La lanterna di Diogene

Part 6

Chapter 63,801 wordsPublic domain

Invece nei giorni che non portate la montura nera con la filettatura rossa, voi subite le necessità della vita come un egoista borghese: tu, onesto lavoratore della barba e della parrucca, fai la parola dolce nel radere il doppio mento del ricco avventore: tu, onesto pescatore, porti di preferenza il tuo cestello di pesce alla casa di quel possidente che ti pagherà senza tirare sul prezzo: tu, placido oste, non hai rimorso di coscienza a preparare, anche per i compagni, le miscele anti-igieniche del tuo vino: tu, postino, sei più gentile nel consegnare le lettere al ricco, che darà in fine di stagione cinque lire di mancia. Persuadetevi, non siete ancora abbastanza evoluti!

*

Io sono entrato umilmente col mio abito bianco fra i vostri abiti neri nella sala dove l'oratore teneva la sua conferenza. Un forte odore umano esalava da quei corpi, come un gas, e quelle parole parevano scoppi di fulminante per accendere quel gas.

Parlava un giovane avvocato civilmente vestito.

Io ascoltai attentamente. Ma come il buon enologo distingue il vino artefatto dal vino sano; come l'acuto critico distingue le onde dello stile commosso per la tempesta della passione, dalla salsa bianca _bechamelle_, con cui si coprono gli insulsi avanzi del convito intellettuale degli altri; così io sentivo in quel discorso sopratutto la preoccupazione di parlare il linguaggio della passione fino a toccarne il vertice con questa frase risolutiva ed anarchica: «Abolite tutti gli uomini armati di denaro, di scienza e di intelligenza!»

O lavoratori, vestiti di nero, quando io sentii il disperato, furibondo vostro grido entusiastico, che accolse quelle parole, sorrisi.

«È scoppio di rabbia impotente, — mormorai fra me, — giacchè voi in realtà non avrete mai il coraggio di eseguire quest'ordine. Ci vuole altro che le braccia valide, e l'arma in tasca, o il piccone! E nè anche il vostro oratore oserebbe in caso di vera guerra, dare un tale ordine, perchè non è eseguibile; perchè il primo a saltare in aria sarebbe lui. Perciò egli è un falso profeta».

Questo pensiero soddisfece la mia ragione. Ma subito dopo la stessa ragione insorse e mi disse: «Se quegli è un falso profeta, monta tu su la tribuna e parla. Se i veri profeti si accontentano di sorridere filosoficamente, quale meraviglia se il falso profeta è ascoltato?»

È facile tranquillare la propria coscienza col dire: «Questa massa è bruta e brutta e perciò non darebbe ascolto alle tue egregie parole», come è facile uccidere l'animale dicendo col fisiologo: «esso ha meno sensibilità!» Ma è poi vero?

«Ma non sai tu, o orgoglioso, che chi ha sete, beve anche l'acqua infetta; e chi ha fame, mangia anche le materie luride? E chi sente l'enorme, inafferrabile oppressione sociale applaude a qualunque bestemmia pur che abbia sembianza di mezzo liberatore? Tu critichi e deridi il falso profeta. Ebbene, monta tu sul tavolo e parla: O lavoratori, se il mio abito è bianco mentre il vostro è nero, io non sono un ricco, non sono un privilegiato! Ascoltatemi! Privilegiati sono gli anonimi che voi vedete appena di sfuggita e a cui, pur troppo, fate reverenza! Questi privilegiati sono così potenti e sicuri che di voi non si preoccupano: essi formano il cocchio, il quale è convinto che sarà sempre sopportato dalle ruote; e le ruote siete voi! Noi, che leggiamo Platone in greco — come può attestare il postino — e vestiamo di candore l'anima e le membra, siamo le molle che cerchiamo di attutire gli urti fra il peso crudele del carro e i sobbalzi delle ruote infelici. Otteniamo per ora che gli individui che stanno sul cocchio, siano più umani e pesino meno; togliamo intanto dalla vita i bari che mettono in circolazione i falsi valori; acquistiamo, tutti, migliore coscienza; riformiamo l'inutile scuola dell'alfabeto, semplifichiamo e miglioriamo la vita! Dopo, il resto verrà da sè, quale esso sia: quale voi vorrete».

