Part 8
La notte mi sono sognato quel vecchio muto che portava la corona di spine. Ma quando mi sono destato, avevo le gocce del sudor freddo giù per la fronte: «Signore, signore! l'orologio non si è fermato, non si ferma; e la morte si è avvicinata!»: l'orologio sul comodino faceva e _tic-tac_ e _tac-tic_, nel buio.
Mi butto giù dal letto, spalanco la finestra: «Oh, mio Signore! che meravigliose cose!»
Il sole saliva fuori dell'amplesso del mare. Era lo spettacolo di tutte le mattine; ma quella mattina mi fece un effetto....!
Allora il mantice del petto che era chiuso respirò liberamente.
Lasciamo stare questo «mio Signore»; oramai tutti sanno che il Signore, il quale per gli idioti sta fuori di noi; per gli uomini evoluti si trasferisce dentro di noi. Ciò è molto lusinghiero: peccato che anche essendo piccoli numi, le cose rimangano quelle di prima, e noi ci sentiamo paurosamente soli lo stesso.
Sopratutto rimane la morte, e questa fa venire la pelle d'oca. Usciamo all'aperto!
Da una villetta, nel chiuso e sonnolento mattino, usciva un palpitante scandere di note di cembalo; da un'altra villetta lontana rispondevano altre note, con un'impressione vaga di cuori e di stromenti che si destano anch'essi: poi si facevano più legati quei suoni, sino a salire su, — ma con istento — per le voluttà, di un motivo languido e profondo, che si stendeva per l'aria rosata.
E così andando, mi sono trovato davanti alla bottega di Pirùzz, il tabaccaio.
Lì c'era Giacomo Moroni, col suo organetto e il suo asino.
— Bravo, galantuomo, suonami qualche cosa di molto allegro.
— Che cosa vuole?
— Quello che ti pare, basta che sia roba allegra.
Adattò la manovella alla cassa, e cominciò il suo lento moto di automa.
Dal ventre dell'organo allora sgorgarono i suoni: i ragazzi accorsero dai loro tuguri, e una bimba sta con l'orecchio appoggiato alla cassa, e il suo volto esprime la meraviglia per quegli echi grandi che si generavano dal ventre dell'organo.
Anche la campagna mi pareva attenta; e gli alberelli lontani mostravano desiderio per accostarsi.
In fondo, la selvetta scura dei pini formava un colonnato con dentro il cilestrino del mare: dietro le colonne, cioè dietro i tronchi dei pini, passavano piano piano i barchetti. Oh, l'ebbrezza di quei suoni! Essi mi scoprivano il paesaggio di là dal mare: vedevo Zara fra le verdi isole; e i timidi barchetti diventavano navi da battaglia.
In quel punto Giacomo Moroni si fermò.
— Avanti! — dissi iracondo.
— Ancora?
— Ma sì, ancora!
I suoni sgorgarono ancora, precipitarono: una folata di suoni che diventarono una folata di popolo che correva allegramente verso la morte. «Ma voi, invocate la guerra, sciagurato!» Mio Dio, sì! Ma la colpa è tutta dell'organetto di Giacomo Moroni: io sono un uomo _pacifista_. Soltanto dovendo scegliere un genere di morte, questo mi pare preferibile.
In quel punto Giacomo Moroni fermò definitivamente il suo braccio.
— Ma avanti, avanti ancora!
— Sì, ma lei sa che ogni suonata sono due soldi? E poi sono stanco.
— Boccalone, te ne dava anche tre di soldi, — gli disse Pirùzz; e a me, col suo sorriso più intelligente: — È pur sempre bello l'inno di Garibaldi!
In quel punto venne una mamma, e afferrata la bambinella che stava con l'orecchio sull'organo: — A far l'erba, brutta vagabonda, che è alto il sole! — E aggiunse all'esortazione l'argomento del suo zoccolo duro.
XII.
Il camposanto ove nacquero le “Myricae„.
Ieri a mezzodì mi sono perduto — senza alcuna meta prefissa — nel sole e nel verde. La bicicletta si era fatta automatica, ed io andavo come un sonnambulo.
L'invisibile Dio Pan, quel vecchio tutto a nodi e bitorzoli, a quell'ora soffia su le canne della zampogna o siringa, che già fu Ninfa da lui molto amata; ma il suo canto è soltanto udito dalle cicale che tengono bordone alle rime del vecchio Nume.
