La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII

Part 2

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Avean quello stesso dì tentato Catania i nimici, fidandosi nelle macchinazioni de’ due frati, che s’eran tirati dietro molti giovani vogliolosi di novità; i quali messero occultamente in città e nascosero in un abituro dodici uomini d’arme francesi, che a notte schiudessero la porta della marina; e dovea entrarvi un grosso stuolo, che spiccato d’Agosta si pose in agguato a due miglia da Catania, mentre una punta della flotta si mostrava in que’ mari. Ma il popol che levossi in arme scoprendo le navi, fe’ stare i traditori al di dentro, i nimici al di fuori; poi venuto il re con le genti, riseppe i primi e vegliolli senza farne sembiante, si ritrasser la notte i nimici. Con aspra scaramuccia ferironli allora sol dieci cavalli e cinquanta balestrieri catanesi, sortiti senza saputa del re, con Martino Lopez Catalano e messer Forte Tedeschi da Catania, che Giacomo in premio fe’ governadore di Aci; i quali nell’oscurità della notte ruppero il retroguardo che ripassava il Simeto, e tronche le funi della zattera, molti Francesi fecero prigioni, molti uccisero, i più periron nel fiume. In que’ dì Catania offriva lietissimo spettacolo ad animo siciliano. Approdarono pria con l’ammiraglio venzette galee, poi tredici: adunavansi grosse bande di milizie feudali: e mentre il re pensava chiamar parlamento per chiedergli moneta, nel fornirono i cittadini di Catania largamente; tra i quali una vedova, Agata Seminara per nome, presentavagli dugento once d’oro, e tutti i suoi gioielli per la difesa della patria. Notavansi tra i primi dell’oste Guglielmo Calcerando catalano, e’ nostri Riccardo Passaneto da Lentini, Riccardo di Santa Sofia, Ramondo Alamanno maresciallo del re, Corrado Lancia, Matteo di Termini, Antonio Papè da Piazza; tra la forte gioventù delle galee di Catania ricordasi un Niccolò la Currula, che lottava co’ tori e abbatteali. Queste armi drizzaronsi incontanente sopra Agosta. La notte innanti il tredici maggio fe’ vela l’armata; allo schiarire del dì mosse il re con le genti, dodici giorni dopo l’occupazione nemica: nel qual tempo s’eran armate quaranta galee, ben oltre mille cavalli, e più migliaia di pedoni[32]. Tanto vigore ebbe Giacomo, prontezza il popolo, e virtù il patto che strignea re e popolo! Leggiamo in vero che dubbiosi palpitavan tutti in quel tempo, accrescendosi pel caso d’Agosta i sospetti d’umori volti a novità. Ma debol coda eran questi dello scontento nazionale, riparato da Giacomo con le riforme, e di qualche rancore privato contro gli atti severi di lui; la qual macchia non togliea che in questo incontro gl’interessi della nazione e del re fossero un solo.

Primo in Agosta arrivò Loria con la flotta; e non trovando l’inimica, senz’altro, sbarcò e assalì. Donde nelle strade della deserta città ingaggiavasi aspra zuffa tra le nostre ciurme e’ cavalli nemici, ch’ebber l’avvantaggio dapprima; ma quando Ruggiero, per mettere le genti in necessità della vittoria, fe’ levar le scale delle galee, rattestandosi i nostri e asserragliando le strade con botti e altro legname, tanto ferivan co’ tiri, che rincacciate entro il castello le genti di Rinaldo, s’insignoriron essi della città. Scandol molto diedero in questo scontro, portati dalla infernale rabbia de’ lor consorti Perrone e del Monte, i frati predicatori, saliti in su i tetti del chiostro a provocare i nostri che pugnavano co’ nemici; onde altri ne fur morti, altri si chiuser co’ nemici in fortezza, due caddero in man dell’ammiraglio. Un di costoro, capuano, svelò l’appresto delle nuove forze in Sorrento contro val di Mazzara, e che la armata partita d’Agosta, navigava già sopra Marsala con Arrigo de’ Mari, cittadino di quella terra, partigian de’ Francesi. Giacomo, sopravvenendo lo stesso dì con l’oste, vide lo stendardo di Sicilia sui muri d’Agosta. Onde ormai tutte le genti da tramontana, ponente, e mezzodì posero il campo al castello, fortissimo ancorchè in piano, ma scarso d’acqua e mal vittovagliato da Rinaldo, che sognando conquisti, non s’aspettava sì pronto addosso il nemico[33].

