Part 5
Mi domandano se voglio favorire. Ma io non voglio favorire la vostra colazione; io vorrei favorire la vostra placida lietezza coniugale. Senza tovaglia, un piatto unico di coccio, due forcine di stagno! Ecco il segreto per non far volare le stoviglie su la mensa coniugale.
— Piruzz, via, andiamo a bere un bicchiere dall'oste!
Lo conduco a stento.
— Ma perchè?
Crolla il capo, poi dice: — Veda, dopo mi viene troppo vigore. È mo' vera, Placidia?
Quando fummo dall'oste — e Placidia non c'era — si morse l'indice ripiegato, e sospirò un «Eh!» comicissimo, rivolto al Signore. Io scoppiai dal ridere.
— Alla vostra età, Piruzzo? Vergogna!
— Ma io non me ne accorgo mica d'avere sessant'anni! È che queste... donne vogliono vedere la bella gioventù!
Evidentemente — io pensavo — al tempo dei trogloditi non usavano pomate per la calvizie, non usavano stimolanti. Si dirà: Perchè non c'era il progresso!
Ma no; perchè non c'era di bisogno!
Più giustamente osservava Piruzz: — Guai, veda, se il contadinaccio dovesse bere vino e mangiar carne tutti i giorni! Non si salverebbe nessuno.
*
Con piacere anche maggiore ho riveduto il signor conte, ex-capitano dei granatieri. Egli appartiene ad una piccola compagnia — gente che viene qui per l'estate — la quale fa circolo al mattino attorno al deschetto del calzolaio della borgata: circolo aristocratico, perchè c'è anche un marchese. Ma in Romagna la nobiltà ha costumanze alquanto diverse.
Io amo di stare vicino al signor capitano non soltanto perchè è una garbata persona, ma anche perchè produce un effetto refrigerante, con l'immacolato e profumato candore delle sue vesti.
Da molti anni ha abbandonato il servizio militare, e il periodo avventuroso della sua vita cadde in quel tempo in cui gli ufficiali portavano le gambe imprigionate da calzoni a maglia.
Egli sin da allora prediceva il tempo della libertà per le gambe entro calzoni razionali, e ne dava l'esempio.
Ma quei calzoni venivano considerati dai superiori come un esempio non di razionalità ma di strafottenza.
A quel tempo non esisteva nell'esercito la propaganda anti-militarista e perciò gli indumenti ipertrofici del signor conte avevano l'onore di essere considerati con più importanza che non meritassero.
Eccettuato l'affare dei calzoni, il signor conte serba il più gradito ricordo della milizia.
Divenuto cittadino libero, egli è rimasto fedele ai suoi calzoni, ed io non posso pensare a lui senza avere davanti agli occhi un barbaglio refrigerante di tele candide e finissime, dal soave profumo, sostenute da calze ciclistiche di seta nera e scarpette lucidissime.
Da quella candidezza di vestimenta viene fuori un faccione bonario, arsiccio, che non sarebbe stato brutto se la natura l'avesse ritoccato e raddrizzato; invece se ne dimenticò e lo piantò lì, appena abbozzato. Una densa capigliatura, quasi bianca, contrastando con due corti, puntuti, ispidi baffi rimasti quasi neri, appiccicati nello spazio, grande, che divide il naso dal labbro, mi porge l'illusione di una di quelle parrucche con cui sono rappresentati i granatieri del Piemonte Reale nel secolo XVIII. È scapolo; ma gode di tutti i vantaggi della famiglia — convivendo a suo modo — con la famiglia del fratello, gentiluomo campagnuolo, cara persona anche lui.
La pratica della bicicletta, di cui fece conoscenza soltanto in questi ultimi anni, ha segnato il colmo della sua felicità di abitare in questo mondo.
Non si creda però che il signor conte sia una folgore della bicicletta. No, la sua bicicletta va molto blanda e spaventa solo col fragore della tromba la quale è della proporzione del berretto e delle braghe.
Questo entusiasta del ciclismo ha sempre rifiutato le proposte di piccole gite, con scuse di dubbia fede.
Ciò mi ha fatto molto meraviglia, ed ho cercato di scoprire la cagione.
Eccola quale il signor conte mi fece capire: appena i pori del suo corpo cominciano a traspirare, egli sente imperioso il bisogno di copiose abluzioni, il suo passo, quindi, è regolato sulla secrezione sudorifera dei pori: ora, dato il calore del luglio e il polverone delle vie, egli si trova ridotto alla quasi immobilità.
