La lanterna di Diogene

Part 4

Chapter 43,849 wordsPublic domain

Tra questi filosofi e critici riconobbi me stesso; ma in verità noi non potremo impedire che quelle parole antiche siano orientate, come veramente sono, verso la luce. Tristi minatori del pensiero, lavoriamo, lavoriamo! la galleria che si scava sprofonda verso l'abisso!

*

Ohimè questa specie di spiritualizzazione dell'anima durò soltanto per quel giorno, come una nube lieve penetrata dal sole; durò finchè davanti a me ebbi l'Appennino selvaggio, deserto, immenso, che pareva non avesse confine. Ma perchè i filosofi moderni non vanno a scrivere in qualche luogo romito! perchè non si levano quando la stella di Venere sorge su le vette dei monti!

Quando giunsi all'Abetone, l'anima si ricondensò e la nube si sciolse e scaricò in miserabile pioggia.

All'Abetone trovai il mondo in piena civiltà internazionale: grandi _Hôtels_, luce elettrica, automobili, _chauffeurs_, le solite signore vestite secondo il culto feticista imposto dalla moda; camerieri in grande sparato e abito nero, bambinaie che parlavan tedesco; signori dal vestito impeccabile: in una parola, il solito culto del «Vitello d'Oro». Questa specie di culto si riproduce continuamente; ed io penso che Mosè, se tornasse al mondo, si risparmierebbe la fatica di abbatterlo. Qui per forza si diventa filosofi positivisti e demolitori. Orribile questo culto del «Vitello d'Oro»! «Anche perchè non avete mai provato, e non sarete mai in condizioni di provare», mi si può rispondere. «È verissimo anche questo!» Ad ogni modo io, che avevo fatto i miei conti senza i grandi _Hôtels_ e mi ero promesso un riposo di qualche giorno fra quella meravigliosa foresta, mi vi sentii a disagio: ne partii lasciando un po' di cuore a quei giganteschi abeti, e mi ritrovai alla sera del giorno stesso precipitato in fondo alla Lima.

Sono venti e più chilometri di discesa continua e suppongo che qualcuno pregasse per me, giacchè alla Lima giunsi in perfetta conservazione delle membra, e la bicicletta, pure.

Ma se l'Abetone era occupato di villeggianti di tipo aristocratico, San Marcello, la Porretta e tutti i paeselli dell'Appennino Pistoiese erano pieni di villeggianti della media e piccola borghesia. Io non avrei mai creduto di trovare tanta brava gente in istato di riposo. «Va pur là, — dissi a me stesso, — che i poveri paria che stanno chiusi dalla mattina alle sei alla sera alle sei nelle officine di Milano, non li conoscono questi lussi! E se poi si sfogano con qualche po' di baccano, di sciopero e di proteste, che diritto hai di brontolare su la fine del mondo, o placido borghese che qui leggi a fatica il giornale nella poltrona di vimini, al fresco?»

All'albergo di San Marcello Pistoiese mi fu concesso per grazia un posticino in fondo ad una gran tavola di villeggianti, e quando tutti furono serviti, la servetta venne a servire anche me.

Avevano un gran contegno quei piccoli borghesi, quasi come gli aristocratici dell'Abetone.

Ho ancora nell'orecchio il lungo discorso che un piccolo brutto uomo, tutto ritinto e calvo, teneva con fluidissima voce toscana ad alcune signore intorno al matrimonio. Diceva spesso: — Io non lo cerco e non lo fuggo il matrimonio: io aspetto che venga da sè!

— Per piacere, — domandai alla servetta, — che cosa fa qui tutto il giorno questa gente?

— Oh, la non vede? — mi rispose lesta lesta. — Mangiano, dormono, passeggiano, passano le acque e fanno delle ciarle.

Bisogna proprio perdere ogni idealità e diventare filosofi demolitori!

*

Allora sentii più vivo il desiderio di arrivare presto alla piccola casetta solitaria presso il mare; di vivere fra quei pescatori ancora in istato semi-nativo.

E per Bologna presi mio cammino, e di qui per Romagna.

*

Cadeva il quinto giorno da che ero partito da Milano, quando finalmente giunsi a Savignano. Qui — lasciata la via Emilia — mi internai per una ben nota stradicciola che corre lungo i meandri di un fiumicello, il quale tanto va superbo di un suo illustre nome antico (è uno dei pretendenti al titolo di Rubicone) quanto è povero di acque e di corso.

