La guerra europea

Part 14

Chapter 143,470 wordsPublic domain

Ma le classi governanti non si accorgevano che, mentre esse pensavano in silenzio a Trento e Trieste, anche in Italia, come in tutta l’Europa, l’intera fabbrica dello Stato crescendo di mole e di altezza, era necessità rinforzarne e ingrandirne le fondamenta, che posano sulla plebe. A poco a poco il servizio militare e per conseguenza anche il diritto di voto si allargavano. Era forza quindi istruire la plebe: ma questa istruendosi non poteva non smettere una parte dell’antica docilità; si raccoglieva in associazioni, parteggiava, voleva leggere i suoi giornali, e far sentire la sua voce al Governo. Oggi, in Italia, come in ogni altra nazione d’Europa, nessun Governo potrebbe obbligare con la forza il popolo a fare una guerra, senza avergliene spiegata in qualche modo la ragione. Ma per persuadere la plebe poco colta, che l’Italia dovesse, presentandosi l’occasione, sforzarsi di compiere anche con le armi l’unità nazionale, e per averla pronta in quel giorno al cimento, non bastava pensare in silenzio ai fratelli ancor soggetti all’Austria: occorreva parlarne al popolo e di continuo; spiegargli che cosa fosse e che cosa minacciasse il pericolo austriaco, come la Francia non ha smesso un istante di spiegare al popolo, dopo il 1870, il pericolo tedesco; toccare il sentimento, alimentare una fiamma di passione popolare con le formole diplomatiche e militari della questione adriatica. Non si prepara la moltitudine alla guerra con i ragionamenti, che possono convenire alle dotte discussioni di una Accademia di scienze politiche o di un Consiglio superiore di guerra. Chi ha parlato invece al popolo di Trento e di Trieste, negli ultimi trent’anni? Nessuno. La letteratura, che ha conservata nelle classi colte la tradizione irredentista, non è letta dalla plebe. La scuola, che è un’istituzione ufficiale, non ha potuto diventare un organo di propaganda avversa all’Austria. Dei partiti politici, il partito conservatore e il liberale, ligi al Governo, si sono chiusi nel silenzio. Il partito radicale e il partito repubblicano, che invece non vollero mai tacere, non hanno mai avuto largo seguito, fuori che in certe regioni. Grande ascendente ha acquistato invece sulla plebe, in tutta Italia, il partito socialista: ma anche questo ha parlato al popolo di cose ben diverse che non fossero le provincie irredente dell’Austria. In conclusione, quando la guerra europea è scoppiata, il popolo non aveva che un vago sentore di quel che l’Italia potesse o dovesse fare nell’Adriatico.

VI.

È facile dunque capire in quali strette terribili si è trovato ad un tratto il Governo italiano, allo scoppio della conflagrazione europea. Pochi episodi della storia possono dimostrare più luminosamente non esserci nè forza nè accorgimento di Governo che possa sostenere alla lunga una politica troppo artificiosa. Sino al 24 luglio l’opinione pubblica italiana era più incline a Germania che a Francia. Da due anni c’era molto malumore tra i due popoli latini, per le diverse questioni nate in Oriente ed in Africa dalla nostra guerra di Tripolitania: e i giornali come i partiti ligi al Governo si sforzavano, quanto potevano, di irritare ancora più quell’acredine ormai invelenita. Ma otto giorni bastarono a capovolgere il sentimento della nazione. Nessuno di noi dimenticherà finchè viva il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia, in quella ultima settimana del luglio fatale e nelle prime settimane dell’agosto del 1914; prima l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’irritazione per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche nei giorni successivi, e per le oblique intenzioni di cui erano indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò improvvisamente la spada dichiarando guerra alla Russia e alla Francia: infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi si precipitarono per il Belgio neutrale sulla Francia....

