La lanterna di Diogene

Part 12

Chapter 123,820 wordsPublic domain

Il fiocinino non si da gran cura di sfuggire alla caccia: un tuffo in acqua al momento ultimo, e via, se può, con la pesca: la _battana_ rimane confiscata, ma essa di solito non vale che poche lire; molto meno che il valore della pesca.

Se poi il fiocinino s'accorge di non poter sfuggire, non fa opposizione e si lascia pacificamente prendere.

Una volta preso, il fiocinino che sa tutti i suoi diritti, vuole essere condotto davanti al pretore con tutte le regole. Ciò da luogo a scene comicissime e a pratiche faticose pei guardiani. La cattura di un fiocinino permette agli altri fiocinini intanto di fiocinare disperatamente, come sicuramente, per tutta quella notte.

*

Le anguille, che come grossi colubri, si vedevano guizzare e snodarsi sul limpido fondo, sparso di sassi e conchiglie, non parevano addarsi di questi ragionamenti. Esse vivono nell'acqua, ma dopo essere state arrostite, vengono sepolte nell'aceto. Mille e cinquecento quintali d'aceto fece lo scorso anno venire il signor Felletti dalle Puglie; ciò può dare un'idea della cosa.

«Il signor Felletti, quello della colazione?» Appunto!

*

Pomposa! Abbadia di Pomposa! che nome fiorito! quanti fantasmi vigili attorno a quella ruina! Guido di Arezzo, Giotto!

Questa ruina è indegnamente negletta, e il povero prete che l'ha in custodia deve tener chiusa a chiavistello la porta affinchè gli ultimi marmi non vengano rubati e staccati gli ultimi affreschi.

Il palazzo dove gli antichi abati rendevan ragione, oggi è ridotto a stalla e fienile.

Ma certo Dante voi rimirò, o mirabili affreschi del tempio, e Gemma Donati forse derivò ai versi immortali dall'abside giottesca della Pomposa!

No! Meglio parlare di anguille in barile, e della colazione del signor Felletti.

La quale e il quale ci attesero fino alle due dopo mezzodì, perchè l'uomo dai brillanti avea sbagliato completamente i suoi calcoli. Sempre così questa gente autorevole!

Alle ore due, in uno stato di mezza paura, come si fa per le anguille che si arrostiscono prima di esser messe in barile, eravamo all'approdo di Comacchio. Comacchio sotto quell'immota canicola riposava più che mai.

Ma non riposava l'ospitale signor Felletti. Per quale miracolo culinario il signor Felletti seppe far trovare la colazione pronta e a giusta cottura all'ora inattesa del nostro arrivo?

Ciò rimarrà sempre un mistero.

E così è improprio il nome di colazione: la si chiami agape, banchetto, simposio. Avete in mente certe descrizioni di mense inverosimili che si leggono negli antichi e cari libri del Boccaccio, del Cervantes, del Folengo, del Rabelais? Qualche cosa di quegli antichi costumi doveva essere sopravissuto nell'anima del signor Felletti, giacchè preparò un pasto tale da satollare tutti gli eroi di quei racconti.

Evidentemente il signor Felletti non meditò che i nostri stomachi moderni non hanno più la formidabile resistenza e forza degli antichi, perchè se a questo avesse pensato, non avrebbe colmati i nostri piatti e i nostri calici come di continuo, per forza, li ricolmava. E dopo aver colmato, cantava per conto suo delle ariette. Donne donne, eterni Dei! La calunnia è un venticello! etc.

Se poi si pensi che il signor Felletti nel doppio fine di congiungere insieme la sua cortesia e il desiderio di lasciarci un ricordo di Comacchio, preparò tutte le portate con pesci di ogni famiglia e cottura, si comprenderà agevolmente in quale stato ci trovavamo all'ora di montare in sella. Erano le sette quando stringemmo per l'ultima volta la larga mano del signor Felletti.

Da Comacchio per Ostellato, giungemmo, attraverso la laguna di Mezzano, a Portomaggiore, capitale degli scioperi agrari del Ferrarese; le mura erano tappezzate di manifesti, tanto contro l'_anofèle clavigero_ come contro la _squaquerela_ — neologismo creato dai lavoratori della terra per designare, in modo molto spregiativo, i lavoratori dello sfruttamento umano.