Però un giorno che un grande acquazzone avea rinfrescato l'aria e spento la polvere, vedo il signor capitano di ritorno in bicicletta.
«Ma questo è un carro bagagli» — dissi fra me vedendolo arrivare, e arrivava dolcemente, ma con cupo rombo del corno. Egli aveva non soltanto la borsa fra il telaio, ma su la ruota posteriore un suggesto, carico di roba.
— Vengo da X...., — esclamò festosamente da lungi, alzando la mano e cessando dal premere il corno: indi come fu disceso, disse: — Ventiquattro chilometri fatti splendidamente: non abbiamo avuto una panna! Le pare ancora un poco grave? — aggiunse, scrutando con occhio strategico la sua bicicletta.
— Io direi, — risposi.
— Eppure è ridotto ai minimi termini.
— E lei intende con questo bagaglio di recarsi a Parigi?
— Certamente. La partenza è stabilita con data improrogabile la primavera ventura. Ora sto allenandomi.
La visita a Parigi è necessaria al completamento della sua vita. Un mussulmano non muore in pace se non ha adorato la Mecca: un archeologo se non ha visitato Atene. Per il signor capitano Parigi è la Mecca e l'Atene di quell'amabile galanteria in cui trascorse la sua giovinezza rumorosa e serena. Ma non si pensi male, non si creda che malsani e inverecondi desideri allignino in lui: la sua gioventù fu ben consumata, come il suo vistoso patrimonio fu ben assottigliato. Ora che i capelli sono bianchi, egli è diventato semplicemente un erudito, un antiquario — ma un antiquario sereno e filosofo — della galanteria.
Nella stanza silenziosa e grande della sua villa, egli colleziona, trascrive, compulsa i documenti delle donne che furono famose nell'esercizio della galanteria aristocratica.
Un dotto, seguace del metodo storico, può essere premiato in un concorso del ministero della Pubblica Istruzione se colleziona una serie di documenti inediti, poniamo intorno ad Elena, moglie di Menelao. Il signor conte — unicamente per suo diletto e senza vista ambiziosa — collezionava i documenti, invece che su le «donne antique», su le donne contemporanee.
Aveva cimeli, codici, autografi di gran valore.
Siccome però in casa c'erano delle nipotine, già giovanette, così egli possedeva una chiave segreta della sua biblioteca da sfidare ogni curiosità.
Le conversazioni su gli studi archeologici del signor conte erano del più alto diletto e sommamente istruttive per la serenità filosofica da cui erano improntate.
Ho potuto constatare che egli non aveva letto le opere lombrosiane intorno alla natura del genio: eppure — se avesse avuto piena coscienza del valore de' suoi studi — avrebbe potuto aggiungere un capitolo ragguardevole alla psico-fisica del genio; includendovi la genialità della donna. La galanteria era la forma con cui si manifestava la genialità della donna. Esistono peculiari stigmate somatiche del genio della donna, come per il genio dell'uomo. Il genio-maschio può svilupparsi in ogni classe sociale, così il genio-femmina: v'è la duchessa che diventa zingara, come v'è la zingara che diventa duchessa. Il genio-maschio è essenzialmente intuitivo: così il genio-femmina. V'è anche nelle donne la geniale, e la genialoide. Patrimoni saltati per aria, cervelli fatti saltare, straordinari avvenimenti, anche nella politica, sono conseguenza del genio-femmina. Il genio-maschio fa progredire a grandi impulsi la civiltà: il genio-femmina è il propulsore di quasi tutto il lavoro dell'uomo. L'uomo geniale è rivoluzionario; la donna geniale rivoluziona tutte le teorie morali, sconvolge l'ordine delle leggi, disorienta i cervelli e le famiglie.
Si nasce geni. E perciò è spregevole l'uomo che spinge la donna su la carriera della genialità. Il signor conte non ha rimorsi da questo lato: egli ogni volta che vide la donna, circondata dalle nobili spine della virtù, ha fatto il saluto, da lungi!
E gentiluomo compiuto, senza alcuna smanceria senile, rimane coi suoi capelli bianchi.
Distribuisce ai bambini un grande numero di gianduia e di caramelle. — Oh, piccolo tributo, invero, per un individuo che è rimasto esente dal grave peso della paternità!
— Ancora, signor conte, — dissi io, depositario segreto di questi studi, — quella monografia geniale è straordinariamente interessante.
Sarà per un'altra volta.