Il mare vicino faceva anelare i pioppi stormendo, come un respiro fresco dopo l'afa diurna. Sentii il colore della luce, calda come d'oriente, che il sole dona con speciale munificenza a quell'angolo ignoto di terra, e mi sorrise l'illusione che essa debba arrivare anche a quelli che giacciono sotto terra, e le tenebre ne siano consolate: mi parve (o sogno, dono di Dio!) che riposando un dì sotto quelle glebe natìe, udrò ancora il susurro del mare.

Così pensavo e la bicicletta andava, quando mi venne incontro un grido di gioia ed un giovinetto; ed il grido formava quel nome che suona caro più di ogni altro al cuore dell'uomo. E nel modo stesso che il cane fedele corre avanti e indietro al padrone, così quel giovinetto non sapeva se fare festa a me o ritornarsene ad annunziare la mia venuta alla nonna, che attendeva nella casetta: la casetta di cui si scorgeva la finestra a piano terreno, illuminata.

Passammo davanti alla fontana: essa nella sera facea cadere le liquide perle entro la conca di pietra, armoniose come un canto domestico. Io scesi dalla bicicletta; il giovinetto prese il manubrio e guidò la macchina.

— Sì, è bene, — dissi io, non ricordo se a lui o a me, — è bene che tu regga parte del mio peso, oramai. Si invecchia, figliuolo!

— Sai la novità? — disse lui festevolmente. — Io ho imparato a mente in questi giorni tutto il verbo _possum_!

— Bene, figliuolo mio! Questo verbo è infatti un composto di _sum_, che vuol dire _io sono_, e di _potis_ che vale _potente_, senza la quale aggiunta, l'essere vale meno che nulla. Con quel _potis-sum_ tu risolverai bene tutte le questioni in cui ti incontrerai nella vita. Impara sì, caro, il verbo _possum_ a memoria, e sappi metterlo in esercizio. Esso vale almeno una laurea di filosofia.

Una testa grigia e due altre testoline bionde, care per diverso, ma non meno vivo amore, si scossero al nostro arrivo. La mano toccò la mano, le labbra le labbra.

*

Quando fu piena la notte, giunsero al mio orecchio il respiro del mare e il respiro dei bambini, dormenti nella stanza vicina. La notte era azzurra, rotta qua e là da splendori d'oro: le capanne dei pescatori che si ridestano. Le stelle trapuntano il cielo come un confuso ricamo: il mare le riflettea con un moto invisibile, onde in me ricorse quella illusione che riappare talvolta in chi è infermo per estenuazione della mente, ovvero in chi ha il cervello ebro di passione come in quella mattina a Lama Mocogno, quando vidi le piramidi nere dei monti elevarsi verso la stella di Venere: forse è un germe lasciatoci dall'anima primitiva del genere umano: «Non sarebbe improbabile che Dio esistesse».

*

Di chi è questa voce che si diffonde pei campi?

È la voce del turpe rospo terrestre. Egli suona nell'aria calma come una pura campana di cristallo.

V.

La vecchia e il porcello.

Bere il caffè e fumar la pipa al fresco d'estate è un piacere degno di Giove Olimpio; però ciascuno si può cavare questa voglia, se ha l'abitudine di alzarsi presto.

Tuttavia il godimento è tanto maggiore, quanto più uno lo ha condito in antecedenza col lavoro e con la fatica salutifera.

Da questo lato non ho rimorsi nel mio ozio, e perciò con letizia maggiore che non si possa pensare, bevo il caffè e fumo la pipa, la mattina, all'ombra di questa casetta di pescatori.

Questa casetta appartiene ad un villaggio presso il mare, e il suo nome io l'ho già svelato. Gli abitanti e le abitazioni possono — io credo — fornire ad un archeologo elementi bastevoli per ricostruire al naturale una città trogloditica: un filosofo può fare degli studi sul prodotto umano allo stato naturale.

