La lanterna di Diogene

Part 7

Chapter 73,985 wordsPublic domain

Questo piccolo tenimento rappresentava, appunto appunto, quello che io vorrei avere, e non ho. Così è! Spesso io mi sono sognato di possedere presso il mare una casetta adorna: io dico presso il mare, non soltanto perchè molto amo il mare, ma perchè due cose mi piacciono che sono in antitesi: stare fermo e viaggiare. Ora il mare, aperto davanti a me, mi pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo e conduca anche nell'azzurro del sogno e del cielo. Vorrei avere una casetta adorna e piccola, «parva sed apta mihi», (Oh, felice te, Lodovico Ariosto!), con intorno un po' di terra coltivata, assai bene, come con religione. Spesso ho sognato di levarmi nel mattino già luminoso, e in cambio dei libri e della penna, ho sognato di prendere il rastrello e la forbice del potatore. Io non ho voluto, nè meno nel sogno, una villa grande e fastosa: un mausoleo di marmi che mi mortifichi col suo lusso, un inutile giardino. Le piante che dànno il frutto hanno anch'esse il loro fiore al loro tempo. Tale, come io vagheggiava nell'illusione del sogno, era la villa utile di quell'uomo felice. Il frutteto, la vigna, il prato avevano il loro posto e si sentiva come la giocondità delle piante che vivevano la loro vita beata e feconda. Le piante sono, in verità, come filtri del veleno dell'aria: ma io le considero ancora come filtri del veleno della vita sociale.

— Bello! — esclamai.

— Sì, bello, — ripetè il signor Isidoro, — e tanto più se lei considera che pochi anni addietro qui non erano che monti di arena: le pianticelle erano inesorabilmente uccise l'inverno dal vento del mare. Qualunque altro avrebbe disperato di riuscire; ma mio babbo non disperò.

— E suo babbo che ha creato questo giardino?

— Mio babbo, appunto. Egli si era innamorato di questo luogo, e si era messo in testa di ricavarne un giardino: mio padre fu sempre così: messa in testa una cosa, la voleva vedere finita. L'inverno, con dei furiani terribili, attaccava il cavallo e veniva qui a coprire le sue piante con la premura di una madre che ha paura che i figli siano scoperti nel letto. Ma le piante morivano lo stesso. Allora, contro il mare, cominciò a costruire quel grande bastione di sabbia che vede là, ed a piantarci delle marruche. Anche quelle non volevano vivere, finchè una pianta cominciò ad aiutare l'altra, e venne su una bella selva alta: eccola.

Era una boscaglia aspra, irta di selvagge marruche, che salivano e coprivano un alto riparo a difesa del mare.

— Quando ci soffia il vento per davvero, — disse il mio ospite, — deve sentire che musica! Bene: queste piante selvatiche furono la difesa delle piante gentili. Ora noi ricaviamo da quella piccola vigna quasi due castellate d'uva: non è un gran vino, ma sapido, frizzante, proprio fatto per bere qui, l'estate.

— E il suo signor padre, — io chiesi, — è ancora in vita?

— E in gamba, oltre che in vita! Vede quell'uomo là? (nel frutteto c'era un vecchio che io avevo giudicato per il contadino): quello è mio padre!

*

Adunque in quella villa vi erano tre generazioni: esse, dal vecchio che lavorava la terra alla signorina che era abbonata alla «Gartenlaube», bene potevano rappresentare la storia evolutiva di quella famiglia. Questa seconda parte del mio pensiero la ritenni per me, e non riferii che la prima parte con parole di alto elogio.

— E quando viene il bambino della mia maggiore, allora c'è anche la quarta generazione, — concluse sorridendo il signor Isidoro.

*

Quando uscii dalla villa, mi abbattei in un certo tale che fa da mediatore, e conosce vita e miracoli di tutta la gente che è qui. Gli domandai dunque se quella famiglia del signor Isidoro era ricca.