*

Quando dei ciclisti arrivano a tarda ora in un paese, si recano all'albergo e pregano un «lavoratore della mensa» affinchè prepari la cena. Ma quella sera noi fummo costretti a rivolgerci ad un «lavoratore di farmachi», affinchè ci aiutasse a far dimenticare allo stomaco l'agape del signor Felletti. Anche i nostri intestini erano in istato di sciopero per eccesso di lavoro. Ma con tutto questo la memoria non dimenticherà per lungo tempo l'afrore del brodetto classico, nel quale la cagnizza e la seppia, la triglia e la torpedine si erano dato convegno di nuoto nella più acidula e grata delle salse; non dimenticherà là piramide di calamaretti fritti, aurei, perlacei, croccanti; non dimenticherà la stesa delle sfoglie brune, arrostite, con un dito di polpa sugosa e candida; non dimenticherà lo storione lessato; le anguille affumicate; il risotto di anguilla; l'intingolo d'anguilla; non dimenticherà la batteria implacabile delle bottiglie crepitanti, di vino di Bosco; non dimenticherà le ariette di musica giocosa, dal «Barbiere di Siviglia» alla «Gran Via», con le quali il signor Felletti — solfeggiando con bell'arte di tenore e grazie di Falstaff — cercava di farci obliare il già inghiottito cibo, per farcene inghiottire di nuovo.

Non solo non dimenticherà, anzi ricorderà con desiderio, specialmente nei giorni di magro.

Il dì seguente ero ancora a Bellaria.

XVII.

La morte dei nobili pini.

«Guardateli bene, bambini miei, questi pini, perchè un altr'anno non li vedrete più».

Questa è la piccola selva dei nobili pini che sorgono lungo l'argine della via ferrata (anzi la via ferrata, diciotto anni or sono, quando fu posata su questo litorale — che allora era deserto — squarciò la selva dei nobili pini; e i pini, ogni volta che il vapore vi passa, sembrano occhieggiare, con curiosità, e paura insieme, il mostro di fuoco dall'alto dei loro ombrelli di verdura, e se non avessero le radici, fuggirebbero. Alcuni di questi pini si sono staccati dal gruppo dei loro fratelli come per cercar rifugio presso le onde del mare).

Lungo quest'argine mi piace ora andare in compagnia dei miei figliuoli, verso la detta selva. Essi accettano ben volentieri di venire, perchè quei giganteschi alberi fanno regali ai piccoli bambini; regalano le pine pesanti, ma che dentro proteggono e nascondono la mandorla del pinòlo, dolce e piccina.

Questa foresta era come una gran sala che aveva la vôlta di smeraldo, ed era sostenuta da cento alte colonne, che parevano metallo brunito.

Il sole vi giocava per entro, e si divertiva a variare i suoi fregi d'oro: al mattino, per esempio, ci dava una pennellata di rosa; a mezzodì faceva piovere da per tutto una passione di simboli d'oro, di bolle, di fregi, di raggi; al vespero li investiva di porpora e di sangue, come avessero avuto un'anima tragica. E quelle nobili piante si lasciavano vestire dal capriccio del sole, così come una bella donna sul palcoscenico lascia cadere su le candide nudità le tinte varie del proiettore.

Se il vento del mare era dolce, solfeggiavano con lui; ma se spirava forte, i calami, a somiglianza di canne d'organo, elevavano insieme le note con un murmure cupo, e facevano concerto con lo scrosciare delle onde sul lido: ma senza contorcersi, senza piegare o impaurite o goffe come fanno le altre piante; erano solo i calami che palpitavano, come ad un giuoco, sul rigido e forte sostegno del tronco e delle branche ignude. Amiche dunque, al sole, al vento, al mare; care alla madre terra; nemiche solo alla pallida neve che uccide la loro vita antica: docili a tutte le forze; ribelli solo al desolato inverno.

Quale re di corona ebbe mai una sala più bella di questa ove voi, bambini, correte folleggiando, in cerca delle pine? Quando verrà il tempo che i savi collocheranno in queste aule i loro tribunali, come già re Luigi, il santo, elevava i padiglioni gigliati del suo trono sotto le querce?