Il sole si è levato a pena e pende sul mare; ma le casette, disperse su le dune, fra le betulle e i tamarischi, dormono ancora. Però la vecchia — la madre del pescatore da cui ho preso in affitto questo loghicciolo — ha già aperto l'uscio della sua capanna. Nelle prime mattine ero sorpreso sentendo la sua voce chioccia brontolare nel dolce silenzio, e non sapevo con chi parlasse, perchè nell'aia e intorno alla casa non c'era alcuno a quell'ora. Oh, con chi fa diatriba questo grinzoso demonio in gonnella? (Giacchè costei è la vecchia bacucca, la befana, la strega, il terrore dei bambini. Non la vedemmo noi una sera al lume di luna, in camicia — orrore! — uscire tutta feroce dalla capanna, con la scopa levata, desta al rumore di alcuni monelli che osavano saltare la sacra siepe di confine del suo orticello? Questi fuggirono come passeri: ella rientrò brontolando come il tuono che si allontana.)

Finalmente ho scoperto il mistero. Essa parla discretamente con le galline e con il maiale. Invita le galline al pasto dell'intrisa crusca, e le pingui e prepotenti garrisce perchè facciano posto ai grami galluzzi; poi, mentre tutti bezzicano, alterna all'una o all'altra l'amorosa persuasione e l'efficace rimprovero. Con quelle che fanno l'uovo, usa espressioni di cuore amoroso; ma quelle, di cui il nido non porta l'uovo, afferra, e per cura di fecondazione, immerge a lungo nell'acqua fredda, e soltanto quando le ha tratte fuori impaurite e mezzo soffocate, ammonisce di far bene l'uovo. Questo metodo, di punire prima e quindi redarguire, dispiace ai troppo pietosi pedagoghi moderni: vedo però che con le galline è efficace. Ma col maiale è molto indulgente anche lei, la vecchia bacucca! Questo maialetto è giovane, roseo, balioso, adiposetto ormai, tanto che il saltellare gli è grave. Mi ricorda alla lontana certi giovincelli in quel che lasciano il limitare della scuola per quello della mondanità: se non che la vecchia dice del suo porcello che «ha più giudizio di un cristiano!» il che è almeno dubbio per certi giovani.

Tempo fa il porcello era infermo. Oh sventura! come gli si assise accanto, come lo grattava, e gli tastava il calore della febbre fra le cluni; come dicea sè meschina ed in mal ora nata!

— Confortatevi, nonna, questo giovinetto maiale ha fatto una indigestione di scorze di angurie e di meloni, di cui tutte le serve del vicinato gli fanno omaggio. Un poco d'olio, nonna, e passerà, — dissi io.

Disgraziato maiale! egli crede — sì la guarda coi piccoli occhi — che l'amore della vecchia bacucca sia disinteressato! No, non è disinteressato. Del resto, felice te, che ignori l'autunno, che ignori come ogni tua copiosa mangiata avvicina il tempo in cui il coltello ti scannerà, e il tuo capo, cinto d'alloro e posto su largo piatto, ornerà la vetrina di un salumiere. I tuoi genitori, o porcello, non ti hanno insegnato questa dolorosa scienza della vita per il fatto che essi stessi la ignoravano; se no, non ti avrebbero procreato. Questo fenomeno stesso forse avviene anche per noi, ed è l'Inconoscibile il vero propulsore che manda avanti la macchina della vita.

— Nonna, quanti anni avete? — chiesi un dì alla vecchia.

— Più di settanta! — (Ne ha più di ottanta, ma o non lo vuol dire o non lo rammenta.)

— Vi ricordate del tempo del Papa, quando da queste parti non correva il vapore?

— Allora ero giovane, — rispose, — e non ricordo più! — Diceva «giovane» e doveva avere allora quasi cinquant'anni! Ma la natura le ha tolto la memoria, e così ha attaccato una seconda vita a quella cartapecora! Anche le ha tolto gli affetti, e la voce non gli è più rimasta che per rimbrottare: per tale modo la vita fisica si prolunga fuori del limite comune.