Guardò l'orologio. — È tardi, — disse, — e devo condurre le mie nipotine alla messa.
Era domenica: e poco dopo passò il calesse del signor conte, che conduceva le belle e buone nipotine alla parrocchia lontana.
VII.
La costruzione della tavola.
Io lo so, cari bambini, quello che voi volete. Voi volete cenare all'aperto come tutti gli altri: e su la tavola volete un bel lume. Certo fa piacere in su l'ora del tramonto, quando i barchetti riposano sulla riva e le vele rance si accartocciano e dormono, fa piacere, volgendo lo sguardo all'intorno, osservare presso le casette — sparse lungo le dune — le piccole allegre mense. Dopo, si spegne la lampada del sole e si accende quella a petrolio o a gas acetilene. Poi v'è dove si balla, v'è dove, con le coperte del letto, improvvisano un teatro; e ce ne vuole, cari bambini, di consigli e di grida: «A letto, a letto, bambini!» Bisogna portarvi a letto che già siete addormentati. E dopo dieci ore di sonno profondo, voi scendete giù in cucina e trovate la tazza del latte, appena munto, e il cumulo delle fette di pane; e il mare che vi sorride nel sole e vi esorta di fare in fretta a mangiare e correre a lui: senza lavarvi, vero? perchè vi laverete nel mare. Ah, dolci cose e sempre belle e sempre nuove! Ringraziate Iddio almeno, e.... siate un pochino più buoni con me. Senza di me, il latte del buon Dio non verrebbe sino alle vostre labbra. E poi? E poi ricordatevi di questi giorni tutto sole e niente nuvole, ricordatevene per poter dire che la vita è pur bella! Ma già, o ironico destino, essa è bella quando noi non ne abbiamo conoscenza e coscienza.
Ma bando a ciò: voi dunque volete la tavola da metter fuori all'aperto. Ora conviene ordinarne una al falegname, perchè quella che è in questo minuscolo stanzino da pranzo («Dove si soffoca» voi dite. «Verissimo, oh, come bene trovate le ragioni che fanno per voi!») è di greve quercia, e a stento passerebbe per la piccola porta.
— Ci vorrebbe, — voi dite, — come hanno tanti; una semplice tavola greggia di abete, la quale poggia sopra due cavalletti.
— Egregiamente, se non che il falegname è troppo occupato per fare questo lavoro in giornata, e poi domanda di troppo: quindici lire. Il vostro desiderio, bambini miei, non vale le quindici lire. Tuttavia voglio accontentarvi — e così ho pensato: La tavola la farò io.
— Tu? — e il più piccino mi allungò il dito, e il suo sorriso esprimeva non soltanto la meraviglia, ma era atteggiato a quella espressione che fiorisce col fiorir del pensiero, cioè all'ironia.
(Anche tu, piccino, — meditai, — già pensi come la gente del volgo. Tuo padre, perchè vive sui libri, è incapace di lavori veramente utili. Ebbene, vedremo, e ti dimostrerò come chi si compiace in Platone del verbo di Socrate, impara in un attimo le cose minori della vita. Il vero sapere è essenzialmente armonia, se non che quello che ora penso non lo capirai mai, piccino.)
Meglio così.
Una voce di amorevole, ma purtroppo costante contraddizione, la quale è legata alla mia esistenza — aveva aggiunto tal chiosa, ed io tacqui.
*
Al mattino — o care albe rosate — io avevo pronti sull'aia sega, martello, tenaglia, pialla, chiodi, metro e squadra; e come dalla bottega mi furono mandate le tre asse di schietto abete e tre mezzi murali, mi posi all'opera.
Il canto stridulo della sega destò i bambini, e con grande impazienza si dettero la voce che il buon lavoratore già lavorava. Onde discesero con grande impazienza a veder l'opera nuova.
In quel lavoro mi sovvenni di un'eccellente massima che udii or fa gran tempo da una contadina: «cento misure e un taglio solo»; e finchè il sole non fu alto, il lavoro procedette abbastanza bene, ma quando esso salì e distrusse l'ombra a ponente (nè quella a settentrione era ancora formata) la fatica cominciò a farsi greve, e la maglia che mi copriva era imbevuta di sudore. Ma è evidente che si trattava di una fatica di nuovo genere: lavoravano cioè entro il mio corpo altri operai della vita che non quelli che sogliono lavorare abitualmente; operai più allegri.
Della qual cosa mi fece avvertito un mio collega, il quale, passando per il sentiero che fronteggia l'aia, si era fermato ad ammirarmi.
