Part 2
Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma il dolce piano — dall'alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui l'aquila stride — alla torre di Teodorico presso il dolce mare, tutto si discopriva; molto con gli occhi, molto più con la fantasia si discopriva: onde io cominciai a ripetere: «lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una devota orazione.
E allora anche quella gran mole, lì presso, delle tombe dei re di Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea spada sopra a quell'Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.
Così io era assorto e a stento chiudeva il varco alle lagrime, quando una voce, proprio di quelle inarmoniche voci tedesche a scala fonetica crescente, mi scosse da quel sogno, domandandomi:
— Questa è Dora Riparia?
Rivolsi gli occhi: un placido teutonico dalla barba dorata, stava vicino a me: una mano teneva il Baedeker, l'altra indicava i fili argentei dei fiumi, che oramai si perdevano nelle ombre del lento crepuscolo.
«Al diavolo te e il tuo Baedeker», dissi mentalmente: ma come meglio fissai il mio interlocutore vidi che due azzurrissimi occhi a fior di testa mi guardavano. Pensosa e nobile era quella fronte teutonica. Egli attendeva umilmente risposta alla sua domanda.
— Questa è Dora Riparia?
Supponendo che la Dora Riparia fosse per lui uguale alla Baltea, indicai quel fiume che meglio si distingueva.
Rispose con un _crazie_ pieno di profonda riconoscenza.
— _Grazie_, — dissi io, correggendo per effetto di antica abitudine.
— Oh, _grazie_, signore; niente _crazie_, — mi replicò con profonda effusione, questa volta. — Io, — proseguì egli, — Rudolf Meyer, professore di Gymnasium, venuto in Italia anche per imparare italiano. Dimandare sempre: Come dicete voi questo?
— .... dite....
— Ah, sì, _dite_! Domandar sempre, ma nessuno correggere....
— .... quando sbaglio.... — suggerii.
— Oh, sì, _quanto spaglio_, ma dire tutti: «dicete come ti piace!»
(Onesto teutonico, — pensai fra me, — questa non è soltanto la terra degli aranci, ma anche del «dicete e facete come ti piace».)
Tuttavia proseguire più oltre nel discorso non era possibile, perchè il mio vocabolario tedesco era così ricco come il suo di vocaboli italiani. Fu egli allora che, appiccicatomisi per riconoscenza dell'indicata Dora, mi propose di parlare latino.
Questa proposta mi lusingò perchè evidentemente io dovetti sembrargli uomo erudito e per bene, benchè il mio abito fosse molto negletto. Veramente anche lui, con quel soprabito mezzo verde, dalle cui falde venivano fuori due piccoli calzoni, sospesi sopra due scarpe da montanaro, non era molto elegante. Lusingato dalla sua penetrazione, mi sentii indotto a considerarlo come uno degli ultimi rappresentanti di quei germanici azzurri, imbevuti ancora di filosofia e di ideologia, i quali vanno lasciando il posto ad altri nuovi germanici, mercanti e guerrieri: anima dell'antico Arminio, che risorge. E più mi persuasi che egli fosse un gentile teutonico quando mi disse che con la venuta in Italia scioglieva un lungo suo voto.
Il latino ci affratellò. Che latino fosse, non rammento. Merlin Cocaio rideva di gusto: il già mio maestro, G. B. Gandino — dall'Eliso ove ora dimora insieme con Cicerone — crollava il capo protestando; ma latino doveva pur essere giacchè ci intendevamo; anzi, accalorandosi il discorso, le parole vennero fuori dai nicchi chiusi della memoria più fluide che io non avessi mai supposto.
Fra i miei periodi ricordo questo: «Noli in isto ostrogotico Bèdeker quaerere Italiam, domine professor: hic nomina tantum continentur; anima rerum non continetur. Poetae nostri humanissimi erunt tibi handbuck optimi: Dante, Manzoni, Carducci».
Il buon teutonico, ricordo, aprì il volto ad un sorriso pieno, sereno, quasi infantile. Si discese in compagnia a Torino e si propose di cenare insieme.