— Lo sono diventati, — mi rispose. — Quel vecchio che pare ancora un contadino (a me pareva nobile come l'antico Laerte, padre di Ulisse, nel fiorente pometo) quello è il nonno grande. Lui da giovane ne aveva quanto ne ho qui su la mano: ma dormire, dormiva poco; e quando dormiva, sognava quello che doveva fare il giorno. Girava per le fiere, si metteva in mezzo ai contratti, sempre con l'orecchio alzato, chè se c'era un affare buono, il primo a sentirne l'odore era lui. Per le cose della terra, pel bestiame, bravo poi! E così, un po' per volta, ha fatto fortuna; e cominciò a speculare sul valore di queste arene, che allora si compravano per niente, e oggi lei sa quel che costano. Quando si è fatta fortuna, può accadere una delle due: o i figli consumano e sciupano quello che il loro padre ha messo da parte, e allora gira la ruota e si comincia da capo; o i figli buttano bene e si diventa signori. Il signor Isidoro è anche più bravo del padre: ha fatto in fretta a mettere insieme le migliaia; il merito più grande però è del vecchio che ha saputo piantarsi coi primi scudi.

Io ho chiesto al mio interlocutore se il vecchio sapeva leggere il libro dell'«Immortalità dell'anima» di Platone.

— Nè leggere, nè scrivere, — rispose. — Anzi per ricordarsi faceva dei segni. Doveva riscuotere da un fabbro? disegnava una tenaglia; doveva trattare con un medico? disegnava una croce; e così via.

Il sensale proseguiva a parlare. Ma io ero assorto in ben altro: «Evidentemente, — pensavo, — per farsi una villa, non pare che sia necessaria la lettura dell'«Immortalità dell'anima» di Platone».

X.

I martiri dello stomaco.

La Giovanna (una delle venditrici del mattino) è una bestia da tiro. Suo marito, il pescatore, sembra un bruto. La loro casa è un porcile, benchè non posseggano il porco: ma le mirice, cioè i tamarischi, vi crescono attorno, e il mare vi alita la sua purità.

Egli, il marito, è pescatore di spiaggia: d'estate coglie le telline; d'inverno, le poveracce. Per tale pesca conviene arare col ferro la rena, andando indietro come fa il diavolo, e stando immersi sino alla cintola. (Sua moglie usa un altro vocabolo). Ma se questa parte del corpo è sempre in molle, l'altra si vendica poi ignorando l'esistenza dell'acqua — se non fu quella battesimale.

La Giovanna, la bestia, corre poi a vendere il pesce col cestello difeso da frasche di acacia, scalza, discinta, violenta. Il volto pallido ed emaciato, reca ancora gli ultimi segni di una sfiorita bellezza, quella bellezza della pura linea antica, che quivi è comune. Ora se la prende con l'olio che è caro; ora coi signori che fanno il bagno per diletto, mentre suo marito vi deve star per forza, in molle. Si adira anche col mare che una volta aveva telline, cannelli, rombi; ora non c'è che rena e ghiaia.

— E fruga, e fruga. Tuo marito ha guastato fin la cria dei frutti di mare.

— E cosa sta a fare quello lassù, allora, se non sa nè meno far nascere i pesci? Per far cantare i preti? Ecco, intanto, da mezzanotte a quest'ora quello che ha raccolto quel disgraziato, mentre voi, boia di signori, dormivate!

Ma, sopratutto se la prende con la sua maternità, che seguita a fiorire una volta all'anno.

Quanto alla domanda «che cosa sta a fare Iddio», io non ero in grado di rispondere. Quanto alla fioritura annua della sua maternità, mi permisi alcune osservazioni discrete e sagaci e: — Per esempio, quando siete andata col vostro marito a cogliere la brulla nella valle (vanno questi pescatori con una barca nei paduli del Po, segano la tenace acuta brulla, ne caricano la barca tanto che a pena si può issare la vela rossa; ritornano, stendono detta erba al sole, la seccano e così è fatto il combustibile per l'inverno: dono gratuito della terra selvaggia alla selvaggia gente; ma conviene stare due giorni in barca, accovacciati entro la brulla che opera come una fustigazione, ed un giorno nel padule, riarso e salso), voi ne siete partiti in due e siete tornati in tre. Usate prudenza un'altra volta! — E crollai il capo, rimproverando e stringendo le labbra.

Ma ella mi guardò in atto di sfida e mi puntò l'indice contro, con un sorriso schernevole: quindi mutando la direzione del dito, cioè elevandolo al cielo, disse:

— Soltanto in questo il Signore ha adoperata un po' di giustizia anche coi poveri! Io, però, vorrei sapere, boia di signori, come è che voialtri non ne avete più di uno o due di figliuoli, due, uno...., uno, due, e mai di più. Noi, invece....

— Quanti figliuoli avete?