Voi tornate, o bambini, carichi di preda e non pensate a dire «grazie!» ai nobili pini. Il più piccino fra voi come è goffo sotto il peso della sua proprietà di pine! Due volte è caduto sotto il peso della sua proprietà; e i pini con lento murmure sorridevano.

E la sera, al ritorno, oh, le allegre fiammate delle pine sulla brace! Le pine incominciano a gemere, a piangere, quindi esalano il loro incenso, di cui la terra le ha nutrite; gli alveoli crepitano, si spaccano, si aprono, ed ecco le nocciole dei pinòli! Or conviene dare opera al martello: le mani si insudiciano. Ma non esiste bambino che abbia paura di insudiciarsi le mani. Questi pinòli sono confidati alla nonna: stringono poi alleanza con un po' di zucchero e di chiara d'ovo, ed ecco le pinocchiate, dolci, bianche e tenerine, a cui sospendete occhi ed anima.

Voi, cari bimbi, non pensate più in là, quando cogliete le pine.

E in fondo, anch'io, a che cosa pensavo giorni addietro, lungo quest'argine?

Anch'io pensavo ad un frutto di infinita dolcezza, e ben più sigillato che non sia il pinòlo entro la pigna! Non passò per quest'argine, per questa selva, la piccola sfinge dal piede scalzo?

Oh, la buona gente mi loda quando mi vede accompagnare i bimbi lungo l'argine della ferrata, verso la selva, e dice: «Che buon papà!»

Io lascio lodare, e sto zitto. Sì, va bene, io accompagno a spasso questi bambini per dovere professionale; ma anche perchè — io non so come avvenga — questa infanzia mi inspira alcuna castità e purità di imagini.

Eppure anche voi, bambini, se crescerete, dovrete passare dal desiderio di questo innocente frutto del pino, al desiderio di ben più acre e terribile frutto! Anche voi percorrerete questa che a me, oggi come oggi, pare — a dire proprio il vero — una specie di _via crucis_; mentre a voi, sino dal primo destarsi del senso, sembrerà la più fiorita, la più gioiosa via della terra: e allora tutte le energie della giovanezza vi soccorreranno affinchè possiate percorrere questa via, e lotterete anche voi per quell'acerbo frutto, antico, eterno, collocato sul più eccelso ramo dell'albero della vita. E tu, piccino biondo, che ti pulisci la bocca se io ti bacio, ah, su quante labbra impure bramerai di posarti e ti poserai! Poveri bambini, io ho paura di quella sfinge dai denti aguzzi più che della scure che uccide la vita dei nobili pini! (Essi correvano, coi loro abitini bianchi e rossi, in fondo agli ondulamenti del prato, smarrendosi fra i tronchi lontani. Io sorpresi i miei occhi che lagrimavano!)

Ebbene, poichè non sarà possibile nè meno a voi sottrarvi al martirio dei sensi, quale consiglio darvi a questo proposito, bambini miei? Ecco, come la nonna vi consiglia di mangiare con moderazione il dolce dei pinòli che ella prepara, così io vi consiglio di affondare con moderazione, senza astinenza nè intemperanza, i denti nel frutto per cui Eva fu creata dal Signore.

*

— Perchè, — essi mi chiesero, — questi pini non li vedremo più?

— Perchè devono morire.

*

Io vidi i più belli di questi pini segnati con una croce di vernice rossa.

La selva dei nobili pini era stata comperata da un ingordo speculatore: questi aveva, alla sua volta, ceduto per trenta lire ogni pino. Per trenta lire caddero in poco tempo i tronchi secolari; e il freddo lampo della scure splendeva nella dolce sera; e il colpo, vibrato contro i tronchi, suonava nella mite sera.

Vidi le loro cupole di smeraldo, sconciamente a terra, illanguidire come recise chiome di giovanetta: poi farsi fulve come intinte di vero sangue. Vidi le umili piante della campagna circostante guardare con stupore e con pietà quei giganteschi tronchi caduti e da cadere: e quelli superstiti ancora intrecciavano le loro chiome come per difendersi e domandavano al sole, grande e potente, protezione; e il sole li vestiva nel vespero di ogni più bella luce, tolta allo smeraldo, al rubino; ma quella bellezza non placò la scure dell'uomo.

Anche ai rozzi uomini del mare chiesero pietà i pini: «Quando con i barchetti, dalle vele rosse, voi vi accostate alla riva, il nostro padiglione segna sul litorale il punto del vostro approdo. Perchè, dunque, ucciderci?»