Ed io, levando la faccia, ben lo scorsi attraverso il sudore, ed egli mi disse allora:
— È la prima volta che vi sento cantare.
— Io cantare?
— Voi proprio.
*
Ciò mi accadde per la prima volta — che io ricordo — di cantare lavorando. Nei miei consueti lavori, non goccia il sudore. Bensì talora altro goccia! Ma allegro canto non mai!
Questa è buona chiosa per chi deve cominciare la vita e scegliere una carriera, o bambini!
*
Alla sera la tavola si reggeva alla bell'e meglio sui due cavalletti e, coperta di una tovaglia pulita, era pur bella. E una testa grigia, adorata, era presso le vostre teste bionde!
VIII.
L'inno dei Lavoratori.
Non c'è dubbio; è stato il postino a spargere la voce che io sono un «signore».
Quanto dispiacere mi abbia fatto questa rinomanza, non saprei dire: non perchè non vorrei essere un signore, ma perchè non è vero, purtroppo!
Dunque, quando alcuno fra questa brava gente grida: «Guerra ai palazzi e pace alle capanne», si rivolge anche a me? A me? Ma io vi mando dal mio padrone di casa: andatelo a dire a lui! Adesso capisco perchè quei piccoli favori, quello scambio di aiuti che i poveri si fanno tra loro — e rendono così umana la vita — a me non si fanno se non dietro pagamento!
Ho domandato una volta alla moglie del calzolaio, quel calzolaio che tiene circolo aristocratico:
— Mi regala quel bel garofano?
E lei mi rispose:
— Vengo mai a domandar niente a casa sua?
Lo disse per ischerzo, lo so, perchè il garofano me lo diede, però uno scherzo ammonitore per un'altra volta.
(Veramente non tutti questi poveri sono poveri: vi sono tanti che hanno soltanto la truccatura del povero e mangiano sul palmo della mano, perchè ciò è economico e poi illude gli altri con l'aspetto dell'uguaglianza; ma hanno il denaro nascosto, la casetta, il piccolo campo.)
Dunque io sono un signore! E non me n'ero mai accorto!
Anzi io sino a qualche tempo addietro ero convinto di essere uno straordinario lavoratore, e mi addoloravo che ci guadagnassi così poco. Se non che una volta che mi lamentavo di questo con un ricco e colto israelita, ebbi da lui la spiegazione che meritavo.
Egli mi stava ad ascoltare col labbro composto ad un amaro sarcasmo e mi pareva vedere in lui una di quelle severe nere teste bibliche, che io avevo intravisto nei quadri antichi: quella testa, dall'abito orientale, si era spostata sopra un impeccabile stifelius, ma l'espressione era la stessa.
— Ma naturale, — disse alfine, — voi vi ostinate in un lusso che appena i milionari si possono permettere.
— Quale?
— Ma l'arte pura, la filosofia, la poesia! Cose bellissime, ma prima commerciate in stracchini o granaglie.
«Insolentia iudaeorum!» pensai fra me, e:
— «Ars severa, gaudium magnum!» — fu la mia risposta.
Ma l'aveva appena espressa, che mi sovvenni come il filosofo a cui è attribuita questa sentenza era figlio di una regina.
Atteggiò il labbro ad amarezza maggiore e:
— Tenetevi il «gaudium magnum», — disse, — ma non lamentatevi.
Che umiliazione ricevere di queste lezioni alla mia età! che rancura nell'accorgersi che la via è sbagliata quando il sole è già piegato al tramonto.
Oh, gli detti ragione, solamente obbiettai che non era cosa agevole per me cominciare il traffico degli stracchini.
— Più facile che non pensiate, — mi rispose seccamente.
Dal giorno che ebbi quel colloquio involontario col ricco ebreo, io mi ero filosoficamente adattato alla mia povera condizione; e avevo capita tutta la ragionevole antipatia del denaro per le mie tasche.
Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l'estremo oltraggio di passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione che i poveri mi respingevano perchè mi stimavano ricco; come i ricchi mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà. Dunque un filosofo è condannato alla solitudine?
Del resto il postino è degno di scusa. Egli mi vede sulla sedia a sdraio bere il caffè e gustare il fumo della pipa: egli invece, carico come un alpino e grondante di sudore, deve correre per le dune a distribuire la posta.
Egli fu costretto una volta dalla necessità del suo ufficio a consegnarmi, mentre stavo così sdraiato, una lettera del valore dichiarato di lire trecento.