— Chi si ricorda? Una gran massa! Bisogna venire a contarli all'avemaria quando vengono a dormire, ed a mezzogiorno, quando vengono a vedere se da mangiare c'è qualche cosa. Di giorno chi li vede mai? Viviamo tutti come le bestiole. Addio. Bella vita stare lì in poltrona col libro in mano! Eh! mi ha da sentire quello lassù, se ci incontreremo! (E minacciava il gran vuoto, azzurro, dove è collocato Iddio).

Quindi si allontanò per le dune.

*

Ora, un mezzogiorno io passavo lungo il sentiero del bellissimo fiume presso alla foce, e mi accompagnava melanconicamente un dabbene signore, il quale da tempo è infermo di nefrite.

Ad un tratto una voce chiamò arditamente:

— Signore, o lei, signore, che venga qua a vedere!

Era la Giovanna, dietro la folta siepe dei tamarischi, che mi chiamava, e agitava un gran mestolo di legno. E poi aggiunse:

— Questa volta ci siamo tutti! venga a vedere, signore!

Andammo. Nascosta quasi dai tamarischi s'elevava dal suolo, appena col colmo del tetto, una serie di abitazioni di trogloditi: una specie di ghetto, come qui chiama il popolo questi diroccati abituri.

Dove il muro dava un po' d'ombra, sedeva a terra il marito della Giovanna, e fra le gambe si teneva una grande terrina nera di coccio; e la testa — era china — si levò verso di noi appena per sorriderci; un riso rudimentale, che avrebbe potuto segnare il passaggio evolutivo fra il bruto e l'uomo.

Un gruppo di marmocchi gli spuntava e gli si arrampicava intorno (pari alla figura di un antico dio fluviale). Ognuno intingeva un cucchiaio di stagno nella broda, curando che fosse ben raso, ma i più piccoli, per l'ingordigia del mangiare, ne versavano metà in bocca e metà su l'unica veste, oramai grommata di mocci e di pappa.

Sul limitare della capanna, la Giovanna aveva posato uno di quei lattoni da petrolio e ne vaporava il fumo e l'acre odore della cipolla soffritta.

— Ecco quello che si mangia noi, guardate, — ella disse, e prendeva così con la mestola la broda, e la faceva lentamente ricadere schizzando: — bucce di pomidoro, patate che avanzano ai porci, strozzapreti fatti col rèmolo, fagioli e acqua di mare, per non consumare il sale! Anche quella, boia d'un mondo, non si può portar via! Bisogna rubarla, e sì che ce ne è del mare! Avete visto? E poi il prete dice che anche noi siamo cristiani.

— E il condimento?

— Sì! Bel condimento! con un soldo d'olio si dà la benedizione in croce per due volte. Ma oggi stia buono che l'è festa: m'hanno dato per carità delle cotiche rancide, e l'ha un odore! Non vede come è buona? Più ne butto (e scodellava intanto), più ne mangerebbero. Bisognerebbe farne un mastello, come si fa per il maiale.

— E non gli fa male? — chiesi accennando l'uomo.

— Male? — ella rispose per lui. — Lascia che mangi, questo disgraziato.

— Male? Male fa a non mangiare, — disse l'uomo. — Oh lei, quel signore, — aggiunse ammiccando al mio compagno, — vuole favorire? Giovanna, porta qua una scodella.

— No, grazie, — disse il mio compagno, sorpreso d'essere stato sorpreso.

— Ma che cosa vuoi che un signore mangi quella roba lì! — rimproverò la Giovanna.

— To'! Vedo che guarda, — disse naturalmente l'uomo. — E poi l'è miga vera? Di fuori io sono povero e loro sono signori; ma dentro, nella cassa, — e indicava la macchina organica, — non c'è poi questa gran differenza!

— Non capisci che loro guardano perchè noi si mangia come le bestie? — corresse lei.

— Ah, se è per questo, — e il pescatore riprese il suo cucchiaio, come dire: «guardate pure».

— Io guardavo infatti, — mi avvertì sottovoce il compagno. — Lei non lo crederà, — proseguì dopo essere rimasto alcun tempo col capo chino, rivolto a me, — ma io darei cento volte il mio patrimonio, la mia riputazione, tutto, per poter mangiare quella broda lì. A lei, scommetto, fa nausea, eh? Per me invece è un profumo delizioso!

— A questo punto?