*

Perchè io non ho parlato così?

Perchè a fare il profeta vero è difficile, e perciò bisogna scusare se vi sono molti falsi profeti.

— È vero che mettono in prigione a cantare:

Su venite in fitta schiera?

così mi chiese un bambino, invocandomi come arbitro in una questione avuta con i suoi coetanei: se mettono o no in prigione a cantare l'«Inno dei lavoratori». Mi dichiarai incompetente. «Però fate una cosa, bambini miei; quando vedete venire i carabinieri, mettetevi tutti sull'angolo della via a cantare, e così si vedrà».

La proposta, benchè ardita, piacque. Di fatto appena spuntano i pennacchi rossi e turchini, ecco s'alza il coro argentino, squillante: alcune vocine tremano dalla paura; i carabinieri si fanno più grandi; dei due, ce n'è uno così grosso e grasso che nel suo ventre può contenere due almeno di quei piccini. Alcuni di costoro s'appiattano dietro la siepe: da quel nascondiglio, non vedenti e non veduti, la voce ha vibrazioni di gaiezza suprema. È la voluttà dell'estremo rischio: essere acciuffati come nella favola dell'orco! Macchè! i carabinieri non si sono voltati, nè meno un segno di tacere! Parlavano fra loro, e seguitarono a parlare.

Che mortificazione, poveri piccini!

*

Col garzone del barbiere, che è un buon figliuolo, mi sono permesso la libertà della critica su la moda della camicia di satino nero che portano i compagni.

— Capirà, — mi disse, — che una cravatta rossa sul nero produce altro effetto che sul bianco. E poi una camicia nera fa il suo servizio finchè si vuole.

Erano due buoni argomenti, benchè il secondo poco convenisse ad uno che maneggia il sapone per dovere — almeno — professionale. Gli feci ancora osservare l'effigie dei due santi barbuti e capelluti che egli porta sospesi in forma di grosse medaglie alla catena dell'orologio.

— Trova da dire anche su Carlo Marx e su Enrico Ferri?

— Ma no; soltanto ti faccio notare che sarebbe un bel pericolo per la classe dei barbieri se nella società futura si dovesse adottare questa moda. Anche la classe dei lavandai.... — stavo per soggiungere pensando alle camicie nere.

Ma egli mi osservò che il rasoio poteva servire anche per altri usi oltre a quello di radere la barba. Queste goffe facezie io me le sono permesse col barbiere, perchè è un buon figliuolo, come ho detto. Invece con un altro suo compagno, che aveva la camicia nera e ci trovammo accanto dal tabaccaio, io non osai fare motto.

Era una figura sbilenca e torva, e domandò al tabaccaio un toscano. Ma per tagliarlo in due egli non si valse della tagliola che era sul banco; ma con calma levò di tasca il coltello, aprì la lunga lama a molla e contemplando il livido acciaio, «Questa sanguisuga ci vuole!» disse con intenzione; e tagliò il toscano.

Il mio sentimento di vero profeta gli aveva preso subito il polso come una tanaglia e fatta cadere l'arma maledetta; ma la mia mano non si era mossa nè meno.

Anche senza ricordare i geniali studi del Lombroso, capii subito che a dirgli una parola come gli andava detta, si correva il rischio di mutare il proprio ventre in un cuscinetto per quello spillo.

E tacqui.

Mi sdegnai col mio silenzio, eppure tacqui. Fare il vero profeta è cosa difficilissima.

*

La domenica, ad ora ben tarda, cessano i canti con sollievo delle Muse, ed i grilli riprendono l'impero della notte serena. I lavoratori ritornano non «alle risaie ed alle miniere» (che qui non sono), ma ai loro campi, ben fertili.

Io, per questi contadini di Romagna, aggiungerei una strofa, all'«Inno dei lavoratori» nella quale fosse raccomandata la solerzia e la passione per i lavori agricoli.

Queste due qualità non sono in eccesso.