È inutile: gli uomini oramai non sentono più la voce degli dei, nè antichi, nè nuovi.
Quand'ecco io vidi davanti a me molte piante di colore e di forma dolente, disposte in forma di croce: erano i cipressi di un cimitero; e allora mi sono ricordato delle parole del carbonaio che appunto è del borgo a cui appartiene quel cimitero: «Il nostro Pascoli — aveva egli detto — adesso è un poeta di fama mondiale». Egli avea detto così proprio, in quel suo ben rude dialetto, mentre versava dal sacco il carbone, e quella luce di rinomanza si riverberava molto riccamente anche su quel borgo di calzolai, che è San Mauro, ed un pochetto anche su la sua fuliggine.
— Gli volete dunque bene voi di San Mauro a Giovanni Pascoli?
— A _Zvanèin_?... (e fece un gesto da toccare, alto come egli era, il tetto della piccola casa). — Anno, quando venne da noi, gli si andò incontro con la banda. Peccato che venga poco di spesso!
(«Va là, buon'anima di popolo, — pensai fra me, — tu sei ancora quella che conservi una certa verginità»).
Or dunque, ritornandomi a mente le parole del carbonaio, e già che il caso mi vi aveva condotto, volli andare a vedere il cimitero ove riposano i morti di quella povera famiglia dei Pascoli, cui un delitto privò del padre, e altre fosse furono poi spalancate; a cui Giovanni, figlio e fratello, elevò più tardi un così nobile monumento espiatorio di dolorosi canti. I vecchi contadini di questa terra ben si ricordano ancora del signor Ruggero Pascoli, il quale era di professione fattore o ministro di una grande tenuta principesca, e ne dicono ancora assai bene: egli morì assassinato nell'agosto del 1867. Tornava a casa dalla fiera e portava delle pupe o bambole per le sue figliuoline. Una fucilata a tradimento lo trapassò a morte; e fu la cavallina storna che lo portò morto a casa, chè era pronto, per la virtuosa sposa, il desinare. Lo chiamarono, ma non scendeva dal baroccino. La dea Temi ha troppi cartafacci ed ha messo questo crimine, insieme con tanti altri rimasti impuniti, nel suo archivio; ma nel popolo, di quel delitto ancor si ragiona, e se ne fa alcuna chiosa.
Mi ricordai allora di Perpetua che diceva al pauroso Don Abbondio: «Le schioppettate non si danno come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano». Dicea però Don Abbondio: «Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?» Sì! dice bene Perpetua; ma Don Abbondio dice, forse, meglio. I cani feroci — è inutile illuderci — mordono. Se ciò non fanno sempre, è perchè non sempre possono.
Mi venne anche alla memoria un libretto di ricordanze «della propria vita», che scrisse un vecchio prete, il quale fu veramente uomo di santa e semplice vita. Egli, appunto in quell'anno 1867, era curato di quel borgo, e a pagina 157 del suo libretto[1], racconta la morte di Ruggero Pascoli con queste parole: «.... è da sapere che potei ridurre in un sol corpo i terreni della parrocchia (sparsi qua e là in mezzo alla grandiosa tenuta, detta della T....) per via di una permutazione con altri terreni di proprietà dello stesso signor principe. Era ministro di essa tenuta il signor Ruggero Pascoli. Questo mio amico e compare, era l'uomo più fortunato e più felice ch'io m'abbia conosciuto al mondo. Ministro della vasta tenuta, godeva di questo la confidenza e la protezione. Avea una moglie amorosissima di lui (per nome Caterina Vincenzi), la quale egli tanto riamava quanto immaginare non si potrebbe: anche avea sette figliuoli, tutti pieni d'ingegno e fiorenti di sanità, quattro dei quali teneva in Urbino nel collegio degli Scolopi. Era riverito ed amato, nonchè dai coloni della tenuta, da quanti il conoscevano: onde non avrebbe potuto desiderare miglior condizione di quella in che era posto. Ma che? tanta felicità in uno istante svanì. Il giorno 10 di agosto 1867, verso le ore sei dopo il mezzodì, mentre tutto solo egli faceva ritorno a casa dalla fiera, fu colpito da un'archibugiata che lo lasciò freddo cadavere entro la carrozza. Poco tempo appresso morì la sua figliuola primogenita, Margherita; poi il fratello di questa, Luigi; poi la moglie (certamente di crepacuore), e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo, già ammogliato, il figliuol maggiore dei maschi. Ed ecco dispersa, anzi direi quasi, scomparsa dal mondo, una famiglia che parea fosse giunta al colmo dell'umana felicità».