Però l'altra mattina, domenica, l'ho sorpresa nell'atto di porgere al figlio, che è nonno alla sua volta (benchè abbia tutti i capelli ancor neri: in questo villaggio — forse perchè trogloditico — la gente stenta a invecchiare e ad ammalare), l'ho sorpresa — dico — nell'atto di porgere la camicia di bucato e gli abiti rammendati: infonder l'acqua nella catinella e consigliare il civile sapone come un omaggio al giorno — almeno — del Signore. Oh, mirabile sopravivenza di anima materna anche nella cartapecora! E pur domenica ho intesa la nuora leticare con la nonna per cagione delle nipoti. Queste vanno pazze pel ballo, e la nonna non vuole, non vuole che vadano al ballo pubblico della domenica, il ballo così detto «del baiocco» perchè ogni ebro villano che entra a fare un giro, paga un baiocco; indi afferra e balla.

— È che siete cattiva! — scoppiarono in coro, piangendo, le due ragazze.

E allora intesi questa risposta della nonna:

— Nelle vie del bene non sono cattiva!

Mi parve risposta di sapiente antico. Da allora ho osservato più accortamente questa vecchiarda ed ho emendato il mio giudizio, nella qual cosa esiste il meglio dell'umana sapienza: emendare il proprio giudizio. Questa ottantenne è il genio occulto della prosperità di questa casa di pescatore. Le mani di lei non posano mai; raccoglie lo sterpo e lo sterco; accatta il ciottolo; stende il bucato su la siepe; rinforza con spini la siepe, e, quando il sole arde nel meriggio, lava presso la pozza ombrosa o trae con la bava il filo della rocca antica; sottopone al testo le brulle e vi gira la piada, cara a te, Giovanni Pascoli! E l'attività microscopica del minuto, previdente, incessante, che ha prodotto il benessere dell'umile casetta. Allora fiorì nella mia mente la bella voce latina, onor delle donne, sedula! cioè «operosa». E fiorì, olezzante come fiore di campo, quello stornello del Pascoli, che comincia:

Al cader delle foglie alla massaia non trema il vecchio cuor, come a noi grami, chè d'arguti galletti ha piene l'aia.

*

Ma come il sole monta e si rafforza la luce, meno grata si fa l'ombra della casetta. Qualche mattiniero esce all'aperto, qualche massaia appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo: «Pane, pane, pane! Polli, polli, polli! Latte, latte, latte!» e le scalze donzellette librano atticamente sul campo, a mo' di canèfore, le grandi ceste dei pomidori stupendi, dei profumati meloni, dei fichi che sudano miele, delle perlacee susine, della rugiadosa uva moscata; e nel deporre il cesto e nell'accosciarsi per mostrare la merce, hanno un certo moto muliebremente lascivo. Tutto ciò è molto idillico, se non che queste donzellette tirano al centesimo; provano il bronzo del soldo e per colmo di precauzione respingono inesorabilmente anche le monete delle due repubbliche, francese ed elvetica: in quanto a questo non riconoscono che la monarchia di Savoia, ove però non abbia «il collo lungo».

Anche la fanciullina che s'avanza nell'aia timidamente, con in grembo i piccioncini, ancora implumi, ovvero la loquace anitra, sa a qual prezzo deve cederli: questo è dopo il segno della santa croce, l'essenziale insegnamento che riceve dai genitori. A ben pensarci, qui, come a Londra, come a Milano, è sempre affare di borsa. L'idillio è la cosa parvente, è l'estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per la eterna fabbrica della vita! E gli uccelletti che cantano nell'aria la gloria del Signore, secondo che scrivono gli asceti e i poeti; e i guizzanti pesciolini, che a prima vista sembrano ornamento e vita degli elementi, fanno anzi tutto degli affari, si divorano fraternamente. Come faremmo bene ad andar cauti prima di ripetere l'eterno vanto che l'uomo domina la natura!

— Mia cara bambina, — dissi, — io comprerei volentieri per ventisei soldi questi tuoi piccioncini, però mi fa pena dover tirar loro il collo. Vedi come sono felici? come si baciano?

— Oh, se è per questo!... — e avuti prima i soldi, in un attimo, quei piccioncini che prima teneva così dolcemente in grembo, la bambinella me li offerse col collo stroncato e il becco sanguinante.

*

Oh! ma ecco levato anche paron _Jusèf_, il vecchio pescatore, il naturista, il vegetariano, il buddista, che sta ore e ore a tessere reti presso la riva del mare, il fisiologo, il filosofo, il vegetante novantenne! Sua prima cura, al mattino, è quella di studiare il mare, le nubi, il vento, i barchetti, in cui a lungo s'affissa. I suoi capelli sono appena grigi, la sua dentatura spezza ancora bene le croste della piada secca. Egli dice a chi capita che non ha mai saputo che cosa sia dolor di testa, tosse, raffreddore.