E il re pria che strignesse la rocca, fatto accorto da’ detti del frate, commette il comando di Marsala a Berardo di Ferro, privato nimico al de’ Mari; provvedendo che ingrossino il presidio Bonifazio e Oberto di Camerana da Corleone, d’origine lombardi[34], con gli uomini di quella terra, sì feroci nel primo scoppio della rivoluzione: che inoltre i condottieri e soldati di maggior nome dei monti, scendano a rinforzar le città di marina: che vi si riparin muri e bastioni: e pattuglie battan d’ogni dove le spiagge, per far la scoperta dell’armata nimica. Presso Marsala questa approdò; tentò uno stormo contro la città; e funne respinta. Accozzatovisi Arrigo de’ Mari con dodici galee più, sbarcaron di nuovo; e ributtati nella seconda prova con maggior sangue, senza infestar l’isola altrimenti, fean vela per Napoli[35].

Ma all’assedio del castel d’Agosta, poichè il re invano intimava la resa più volte per Corrado Lancia, adoprossi ogni ingegno di guerra de’ tempi. Leggiamo che con una specie di parallela fean gli approcci, tirando un muro a protegger gli artefici; che i fabbri della flotta costruivan terricciuole mobili a ruote, e cicogne, e un gatto da percuoter le mura, bruciato poi dagli assedianti in una sortita; che con mangani e altre macchine fean piover sassi nella fortezza, più micidiali perchè aggiustati a prender il balzo; e afferma il Neocastro come un Castiglione, ingegnere dell’armata, sì fino giocava il mangano da imberciare a ogni colpo il pozzo unico del castello. Però, ancorchè stesser saldi agli assalti, per essere in sito avvantaggioso e grossi di numero, il numero accrescea la strage, perdendosi pochi colpi degli assedianti: e più travagliavali il fetor dei cadaveri, l’acqua scarsa e corrotta, la fame che li portò a cibarsi de’ cavalli e suggerne il sangue. Ai trentaquattro dì, svanita una speranza di pioggia, nè apparendone alcuna d’aiuti, i Pugliesi del presidio abbottinaronsi sotto Giovanni Boccatorsola, giovane cavato napolitano, che assai vivo parlò al legato: ma furono ad inganno, ei preso e dicollato, messi fuor del castello gli ammutinati inermi; su i quali i Francesi buttan da’ merli il tronco di Giovanni, e con tiri di pietre li scacciano. Vennero alle linee de’ nostri, e furonne ributtati per timor di fraude: tre dì la misera plebe, tra due nimici, arrabbiando di fame e sete, disperata gridava pietà. L’ebbe da Giacomo, salve solo le vite. Agli stessi patti si arrese a dì ventitrè giugno milledugentottantasette, dopo quaranta d’assedio, Rinaldo d’Avella, col legato e le reliquie del presidio: e in quell’istante frate Perron d’Aidone, autor primo di tanto miserando strazio d’umani, per fuggir supplizio, o non sostenere il rammarico dell’impresa fallita, diè rabbiosamente del capo sulla muraglia, e finì suicida quel tempestoso suo vivere[36].

Lo stesso dì la bandiera siciliana ebbe una splendida vittoria nel golfo di Napoli. Messe in punto le macchine all’assedio d’Agosta, navigò l’ammiraglio a Marsala; ove non trovando i nimici, tornossi al re, e deliberavano di combatter senza indugio l’altro armamento apparecchiato sul Tirreno. Perilchè, rinforzato d’altre cinque galee di Palermo, delle quali fu capitano Palmiero Abate, e promesso alle genti, dice Speciale, un donativo, o piuttosto che fosse buon acquisto a’ privati ogni preda di quest’impresa, come porta il Montaner che meglio se n’intendea e a quest’uso attribuisce i maravigliosi fatti di quelle guerre, l’ammiraglio poggiò a Sorrento. Seppevi il sedici giugno pressochè pronta l’armata a Castellamare; andò a riconoscerla egli stesso; e risoluto ad affrettar la battaglia, scrisse una sfida all’ammiraglio nimico, il nobil Narzone. Avea questi, tra teride e galee, ottantaquattro legni grossi; su i quali montò il forte dell’oste, con assai nobili e cavalieri, e quei primi feudatari poco minori del principe stesso, i conti, di Monteforte, di Ioinville, di Fiandra, di Brienne, d’Aquila, di Monopoli, il primogenito di quel d’Avellino: onde questa poi si nomò la battaglia de’ conti. In mezzo alle schierate navi stette l’ammiraglio angioino, armando di fortissima gioventù la sua galea, circondata di otto più, a fronte, a tergo ed ai fianchi; e su due vaste teride alzò i due stendardi della Chiesa e de’ reali angioini. Spiegavano all’incontro le aquile siciliane quaranta galee, schierate da Loria, in qual ordine non sappiamo, ma sol ch’ei spartì gli ufici della gente, quali a ferir con tiri di balestre o di sassi, quali ad aggrappar le navi nimiche e arrembarle. Allo schiarire del giorno, il ventitrè giugno, un acuto fischio uscì dalla nostra capitana, e l’armata si preparò. Esortata con lieto piglio da Ruggiero, gridò i santi nomi di Cristo e di Nostra Donna delle Scale; e vogò contro le bandiere papali.