Nè il buon prete vi aggiunge chiosa.
Questo prete, come si comprende da questo passo, era un purista. Tanto fanatico anzi egli era dell'aureo Trecento, che dopo Iddio e la Vergine avrebbe tenuta accesa una lampada votiva al Cavalca, al Passavanti, all'autor dei Fioretti, se non fosse stata empietà. Io lo ricordo questo prete dalla semplice vita perchè nella mia puerizia fui qualche tempo sotto la sua disciplina. Fu uomo di grande carità evangelica e morì ottantenne e poverissimo, or non è molto. Nel tempo che in queste terre dominavano i legati pontifici egli era in odore di liberale. Calunnie! Egli amava la Patria attraverso gli autori del Trecento. Era una patria infantile e dolce come un periodo del Cavalca! Egli la cullava fra le sue braccia, egli l'adorava come si adora il Bambino Gesù! Oh che terrore, povero prete, quando s'avvide che al Bambino Gesù spuntavano i baffi, cioè quando s'avvide che la Patria non era più in fasce, non pargoleggiava più, camminava da sè e la lingua Italiana del Cavalca si era trasformata nella prosa di Alessandro Manzoni. Alessandro Manzoni nelle scuole? Ma dove si andrà a finire, signore Iddio! No! la curia gli amareggiò con gratuita crudeltà la vita serena. Monsignor il vescovo gli sottrasse a torto Dante e il Petrarca. Egli non era un liberale. Era una piccola anima, paurosa della grande vita umana, che per lui era termine equivalente ad una grande malvagità umana. Era per lui la vita una disarmonia fatale, ed egli rifuggiva in cerca di armonia o di bontà entro un fioretto di San Francesco. O quanto mi sdegnai leggendo in quelle sue ricordanze questa narrazione fredda dell'omicidio del signor Ruggero Pascoli! Non un fremito, non una parola di maledizione o ribellione per così barbaro misfatto. Ma come fui in quel cimitero l'animo mio si mutò stranamente. Il misterioso canto del Dio Pan, il ritmo grande e uniforme delle cicale, le molte tombe ripetevano insieme: «Se così è scritto nel libro del mistero, perchè ribellarci? Preghiamo, piuttosto». Ed io sentii che ogni imprecazione era morta in me e che la mia anima era diventata come l'anima di quell'antico prete. Preghiamo piuttosto.
E il libro di _Myricae_ non è una preghiera moderna?
*
Or ecco come entrai nel cimitero: un lungo viale campestre si partiva dalla via maestra ed io voltavo per quello, quando mi avvenne di oltrepassare una donna che procedeva lenta, e domandai:
— Buona donna, è aperto il camposanto?
— Ci ho le chiavi io, — mi rispose agitando un grosso mazzo di chiavi, — e vado proprio nel camposanto a far l'erba.
«Ecco una fortuna, — dissi fra me, — anzi troppa fortuna! Quando io busso alle porte degli uomini, le trovo solitamente chiuse; ma per questa ho trovato la portinaia e le chiavi su la strada medesima. Vero è che in questo caso un antico romano avrebbe fatto uno scongiuro!»
Giunsi al sagrato.
Due colonne di granito sostengono un frontone di greve architettura, mezzo in rovina; e sovrasta un portico cadente, tutto incrostato di lapidi. Sul frontone, in grandi lettere romane, era scritto: «Sancta et salutaris est cogitatio pro defunctis exorare». — Il _salutaris_ lasciamolo là, — dissi mentalmente.
La mia venuta turbò molte schiere di lucertole, che su quelle lapidi, come su buona pesta, facevano scorribande. L'afa era grande come grande era il silenzio; e le scritte mortuarie, stampate e affisse su le pareti di una cappelletta, si staccavano, si accartocciavano e si confondevano lente, così come la memoria degli uomini del pari si accartoccia e, un po' per volta, si stacca.