L’Italia voleva la pace; si era acconciata a sopportare molti danni procedenti dalla Triplice alleanza, perchè l’avevano assicurata che, sinchè fosse alleata dei due Imperi germanici, la guerra non avrebbe sconvolta l’Europa: essa non potè perdonare, in quel momento supremo, ai due Imperi alleati di aver tradita la sua suprema speranza. Senonchè questa giusta collera pubblica buttava a terra in un giorno, come un terremoto, tutto l’edificio che il Governo italiano aveva pazientemente architettato in trent’anni. Il Governo italiano ebbe ragione di negare il _casus foederis_; ma anche ci fosse stato il _casus foederis_, come avrebbe potuto costringere la nazione a versare il suo sangue per difendere la causa dei due Imperi aggressori? L’Italia si dichiarò neutrale perchè la nazione, inorridita, non volle prestare man forte all’aggressione premeditata dai due Imperi centrali. Passò così l’agosto, e quelle settimane in cui ci toccò di ascoltare le prime urla frenetiche di vittoria degli aggressori e dovemmo chiederci se davvero la Giustizia era passata in qualche altro pianeta, per punire gli uomini di averne tanto negletti gli altari. Per fortuna nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna: e sbollito un poco lo sdegno dei primi giorni d’agosto, calmatasi l’ansia del cominciar di settembre, l’Italia prese a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. Al Governo, a quanti avevano esperienza di cose politiche e giudicavano senza passione, apparve allora chiaro che se restasse neutrale, l’Italia potrebbe trovarsi dopo la guerra in grande pericolo, qualunque fosse la parte vittoriosa. Vincessero, ad esempio, i due Imperi germanici: l’Austria conquisterebbe la Serbia, si amplierebbe, si rafforzerebbe di nuovo prestigio, e che altro scampo sarebbe rimasto all’Italia, che già ora è più piccola, più debole e meno popolosa dell’Austria, se non di rassegnarsi a figurar nel codazzo degli Stati suoi clienti, insieme con la Rumenia e con la Bulgaria? Avremmo noi potuto sperare aiuto od appoggio dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Russia, vinte e indebolite? Se invece i due Imperi germanici fossero vinti e l’Austria mutilata, senza che all’Italia toccasse il brandello che è suo, le classi intellettuali non perdonerebbero più, questa volta, nè alla Dinastia nè al Governo; e dimenticando di aver approvata e favorita per trent’anni tutta l’opera del Governo, gli rinfaccerebbero spietate tutti quegli atti che a suo tempo approvarono come saggissimi. Ma a schivar Scilla senza incappare in Cariddi, era forza muovere guerra all’Austria. Ora non è facile, come ognuno intende, improvvisare in pochi mesi la guerra contro un Impero, dopo esserne stati per trentatrè anni alleati.

VII.

Le maggiori difficoltà con cui il Governo si trova alle prese sono due: la avversione, non aperta ma tenace di una parte assai potente delle classi governanti, che non vuole la guerra contro l’Austria, perchè è amica della Germania e vuol sostenere in Europa il germanesimo; e l’avversione aperta della plebe che, pur essendo avversa ai tedeschi, non vuol fare la guerra se l’Italia non è assalita, perchè preferisce la pace. Le classi governanti dell’Italia sono state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Scuole e nelle Università, dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, dai giornali, perchè potessero davvero e sul serio inorridire di questa sanguinosa avventura, che è, come la Riforma, come la filosofia di Hegel, come la Monarchia prussiana, un’opera genuina dello spirito germanico. Dopo il 1870 hanno di continuo tentennato tra le ideologie umanitarie e democratiche venute di Francia, che ci erano state di così grande aiuto a rifarci nazione; e le dottrine autoritarie, gli antichi e recenti evangeli della forza a cui le vittorie della Germania avevano conferita nuova autorità: hanno sempre spregiate nell’intima coscienza le ideologie umanitarie e democratiche, come tante altre cose venute di Francia, e si sono sentite attratte piuttosto dalla forza tedesca; ma si erano troppo servite, in passato, di quelle ideologie, se ne servono troppo nel presente, da osare apertamente negarle! Onde le infinite contradizioni in cui si sono smarrite negli ultimi trent’anni, e quando la guerra europea scoppiò. Universale fu da prima, anche nelle classi governanti d’Italia, lo sdegno per l’aggressione germanica e la gioia per la vittoria delle armi francesi sulla Marna: ma poi, a poco a poco, dileguata la prima impressione, mentre una parte veniva meditando su quel che succederebbe all’Italia se essa uscisse dalla crisi a mani vuote, un’altra parte si chiedeva quel che succederebbe se il germanesimo fosse troppo indebolito in Europa In quale misura sarebbe perturbato l’equilibrio politico, religioso, intellettuale, economico dell’Europa? E quanti di questi perturbamenti nuocerebbero al prestigio, alla potenza, alla ricchezza di questo o di quel partito, di questa o di quella consorteria, di questo o di quel gruppo? E rotta per sempre la Triplice Alleanza, non incomincerebbe per l’Italia un nuovo periodo storico, diverso dal precedente, in cui bisognerebbe mutar troppe delle antiche cose? Gli uomini e i gruppi politici che per trent’anni avevano insegnato all’Italia che la Germania era invincibile, che l’Austria e la Germania erano lo scudo delle nostre fortune, che cosa potrebbero dire e fare il giorno in cui l’Italia movesse in armi contro i suoi antichi alleati? Alcuni anche sentono degli scrupoli sinceri di lealtà.

