prete, — perchè i tordi arrosto non vengono giù dal cielo. Bisogna andarli a cacciare. Del resto questo olmo si direbbe proprio un olmo magico. Perchè lei doveva venir qui, appunto a quest'ora, due sere fa a sentire. Era un passereto! Sul calar del sole le passere vi si raccoglievano a centinaia (a centinaia, dico!) e facevano a chi cantava meglio: erano tutti occhietti e testoline fuor dalle frasche: la gente si fermava a sentire fin su la strada. Allora sa che cosa ho io pensato? Ho pensato di prenderle tutte in una bella volta. Preparo ben bene le mie reti e tutto era pronto per incappellar l'olmo, quando, che è? che non è? Proprio quella sera che le aspettavo, le passere non vengono; l'albero rimane muto; nemmeno una passera è capitata.

— Il diavolo, signor arciprete! — dico io, e credetti dire bene; ma ero destinato quel giorno a non indovinarne una.

— Ma che il diavolo! Scimunito! («Scimunito» non me lo disse, ma lo si lesse chiaro nel suo volto). Il diavolo ha ben altro da fare! Un barbagianni, un gufo è stato! Ci deve essere un barbagianni, un gufo lassù! Le passere hanno sentito l'odore, capisce lei? Sono fuggite: ma chi può — e sforzava la vecchie pupille entro il fogliame — andarlo a scovare in quella selva?

O rondini, o tortore, o uccelli della Vernia, che intorno a Santo Francesco facevate nembo e festoso canto, ed egli vi chiamava sorelle e fratelli «vi lodava e vi accomiatava ai punti estremi della terra, e verso settentrione e verso ponente, e dove il sole nasce e dove muore, affinchè la vostra voce canora, gloria di Dio, diffondeste, o quanto pochi sono in terra uomini metafisici e spirituali! E Iddio ha donato a tutti una divina anima immortale?

*

Mentre a questo pensavo, suonarono molti e lieti saluti al reverendo; e insieme a quei saluti una schiera di signore entrò pel cancello, ad una, ad una.

Precedevano due vecchie dame, assai degne e composte, e dietro venivano due signorine.

Il prete, come le vide ed udì, spalancò le braccia ospitalmente, e col saluto di meraviglia e di festa: — Oh, la mia signora marchesa, che bella improvvisata! Lei, — disse piano e in fretta a me, — s'accomodi col mio uomo che è tornato, — e mosse verso la ospite desiderata. Io allora andai dal suo uomo, il quale dall'aspetto doveva essere sagrestano e cantiniere ad un tempo, mi combinai con lui e pagai. (Buona regola, signor arciprete, far pagare subito certe persone. Certe persone, metafisiche e spirituali, non si ricordano mai degli umili loro doveri terreni, quando non lo fanno apposta).

Dunque io pagai e il sagrestano mi diede la ricevuta.

*

Le vecchie dame e le marchesine (non mi erano volti nuovi) facevano frattanto un gran chiacchierio, facevan loro il passereto, ma con molto consumo di _erre_ nasale e nobilesco e con molte sfumature toscane, come è costume della nostra nobiltà, la quale, o è educata in Firenze, o quivi ha parenti o temporanea dimora. La voce del prete, nello sforzo di adattarsi ad espressioni galanti e festose, stonava. Le due vecchie Perpetue intanto si affrettavano, acciabattando, a portar fuori seggiole, ed ammannire un po' di ristoro.

— Dio, e Imperia dove sarà rimasta? — gemette a un tratto la vecchia marchesa guardandosi attorno.

— Era avanti di noi con la bicicletta, — disse una sorella.

— Quel velocipede, signor arciprete, — sospirò ancora la marchesa, — è la mia disperazione.

Il prete invocò con gli occhi il Signore contro la nequizia dei tempi e contro il velocipede in ispecie, poi così parlò:

— Quando le dico, signora marchesa, che monsignor vescovo ha dovuto con pubblica lettera pastorale vietare l'uso di questo velocipede ai sacerdoti, dico tutto.

Questa volta fu la marchesa a levare gli occhi al cielo.

Io, vedendo che il prete non pensava o non credeva conveniente presentarmi alle dame, decisi di andarmene.