La lanterna di Diogene

Part 3

Chapter 33,914 wordsPublic domain

Questo umile fiore potè a lui inspirare un testamento di verità e di fede a beneficio dell'uomo. Ed era in fin di vita, il nobile, il grande profeta, ed era ammalato senza speranza! E i libri dei letterati dicono che Giacomo Leopardi fu misantropo, scettico e pessimista. No, egli fu un santo! Crede il volgo che i santi siano soltanto quelli che portarono la tonaca del fraticello e subirono la tonsura. Che errore!

Anche San Francesco era morente, sparuto, esangue, quando fra gli olivi soleggiati di San Damiano compose il suo Cantico al Sole.

Cantano i cigni più dolcemente quando la morte s'appressa.

Oh, siate _laudate_ anche voi, anime grandi, e _laudato_ sia il popolo d'Italia quando spezzerà i sigilli degli evangeli che i suoi santi a lui lasciarono per testamento!

E dopo le ginestre vennero le querce!

*

Vidi nell'azzurro disegnarsi una famiglia di querce gigantesche: esse erano sole e contorte in maniera strana e ammirevole, come un pittore a fatica potrebbe imaginare senza modello; ed erano così coperte di muschio e di edere che pareano smeraldo nel turchese del cielo: e allora dal folto delle loro frasche si partì, ardito come freccia, un canto animatore di uccello: quindi esso apparve.

Esso, l'uccello, si librò alquanto al di sopra delle fronde con le ali aperte, come sogliono i pittori foggiare lo Spirito Santo, e nell'aprirsi le ali scoprirono un bel colore purpureo. Veniva su dalle frasche della quercia, e tornava a nascondersi. Mi aveva l'aria di venir fuori a salutare il buon papà, il sole, il quale imbiancava, giù nella valle, tutto il corso sassoso del fiume Tiepido.

Non mi ricordo bene quanto tempo stetti a contemplare quell'uccellino e quella quercia, ma qualche minuto sì certo; e nè meno ricordo quali pensieri formai, certo erano assai belli e profumati, e vibravano ogni volta che vibrava il canto dell'uccellino. (Che ampolla preziosa da aspirare nei giorni in cui l'anima si adagia inerte! Oh, che peccato che non si possano conservare dentro una scatola le bolle del sapone!)

Ricordo però bene che tanto l'uccellino, come la quercia, come la ginestra mi parvero tanti docili figliuoli del buon papà, il sole; ed allora io li pregai perchè mi accogliessero in loro compagnia:

— Frate uccellino! sorella quercia, accoglietemi fra voi!

— Frate uomo, marameo! — mi rispose l'uccellino. — Sbollito l'entusiasmo, tu hai l'abitudine di metterci nello spiedo!...

Mi vide, diè un trillo di paura, scappò.

*

E dopo l'uccellino venne la bella fontana.

Mi rammentai di Tristano. E quando egli trovava alcuna fontana, vi si restava e cominciava a fare meraviglioso pianto!

L'acqua di quella fontana — a cui giunsi — cadeva con un largo getto dalla roccia e si accoglieva in una gran conca di pietra, viscida per il muschio, entro una specie di grotta dove la frescura metteva un voluttuoso ribrezzo.

Un carrettiere, solitario presso alla fontana, abbeverava un suo cavallo bianco.

Il carrettiere mi ammonì:

— È meglio che non beva, così sudato come è.

— No, non bevo, grazie.

Ma la fontana cantava così dolcemente e la pelle era così riarsa che le mani furono attratte ad immergersi nella vasca: ma sollevando quell'acqua che pareva nera e ricadeva tutta risplendente come un cristallo, provai così grande piacere che le mani chiamarono a quella voluttà i polsi, e i polsi le braccia, e infine non resistetti più alla tentazione e pregai il carrettiere che mi togliesse dal dorso la maglia, che era intrisa di sudore.

— Che cosa vuol fare? — chiese egli stralunando gli occhi.

— Mi voglio buttare lì dentro!

— Ma è sicuro di non crepare?

— Lo spero. Suvvia, datemi una mano.