O tristezze dell'anima ammalata; a me quei colpi di scure contro i meravigliosi tronchi risonavano nel cuore; tronchi così belli che parevano d'argento antico, chiome così trionfali, così spesse, così vive, chiome della terra, recise a colpi di scure; chiome stese sui miei bambini, come una mano amica: recise per trenta lire!

Ah!, Santo Francesco, meraviglioso nemico della ricchezza, tutto sempre si vende al mondo per trenta sicli! «Noi fummo già — dicevano i pini morenti — selva nobile e antica lungo il glorioso mare; e i padri nostri confortarono Dante, quel grande Umano che tenne gli occhi rivolti ai regni d'oltremorte, mentre la feroce guerra degli uomini latrava contro il suo petto! Veniva solitario fra noi; ed egli degnò la nostra vista e ne trasportò l'imagine armoniosa sull'alto del monte di purgazione; noi cantammo a prova con gli uccelletti dell'aria per raddolcir le sue pene; ed egli glorificò l'umiltà nostra e si ricordò di ogni nostro suono e moto, e «divina» e «spessa» e «viva» chiamò questa foresta che la barbarie delle nuove genti oggi distrugge!»

*

Queste voci sentendo, io mi attardavo fra gli ultimi pini superstiti; ma da quella sera che vedemmo per l'argine passare in fila i carnefici delle nobili piante con le loro scuri nude su le spalle, un gelo mi corse al cuore.

Scostai i bimbi dal passaggio delle scuri, come se esse avessero minacciato anche me e quelle giovani vite. Un gelo mi corse al cuore e alla selva più non tornai.

*

Ma un mattino, dal largo del mare, gli occhi si volsero sul litorale al luogo ove cento colonne elevavano il loro padiglione meraviglioso.

E non c'era più nulla!

XVIII.

Negrito, il feroce.

Guardate là, là su la spiaggia del benefico mare!

È stata la signora Adele, la mamma, ad accorgersi che Robertino non c'era più; giacchè, pur conversando, il suo occhio gira ogni tanto e cerca dov'è quel suo tesoruccio biondo. Non l'ha più visto: ma bene ha visto Negrito. Mandò un grido d'angoscia; si levò dal crocchio; accorse.

Accorsero tutti. Dio, il suo Robertino affogava?

No, non affogava: era Negrito, il cuginetto, che lo teneva a forza nascosto sott'acqua. La signora Adele ritorna col suo piccino sul petto, che trema come una lepre sfuggita al bracco; con l'altra mano trascina Negrito, che punta i piedi per non venire.

Ora ognuno ha fatto festa a Robertino; e, per consolarlo, ognuno gli ha offerto qualcosa: «To' il confetto, to' il cavalluccio, to' la barchetta!» Egli abbracciò ogni oggetto con le sue manine, sorrise, obliò.

— Ma che cosa ti ha fatto questo povero bambino che tu lo tenevi sott'acqua? ma di' che ti ha fatto? ma di'? — domandava la signora Adele.

Nulla! Negrito stava immobile, sorpreso da quei rimproveri.

E noi dicevamo: — Ti faremo mettere in prigione! — Chiameremo i carabinieri! — Ma sai che si va in prigione a far così? — Oh, io ti rimando subito da tua mamma; questa è l'ultima che mi fai, non ti voglio più con me, più, più!

Ad ogni minaccia Negrito levava gli occhi come per vedere chi era colui che parlava: ma nulla rispose. Io guardai quegli occhi sereni e meravigliati di Negrito; e vi lessi questo semplice pensiero: «Ma io mi divertivo tanto a vedere soffocare nell'acqua Robertino sotto le mie mani; perchè dunque mi rimproverate? Lui faceva forza; ed io facevo ancor più forza».

Infine Negrito si accoccolò in un canto e si mise indifferente a scavare la rena: bisognava pur divertirsi in qualche altro modo!