— Sa lei, — mi disse un giorno, — che c'è nel mondo una cosa che mi fa sempre più meraviglia, che la trovo sempre più bella?

— Quale, paron _Jusèf_?

— Svegliarsi la mattina e poter muovere le gambe; aprire gli occhi e vedere tante cose! — Meditò un poco, poi aggiunse: — Eppure bisognerà, una volta o l'altra, decidersi a morire.

— E vi dispiace morire?

— Vedo che gli altri — la mano traccia una direzione lontana — non dicono niente!

*

Ma come si fa a ragionare di filosofia, a parlar di morte in questo palpito di vita ardente, fra queste grida, richiami, canti di venditrici? È tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire la merce dei loro cesti. L'unica sottanella, succinta, disegna ampie forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più verginali.

Le bufere del mare rendono aspri e sconvolti i loro capelli, roca e forte la voce, selvaggia la linea classica del volto. Ma, anche senza il greve cesto sul capo, il loro busto si muove al ritmo del passo lento e leggiadro. Ciò turba profondamente ogni metafisica, cosa nota anche a Calandrino. Queste ragazze sono le pescivendole: sorelle, figlie di pescatori. Aspra e pur gioconda vita è la loro, quando lavorano. Alla punta del dì sorgono dai giacigli, attaccano l'asino, pongono sul baroccino i cesti della pesca, e giungono al mattino nei borghi circostanti dove vendono il pesce. Mi si assicura, ed io non stento a credere, che se quegli asini avessero la virtù di parlare, come fece l'asina di Balaam, potrebbero raccontare di certe loro consuetudini da imbruttire il volto di un moralista puritano: consuetudini primitive e naturalistiche che temperano il rigore della legge sul matrimonio. Comunque si giudichi, qui è ignorata l'agitazione per il divorzio. Qui si compie prima ciò che nella società avviene deplorevolmente dopo.

Questo _isteron-proteron_ risolve il grave problema.

Belle col cesto come antiche canèfore, più belle ancora traenti — erette, scarne — il filo dalla rocca, lungo la riva del mare!

Ma non batta allora a danza il martelletto di un organo! Giù il cestello, via la rocca: le figure ieratiche si scompongono. Pare un coro a tondo su antico vaso.

*

Il postino compare per l'ultimo, quando l'ombra è stata divorata dal sole. L'arrivo del postino è desiderato e giocondo. Giacchè noi possiamo desiderare di vivere solitari e separati dai nostri simili: nessuno — credo — desidera di essere dimenticato. Sembrerebbe un precorrere della morte.

Un semplice biglietto è per ciò cosa piacevole, perchè dimostra che un fratello in umanità ha pensato a voi. (Le lettere contenenti i conti dei fornitori formano eccezione a questa legge.)

Eppure che disgusto mi fece il biglietto di visita, inviatomi dal giovane amico, dottor Alberto X....!

Io aveva gran stima di lui, e l'ho perduta d'un tratto! Io desideravo tanto di conoscerlo di persona, ma adesso mi è indifferente. Pensare: un giovane italiano che invece di inscriversi in uno dei tanti reggimenti della nostra burocrazia, ha il coraggio di andare all'estero a rappresentare il valore italiano, non al modo dei nostri emigranti analfabeti, ma con gli scritti e con la parola sapiente, è cosa rara.

Ed ora?

Ora mi invia questo biglietto:

DOTTOR ALBERTO X....

e sotto era scritto a penna:

CAVALIERE ECC.

Ho voltato subito il biglietto per esaminare se v'era scritto altro: niente altro: ho guardato per terra per sorprendere se a caso fosse caduto un fogliettino: ma per terra non c'era niente. Non aveva — evidentemente — altro da comunicarmi che codesto _cavaliere_.

Ma ciò è grottesco! qui si tratta di una circolare! E la manda anche a me! Mi sono levato; ho abbordato col biglietto in mano alcuni conoscenti:

— Mi faccia il piacere, mi interpreti questo biglietto!

— È semplice: questo signore dà l'avviso che è stato nominato cavaliere. Che cosa credeva che fosse?