La cosa dovette sembrare molto pericolosa e nuova al carrettiere, tanto più che è notorio quanta avversione abbia la nostra gente per l'uso esterno dell'acqua. Egli obbiettò: io insistetti. Vidi che in lui lottavano due sentimenti: cioè il buon sentimento di salvare un suo simile da certa morte, e il cattivo sentimento di vedere un pazzo ostinato prepararsi alla morte: vinse questo secondo sentimento di curiosità, tanto più che io lo domandavo con tanta buona grazia. La sua coscienza tentò con un ultimo «Lo vuole proprio?» di liberarsi dal rimorso di essere complice di un suicidio. «Sì, presto!» ordinai io. E allora, «Andiamo!» disse.

Quel carrettiere fu assai destro: col suo aiuto in pochi istanti mi liberai della maglia e di ogni altro indumento e così saltai con trepidanza e ardimento nella vasca. Era stata l'acqua ad attirarmi lì dentro, ed io avevo ubbidito alla sua chiamata, e non me ne pentii. L'acqua si impadronì subito di me. Mi sentii scivolare lungo le pareti viscide della pietra, e un senso di voluttà forte e gelida penetrò nell'interno e nel cervello, e si manifestò con un grido e un riso di gioia. Il carrettiere, che mi vide impallidire domandò: «Com vala?»

Gli risposi naturalmente in greco antico: Ἄριστον το μεν ὔδωρ («ottima è l'acqua!» e dovrebbe essere il motto dell'idroterapia).

Ma vedendo i suoi occhi tondi e la sua tozza persona, ebbi la visione di Sancio che ammira don Chisciotte eseguire una delle sue mirabili follie: il cavallaccio bianco, che era lì presso, diventò un'alfana candida e su di essa sedeva una maga; una maliarda, una delle tante che evocò o l'Ariosto o il Boiardo meraviglioso, di cui io su quei monti sentivo l'anima effusa, una maliarda bianca e tenerina, che mi dicea sorridendo, con la testolina inchinata:

«Caro, metti giù anche la testa! caro, ubbidisci, giù la testa!» e lo dicea con tanta buona grazia che mi venne la voglia di farle piacere a scivolare giù anche con la testa.

«Ma si muore, così!» le risposi infine.

«E dove vuoi sperare di fare una morte più divertente? Va là, caro, non ti lasciar scappare questa bella occasione», pregava la maga tenerina.

«Capisco, ma è che ho degli affari in corso; e, così subito, lì per lì, non mi posso permettere il lusso di morire. Sarà per un'altra volta».

I muscoli del braccio allora si tesero nervosamente, quando capii che il sorriso della maga mi rendeva fievole: Sancio Pancia mi aiutò per le ascelle a venir fuori dalla vasca.

— Un bel rischio, — mi disse,

— Altrochè!

Ma egli alludeva alla idroterapia; io pensavo, invece, all'invito della maga; chè per poco non le ubbidiva.

«E chi lo sa, — meditava poscia vestendomi e contemplando l'acqua, ricomposta in pace, profonda e bruna, — che io non mi deva pentire un giorno di aver perso l'occasione di trapassare così dolcemente?»

Del resto non era il caso di tornarci sopra: e avendo rifiutato i vantaggi che l'acqua mi offriva per la morte, accettai quelli che mi offriva per la vita.

Nè questi erano pochi; una gran leggerezza, intanto, per tutte le membra; una gran letizia di riempire i polmoni d'aria, e anche una certa purità di spirito.

O che l'idroterapia abbia anche un'azione morale?

Ma oltre al parroco Kneipp, oltre a Pindaro, c'è stato anche San Francesco a lodar l'acqua. O non la chiamò con meravigliosi, umani nomi «humile et pretiosa et casta» nel suo canto del Sole?

È inutile: non ci sono che i santi ed i poeti che capiscano veramente le cose, un po' più in là della scorza!

Dopo ciò non rimaneva che pregare il carrettiere che eseguisse sul mio dorso un poco di massaggio. Egli non capì lì per lì che volesse dire questa ostrogota parola; ma quando gli spiegai di fare su me l'istesso esercizio che eseguiva sulla sua bestia quand'era sudata, capì benissimo: — Ah, strigliare! — disse, e afferrò una bella manata di strame.

— Amico mio, tu spingi all'eccesso la simiglianza fra me e la tua bestia; adopera la coperta che hai sul carro.

Egli fu ben volonteroso, e poco dopo gli uscii di mano, rosso come un mattone.

Allora sentii anche un prepotente bisogno di riempire lo stomaco: e Paullo era troppo lontano!