Io, per cortesia, mi proffersi di andare all'albergo ove egli alloggiava; egli dove io alloggiavo. Curiosa insistenza da ambedue le parti! Infine egli chiaramente dichiarò:
— «Domine professor, caupona ubi sum hospes, admodum humilis et misera est. Non more divitum et publicanorum, sed more clericorum errantum iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania tenuem victum parat». Povera e nuda vai filosofia, «scriptum reliquit Petrarca vester humanissimus».
— «Domine professor», — risposi sorridendo, — «Minerva italica multo crudelior nam suis subiectis cibum ori appropinquat sed non satiat: bonos negligit, protervos adiuvat».
Dopo questa reciproca confessione acconsentì di venire al mio albergo, umile sì, ma con cucina e cantina meritevoli di ogni elogio. Eravamo soli in una discreta stanzetta, e, a marcio dispetto della «philosophia» teutonica e della «Minerva italica», si mangiò bene e si bevve meglio, e dopo cena io declamai del Manzoni la bella stanza:
Chi potrà della gemina Dora, Della Bormida al Tanaro sposa,
con quel che segue, e del Carducci alcune strofe dell'ode al Piemonte.
Il tedesco era entusiasta e pareva capire benissimo.
Alla sua volta egli declamò alcune liriche tedesche che io intesi bene come egli intese le mie.
Suppongo, per altro, che anche le sue dovessero essere liriche patriottiche, giacchè la sua bocca, cinta dalla barba dorata, si apriva per mandar fuori certi boati solenni, certi rugghi di _Vaterland_, che in tutt'altra occasione mi avrebbero fatto ridere, e allora invece io lo stavo ad ascoltare pensosamente come se avessi compreso più che egli non dicesse.
Così parlammo a lungo con la lingua d'angelo de' nostri poeti e ci intendemmo come se, invece di recitare versi, avessimo cantato delle ariette musicali.
Non è però da nascondere che in quella osteria di Torino, ad aiutare la reciproca intelligenza di due linguaggi così diversi, molto giovò — oltre alla potenza della poesia — un raggio di sole che si era fatto Barolo entro il mistero di alcune bottiglie.
Il vino, inoltre, e l'amor di patria fecero sì che il tedesco ed io ci guardassimo fraternamente negli occhi.
Ciò non sempre avviene: questo nobile liquore e questo nobilissimo sentimento spingono sovente individui e popoli a guardarsi biechi come cani ed a picchiarsi senza pietà.
*
Ma lì, a Rubiera, con chi dovevo io aprirmi? Perciò tu mi tornasti alla mente, onesto teutonico: e infine, trovandomi solo, tutte le mie espansioni mi convenne rivolgere a quella bottiglia di Lambrusco, ed essa in contracambio versò in me tutta la piena del suo spumante liquore.
L'ostessa mi faceva osservare che un Lambrusco come quello non si trova certo a Bologna; e a Modena che è Modena, due lire e più bisogna pagarlo alla bottiglia, chi lo vuole.
Ma io pensavo ad altra cosa che a questioni di enologia e di prezzi: io pensavo alla bella abitudine che i Greci avevano di premiare i loro più benemeriti ed illustri personaggi col dono di una Dea o di una graziosa vergine, come accadde ad Ercole che ottenne in moglie Ebe, una moglie che doveva in certo modo compensarlo della terribile Deianira che ebbe in terra: una moglie che non invecchiava, appunto perchè era la Dea della giovinezza (e forse — sottilmente pensando — i Greci antichi vollero con questo mito significare il solo caso in cui il matrimonio può essere giustificato). Era una specie di premio Nobel, ma più confortevole. Io non pretendevo certo a nessuna qualità illustre; e quindi a nessuna Dea, e nè meno ad intatte vergini. Ma è certo che il mio alto sentire della patria non era da tutti e meritava qualche piccolo compenso. Se quella ostessa, invece di essere così esperta del prezzo e delle qualità del Lambrusco, avesse conosciuto la storia greca, io avrei osato farle qualche parola in proposito.
Ma non era il caso.