— È ben quello che ho pensato anch'io!

— E allora? (Cioè «e allora c'è bisogno di scalmanarsi tanto?»)

Via! rientriamo in noi; vediamo di ragionare, non facciamo scorgere le anomalie del pensiero. Questa è cosa dannosa.

Non si può intanto negare al mio amico che un titolo cavalleresco è molto comodo quando si deve parlare coi camerieri. Per un tenore o un baritono è quasi indispensabile essere cavaliere! Sì, ma il mio amico, benchè tenga conferenze, non è un tenore: egli si vanta di essere un sapiente e di stendere la mano agli aurei pomi del giardino delle Esperidi; ed ora ha l'ingenuità di inviare a me questo fico secco della sua onorificenza!?

Via; non esaltiamoci di nuovo: ragioniamo ancora. Innanzi tutto i pomi delle Esperidi non vanno in commercio, i fichi secchi sì, vanno. Inoltre, come non tutti i tenori non sono eroi, e molti baritoni che alla ribalta sono tremendamente tragici, alla trattoria sono i più onesti e lepidi mangiatori del mondo, così similmente basta essere sapienti per quel tanto di tempo che si sta sul palcoscenico della vita. Quelli, anzi, che rimasero sapienti anche dietro le quinte, fecero tutti fine infelice.

E indubbiamente l'amico mio è giovane di molti studi: ma gli studi e l'erudizione contengono assai poca quantità di sapienza. Il povero popolo crede che ne contenga tanta, perchè giudica dall'esteriore: ma vero non è. E ne sia prova questa, che una folla di analfabeti nel moto della passione si comporta come una folla di gente addottrinata. Così se noi imprimiamo il moto ad un disco ove siano i colori dell'iride, appare bianco come un disco che è tutto bianco.

«Via, — dissi a me stesso, — compatiamo l'amico che se ha sbagliato, ha sbagliato soltanto nel non aver conosciuto il tuo orgoglio; e mandiamogli un biglietto di congratulazione!» Ma se vi sono dei vecchi coi capelli bianchi che giuocano ancora sul cavallo a dondolo del cavalierato!

*

Questo insulso fatterello ha però alcun grave senso: ha scosso profondamente un'opinione di cui avevo fatto sfoggio sino allora: in politica avevo creduto — con piena convinzione — che il voto del popolo semi-analfabeta, uguagliato al voto dell'uomo addottrinato, fosse un'ingiustizia enorme delle democrazie odierne. Mi ricredo.

Ma il bello è che Platone, questo mirabile ampliatore di anime, trattò di questo umanamente nel suo «Protagora»; e la volpe nella favola di Esopo assicura che il sapere di lettere non è sinonimo di saviezza.

VI.

Il signor Capitano.

Oltre al postino, oltre a paron _Jusèf_ — vecchie conoscenze — ho salutato con piacere _Pirùzz_ e ho invidiato la sua vita.

Egli si leva prima del dì, e pensa — come un uomo primitivo — a procurarsi la vita con le sue mani. Caccia o pesca secondo la stagione ed il tempo. Ha sempre fatto così, e in conseguenza conosce tutte le abitudini dei pesci da spiaggia, ripete d'incanto tutte le voci degli uccelli. Le ante della sua botteguccia di tabaccaio cantano al sole dalle infinite gabbiette.

Questa abitudine di convivere con le bestie, gli ha conferito un'indole molto allegra.

Ritorna a casa, si siede su d'uno sgabelletto all'aperto e lì sventra in tutta pace rane, bisatti; spela spippole, farlotti; li monda, risciacqua poi, accende la stipa; trae religiosamente da una credenza antica l'ampollina dell'olio e il bussolotto, ben chiuso, del pepe e cuoce. Si vanta d'essere un «cuoco finito».

Certo è che con quelle due gocce d'olio e quel pizzico d'aroma opera a meraviglia, o su la teglia, o sul testo, o in graticola. Evidentemente egli non conosce soltanto la vita, ma anche la morte degli animali. Cotto, il cibo è versato in un'unica scodella, completata da due forchette: la scodella è posta su d'un tavolinuccio zoppo; ad un lato lui, di fronte siede la moglie Placidia, la cui prosperità contrasta col nome bizantino.