— Ma c'è la Serra che è vicina, — disse il carrettiere. — In quanto? In un quarto d'ora lei ci arriva.

— Allora ci troveremo a bere una bottiglia.

— Vada avanti che la raggiungo subito.

Ed infatti dopo poco, ecco in cima alla salita una fila di casette di montagna che segnavano nella vivida luce della strada il profilo frastagliato delle loro ombre. Una meridiana segnava le ore dieci. Dentro una porta, sopra tre gradini, vidi l'ombra di una stanza con alcuni tavoli apparecchiati, e dalla porta usciva un odore di arrosto. Fu dunque specialmente il naso che mi avvertì che io era giunto ad un'osteria, perchè gli occhi erano ancora abbarbagliati dal sole e non distinguevano bene nè insegna nè frasca.

Quando quel barbaglio scomparve, mi accorsi che il naso non mi aveva ingannato ed io mi trovavo in una grande, bella cucina antica, una di quelle cucine patriarcali che sono il centro della casa; dove, nei tempi antichi di Roma, Vesta teneva acceso il focolare, e c'era il _Penus_ e c'erano i Penati. Lì c'era in basso un gran camino, dove un vecchio sapientemente regolava il fuoco sotto una schidionata di uccelletti; in alto su la parete pendeva una Madonna, circondata da molti santi fra rame fiorite; e sotto un lumino faceva il suo fungo.

Oh, divina provvidenza! Essa accanto all'acqua ha collocato il vino; accanto alla ginestra ha messo i funghi; e dopo la maga viene la cuoca, che vi domanda: «Che cosa desidera, signore?» L'uomo ingegnoso alla sua volta brucia la legna, caglia il latte, ne fa il burro ed il formaggio; questo cade sui gnocchi, quello fa soffriggere i funghi; la quercia artistica fa bollirei la pentola; lo spiedo fa girare gli uccellini. Tutte queste cose deliziose si trovavano in quell'ora, in quella cucina, come se avessero saputo del mio arrivo; cioè dei gnocchi e della cacciagione di uccelletti, la cui testolina ad ogni giro di spiedo cadeva giù disperatamente.

Certo essi erano fratelli dell'uccellino bel verde che cantava sulla muschiosa quercia.

Avevano avuto anche loro troppa fiducia nella tutela della legge contro la caccia abusiva che fanno gli uomini, ed ora scontavano la pena della loro buona fede.

Ma io non sentii rimorso di accettare l'offerta di quella cacciagione e di trovarla buona. Del resto anche l'uccellino distrugge e divora la vita di altri esseri; e la storiella della reciproca divorazione e distruzione è continua come un cerchio. Ringraziamo la divina provvidenza che ci ha fatti nascere in quell'ordine privilegiato delle bestie, che mangia tutte le altre; ed è tanto intelligente che sa distinguere quando è meglio mangiare vivi e palpitanti i propri simili, come avviene per le ostriche; quando è meglio lasciarli un poco putrefare, come avviene per le pernici e per le quaglie; quando è meglio mescolare insieme molti animali, come avviene per il salame.

Del resto è un errore di giudizio semplice il supporre che i piccoli animaletti non esercitino una loro vendetta. I microbi si uniscono a milioni, edificano le loro città mortifere nei nostri corpi orgogliosi; ed altre miriadi di microbi preparano sotto terra accuratamente la nostra distruzione completa.

Anche essendo asceti e vegetariani, non isfuggiremo a questa sorte dolorosa e fatale. Divoriamoci, quindi, senza rimorso e senza pietà! conclusi contemplando uno di quei bipedi infilzato nella forchetta.

In quella occasione feci conoscenza di un vino locale, vino di montagna che non conoscevo neppure di nome ed è chiamato vino _tosco_. È un vinello lieve, roseo, acidulo. Il carrettiere, che mi aveva raggiunto, mi assicurò che di quel vino se ne può bere sino a mutare lo stomaco in un otre; e non fa male. Dev'essere così, perchè esso non turbò menomamente il dolcissimo profondo riposo di cui mi gratificai dopo il pasto.

O frescura delle lenzuola di bucato, o voluttà del buio nella stanza, con la coscienza che lentamente si spegne (vedendo però attraverso un tenue spiraglio della finestra l'imagine del gran sole!) o sonno senza sogni, senza visioni, senza sussulti! Quante poche volte mi accadde di dormire così!