*
Tutti i galli del giardino dell'ostessa mi svegliarono all'alba, e poco dopo, il sole entrò nella camera così sfacciato, che mi convenne levarmi. Ma che mattino rugiadoso, silenzioso, ridente! Vi sono (è debito di giustizia confessarlo) dei momenti che è un gran piacere abitare in questo mondo! È una cosa di fatto, ed io, come positivista a mio modo, la constato. Non avviene spesso, ma avviene. Quando noi ci saturiamo di vita (nel modo stesso che un automobile elettrico si satura del misterioso fluido) noi godiamo. Me ne dispiace pel mio amico S.... Egli è un filosofo anarchico, ma mitissimo e dottissimo uomo; e mi venne in mente il suo nome quella mattina per il contrasto di questa mia con le sue affermazioni. Egli afferma dolcemente, ma con incrollabile convinzione, che la vita è un peso: che l'unica soluzione è quella di approfittare dei progressi chimico-scientifici e far saltare questo stupido satellite.
No! Amico S....! Vi sono dei momenti che la vita è bella, soltanto non basta profumarsi, come fate voi, amico S...., e vivere poi in mezzo alla folla. Allontanarsene ogni tanto bisogna.
Come io sentivo quella mattina la carezza, l'abbracciamento, quasi sensuale, femmineo, della materia!
Nel breve tragitto dalle Stiviere a Modena quante deliziose ville occultate nel verde dell'ubertosa campagna, come ninfe entro i boschi! Che lieto mattinare degli uccelli per i giardini silenziosi!
*
Giunsi a Modena senza avvedermene, ed erano le ore sei.
III.
Ebbrezza del latte.
A Modena un tabaccaio si offerse ad incollarmi egli stesso i bolli su le cartoline illustrate; un caffettiere mantenne la promessa di offrirmi un caffè senza cicoria.
Queste garbatezze non sono molto frequenti ed ebbero la virtù di farmi vedere soltanto il bello di Modena.
(_Verum enimvero_, considerando che le buone maniere non costano niente, eppure mutano in color roseo l'aspetto delle cose; e considerando, inoltre, che noi non ci possiamo sottrarre alle cattive azioni del nostro prossimo, preghiamolo di operare il male con bel modo. Sono consegnati alla Storia quei carnefici che fecero il loro ufficio con gentilezza.)
Io trovai dunque Modena meritevole di quegli epiteti di «ben costruita» e «felice» che Senofonte nell'«Anabasi» regala a tutte le città dell'Asia Minore; le sue contrade sono armoniche anche senza il geometrico, antipatico rettifilo moderno; decorose senza ostentazione di fasto architettonico; silenziose senza tristezza (e questa ultima qualità non può essere apprezzata al suo giusto valore se non da chi esce da una città come Milano, dove è necessario possedere un sistema nervoso fabbricato appositamente).
Un'amabile classicità ha ravvolto gli edificj in una lieta armonia; e se la torre della Ghirlandina è antica, ridono di giovinezza i visi delle donne fuori dello scialletto nero; e il mercato fa testimonianza della bella e fertile terra.
La vasta piazza Ducale non era in quell'ora popolata che dalla statua di Ciro Menotti. Eppure era molto! Questa statua è di marmo bianco, e il giovane martire della indipendenza d'Italia lì giganteggia, nell'atto di avanzare con fronte alta e pura, col vessillo in pugno e la spada. L'atto è risoluto e calmo; ma il volto imberbe e giovane, il suo vestir cittadino, lo stesso candore dei marmi sembrano simboleggiare la purità dell'eroe e insieme la paziente gentilezza latina che si ribella alfine per il diritto alla vita.
Non così, o buon tedesco, o Rudolf Meyer, sono effigiati gli eroi della tua terra! I recenti eroi della tua terra vestono il tetro abito della guerra, e pure essendo composti nell'aspetto, fanno pensare all'antico furore dei tuoi guerrieri feudali.
La spada che impugna Ciro Menotti è arma caduca nel tempo, necessità del momento: della qual cosa non seppi allora, nè so, se congratularmi o dolermi.