Intanto è venuta la portinaia; mette la chiave nella toppa della porta e tira, tira il lungo chiavistello esterno.
— Oh, che diamine, la mia donna, non siete buona ad aprire? e i morti come fanno quand'essi arrivano?
Mi rispose:
— Sappia prima di tutto che d'estate muoiono in pochi in questo paese; e poi adesso i morti entrano dal cancello nuovo, che è più in su. Questo cimitero serve anche per Savignano.
Aprì ed entrammo
È curioso come la voce ingrandisca nei cimiteri, così grande anzi diventa che si finisce col tacere. Entrai, ed ho camminato su e giù per quel campo desolato, scarso di tavole funerarie e di erbacce. Però quel lezzo di bosso che stagna nell'aria chiusa e calda, quelle due file di cipressi fitti che si urtano a formare una dolorosa croce, sono soffocanti: si respira meglio presso al mare.
O marmorea come il famedio di Milano, o artistica come il cimitero di Pisa, o adorna come un camposanto inglese, o abbandonata come è pur codesta, in verità la scelta dell'ultima dimora da cui non è lecito fare San Martino o San Michele, non è allegra. Non vi sarebbe che fare il becchino per acquistare l'abitudine del luogo. Troppo sole ha la vita per adattarsi alle tenebre! La cosa più semplice era dopo tutto non nascere. Sì, questo è pessimismo, lo so. Ma ho letto anche — e lo credo — che chi è ottimista ha una circonvoluzione cerebrale di meno.
— Buona donna, venite qua, — e la chiamai. — Ditemi un po', di questi Pascoli di cui qui sono le lapidi, ce n'è rimasto vivo qualcuno?
— Ce n'è uno di questi Pascoli: ma ha abbandonato il paese da tanto tempo e sta lontano, lontano, chi sa dove!
— E sapete che mestiere fa?
— Oh, — disse con grande significazione, — lui è uno che ha avuto giudizio, sì, lui! Ha un posto che sta sopra a tutti.
— Questi sono i Re, la mia donna.
La donna crollò il capo:
— È un posto, per farvi capire, che comanda sopra tutte le scuole.
— Ho sentito dire che lui non viene più a San Mauro, perchè voi di San Mauro siete gente cattiva.
La donna crollò ancora il capo e fece diniego forte con la mano:
— Miga, miga! L'è un'altra storia che non si può raccontare. Bisognerebbe che quelli che sono qui — e indicava i morti che erano in sua custodia — potessero parlare. E invece non parlano niente. Forse avrebbero caro di confessare: ma qui stanno tutti buoni e zitti anche senza nessuno che li badi; invece quand'erano vivi! Ma ci dev'essere uno lassù che fa la cappata!
E segnava anche lei l'immobile cielo.
*
Il piccolo libretto di _Myricae_ è nato qui, — pensai, — in questo campo del riposo senza risveglio e quelle piccole canzoni in origine non furono scritte per le dame e pei letterati, ma per consolare e placare le ombre dei cari morti. Il buon Dio Pan molto lodò quel canto, nato col sapore di questi campi vicini, dove molta storia riposa; e allora insegnò al giovane poeta il secreto dell'anima del pesco che fiorisce; della rondine che svola; della campanella che squilla sul colle selvaggio; insegnò quali suoni convengano alla luce del sole che tramonta o dell'alba che aggioga i buoi nel caldo estate. Distinse per lui l'anima del pino, dell'olivo, del cipresso. Sì, Dio Pan questo insegnò, ma non per le dame o i letterati, ma perchè celebrando la vita delle cose, della rondine, del cipresso, dell'insetto, insomma di tutti i figli della terra, più umili e negletti, potesse parere al poeta che quelli pure che stanno sotto la terra avessero intendimento, onde dicessero: «Grazie, figliuolo, grazie, fratello, della dolce canzone».
Così nacquero _Myricae_, olezzanti e vivi fiori, a Dio Pan carissimi. Questi fiori hanno avuto fortuna al di là di ogni aspettazione. Bisogna pur dimostrare che qualche volta c'è giustizia a questo mondo! «La fortuna, — e Dio Pan sorrideva e parlava col rombo delle melodiose cicale, festanti a coro nel grande silenzio, — la fortuna fa come il baro nel giuoco: fa vincere qualche volta, per allettare gli altri.