Un breve sonno, se profondamente e lievemente dormito, vale una lunga notte di sonno sognato e agitato; e in vero quando mi destai, credetti aver dormito come una notte, e già tramontato credevo il sole. Ma come ebbi spalancati gli scuri, vidi che il sole si distendeva in pieno meriggio per la piazza deserta e faceva barbagliare le verdi piramidi lontane della Serra. Erano appena le tre.

In quelle due ore io mi ero rinnovato nel sonno: ma certo in questo tempo gli operai del corpo, i lavoratori della vita, avevano lavorato alacremente mentre il cervello riposava: avevano restaurata e pulita la gran macchina umana. Non avevano fatto come i lavoratori della terra, della officina, ecc., i quali — se il padrone non vigila — s'addormentano o scioperano.

L'umile stomaco, la spregiata bile, le pazienti glandole si erano messi all'opera quando io chiusi gli occhi al sonno; e quando li riapersi, bene capii che i gnocchi, gli uccellini, i funghi, il vino tosco erano passati rapidamente per tutti gli stadi della lavorazione.

Questa organizzazione operaia dell'umile corpo è cosa sempre più sorprendente; ma più sorprendente è la letizia che inonda il cuore allorchè questa funzione si compie in modo normale.

E come un grande scultore può trarre un'opera d'arte da un vile pezzo di legno, così agli armonici operai del corpo poco basta per bene lavorare. Chi lo direbbe? Gli umili operai del corpo umano non domandano per condimento alle vivande gli artificj dei superbi cuochi e delle ricche mense, ma domandano il condimento della sanità e della letizia dello spirito.

Io voglio molto bene all'Ariosto; ma oltre che pe' suoi sogni sereni, molto io l'amo per le sue verità buone: fra cui questa:

In casa mia mi sa meglio una rapa ch'io cuoca, e cotta su 'n stecco m'inforco e mondo e spargo poi di aceto e sapa,

che all'altrui mensa tordo, starna o porco selvaggio.

*

A Paullo, capitale del Frignano, giunsi all'ora del vespero, che appena quetava la grande calura. Un droghiere e il suo figliuolo mi furono così cortesi di bibite e di caffè che parea m'avessero conosciuto altre volte. Come mi pregavano di rimanere!

— Ma da Paullo alla Lama si va in bicicletta in un'ora, — dicevano, — e adesso sono le quattro a pena. Dalle quattro alle nove lei può arrivare sino a Pievepelago, se vuole!

Ma il galantuomo ignorava la mia velocità, e io vedevo le ombre farsi lunghe e la luce già di colore arancio. Mi fermai tuttavia un altro poco; e mi ricordo che venne a sedere fra noi un vecchietto segaligno e vispo, con un vestitino di cotone e un consunto cappelluccio di paglia che quasi non aveva ala; e raccontava raccontava con una gioia da bambino tutti i vecchi aneddoti di Paganini, il violinista, come fossero stati freschi di ieri, e io lo stavo a sentire per sorprendere se v'era già qualche venatura di toscano nel suo dialetto, quando il vecchierello disse:

— Ah, se Paganini a Parigi avesse avuto il mio violino! Ehi... — e si posò la palma su la bocca, e stirando occhi e faccia, ne staccò un bacio che mandò verso il cielo, come a dire: «Sarebbe caduto anche quello lì!»

— Avete un bel violino, voi? — domandai.

— Uno stradivario!! — e pronunciò questa parola con voce tremante e lenta, quale un _anghelos_ del teatro greco dovea usare per annunciare un portento. Poi rapidamente in dialetto: — «Am deven veint mella french. Ai ho domandè si j èra mat».

— Ma vendetelo subito!

— E con cosa consolerei la mia vecchiezza? — mi domandò il vecchio, mutando il dialetto nel parlare illustre e con un tuono semitragico di voce.

Veramente io, lì per lì, non compresi che rapporto ci poteva essere tra uno stradivario e la consolazione di colui, se non la vecchiezza d'entrambi: e rimasi a bocca aperta. Ma mi soccorse il droghiere dicendo:

— Questo signore suona molto bene il violino.

— «An di dal fott», non dite delle fotte, mi diverto col mio violino, — corresse il vecchio. — Ah, se fosse nelle tue mani, Paganini! il monte Cimone che è là, verrebbe a Paullo! — e chinò il capo dolorosamente.