*
Un vecchio e arzillo signore di Modena, mio compagno di tavola, fu quegli che mi indusse proprio a lasciar la pianura e prendere la via dei monti. — Come? non conosce la via Giardino? ignora Paullo? La Serra? Lama Mocogno? Barigazzo? Pievepelago? L'Abetone? Ma bisogna andarvi! già che è sulla strada. — Così mi disse.
Confesso la mia ignoranza; io non conoscevo molti di questi luoghi nè meno di nome e non trovo modo di confortare questa ignoranza se non pensando che io la condivido con molte persone.
Strana cosa! Questa piccola Italia, se ci mettiamo a studiarla secondo geografia, diventa grande come un continente; e se ci mettiamo a studiarla secondo storia, quest'umile Italia diventa superba come un impero.
La materia è vasta; ed è forse per questo che gli studi della storia e della geografia nazionale sono accuratamente evitati.
Dopo un sommario esame della carta del _Touring_, osservai al mio interlocutore che La Serra è a 800 metri; Paullo è più in basso, ma Barigazzo sale ancora a 1300; Pievepelago discende sino al fiume; però l'Abetone svaria con la sua selva a 1340, e la Lima si nasconde in fondo alla valle.
— Crede lei che io riuscirò a fare questa specie di montagne russe?
— Caspita, un giovane come lei!
Ciò mi lusingò moltissimo: ma tutto è relativo: per il mio interlocutore, che era vecchio, io apparivo ancora un giovinotto; nel modo stesso che un certo bambino dice sovente: «quando sarò vecchio come il papà», e non crede di offendermi.
*
Ecco: andare da Modena all'Adriatico pigliando le vie di Paullo e dell'Abetone non è la più diretta, e quelli che mi attendevano nella casetta al mare, certo — pensai — ne avranno dispiacere; tuttavia se tralascio questa occasione, chissà quando la potrò riafferrare, e mi vinse la nostalgia di rivedere i grandi monti e le ginestre selvagge.
Partii prima dell'alba del dì seguente.
Da Maranello alla Serra si sale sempre. La diligenza vi impiega dalle sette alle undici, cioè sono chilometri trenta. Un giovane di venti anni, che non tenga conto che il cuore è un muscolo robustissimo, ma non rinnovabile quando è guasto, la può percorrere tutta in sella questa salita. Per conto mio decisi di farla tutta a piedi. «Quando e dove arrivo, arrivo bene», questo è il mio motto, viaggiando, io col mio io, e non con altri. Se non che un po' per volta cominciai ad osservare che gli occhi dei contadini mi guardavano con meraviglia. Feci qualche domanda, osservai meglio e mi persuasi che quella buona gente non soltanto era meravigliata, ma piena di compassione a mio riguardo.
Perchè?
Perchè — cosa strana — gli abitanti di un paese bello come l'Italia, difficilmente si persuadono che uno viaggi a piedi unicamente per il piacere di viaggiare: pigliare poi la montagna a piedi, fa nascere una di queste due considerazioni: o che si tratti di uno stravagante, oppure di un disperato che non possiede altri mezzi di locomozione fuor di quelli usati da San Francesco. Vorrei dire che in questa deplorevole opinione concordano soltanto i contadini, ma direi cosa inesatta.
Inoltre v'è un'altra considerazione melanconica da fare: l'onesta bicicletta passa oramai inavvertita fra le genti. Gli occhi dei contadini non si fanno più tondi se non al passaggio di un automobile. L'automobile può essere massacratore, ma è potente e prepotente. È moderno! Perire vittima di un ordigno moderno è onorevole: credo che sia ammesso tacitamente anche dai nostri umanitari.
Ecco: il terribile carro si presenta in fondo alla via nello sfondo di un nembo di polvere. Il corno solenne, grave, armonizza stranamente col fremito precipitoso degli stantuffi e dà questo avvertimento: «Profani, tutti, sgombrate la via!» E non c'è duro bifolco o carrettiere addormentato che non scenda e non trascini a mano le sue bestie sul ciglio della strada. L'imprecazione non ci pensa nè meno a formarsi, perchè tutti i centri del cervello sono paralizzati dalla meraviglia.