Or dunque, mentre le donne discorrevano della cattiveria di Negrito e della innocenza di Robertino, io li osservava entrambi. Biondi, rosei di volto ambedue. Robertino ha cinque anni; Negrito, sette; si assomigliano; eppure, osservando attentamente i volti dei due cugini hanno qualche cosa di diverso. Quello di Robertino è più mobile: un rimprovero (basta dirgli: «Cattivo, Robertino!»), una lode («Robertino è tanto buono, è il cocco della mamma sua!»), si riflettono nelle pupille ridenti e nel volto diafano come entro uno specchio. «Robertino, va a prendere lo sgabello e portalo alla mamma!» e lui va, piano, prudente, barcollando come un vecchietto, e torna felice con lo sgabello. Il volto di Negrito, invece, rimane rigido; la pupilla non riflette ciò che è esterno. Se gli si dice: «Negrito, fa la tal cosa»; «Negrito, non buttare l'arena contro le persone», è quella volta che Negrito accumula tutto il suo entusiasmo, e fa peggio.

Perchè Negrito è così? I suoi genitori quando lo misero al mondo dissero forse: «Noi vogliamo che la creatura che nascerà da questo amore, sia feroce?». Ma nessun padre augurò mai questo! _Buono_ e _bontà_ sono augurate parole dei padri ai figliuoli; anzi sono meravigliose parole, giacchè il loro senso è inteso da tutti, ma per scienza non hanno chiara spiegazione. E allora? Mah! Probabilmente si deve trattare di una specie di microbio, non ancora isolato dagli scienziati. Certo è che per Negrito era un esercizio piacevole quello di vedere, sotto la propria forza, soffocare Robertino.

I miei bambini non sono certo come Negrito; eppure anche loro trovano un compiacimento squisito nell'esercizio della ferocia. Quante volte non mi sono arrabbiato per quella storia delle frecce!

No, non basta che l'arco della balestra sia robusto. Il godimento non è pieno se la freccia non ha la punta d'acciaio, che dia l'illusione di un'arma vera. Io li ho sorpresi, nell'ora della siesta, in cucina, con altri compagni della stessa proporzione, intenti al lavoro delle frecce. Uno rompeva la capocchia degli spilli, un altro scioglieva il catrame sul fornello. E che serietà in quel lavoro! Parlavano come piccoli uomini: esaminavano le punte su le palme delle manine e dicevano: «Questa se entra dentro, può ammazzare da vero!» «Almeno levare un occhio!»

— Ah, sì? — e spalanco la porta: Che terrore, poveri piccini! Hanno mandato un grido, hanno preso le loro armi e sono fuggiti; ed io li ho inseguiti, ma un po' per volta mi venne in mente la figura di Gulliver che insegue gli abitanti di Lilliput. Ciò è abbastanza ridicolo; anche per il fatto che ad ottenere un certo risultato, bisognerebbe conservare le proporzioni di Gulliver specialmente rispetto agli uomini grandi.

È questione di nervi. L'idea della _ferocia_ è diventata per me da qualche tempo una specie di melanconia fissa, che mi oscura lo splendore della vita e mi procura molte mortificazioni, del genere di quelle che mi inflisse l'egregio avvocato Pasqualino.

La virtù del silenzio e del lasciar fare, quando non fanno male a te, non sarà mai abbastanza lodata.

Che bisogno c'era di investire l'avvocato Pasqualino con parole sarcastiche?

Egli se ne stava tranquillo come gli altri ad osservare i bei colpi dei cacciatori, contro le rondinelle del mare, così belle, così candide e così stupide! Era un divertimento la loro stupidità, perchè i cacciatori buttavano in aria quelle che avevano ferito; e ciò serviva da richiamo alle altre, che accorrevano in gran numero, stridendo, contro i fucili in mira dei cacciatori. Grande era il tripudio dei bambini e dei cani, i quali a gara si precipitavano nell'acqua a raccogliere le rondinelle.

Anche quello era un semplice esercizio, perchè da mangiare non sono buone le sciocche bestiole.

V'erano anche alcune giovinette a guardare; ed una che era tanto gentile che pareva tolta dalle figure estatiche della Pomposa, chinò la persona e la testa chiomata sopra una rondinella, stesa supina, con le bellissime ali aperte, come per meglio lasciare fuggire la vita.

— Ma sapete — disse alle compagne — che queste ali, ma precise a queste, si vendevano in un negozio di cappelli, sotto il Pavaglione, due lire il paio?