«Sì, sì, ebbero fortuna _Myricae_! Era esso un tempo un libriccino piccino, sconosciuto; conosciuto solo agli amici che sospiravano al sospiro e fremevano al pianto. Ma poi il volume diventò grande, e i bottegai che tengono nelle loro vetrine i grandi fiori di carta e di seta, furono lusingati un po' per volta di questo fiorellino vivo e vero, di questo arbusto gentile di _Myricae_. Ma prima non lo volevano per ferro vecchio. Oh, dopo che festa gli fecero! gli comperarono perfino una toilette di gran moda, in sullo stile antico del Cinquecento! Povere _Myricae_, figlie dei campi e care al Dio Pan, come si trovano però a disagio oggidì in quella acconciatura artificiosa, esse così naturali! Che vuoi? Convenne seguire la moda, figliuolo mio». Così mi parlò il Dio Pan.
— Non viene più a trovarvi, o Dio Pan, il buon poeta che cantò _Myricae_? — io chiesi.
«Poco, figliuolo, — rombavano le cicale in nome del Dio Pan, — poco e di rado. Che vuoi? La Fama offre oggidì grandi ricevimenti nel suo _Grand Hotel_; ed egli non può esimersi più dall'intervenirvi. Ella inoltre lo affatica con molte commissioni, alle quali è fatica dir sempre di no. Credi, figliuolo, — rombavano le cicale forte forte sul mezzodì, — la fama degli uomini ha i suoi inconvenienti. Pensa: Giovanni Pascoli un tempo componeva in ghirlande questi odorosi fiori di _Myricae_ affinchè confortassero le tombe del padre e della madre; e gli amici, leggendo, esclamassero, come esclamavano in fatti: «Quanto dolore!» Questo egli cercò; non d'acquistare fama. Ma il pubblico che dà il danaro per costruire il grande _Hôtel_ della Fama, solitamente non crede (e non ha tutti i torti!) che da terribile verità possa generarsi opera d'arte. Finzione, finzione, bella finzione, leggiadro strazio, eleganti lagrime, tale è il mestiere del poeta: e perciò solo applaude: e tu vieni allora alla ribalta, o poeta, e inchinati sorridendo, e poi il pubblico ti domanderà: «Che cosa state facendo adesso, poeta? A quando un nuovo libro che ci faccia divertire con nuove lagrime, anche più belle?»
Non è facile incontrare il gusto del pubblico, ma una volta incontrato, esso è esigente ed è d'obbligo una certa produzione regolare. Che si direbbe di una rispettabile ditta che rispondesse agli avventori suoi: «Quest'anno non abbiamo produzione»?; ma si rivolgerebbero ad altra ditta in concorrenza.
*
Cantavano le cicale melodiose e Dio Pan seguitava dicendo: «Ad un altro poeta, che fu compagno e amico del Pascoli, io ho insegnato, come a lui insegnai, i segreti della terra e del cielo, del fiore e dell'errante uccellino. Questi, a differenza di quello, non diffuse il gemito della morte nelle sue canzoni, ma il voluttuoso, lieto inno d'amore. Biancofiore la bionda, ride per tutte le sue tenui carte. Ma gli uomini non l'udirono: essi non hanno distinto il canto del rosignolo.
«Di chi parlate, voi, Dio Pan?
«Ricordati di Severino Ferrari!
«Oimè, egli è infermo, Dio Pan, e mal noto agli uomini, — risposi io.
«Ben lo so. Ma impara che non sempre ciò che piace agli uomini piace anche agli Dei».
Allora palpitarono per la grande campagna questi versi:
O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro come belli dormian sopra il tuo sen!
Bianco seno di latte ove serpendo roseo va il sangue con mite vigor, van due fragranti rose alte crescendo; sotto la manca le fiorisce il cuor[2].
*
Quando quel dì tornai a casa, la minestra era fredda, ma Dio Pan, il vecchio canoro che va errando pei campi, mi aveva insegnato mirabili cose nel canto delle sue cicale.
XIII.
La quaglia e il Nirvana.