Pare che la strada si sollevi in un moto serpentino e faccia essa scivolare il gran carro, che si snoda agile come una serpe. La visione è olimpica: signori e dame passano con compostezza regale. Un idiota lassù, può sembrare un gravissimo personaggio. Perchè? perchè appare prepotente e ricco.
Cesare è disceso dalla quadriga: ma il capitalista anonimo è salito sull'automobile e percorre da trionfatore la strada della democrazia, con la visiera della maschera calata.
*
Non soltanto io facevo una ben magra figura con la bicicletta a mano; ma una grande stanchezza si impossessò di me dopo qualche chilometro. Mi assalì una specie di nausea, un sudore freddo mi bagnò la fronte, la camicia ventilò gelata su le carni; e invece di seguitare a confortarmi con la bella idea che salire equivale a conquistare una virtù, mi venne il sospetto che potevo conquistare anche una polmonite. Il garretto sopra tutto si stendeva faticosamente.
(Allora, a tanta lontananza dal tempo in cui leggevo Omero, capii bene perchè questo miracoloso poeta dice sempre degli eroi morenti: άπολυοντο τε γὑαι, «si sciolsero le ginocchia». Sì, i grandi poeti hanno l'istinto della verità, ma di quelle verità che più splendono come più ci allontaniamo col tempo. Essi sono simili ai fari del mare: da presso non hanno luce: rifulgono soltanto da mezzo il mare, e la loro luce serena è di conforto nel periglio e nella morte. Perciò le opere dei grandi poeti sono chiuse sotto sigilli, ed ogni età ne comprende quel tanto che è a lei confacente.)
Io fui turbato a questo senso di sfinitezza profonda e sarei, forse, tornato indietro, se una casetta non mi si fosse presentata alla svolta.
Essa era chiusa e silenziosa. Bussai tuttavia. Venne ad aprire una donna dal volto non interamente arcigno.
— Per piacere, un po' di latte, — domandai.
— L'abbiamo portato tutto al casàro.
— Il casàro sta lontano?
— Quelle case là in vetta.
Chinai il capo.
— Mi lascia entrare, — indicai l'interno della socchiusa dimora, — per mettermi una maglia?
— Eh! — e liberò pianamente della sua persona l'ingresso perchè io entrassi; e questo «eh» voleva dire: «eh, vorrei dire di no, ma come si può negare un favore di umanità?» Siccome poi io non volevo mettermi davanti a lei nel costume con cui Ulisse si presentò alla bella Nausica, così domandai una stanza. Fatto un primo favore bisognava farne un secondo (molte volte è necessario farne un terzo, ed è perciò, forse, che molti si rifiutano di fare il primo favore).
L'ispida maglia che sostituì su la pelle la tela, sarebbe stata una camicia di Nesso sotto la Galleria di Milano: lì fu un incredibile beneficio, e mi offrì un'occasione di lodare la mia prudenza.
Dunque ricompensiamo la gentilezza, dell'onesta massaia! Ella rifiutò, io insistetti: e fu nell'accettare che ella si ricordò che, se non aveva più il latte, aveva delle uova fresche e che essendo il fornello acceso, poteva farmi anche un caffè! Mi precedette nella cucinetta e mi offerse una sedia.
Il sole battea per la cucinetta che era assai linda e ordinata, come raramente si incontra da noi; si rifrangea sui rami tersi del camino e non v'era altro rumore che il ronzìo sonnolento di alcuni mosconi.
Mise la còccuma sul fuoco, fece cadere la fresca perla gialla di due uova entro una tazza pulita, parcamente cosparse lo zucchero, indi si mise a frullare con molta arte.
— Dove avete imparato a far così bene?
— Sono stata venti anni a servizio, signore.
— Poi avete preso marito?
— Sissignore.
— E avete figli?
— Sissignore. Ma sono fuori, perchè qui in montagna non restano che i vecchi: un maschio lavora in Svizzera, una figlia è anche lei a servire a Torino.
— E il marito?
— Il mio uomo è a mietere.
— Sul vostro?