— Veda, — mi ammonì con significazione il droghiere, — il signore non ha bisogno di vendere il suo violino, perchè è uno dei più ricchi del Frignano: guardi mo' qui.... — e prese bonariamente la grinzosa mano del vecchio che con riluttanza gliela cedette, e — guardi mo' questo! — e mi mostrò un brillante al dito, grosso come un bel lupino. — Deve poi vedere quelli che ha a casa!

E io che gli avevo dato del voi come ad un povero!

Che bella occasione era quella di accettare l'invito del vecchietto solitario, andare nel suo palazzo, sentire suonare il suo stradivario davanti a quei boschi e a quei monti! Ma, oimè, le ombre si facevano più lunghe, e la luce più rancia.

*

Dopo Paullo il paesaggio diventò incantevole. La luce dell'Appennino (perchè l'alto Appennino ha una sua luce) si stendeva sullo smeraldo dei prati che parevano usciti allora allora dalle mani del barbiere, tanto erano rasi perfettamente; i boschi dei castagni si raggruppavano in macchie scure e superbe con entro sfondi e padiglioni, dove il sole scherzava con mille occhi di porpora e fiamma. E le cose erano grandi e solenni, e non c'era anima viva; e perchè la bella strada pianeggiava in lieve discesa, la fatica dell'andare era nulla e tutta l'anima era nella vista. «Oh, bellissima terra, perchè così deserta? Animiamola! Collochiamovi degli esseri belli e buoni che vivano in pace!»

Questo pensiero viene così spontaneo che deve essere venuto anche al Signore. Egli dopo avere creato il bellissimo mondo, lo trovò un po' melanconico, un po' incompleto come sarebbe un palcoscenico senza attori; ed ecco Adamo ed Eva. Ma poco dopo, ecco da così onesti genitori venir fuori Caino ed Abele! Evidentemente il Signore deve aver commesso qualche errore di calcolo, perchè non andò molto che corresse l'errore col Diluvio universale. Ma poi, ragionando meglio, deve aver compreso che un po' di colpa ce l'aveva anche lui, perchè poteva fare a meno di mettere al mondo Adamo ed Eva; ed allora, creò l'errore iniziale, ovvero sia il peccato o macchia d'origine. Pezo el tacòn del buso! Per scancellare questa macchia prima adoperò l'acqua pura del fiume Giordano, poi adoperò il suo stesso sangue. Tutto inutile! Se dunque sbagliò il Signore, che ci possiamo far noi?

Questo ragionamento mi parve così logico e semplice che dimenticai di pensare ai casi miei.

Era molto tempo che io andavo, andavo senza fatica. Dunque la via scendeva, dunque io mi trovavo ben sotto il livello di Paullo. Ora, se Lama Mocogno è 400 metri sopra il livello di Paullo, segno è che vi debbono essere molti chilometri di salita! Anche questo ragionamento era semplice e logico; ma smorzò la mia felicità di discendere: la salita poco dopo infatti ricominciò.

Dopo aver girato uno sprone di poggi — sull'ultimo dei quali s'eleva un gran castello, turrito, e bianco sul verde, un castello che poteva servire di modello al Doré per illustrare l'«Orlando»: glorioso ne è il nome: il castello di Montecuccolo — la via sale sempre lungo un contrafforte di monti, i quali formano la valle dello Scoltenna, in fondo alla quale valle sfumava la doppia gobba del monte Cimone.

*

Trovarsi fra i monti, sentir calare la sera, non vedere indizio di abitato, fa un certo effetto, specialmente per chi è nuovo del luogo. È vero che l'ottima guida del _Touring_ mi dava Lama Mocogno a poca distanza; è vero che la strada — ce n'era una sola! — mi assicurava dell'esatta direzione, eppure.... Eppure io non sarò mai un esploratore, nè un navigatore, nè un conduttore di eroi. Teseo, Ulisse, Vasco di Gama, Colombo, Marco Polo, Nansen, Livingstone, ecc., gli uomini che più ammiro, che più mi parvero degni di essere fatti a simiglianza degli Dei, erano di altro metallo dell'umile sottoscritto.

Va bene: io sento le voci della Natura. Questo è un grande onore; ma ne ho anche una grande.... paura.