— A questo punto, oh sì! Sono confessioni seccanti, mah! Io, — riprese, — sono condannato al latte. Una delle due: o morire, o, se voglio prolungare la vita, latte. E questo perchè? Perchè i miei reni non operano più! Quando vedo nelle vetrine dei salumai certe fiamminghe piene di arnioncini da vendere, io mi sento impazzire! Poterne sostituire un paio coi miei! Voi altri trovate tante ragioni per criticare la conformazione del mondo e della società: il mondo è perverso, la vita è triste, ecc. Io? io se potessi sostituire i miei reni ammalati con quelli sani di un suino, io sarei un essere felice e il mondo sarebbe un paradiso! Come? lei ha i reni sani e non salta di gioia? dico a lei, sa? Lei fra poco va a casa, vero?

— Sì, — dissi io sorpreso da quella specie di convulso che era nelle sue parole.

— Trova il pranzo pronto. Vi sarà una minestra, un piatto di pesce, un arrosto, che so io....

— Lo spero.

— E non si sente felice? Ah, lei mi guarda come si guarda un pazzo. Io vorrei, veda, che gli uomini che pretendono di studiare la vita avessero prima una certa conoscenza con la patologia....

Compresi che la vista di quella gente che mangiava così beatamente gli faceva male e cercai di allontanarlo. Rispose:

— Macchè! in città è il mio passatempo fermarmi davanti alle trattorie d'infimo grado. A me un piatto di trippa offre la stessa seduzione che ad un libertino il molleggio di un'anca ben fatta. Quel miserabile lì, veda, è un uomo felice. Osservi come fa passare lentamente la sua broda per tutte le papille gustatorie, come mastica quella grossa pasta! É buona, eh? — chiese rivolto all'uomo.

L'uomo sorrise.

— Questa volta, — spiegò, — la ha un saporino che va proprio bene! — e volgeva gli occhi alla sua Giovanna con grottesca riconoscenza.

— Se ve la portassero via....

— Ah, diventerei cattivo!

— Senza mangiare, dunque, non vi stareste?

— Meglio le botte come al somaro, che senza mangiare.

— E passa, eh?

— Se passa! — esclamò per lui la Giovanna: — ma dopo un'ora non c'è più niente! Pare molto, ma che cos'è? — e ripigliò col mestolo, — è acqua calda.

— E quando viene l'avemaria, — disse l'uomo, — ecco un'altra volta quel cane nello stomaco che comincia a urlare, che ha fame....

— Ma ringraziate il Signore che vi ha dato la salute, — dissi io.

— Ah, vorrei vedere che non ci fosse quella! — saltò su la Giovanna, e brandì il mestolo contro il Signore, che abita nel cielo.

L'uomo fece quietare la donna e disse rivolto a noi due:

— Tutto il male per noi sta qui: se c'è la colazione non c'è la cena; se si rimedia un paio di scarpe, manca la camicia; si arriva a comprare un sacco di polenta e manca l'olio. Insomma, sempre manca qualche cosa. Io domando: per che cosa ci ha messo il Signore a questo mondo, noi altri poveri? Io non lo so. Non c'è abbondanza che di questi qui, — e indicò i figliuoli. — Ma che fatica farli.... (ed espresse con opposito verbo la operazione dell'alimentare).

— Quella donna in fondo è logica, — osservò il mio compagno. — Il Signore, o chi per lui, ha il dovere di dare a questa materia umana in istato grezzo, almeno la salute. Vivono come bestie; ma se ci pensa un poco, vivono più fisiologicamente di noi, quindi hanno una resistenza organica che noi non possediamo più. Che cosa vale che un consiglio comunale o governativo vi fabbrichi un regolamento d'igiene; che gli scienziati studino gli agenti patogeni delle malattie, quando la nostra vita sociale ci costringe a violare continuamente le leggi del vivere naturale? Qualche volta la natura è seccata: prende a caso qualche violatore e lo stronca; rompe o stroppia un'arteria, ed ecco di un dominatore fatto un automa balbettante; ecco un lambicco dell'organismo che non lavora più, e vi trovate di fronte ad un miserabile, come è il caso mio. Io non mi dolgo mica contro la natura! Essa è fin anche troppo longanime: mi duole che se la sia presa con me individualmente, mentre ci sono tanti altri più colpevoli di me.