Ciò si potrebbe benevolmente spiegare come un'esagerata venerazione per la madre Terra (per quanto essa faccia capire che il colpo di vanga non è per lei un'ingiuria ma una carezza); oppure come una tacita deliberazione che è inutile aumentare il reddito del terreno a vantaggio del proprietario (mentre ad essi, lavoratori, basta quel tanto che la terra produce, senza molta fatica); oppure perchè consumando troppo tempo nel meditare sull'ingiustizia di dovere essi fare il contadino, questa meditazione induce a lavorare di mala voglia.

Certo — mentre queste cose avvengono — la terra si fa dura ed ispida; i buoi dimagrano; le gramigne ingrassano; il letame diventa meno letame, ma tutta la casa si muta in letame.

Ciò mi dispiace perchè io farei cambio tanto volentieri del mio appartamento a Milano con parecchie di quelle case coloniche; e poi perchè sono un entusiasta del lavoro della terra.

«Ah, non volete lavorare con passione, signori lavoratori della terra? Vi leggeremo le «Bucoliche» di Virgilio e «I Giorni e le Opere» di Esiodo, dove quell'antico vate dice al fratello: «lavora, stolto Perse!» Ma non è rimedio efficace. Vi collocheremo un libro sull'aratro, come consigliò un ministro. Peggio, perchè così si legge male e si ara anche più male!

Il rimedio vero è questo: «Vi secca guidare l'aratro? Invertiamo le parti: lo guideremo noi e voi andate negli uffici a tenere in ordine i registri. Quanto a nobiltà di lavoro, essere bravo contadino equivale per lo meno ad un titolo di dottore».

Sì, tutto ciò è ben detto, ma chi in questa nostra nazione, in cui troppi sono gli aspiranti all'impiego, risponderebbe all'appello?

Lucio Quinzio Cincinnato, _dictator ab aratro_, appartiene alla leggenda; e lo stolto Perse forse era un ozioso perchè invidiava il fratello Esiodo, che faceva il poeta.

Confessiamolo: è facile, meditando su di una poltrona con la pipa in bocca, scrivere la ricetta che curi le disarmonie della vita; e più facile è cogliere il lato ridicolo dei fenomeni umani. La vera filosofia è meglio rappresentata dall'indice posto su le labbra: il silenzio!

*

Però la mia ammirazione per un podere, davanti a cui mi avviene di passare sovente, giunge a così alto grado che ne sono commosso. Chi sia il proprietario, non so; ma il contadino dev'essere una persona degna del più grande encomio. Il suo campo non ha bisogno di confine: si distingue come una persona pulita fra gente sudicia. Un filare di viti, erette sul filo metallico, profondamente pampineo, ingemmato di grappoli perlacei ed amaranto, si dilunga accanto all'altro filare del podere confinante, i cui tralci, come braccia stanche ed inerti, cadono a terra. Su la presa del terreno, scuro, profondamente smosso e senza una stoppia, s'erge il candore de' buoi aranti, nè manca alcuna leggiadra pianta di ornamento attorno alla casa: la siepe è rasa e folta con alberelli di melagrano; l'aia sgombra, i pagliai densi.

*

Sì, io vorrei essere come uno di quei re che si trovano nei racconti, i quali andavano soli, sotto altro sembiante, visitando il loro reame. Essi erano dei veri rappresentanti della Provvidenza, e giungevano sempre in tempo per sorprendere il lupo nell'atto che sta per abbrancare l'agnello; per strappare con mano sicura il sipario della menzogna e mostrare la Verità che gira il suo umile arcolaio, come la Margherita del «Fausto».

Oh, mia anima infantile, come fremevi di gioia quando il re svelava ad un tratto il suo incognito! La giustizia sorrideva presso il trono di Dio, e il diritto divino dei re mi appariva come la cosa più bella e naturale del mondo.

Alla lettura di queste fiabe di re-provvidenza io devo il mio sentimento monarchico. Ma da quando i re non viaggiano più in incognito; da quando non fanno più strage di uomini malvagi; da quando il loro potere è delegato ad una gerarchia di persone dai nomi ignoti, il mio sentimento di fedeltà monarchica si è molto intiepidito.

Ebbene: se non re alla maniera antica, vorrei essere ministro alla maniera moderna. Io credo che un ministro possa decorosamente presentarsi in incognito ed abbia tanta autorità, da distribuire un'onorificenza anche fuori delle consuetudini e delle gerarchie.