A questa parte delle classi governanti si oppone l’altra, che si sforza con grande ardore di riguadagnare il tempo perduto; e cerca di convincere il popolo esser necessario muovere guerra all’Austria, per rivendicare nell’Adriatico l’eredità della Serenissima e liberare i fratelli ancora irredenti. Ma la plebe sinora è rimasta piuttosto fredda, perchè a suscitar nella moltitudine numerosa, torpida e lenta, una grande passione incitatrice, occorrono le lunghe preparazioni. È facile dunque capire che, sinchè queste due opposizioni, o almeno una delle due non venga meno, l’intervento dell’Italia nel conflitto europeo non sarà un’impresa così semplice e facile come molti stranieri pensano. Tuttavia io credo che, nonostante queste difficoltà che sono grandissime, l’Italia prenderà parte alla guerra europea contro l’Austria, accanto alla Francia, all’Inghilterra, alla Russia. Se tra un mese o due o tre, se quando le nevi si scioglieranno sulle Alpi o prima, io non lo so, e forse lo ignora ancora lo stesso Governo. Gli eventi indicheranno il momento; ma il momento dovrebbe scoccare....

E per questa ragione, precipuamente: che sebbene le difficoltà e i pericoli del muovere guerra siano grandi, verrà il giorno in cui, massime se la fortuna delle armi continuerà ad essere avversa all’Austria, il pericolo del non agire apparirà anche maggiore. E apparirà maggiore del primo perchè se l’Austria fosse vinta e mutilata, senza che l’Italia riscattasse in libertà le provincie italiane, tutta Italia, anche quella parte che ora più ardentemente chiede di restare neutrale, capirebbe alla fine quel che da un pezzo pochi spiriti più illuminati avevano inutilmente veduto: che se si può discutere intorno alla Triplice Alleanza, quale fu stipulata nel 1882, se cioè fu allora errore o no lo stipularla, fu certo errore grave averla rinnovata così a lungo, dopochè la Triplice Intesa si era stretta, ed errore gravissimo non essersi accorti che dal 1905 in poi l’Alleanza aveva mutato scopo e indirizzo. Pur quanti pensano che l’Italia avrebbe fatto meglio a non legarsi nè nel 1882 nè mai con i due Imperi germanici, riconoscono però che dal 1882 al 1900 la Triplice Alleanza ebbe il merito di volere la pace. In Germania governava la generazione che aveva combattute le guerre del 1866 e del 1870; e che chiedeva soltanto di conservare gli acquisti fatti con tanta fortuna. Ma dal 1900 in poi, a poco a poco, lo spirito pubblico muta in Germania; cresce una nuova generazione, che, piena di orgoglio e ignara di guerra, sogna le glorie e i lucri di una egemonia mondiale; mentre l’Austria, che non è riuscita a trovar ristoro all’interno travaglio nella pace, ricomincia a pensar di salvarsi con la guerra. L’alleanza, dal 1905, dopo la questione del Marocco, diventa aggressiva: ma il Governo italiano, che pure, come il popolo, voleva ancora e solamente la pace, non se ne accorge; vede sempre con gli occhi antichi nella Germania il custode armato e vigile della pace europea[2]; non fa nulla nè per impedire la catastrofe nè per preparare l’Italia ad affrontarla; rinnova ad ogni scadenza il patto; lascia gli antichi rapporti con l’Inghilterra raffreddarsi e rallentarsi; aizza ogni tanto l’opinione pubblica contro la Francia; e lascia la guerra europea sopraggiungere l’Italia alleata di due Potenze con cui non voleva combattere; inclinata alle Potenze di cui avrebbe dovuto esser nemica; e poco preparata ad intendere che la neutralità sarebbe una specie di suicidio nazionale.