— Sentite, — ripigliò poi rivolto all'uomo e alla donna e contemplando i volti dei bimbi, nutriti più di luce e di pura aria di mare che di cibo, — io non voglio farvi la carità: io vi voglio dare soltanto quello che io ho in avanzo e non mi serve a niente, mentre voi non mi potete dare quello di cui ho bisogno (l'uomo, la donna, io stesso ascoltavamo senza ben comprendere). Ecco a te, ecco a te, — e così via. (Levava di tasca alcune monete d'argento e le dava con noncuranza bizzarra ai bimbi, che timidamente, e prima guardavano il babbo e la mamma, osavano prendere la moneta misteriosa).

— Sangue del Signore! esclamò la Giovanna.

All'uomo pareva che venisse da piangere. Non poco ci volle a persuaderli che non era per burla. Poi nacque — antico effetto dell'oro — diverbio fra l'uomo e la donna. La donna voleva comprare le provviste per l'inverno; l'uomo fare prima di tutto una grande mangiata.

— Sì, sì, ha ragione lui, — disse il mio compagno; — sentiamo questa mangiata, come sarà.

— Ecco! Una gran terrina così, — spiegò l'uomo, e allargava le braccia, — piena di lasagne fatte in casa, con l'uovo, e sopra tanto butirro, tanto soffritto di lardo e tanto di quel formaggio che pizzica. Poi un mezzo castrato arrosto o in umido, a piacimento.

— Con le corna e tutto, — aggiunse la Giovanna.

— Ah, — esclamò l'infermo, e levò anche lui, minacciando, la mano verso il grande azzurro dove è collocato Iddio. Perchè questo è il gesto che talora fanno gli uomini, anche, se sono grandi o sapienti.

XI.

I vagabondi.

L'organetto di Cremona, che tutto il mattino aveva percorsa la spiaggia suonando con incredibile fastidio dei miei nervi, ritrovai che riposava finalmente anche lui.

(Non è improbabile che nei grandissimi pomeriggi del caro estate anche il sole riposi alquanto nel mezzo del cielo, giacchè il giorno, il cielo, il canto delle cicale paiono fermi. Certo quel terribile, stridulo organino di Cremona allora taceva).

Il ponte di ferro sospeso sopra il piccolo fiume dal nome glorioso, proiettava dalla parte del mare una fredda ombra. Sotto il ponte, in quell'ombra, l'organetto riposava. Esso era sospeso per le cinghie ad un carrettino a quattro piccole ruote, e attaccato v'era un asinello. L'asinello aveva declinate le orecchie e dormiva. La donna del vagabondo organista, sdraiata sull'erba, dormiva; disteso supino, l'organista dormiva e il suo volto riarso era rivolto alla tenue brezza marina. Una bizzarra linea geometrica, cadendo giù dal ponte e dallo spaldo, divideva nettamente l'ombra dalla luce. Su questa luce il gran pittore del mondo infondeva ardenti tinte di croco e d'oro, preparando la tavolozza del vespero: su quell'ombra sorvolò un brivido di frescura, che si propagò per le erbe e per le chiome dei tamarischi, onde parevano svegliarsi.

Le lunghe orecchie dell'asino declinavano sempre più e parevano due indici dell'interminabile tempo. Ma se le erbe si erano svegliate, nessuno dei tre si svegliò: nessun rumore umano diede segno all'intorno che il tempo sonnolento della siesta fosse per finire.

Sull'alto dell'organetto i due fantoccini che si muovono a tondo al muoversi del manubrio e battono sui timpani i martelletti metallici, parevano attendere l'ora del loro ballo. Con quanta gioia i bambini accorrono per vedere quei due fantocci meccanici; con quanta gioia le ragazze accorrono al martellare dell'organetto! Ma sì: io ho mandato al diavolo il vagabondo organetto e i fastidiosi fantocci. Però pensiamoci bene: io non gioisco più di quei suoni, perchè la mia giovinezza è finita, e sono tanto poco sapiente da inveire contro quelli che di quel suono fanno festa. Noi cominciamo a morire un poco per volta inavvertitamente, e questo lento morire, questo atrofizzarsi ed involversi dei sensi ingenui della gioia noi talora chiamiamo _sapienza_.