Questa splendida idea di fare, ad esempio, «cavaliere del lavoro» il villano, sorrise ieri mattina con giovanile entusiasmo alla mia fantasia.

Ieri la trasparenza azzurra della breve notte di estate non ebbe interruzione di luce, giacchè tra il cadere ed il sorgere del sole, si accese nel cielo la più bella luna che mai l'agosto abbia veduto nascere (dopo quelle descritte da Virgilio).

Conviene sapere che io ero rimasto sino alle tre dopo la mezzanotte alla città vicina, dove è un grande ritrovo mondano, e in esso un casìno che porta un titolo molto onorevole e signorile. Nelle ore piccole vi si lavora al macao, al trenta e quaranta e specialmente alla _roulette_.

Quella notte funzionava la _roulette_. Anche in questo esercizio del giuoco il sesso femminile era in soprannumero. E mentre l'uomo — una fila rigida di grandi sparati — serbava una impassibilità che parea compostezza; la donna invece appariva incomposta. I monili, le carni, le chiare lievi vesti, le pupille brillavano di un fascino ardente e divoratore, contro cui la virtù ha bisogno di tutte le sue corazze. Ogni tanto una di quelle mani che pareano scolpite nel pallido corallo s'avanzava per deporre o ritirare la pila dei gettoni. Oh, fragile essere insaziabile e bellissimo! Io mi meravigliai che tutta quella gente non si vergognasse di essere sorpresa da me in quella operazione del giuocare, perchè molti erano a me noti, molti erano professionisti, cavalieri e funzionari pubblici. Ma la loro pupilla, che s'abbattè con la mia per un attimo, si meravigliò specialmente per la mia meraviglia.

Quest'orgia notturna era celebrata nel più religioso silenzio, interrotto ogni tanto dalle lente solenni parole del biscazziere: — «Messieurs, faites votre jeu. Rien ne va plus. Le jeu est fait!» — e sempre così; la pallina corre, scende, si ferma: un soffio impercettibile di sospiro represso, che usciva alfine, era la sola manifestazione dell'angoscia o della gioia.

Il rastrelletto raccoglie, con la rapidità di una mano rapace, i gettoni: ricca messe, più ricca di quella che la terra può maturare in un anno nel campicello del pio colono. Indi si comincia da capo con voce monotona: — «Messieurs, faites votre jeu,» ecc.; e gli occhi talora spiavano con paura se dalle vetrate appariva la luce di Febo Apolline.

Ebbene, è così: nella vita sono molte camere segrete, ove bari e biscazzieri di ben altra natura che questi qui alla _roulette_, mettono in circolazione i falsi valori. Oh, schiera nera coi bracciali rossi, qui appari, ed invadi!

Macchè! gli uni e gli altri si inseguono perennemente, come i fantocci delle giostre, senza toccarsi.

*

Lasciai dopo breve ora quel ritrovo, e mutati gli abiti e toltomi con abbondante acqua — come una purificazione — il contatto di quel luogo, montai in bicicletta e ripresi la via del bianco, caro mio romitaggio. L'alba rugiadosa già elevava in oriente i padiglioni di porpora.

Ma dopo un'ora di corsa, ecco io ero davanti al podere di quel villano solerte. In fondo al campo dilungavano i bianchi, enormi buoi ruminanti. Gli umili tamarischi, allineati in siepe, parevano al lento osservatore muoversi a ritmo alla brezza mattutina: leggiadrissima pianta nostra del mare. E la chioma tonda di un eccelso pino parea che si incendiasse di sole come se le resine che gemono dalle sue vene avessero più di ogni altra pianta sentito la fiamma e la virtù del sole.

Un podere così ben tenuto è cosa nobile come un'opera d'arte, è inspiratore come un canto di nobile poeta.

««Vieni, uomo veramente utile, che io ti fregi dell'onorificenza di cavaliere!»

Ma forse questo è scarso premio e giustizia inadeguata. Se fra quei giocatori notturni ci fosse il tuo padrone, oh, come un antico favoloso re-provvidenza rivolgerebbe volentieri le sorti di entrambi!