Via, diciamo la parola esatta! Paura! Quei giganti di monti mi facevano sentire che la mia anima era straordinariamente piccola: le selve dei castagni e delle querce parevano avere una loro anima tragica. Lama Mocogno mi parve il nome lugubre di un castello per l'Orco.

Invece (vi giunsi alfine!) era un'allegra fila di casette. Respirai più liberamente. Il calzolaio, il sarto lavoravano ancora presso il limitare, ed io, sciagurato, già mi vedevo cinto da tenebre per ogni parte!

Mi sedetti sotto la veranda di un alberghetto; ed ero giunto a tempo per osservare che la fronte del monte Cimone era lambita ancora dalla carezza del sole.

— E se vuol venire a cena, è pronto! — suonò la voce dell'ostessa dopo alcun tempo.

La cucina dell'alberghetto era piena di operosità e di luce e la fiamma del focolare non era spiacevole.

Ma io cercai inutilmente un posto per me, e l'ostessa allora mi disse: — Abbiamo apparecchiato di là, nella saletta, — e mi vi condusse; e aperta una porta mi trovai in una elegante e luminosa stanza da pranzo, dove alcuni signori, ad un'unica tavola, erano già pervenuti alle frutte, rappresentate da un cestello di meravigliose ciliegie bianche e rosee.

Quei signori avevano tutto l'aspetto di essere i legittimi possessori del luogo ed io mi credetti in dovere di chiedere permesso prima di sedermi al posto per me preparato.

Quei signori mi accordarono il permesso gentilmente, ma non senza una certa gravità e lunghi sguardi di indagine sulla mia persona.

«Chi potevano essere? — Pensavo. — Viaggiatori di commercio? No: questa gente è più allegra e chiassosa. Villeggianti? Nè meno: sono più signorili. Gente del luogo, nè pure, perchè tali non li dichiarava l'accento.»

Tutti pigliavano l'intonazione e lo spunto da un biondo, adiposetto, giovine signore, non privo d'un certo contegno e gravità nel gesto e nella parola. Sedeva in capo tavola.

— Lei va all'Abetone? — mi chiese costui.

— Per servirla, sissignore!

— Beato lei che si può muovere da questi luoghi! — disse dopo alcuna pausa.

— Eppure sono bellissimi luoghi e vi starei così volentieri! — risposi.

— Provare, caro signore! — indi, rivolto ai compagni sul cui volto già si leggeva l'assenso, concluse in quel suo spiccato accento napoletano:

— Quattro mesi si respira, e otto mesi si sospira!

*

Era l'illustrissimo signor Pretore di Lama Mocogno e gli altri erano il cancelliere, l'agente delle imposte ed altre autorità locali.

«Ma che bisogno c'è di questa gente fra la pace di questi monti deserti?» domandai a me stesso. Ma la risposta fu pronta più che la domanda: «Per moderare in quanto è umanamente possibile l'eccessiva energia di Caino, e correggere la troppa dabbenaggine di Abele.»

IV.

Casetta mia...! (d'affitto).

Quando apersi la finestrina della stanzetta dall'albergo di Lama Mocogno, la stella del mattino era levata, sopra il castello, lontano ad oriente, di Montecuccolo.

Il castello pareva allungare in silenzio le fantastiche sue torri bianche per arrivare a quella luce; il monte Cimone domandava una carezza di quella luce, che precede l'alba. Sentii allora cantare un gallo, che mi richiamò il canto del gallo silvestre.

Allora a me venne una gran voglia, come a Pietro apostolo, di piangere e di farmi il segno della santa Croce: «Oh, buon Signore Iddio, che bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e ostinati!»

E mi lavavo intanto e mi pareva che l'acqua non fosse mai assai per pulire tutte le mie colpe di misconoscenza e di ingratitudine.

*

Perchè seguiterò io a descrivere questo mio viaggio per il grande Appennino? Ah, se le povere parole dell'uomo potessero imbeversi di luce come le cose create, e caricarsi di forza come il mare e come l'aria, bene io vorrei a passo a passo descrivere il mio viaggio, e dire quale senso di religione afferrò con forte mano il mio cuore e lo sollevò in alto, colà dove l'unghia d'Eva non graffia.

Ben possono i filosofi moderni prendere le antiche fole e le parole dei savi e dei profeti e formarne un'antologia o un vocabolario pazzesco per l'istruzione delle nuove genti!