Le amiche, meravigliando, pur ne convennero. — Bisognerebbe saperle preparare! — disse una, e l'avvocato Pasqualino, che era lì presso, disse: — Volete, signorine, che ve le prepari io? Sono un poco imbalsamatore.

Già io l'aveva un po' su con l'avvocato Pasqualino. Egli era quegli che, a proposito della mia idea di fare cavaliere del lavoro il pius _agricola_, aveva assicurato che una fra le cose certe era che io non sarei mai riuscito, nemmeno deputato. L'avvocato Pasqualino è un entusiasta trombettiere della modernità; e non manca di un avvenire politico. In quel giorno la soddisfazione di trovarsi al mondo al principio del secolo ventesimo, appariva sul florido volto; e i suoi baffetti neri erano più impertinenti che mai.

— Sì, sì, — pigolarono festosamente le giovanette, e allora egli levò di tasca un paio di forbicine e cominciò con molta calma a tagliare e pareggiare quelle povere ali, così care all'azzurro ed al sole: _tic_, _tac_!

Quel _tic_, _tac_ irritò il mio infelice sistema nervoso, e il freno del silenzio mi venne a mancare.

Quel recidere ali, quel pareggiare, quello sterilizzare mi parvero come un atto simbolico di ciò che avviene nella vita. «Ma non t'accorgi, Pasqualino, che non cresce più un fiore con tutta questa sterilizzazione?»

Oh, non avessi mai espresso questo pensiero!

I baffetti di lui cominciarono a vibrare, e le sue parole divennero insolenti. Quante me ne disse! — Lei non capisce niente del movimento moderno. Lei era degno di vivere ai tempi di Omero.

Oh, egli non avrebbe finito così presto, se non fosse venuta la sua signora ad interrompere: — Ma Pasqualino, — disse, — i tagliolini sono in tavola!

Si placò: stette un po' incerto se proseguire a darmi il resto del carlino, ovvero rispondere all'invito dei tagliolini. Preferì questo secondo partito, e: — Quello lì, vedi, — disse alla moglie additandomi, — è un uomo dei tempi omerici!

Pasqualino e gli altri se ne erano dunque andati; ma le sue parole mi avevano gonfiato il cuore, ed io feci come la loquace moglie che seguita a parlare anche dopo che il prudente marito ha infilato l'uscio di casa.

Il mare azzurro rotolava le sue onde canute, ancora come ai tempi di Omero. Oh, ma dove sono fuggite quelle splendide nudità, dove sono esulate le parole chiare, semplici, ignude? Sì, quegli eroi di Omero erano molto sanguinari: ma quando Giove non li investiva della sua ferocia, dicevano pure meravigliose cose! Quando si pensa, o Pasqualino, che erano tutti analfabeti a quel tempo, c'è da rimanerne stupiti.

Però anche Pasqualino non ha torto. Io male provvidi leggendo Omero e Platone. Questi benedetti greci hanno fatto di me quasi un ateo della religione moderna: io mi annoio a dire le nuove litanie, come mi annoiavo a dire quelle vecchie quand'ero bambino. «Tu andrai all'inferno!» mi ripeteva una mia povera zia, e Pasqualino mi dice lo stesso. Pasqualino e compagni non si trovano mai bastantemente abbigliati; l'ultimo stile della loro moda è più complicato del precedente ed io vagheggio le nudità antiche! È un anacronismo! E più avresti motivo di vilipendermi se ti dicessi che per trovare un poco di umanità in istato semplice, ero venuto volentieri fra questi pescatori seminudi e analfabeti! È meglio vestirli anche loro. Ti ricordi, Pasqualino, quell'insignificante fatto di cronaca dei giorni addietro quando è affogato qui quel povero giovane?

Era di pieno giorno, con un sole e un mare belli come oggi: a due passi dalla spiaggia è affogato; lì, fra compagni e signorine, mentre faceva salti, capriole, balli nell'acqua. Quando quel leggiadro corpo fu gettato su la spiaggia col capo riverso (oh, quel dolce volto che aveva visto la sua morte, come era diventato enorme, terribile!), ti ricordi con che occhi attoniti gli si affollarono intorno le donne con le chiome stillanti su gli accappatoi bianchi? Come fissavano a lungo! Non lo riconoscevano più! Il severo Thanatos, intanto, aveva inalberato il suo stendardo nero, sotto il sole!