La casa del cantoniere. Quasi tutti i vesperi le mie gambe mi portano là, verso la piccola pineta, lungo il bell'argine della via ferrata, da cui si domina il mare lì presso, ed il monte da lontano; ma quando arrivo alla casa del cantoniere, mi fermo. Non è che io mi voglia fermare: è come un _imperativo categorico_ di questo terribile orologio dell'anima che ho dentro di me, e squilla la fermata davanti alla casa del cantoniere. Quella piccola casetta ride nell'eremo del paesaggio; e quella stazione quieta, accanto a quel binario (umile e pur congiunto ramo di quell'immenso sistema nervoso che fascia la terra con doppia sbarra d'acciaio), mi seduce più di una sontuosa villa.
Io non so che cosa pensi di me quella famigliuola del cantoniere, vedendo questo intruso, fermo lì, fuori del recinto, e che fissa, e sta immobile: mi potrebbero ragionevolmente domandare: «Ma si può sapere che cosa cercate qui?» Invece non mi hanno domandato mai niente e mi lasciano guardare. Un bimbo — lo scorgeva dal vano della finestra a piano terreno — indicava pur me con insistenza alla madre sua, come a dire: «C'è di fuori quello lì!» Quattro occhi di giovanette, apparendo e scomparendo dall'uscio, come testoline di rondini dal nido, devono aver compiuto una specie di indagine sul mio conto.
Avranno pensato: «Chi sarà? Uno che si vuole buttare sotto il treno? No, perchè sono molti giorni che egli si ferma qui: i treni passano ed egli non si è ancora ammazzato. Un vagabondo, un ladruncolo? Nemmeno, perchè non ne ha l'aspettò. Chi potrà mai essere? Eh, chi può essere?»
Le vidi scoppiare in una risata di cuore, poi si ritrassero in casa; parlarono e anche la madre sorrise, assentendo. La risposta era trovata al quesito:
— Un matto!
Così è forse: a chi percorre la dura via della Saviezza, ad un certo punto avviene di essere entrato nei regni della Pazzia. Spiegato così il mio incognito, nelle sere susseguenti il riso delle donne si mutava al mio apparire in sorriso fuggevole di pietà: il bimbo bensì seguitava ad indicarmi.
Così grandi, solenni, eloquenti erano le tacite cose all'intorno, così profondo era il senso di umiltà e di annientamento entro di me, che io cominciai ad acquistare un nuovo senso e, palpitando, a tremare come se la natura mi avesse rivelato il suo essere profondo.
Una stradicciuola saliva sino al passaggio a livello della via ferrata, con due spalliere di pioppi; ma così aerei, così verdi e azzurri, così palpitanti pur nell'aria senza vento, che pareva linguaggio come di foglie che una Sibilla avesse animate della sua verità. Al di là della ferrata, la via scendeva ancora perdendosi fra le dune del mare, coperte di lieve peluria di prato, dove il sole stendeva su ardenti tinte di croco. Più lontana la breve selva dei pini.
La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi; e c'erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del bucato, alcuni filari di uva già nereggiante, quanto bastasse a fare un po' di vinello per la famigliuola. Davanti, in un rettangoletto di terra, germogliava l'insalata tenera, e, sopra sostegni di canne, gli utili pomidori si pompeggiavano nel loro rosso. Accanto al muro, ristretto da cannucce per frenarne il troppo rigoglio, il rosmarino (_ros maris_, cioè «rugiada del mare») superbamente fioriva; fioriva il basilico che assorbe l'odor dell'estate, e molte rame di limoncella gareggiavano d'altezza con le mirice.
Sì: io sorpresi me stesso dire a me stesso: «Ma che cosa sto a cercare più nella vita? Ma a quale scopo mi sono insino a questi giorni tanto affaticato nel mio peregrinaggio terrestre? Ma non sarei felice io qui? Io sono seccato a morte di dover ritornare fra poco ad essere dottore, professore, elettore, libero schiavo! Ecco: sventolare la bandiera a questi piccoli treni, non veloci, salutando reverentemente la vita che passa; e godere intanto questa solitudine, questa santissima quiete, dalla quale passerei senza avvedermene, senza contrasto, a più sicura pace, sepolto qui, presso questo mare, con una scritta che io vorrei dettata così: «Exaudiam vocem maris»: ecco la felicità, e altro non chiedo».