Che cosa potrebbe accadere se, terminata la guerra europea, quando l’Italia dovrà penare con gli altri popoli d’Europa nella lunga miseria che allora accomunerà belligeranti e neutrali, vinti e vincitori, dovesse per di più sentirsi delusa per l’occasione mancata, odiata dagli uni come traditrice, spregiata dagli altri come inetta e pavida; e se il partito repubblicano, il partito socialista, i malcontenti, gli ambiziosi, i mestatori approfittassero dello stato d’animo popolare, per indagare come e per colpa di chi questi errori sono stati commessi? Questa paura spingerà al momento decisivo il Governo ad agire; ossia — per esprimere la stessa idea con altre parole — il Governo sarà un giorno obbligato a far la guerra all’Austria perchè troppo lungamente, fedelmente e quasi devotamente ne fu alleato. Questo basti, per dire quanto la situazione sia oscura e difficile. Ma è un destino a cui non si può sfuggire. La fortuna, che ci ha assistito altra volta, non vorrà abbandonarci oggi. Ma che i numerosi amici dell’Italia sparsi nel nuovo mondo, non si facciano illusioni e non si meraviglino se l’Italia tarda tanto a muoversi. Il cimento a cui essa si avvia, sarà il più aspro e pericoloso a cui si è accinta dal 1859. Quanti amano il proprio Paese e non prendono le cose troppo alla leggera, non dormono oggi sonni tranquilli. Come vorrei che questo terribile anno passasse presto; e che potessi domani svegliarmi nel 1916, fuori di tutti gli orrori e di tutti i pericoli di cui sentiamo incombere la nuvolosa minaccia sul nostro capo!

III.

LA CRISI DI MAGGIO E LA GUERRA

1. — L’ultima esitazione.

Che l’on. Giolitti si proponesse, se non di accettare definitivamente, di discutere le ultime concessioni dell’Austria e di tenere l’Italia almeno per qualche tempo ancora in disparte dal grande conflitto, è cosa ormai manifesta e che del resto non meraviglia. La guerra tra l’Italia e l’Austria è stata l’opera dei «pennaroli» — come li chiamava quel Borbone, che li spregiava e temeva; dell’«intelligenza» come oggi si dice qualche volta non senza pretensione e seguendo un vezzo tedesco; della gente di cappa e di penna insomma, o, per parlar più alla buona, delle classi colte: giornalisti e poeti, professori e avvocati, studenti ed artisti. Ma tra queste classi e l’on. Giolitti non c’è mai stato buon sangue. L’uomo che per tanti anni ha governata l’Italia è un fonditore che maneggia la fiamma, non una falena che ci si butta dentro; un uomo di Stato, simile a tanti altri che l’Italia ha generati in tutti i secoli, freddi e cauti nel fuoco delle passioni che attizzano per governare. Poteva l’«intelligenza» del Paese mandar la Poesia e la Storia, la Geografia e la Filologia, la Retorica e la Strategica, tutte le Muse per i trivii e le piazze a bandire la guerra: sinchè il popolo tirava via sbadato, lasciando queste nobili signore predicare a un piccolo cerchio di già convertiti; sinchè il suffragio universale non avesse dato il suo consenso alla guerra, l’uomo di Stato, che il suffragio universale aveva imposto all’Italia riluttante, avrebbe considerato savio consiglio cercare sino all’ultimo di conciliare le aspirazioni degli uni e le riluttanze degli altri tentando una via di mezzo. Chè null’altro se non una via di mezzo tra l’intervento e la piena neutralità erano i compensi da ottener per trattato.

Così pensando, il _princeps_ del Parlamento teneva fede al suo modo proprio di vedere e di governare, anche se, come altre volte, si dimostrava un po’ troppo sollecito soltanto delle difficoltà immediate e dei primi effetti. Quando l’8 maggio egli partì da Torino alla volta di Roma, la situazione era ancora quale l’avevo descritta sul finire di gennaio nelle pagine mandate all’_Atlantic Monthly_ e ristampate in questo volume. In alto il partito germanofilo che, piccolo e schivo di apparire, ma attivo e potentissimo, non tralasciava sforzi, pur dissimulandoli, per impedire la guerra: in basso le plebi o apatiche o avverse; tra quello e queste, a mezza costa, le classi medie, incerte e desiderose se si potesse, di schivare la prova; i due partiti di maggior seguito — il clericale e il socialista — per la prima volta concordi nel chiedere che l’Italia non prendesse le armi; il Parlamento in maggioranza avverso all’intervento, la Camera, perchè paurosa del suffragio universale, il Senato, perchè cariato di germanesimo sino alle ossa. Insomma, il Paese più incline a pace che a guerra; ma tutto cosparso di piccoli e focosi stormi di partigiani della guerra, accorsi dalle biblioteche, dalle scuole, dagli uffici dei giornali, dai partiti di poco seguito, come il riformista e il repubblicano; e rinforzati da non pochi dispersi e fuorusciti di tutti gli altri partiti. Dimodochè chi guardava al Paese solo e considerava lo stato degli animi, poteva conchiudere, che il capo della maggioranza avesse il diritto e il dovere di andare a Roma a rovesciare il Ministero, che preparava in segreto la guerra; e non poteva dubitare che riuscirebbe. Autorevolissimo a Palazzo, così potente nel Parlamento da averlo forzato ad approvar perfino la legge del suffragio universale, egli poteva fare assegnamento per quella sua mossa lungamente studiata sulla piazza, sulla maggioranza del Parlamento che questa volta era d’accordo con lui, sul partito socialista, sul partito clericale, e sul consenso, sia pure generico, del maggior numero che, senza troppo stillarsi il cervello a pensare il pro e il contro, chiedeva la pace perchè temeva la guerra. Gli stava invece a fronte un Ministero, il quale aveva vissuto sino allora delle sue elemosine di fiducia; alcuni giornali diffusi; alcuni partiti che avevano più ardore che seguito; e quegli stormi di propagandisti focosi: poca gente, a contarla, per quanto facesse un rumore indiavolato.