Manifestai questa bella idea di fare cavaliere del lavoro il contadino valente al signor Pasqualino, uomo di molta pratica mondana e che ha un bel posto nel giornalismo politico, ma egli si affrettò a smorzare il mio entusiasmo con un discorso molto assennato: io intanto non sarei riuscito mai ministro (questo lo sapevo da un pezzo), secondariamente una simile nomina sarebbe stata contraria alla _praticità_. Questo pure io sapevo, ma conservo le mie idee in proposito, cioè che è necessario rompere il cerchio fatale della così detta _praticità_. Se no ripeteremo in eterno il motto di Tiberio, imperatore.

L'imperatore Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia — che sarebbe come dire il Parlamento dei nostri tempi — era solito esprimersi così ai senatori prosternati davanti a lui: «Oh, homines ad servitutem paratos!» Lo diceva in greco, che era la lingua elegante di quei tempi. Egli proferiva una feroce verità garbatamente, ed essi potevano fingere di non comprendere.

IX.

La villa dell'uomo felice.

Nell'occasione di un pranzo ospitale io avevo avuto incarico di trovare delle pesche, di quelle così dette cotogne, le quali dovevano servire per un fritto o per una crostata di frutta, non ricordo bene; ma ricordo che l'ingiunzione di portare a casa di quelle pesche era stata perentoria: «e che siano belle, mi raccomando».

Ora in quell'estate, nella nostra regione, il raccolto delle pesche era stato scarsissimo: ma io dovevo trovare di quelle pesche. Potevo bensì tornare a casa a mani vuote dicendo che pesche non c'erano; ma quando una donna ha detto che vuole pesche, pesche bisogna trovare per aver quella pace, che oggi è fra i _desiderata_ dei popoli e delle nazioni, ma che pur tuttavia è gran fatica ottenere nelle semplici organizzazioni delle famiglie.

I carretti dei fruttaiuoli, fermi all'ombria, presso la posta, avevano cesti colmi di pere superbe, di susine ambrate, di uva luglia, di fichi primaticci a prezzi ridicoli; ma pesche non ce ne erano se non piccole e brutte, e care un occhio.

Io spiegai della mia necessità di aver pesche. Ma i fruttaiuoli dicevano che pesche come io volevo non ne avrei trovate a girare anche per tutti i poderi d'intorno. Allora un bel signore che sedeva all'ombria egli pure e ripassava in pace la sua corrispondenza, quando sentì quei rivenditori che affermavano non trovarsi pesche all'intorno, levò la testa e disse ad uno di loro:

— No, carino, nel mio orto, se ci vieni, le pesche ce le trovi.

— Nel suo orto, — fece colui alzando il braccio e movendolo per l'aria, — bella novità che nel suo orto ci sono le persiche! Ma mi dica un poco, signor Isidoro, che cosa le viene a costare quest'anno una persica? — e gli alzò l'indice, indicante una pesca sola, davanti al naso.

— Pezzi d'ignoranti! — e il signore che si chiamava Isidoro, disse _ignoranti_ con quattro «a», quindi procedettero le sue parole dicendo: — Guarda lì, come parla! La volete sempre dal cielo la roba, voi. Lasciano questi villani porci gli alberi da frutta abbandonati a tutti i pidocchi, a tutte le muffe, e poi si lamentano se non c'è mele, susine, albicocche, pesche, fichi; quando poi ce n'è, vendono la roba a due soldi il chilo; se non la vendono, la danno alla scrofa.

— Se no va a male! Meglio che andare a male, — disse il villano.

— Vanno a male perchè siete più bestie delle bestie, — tuonò il signor Isidoro. — Se non c'è roba, — e si rivolgeva con voce più pacata a noi, — si lamentano; se ce n'è troppa, la rinviliscono a quel modo. Con una terra benedetta come la nostra! E intanto l'Italia importa dalla California per migliaia e migliaia di frutta conservate in cassette, e i nostri soldi vanno in America a comperar frutta. Ah, fate i socialisti, — e si rivolgeva ancora al villano. — Il socialismo ve lo darei io, — e accennava all'atto che fece Ulisse su le spalle di Tersite, — gente infingarda e stupida, che non avete che la prepotenza! E questi qui, — e sbattè con la mano sui fogli dei giornali, — vi danno ragione, e c'è chi dice anche che il contadino italiano è intelligente! Degli ignoranti siete! Pellagra e acqua marcia, vi sta bene. Voi volete il pane fino? la minestra buona con la carne? Guadagnatevela, figli di cani. Quel povero diavolo di...., — fece il nome di un proprietario, — ha speso cinquemila lire a far la casa nuova al suo mezzadro. Dopo sei mesi era peggio del porcile. Non c'è che la pellagra che vi guarisce.