— Sissignore, ma un palmo di terra, che non basterà a seppellirci.
— E la casa è pur vostra?
— Questi quattro sassi? Sissignore, sono nostri.
Fin qui mi aveva risposto come se io fossi stato un agente delle imposte, ma quando tirai la somma delle domande con la domanda:
— Dunque voi siete felice?
— Oh, felice! — disse. — Si vive in pace, ecco!
Come se «vivere in pace» non fosse «felicità»! E sentii che avrei messo una enorme tassa su quella pace.
*
Le miglia di montagna sono caudate come le antiche sonettesse, ma finalmente giunsi alla casa del casàro.
Oh placido laboratorio! Io ignoravo i particolari dell'esistenza di una fra le più antiche industrie di questi monti: quella del cacio parmigiano. Sono edifici che formano una sola stanza tutta di mattoni senza intonaco, disposti a traforo, e questo si fa per l'aereazione del latte: intorno vi sono grandi ciotole di legno, colme di latte: nel mezzo si sprofonda un enorme imbuto di rame ove la crema del latte è cagliata e cotta. Per provare il beneficio di questa bevanda, di cui dal tempo della balia mi ero completamente dimenticato, bisognava proprio che mi fossi recato fin quassù, in questa torrida estate!
Placidi lavoratori del latte nella bella estate, voi certo durate per serie continua sin da prima del tempo che Bruno e Buffalmacco raccontavano al semplice Calandrino la fiaba dei maccheroni che rotolano da Bengodi per i monti di cacio Parmigiano!
Questo insorgere e avvicinarsi spontaneo di un'allegra fantasia boccaccesca mi fece piacere, perchè io avevo intrapreso quel faticoso viaggio pei monti anche allo scopo di esperimentare due cose: primieramente cioè se i muscoli erano elastici, secondariamente se il cervello era ancora elastico, tale cioè da lasciarsi impressionare ben forte non solamente dalla magnificenza delle cose presenti e viventi, ma anche da vedere tutte vive le cose trapassate ed occulte e sentire prossime le cose future.
*
Questa specie di ampio sentire può dare ad un uomo l'aspetto esterno come di un rimminchionito. Certo è la più voluttuosa delle ebbrezze; sebbene non abbia nulla a che fare con quella che si compra nelle botteghe dei liquoristi. Però non mancano certe somiglianze apparenti, giacchè le idee più bislacche cominciano a parere logiche, gli atti più stravaganti, assai naturali; così che un ubbriaco di assenzio mal si distingue da un ubbriaco per latte come io ero.
Per fortuna la gente si faceva rada, le querce frequenti.
Questo stato dell'animo ebro e luminoso si venne in me formando a poco a poco, ed io ne esaminavo il rapido concretarsi con il piacere con cui una massaia — che ha molti ospiti cari — nota il ben formarsi della crema sul fornello. (Conserverò questa crema per i giorni della carestia: questa luce per i giorni bui.)
E primo segno fu il cessare della stanchezza, e quando giunsi ad un punto in cui la via spianò — si stendeva ondulata lungo una serra — e potei montare in bicicletta, e sentii l'aria forte ventilare e vidi la bianca via passare sotto le gomme delle ruote vibranti all'impulso, provai il piacere di don Chisciotte quando esperimentò la straordinaria agilità di Ronzinante.
Che ora era? Una delle ore del mattino. Le case si facevano più rade, più di colore e d'aspetto alpestre, più rari gli uomini, più dolci e mansueti gli occhi dei bimbi. Un secondo casàro, che versava nell'ombra silenziosa il latte, mi parve un sacerdote che adempie un rito antico di libazione; e poi vidi venirmi incontro una trionfale fiorita di ginestre, fuor dalle asperità della roccia, tutto lungo la via.
Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo si ribella, perchè i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all'essere divelto dal suo stelo: la sua anima esala più odorosa quando più caldo è il sole. La «rosa», la «viola», il «gelsomino» sono titoli per poeti soavi: «La Ginestra» è il titolo di un grande canto del penultimo nostro poeta profeta, di Giacomo Leopardi.