Interrogai il suo sguardo, e il suo sguardo diceva così:
«Se nel mondo ci fosse giustizia, questa lettera dovrebbe passare nelle mie tasche».
«Aspetta che ti voglio mortificare e convincere che anch'io sono un lavoratore!», pensai allora tra me, e la mattina seguente ho collocato attorno alla sedia a sdraio molti libri e scartafacci, e a pena sentii il suo passo levai il capo da un pesante volume, e fissando il postino con occhio assorto dietro le lenti:
— Gran fatica, mio caro! — dissi, battendo con la palma sulla pagina aperta.
— Più fatica questa! — rispose senza rispetto, e si passò di coltello la palma sulla fronte, e buttò via il sudore raccolto.
*
«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di più!»
Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa, questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero medito sull'«Immortalità dell'anima» di Platone? E supponendo anche che io potessi fargli capire che al mattino presto c'è un originale che medita sull'«Immortalità dell'anima», potrà egli modificare il suo giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il cervello, ma le braccia e le gambe?»
«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»
Già, questo è ozio e non lavoro, _otium_ e non _negotium_, come sapevano anche gli antichi romani. _Otium litteratorum!_
Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il postino!
*
Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:
Su, fratelli, su, compagni su venite in fitta schiera,
avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi vedrete sorgere il «sole dell'avvenire!»
*
E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di questo esercito del «Sole dell'Avvenire». Infatti essi inneggiavano al detto Sole.
Questa schiera, come dava a veder l'aspetto, apparteneva nella maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti. I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell'idolo donna, anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest'opinione del semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche, piantano il chiodo in un'idea, fuori della quale non c'è salute. Il parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell'«acqua fredda»; San Francesco nel buttar via l'orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell'avvenire!)
Questi lavoratori della terra e del mare apparivano molto felici del giorno concesso dal Signore per il riposo.
Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la predica di un loro oratore d'occasione.
O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso:
Splende il sol dell'avvenir
è di un effetto indiscutibile.
Questo effetto poi era quella domenica moltiplicato per la stranezza del vestire di quella moltitudine. Con quel sole ardente, tutti erano vestiti di saia nera: i più avevano di setino nero anche la camicia, e su quel nero spiccavano i bracciali rossi e le cravatte rosse.
Quella tinta lugubre nella gioia del giorno estivo, mi richiamò alla mente la «Compagnia della morte» con cui si nominò una schiera alla battaglia di Legnano. In quella truce e fiera assisa anche volti miti, come quelli del barbiere e del buon postino — erano anch'essi nella «fitta schiera» — acquistavano una espressione formidabile.
Inoltre, — oh, stranezza per gente che protesta contro la disciplina militare! — essi marciavano con fiero passo militare!
Io mi fermai sul ciglio della via e fissai la schiera che passava: ma lo sguardo del postino si incrociò col mio, e balenò questa domanda:
«Non ti facciamo adesso paura, o ricco?»
Lasciamo stare il «ricco»; quanto alla paura, a me personalmente, no. A che varrebbe leggere Platone in greco per diventare filosofo, se si deve poi aver paura? Un filosofo, o amico, sorpreso da un tacchino, potrà essere spaventato; non mai da una evoluzione dell'esercito umano, che solitamente fa come quello del coro: «Partiam, partiam!», ma in realtà non fa altro che segnare il passo, o, se cammina, ripete il suo giro dietro le scene.
Per fare realmente paura non a me, bada bene, o postino, ma ai veramente ricchi, bisognerebbe che rimaneste sempre «in fitta schiera», ma lo vedi? ecco qualcuno di voi che si stacca, ecco l'individuo che esce dalla collettività anonima e poco dopo appare accampato contro di essa. _I transfughi!_ tu dici, con giusto disdegno. Lo so, _i transfughi_! Ma essi si sono posti in alto sul piedestallo della ricchezza e sorridono al pugno chiuso e levato della folla.
Rimane, sì, la fitta schiera; ma solo dei miserabili, della materia greggia, la quale elabora, stimola, frusta se stessa, e ne fa venir fuori l'individuo, per fatale necessità di natura, contro ciò che è tassativamente prescritto nell'Inno dei lavoratori!
Per fare paura veramente bisognerebbe che quella specie di furore e di fanatismo non durasse soltanto il tempo che squilla l'inno di Amintore Galli o tuona la voce del catechista, ma durasse più a lungo: informasse ogni atto della vostra vita.