L’autore di queste pagine aveva sul finire di gennaio scritto all’_Atlantic Monthly_ e aveva ripetuto in diverse occasioni, a gazzettieri dei due mondi venuti a chieder la sua, del resto punto autorevole, opinione, che a suo giudizio l’Italia sarebbe stata presto o tardi costretta alle armi. Ma egli pure, ogni tanto, si chiedeva per che canale questa necessità e fatalità storica irromperebbe nei fatti, rovesciando le opposte volontà degli uomini e dei corpi legali; e non riusciva, per quanto aguzzasse il pensiero, a imaginarlo. Ben pochi furono i partigiani dell’intervento, i quali, la mattina dell’11 maggio, quando videro delinearsi chiaramente nei giornali consapevoli e partecipi la mossa del potentissimo parlamentare, non ebbero per spacciata la loro causa. Soltanto un colpo di Stato poteva ormai salvarla: ma chi poteva supporre che il Ministero avesse muscoli per un colpo di Stato? Quando ad un tratto, qua e là, qualche esasperato partigiano della guerra grida al vento, tanto per sfogare la rabbia, pur sapendo che il vento la disperderà, una parola vaga e terribile: tradimento! Ed ecco — oh sorpresa! — quel grido non si perde; altre voci più numerose e più lontane rispondono da varie parti «tradimento, tradimento!»: i primi, incoraggiati, urlano più forte; gli altri rispondono più numerosi; e in poche ore il grido ripetuto, ripreso, scritto a carbone sui muri, impresso a stampa su cartelli, ingrandito dai megafoni dei giornali, vola di quartiere in quartiere, di villaggio in villaggio, di città in città, da un mare all’altro. Tutti i partigiani della guerra — repubblicani, riformisti, radicali, moderati — stringono una fulminea alleanza; le dimostrazioni si ripetono in tutte le città, ingrossano, infuriano; i giornali dànno assalti furibondi; in tutta Italia si leva un immenso clamore, un turbine di invettive, un ciclone di collera che investe l’uomo più potente d’Italia, i suoi amici, il suo partito, il principe di Bülow, gli Imperi centrali, e a cui nessuna forma morale — libera od organizzata — ha saputo resistere. Intimiditi e stupefatti i socialisti non si sono mossi; la piazza, su cui il partito della pace faceva tanto assegnamento, si è vuotata come per miracolo; i clericali si sono appartati, come il pubblico sorpreso e disorientato, quella parte almeno che non ha fatto coro, vinta dall’esempio, con i fischianti e gli urlanti; amicizie, convinzioni, interessi, speranze, tutti i nodi che legavano al suo capo quella potente clientela, di cui abbiamo nelle pagine antecedenti studiata l’origine e la struttura, si sono sciolti: l’uomo che sino al giorno prima era l’arbitro della pubblica cosa, è stato isolato nella sua casa: e nel grande vuoto fattosi intorno a lui la folla insorta è passata correndo, e non trovando inciampo o barriera, è giunta trafelata alle porte di Montecitorio; ci ha fatto irruzione; e gridando, rompendo vetri, fracassando mobili, malmenando i malcapitati amici dell’antico ministro ha imposto il Ministero e la guerra.

2. — Il ciclone.

Chi non ha sentito, in quei giorni, prorompere da ogni parte quelle forze ignote e latenti, che sono il fenomeno più terribile e grandioso della storia? Senonchè giova soffermarsi un istante ad analizzare quanto è possibile queste forze ignote e latenti che hanno dichiarata, per conto del Governo ma per propria iniziativa, la guerra all’Austria, se si vuole intendere quel che è successo e quel che oggi importa di fare.