Dopo questo sfogo il signor Isidoro diede in una bella risata; quelli se ne andarono piuttosto mogi, borbottando, e il signor Isidoro, che indovinò le parole di quel borbottare, mandò dietro il resto del carlino e disse:

— Ah, boia di signori, eh? Boia di villani, dico io!

Riaccese il sigaro e disse a me:

— A quella gente va bene dire quello che va detto, se no alzano la cresta. Infingardi, ignoranti che non hanno di buono se non la prepotenza. Dove trovano il tenero, però; perchè con me non c'è da far niente. E poi si lamentano della miseria! I miei contadini mangiano pane e bevono vino tutto l'anno, però! Lei, se vuole pesche, gliele manderò io a casa; lasci fare a me.

E due ore dopo un garzoncello mi portava un cestino di balle pesche cotogne.

Per questa occasione ho conosciuto il signor Isidoro.

*

Il quale è un forte e bell'uomo ancora: e la salute e la lietezza parlano eloquentemente da tutta la sua persona.

Non si creda però da questo suo squarcio di eloquenza che egli sia iroso: egli è placidissimo. Certe notizie della vita politica che fanno fremere me o mi fanno uscire in sarcasmi, provocano nel signor Isidoro un sorriso pieno di saggezza, che dimostra il perfetto equilibrio del suo sistema nervoso.

Una mattina venne alla borgata a ritirare la posta ed era in compagnia di una leggiadra signorina con le belle ciglia brune modestamente inchinate, e di un'altra signorina con occhiali a stanghetta e capelli di capecchio, tirati su la nuca: tutti e tre erano in bicicletta. Mai più avrei supposto che quella brunettina fosse la sua figliuola, e quasi stavo per congratularmi con lui come di cavaliere galante.

— È mia figlia, veramente, — disse, ma ci volle la presentazione e il sentir lei chiamar «babbo», perchè ogni dubbio scomparisse. L'altra, la compagna, era la governante tedesca, ed allora mi spiegai perchè il signor Isidoro ritirasse regolarmente dalla posta la «Gartenlaube», che, senza aprire, metteva in tasca. Quella governante tedesca non so quanto valesse nell'insegnare il paterno idioma, nè quanto profitto ne traesse la scolara; bensì valeva molto a far risaltare la grazia della fanciulla.

— Ma quanti anni ha lei, signor Isidoro? — domandai. — Io, a far molto, glie ne davo quaranta.

— Ce ne aggiunga altri otto: e noti poi che di figliuole ne ho un'altra che ha già marito, perciò sono anche nonno: ho poi due figliuoli: il più grande è già laureato in chimica agraria: l'ultimo fa il liceo ed è con me qui in campagna: mi sono sposato giovane; e non me ne pento: certe cose, se si fanno, bisogna farle presto.

*

Orbene, il signor Isidoro mi fece ripetuti inviti di recarmi a vedere la sua casa al mare: — non dico «villa», — aggiungeva, — perchè si tratta di una fabbrica molto modesta: c'è però qualche cosa che le potrà piacere.

Andai dunque un vespero alla villa di questo uomo felice. Egli mi venne incontro festosamente.

Noi procedemmo per un dritto vialetto di ontani, così folti e alti, che il sole vi feriva appena; e l'occhio riposava in quel silenzioso verde: finchè sboccammo nel piazzale davanti alla villetta.

Dove essa dava ombra, la signorina, da me conosciuta, con alcune sue compagne attendeva all'elegante giuoco degli archetti. Qui la conversazione e la sosta furono brevi: indi il signor Isidoro mi condusse in giro pel suo tenimento.