_Parva sapientia_, che spesso coincide con la crudeltà e con l'egoismo, come io notai in me stesso in quel vespero. Perchè in quel silenzio vidi una scritta a stampa, attaccata all'organetto: essa parlava in nome dei dormienti e diceva: «Giacomo Moroni, rimasto senza una gamba dal 1887, cerca di guadagnarsi la vita con questa industria e si raccomanda al vostro generoso cuore». Perchè intorno non c'era persona, evidentemente quella scritta si rivolgeva a me ed io rappresentavo il «generoso cuore».

Andai dunque in cerca di alcune monete per corrispondere a quella muta _captatio benevolentiae_, e trovate che le ebbi, stavo per metterle nell'apertura della cassetta, quando...., quando ebbi invidia di quel sonno dolcissimo sotto l'arco di un ponte; ebbi invidia di quei cervelli che si potevano fermare in qualunque momento, come il manubrio dell'organetto, e dissi nel mio cuore: «Non io, ma voi dovete fare elemosina a me!». Ma, dopo alcuno sforzo del pensiero, mi ripresi: «Evvia, non distruggiamo col ragionamento crudele il primo impulso del cuore».

E lasciai cadere le monete.

E la scritta che si raccomandava al «generoso cuore» mi disse _grazie_!

*

Ma più invidia ebbi di un altro vagabondo.

Avevo intravvisto dietro la siepe una schiena curva d'uomo, coperta da un mantello grigio; e su la schiena un cappellaccio a forma di petaso d'Ermes, posato in modo che parea non vi dovesse essere, tra cappello e mantello, una testa.

«Che roba è?» dissi fra me, e m'accostai. Al mio accostarsi il petaso si voltò e fece muovere in basso il ventaglio d'una gran barba grigia: sì, c'era una testa o almeno c'erano due occhietti e c'era una gran bocca aperta al sorriso, che disse subito parole che non compresi, ma erano ad esuberanza illustrate dai gesti, che dissero: «Voi volete sapere che cosa faccio io qui? Ceno, signore. Questo che ho qui nella palma della mano sinistra, è il companatico, che è formato di puro sale; questo che ho nella mano destra è il pane, che è formato di puro grano; quella che scorre in fondo al fosso, è la bevanda che è pura acqua. A tanta abbondanza e purità io non mi posso accostare senza rendere grazie al Signore, come voi vedete»; e levatosi il petaso, scoprì un piccolo cranio calvo e, deposto il pane, si frugò in seno e ne tolse un pesantissimo crocifisso d'ottone, appeso ad una grossa catena: lo guardò con occhio intenso come i pittori rappresentano i santi; lo baciò, quindi lo ripose nel tabernacolo del seno. «Ora è soddisfatta la vostra curiosità? Avete nulla a rimproverarmi? No? E seguito la mia cena».

Io allora mi sono seduto accanto a lui con senso umile e nuovo di fratellanza nel cuore. Quel sorriso, se non fosse stato un po' ebete, era degno di un verace filosofo.

Questo mendicante era una specie di mistico. Veniva dalla Spagna, era andato a Roma, poi a Bari, poi ad Assisi, poi a Loreto, ora andava a Venezia.

— E come fai a sapere la strada?

— _Preguntando_ «domandando». Che strano effetto mi fece questo morto verbo latino che fioriva, come voce viva, su le labbra di quel mendicante che veniva dalla Spagna! Che viaggio aveva fatto anche quel verbo! e poi sorridendo sempre, mi mostrò la sua guida. Era una di quelle carte d'Italia che sono congiunte agli orari delle ferrovie. Coll'indice percorse tutto il suo itinerario.

— Hai moglie, mujer? — domandai.

— Muerta, señor.

— Hai figliuoli?

— Muertos, señor.

— Dove dormi, stassera?

— Aquí, señor.

E indicò con tutta naturalezza il vicino campo di grano turco.

*

Ed ebbi invidia della sua sicurezza e della sua libertà. (Questo vagabondo non mi chiese elemosina; ma baciò la moneta che io gli diedi).

*

Questo vecchio, errante, mi richiama ora alla mente un altro suo fratello di vita errante e mistica. Era pur esso un vecchio, scalzo e cencioso, e lo incontrai su la via del Santuario di Caravaggio.

Portava sul capo nudo un'enorme ritorta corona di grosse spine.

A me che m'accostai per interrogarlo, mandò un grido lugubre, senza inflessione, come fanno i muti, e con le mani indicando la sua corona, spiegò: «Ma non vedi che cosa faccio? Io porto la corona delle spine per tutti voi».

*