Guglielmo Trara primo urtava la fila nimica, dalla quale quattro galee spiccansi a circondarlo, e altre seguivanle; ma volano alla riscossa le galee di Milazzo, Lipari, e Trapani, poi di Siracusa, Catania, Agosta, Taormina e infine di Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca; talchè svilupparon Trara, e universale ingaggiarono la battaglia: un contro due i nostri, ma più pratichi del mare, si fidavan di vincere, incoraggiati sì dall’ammiraglio, che a veggente di tutti, dall’alta poppa della galea in fulgida armatura comandava. Sanguinosa indi e lunga la giornata si travagliò, finchè spossati i nimici, e standosi inoperose dal canto loro le galee genovesi, avventavansi i Siciliani sulle altre all’abbordo; e cominciò la fuga alla volta di Napoli. Questo chiarì la vittoria. La quarta che i nostri guadagnavano in questa guerra per giusta giornata navale; la più nobil tra tutte per disavvantaggio di forze, ostinazione al conflitto, e numero di navi prese: e rimutò le sorti della guerra al par della prima battaglia del golfo di Napoli tre anni innanti, e di quella dell’ottantacinque al capo di San Sebastiano; ma ebbero queste maggior grido, l’una per la presura del principe Carlo, l’altra per la Catalogna liberata dalle armi di Francia. Più migliaia tra di nemici e nostri caddero in questa giornata. Accrebbero lo splendor della vittoria quarantaquattro galee prese, con le bandiere, l’ammiraglio nimico, tutti i conti, trentadue nobili, e quattro o cinque mila più uomini. Mandolli Ruggiero sotto scorta di dieci galee siciliane a Messina; fe’ atroce rappresaglia d’una enormezza del nemico, o seguì gli atroci esempi di quelle guerre e di quella età, accecando parecchi prigioni; e con le altre trenta galee, spedito difilossi al porto di Napoli[37].

Dove il popolo, come si suole, appiccava ai governanti questa sconfitta; e scompigliavasi, e sarebbesi ribellato, se l’ammiraglio avesse incalzato per poco, e Gherardo ed Artois, sopraccorsi a tempo, con loro riputazione non l’avessero contenuto. Ruggiero usò la vittoria vendendo a’ reggenti per grossa somma di danaro, tregua per due anni su i mari; senza mandato del re, senza pro della Sicilia, con dar comodo al nemico a rifarsi, e troncar il corso della fortuna. Però nei consigli di Giacomo gli emuli dell’ammiraglio ribadivan le accuse, e dicean tra’ denti fellonia; ma Giovanni di Procida, ch’era innanzi a tutti nell’animo del re, perdonar fece tal colpa alla gloria; parendogli non doversi provocare un tant’uomo, o volendolo in corte privato sostegno a sè medesimo.

Pertanto quando Loria tornò con la flotta a Messina, non fu conturbato, non fu troppo gioioso il trionfo. È degno di memoria, che alla dedizione d’Agosta, Giacomo vietò per questa vittoria sulle bandiere della Chiesa ogni pubblica allegrezza, fuorchè gl’inni al Signore. Ben attese a ristorar il castello d’Agosta, a rafforzar con un muro di cinta castello e città; e questa, diserta dalla strage del sessantotto e dal nuovo assedio, ripopolò con bandire, che tutti i Siciliani e Catalani che vi prendesser soggiorno, avrebbero stabili e franchige. De’ prigioni, Rinaldo d’Avella e il vescovo di Martorano si permutarono col castel d’Ischia (tanto fur leali ad essi i reggenti di Napoli); ma se l’ebbero a vergogna que’ cittadini, perchè per dodici anni, tenendo i nostri le bocche del golfo, riscotean tributo d’un fiorin d’oro all’uscita d’ogni botte di vino, e doppio sull’olio, e sì sulle altre merci. Per moneta si ricattaron gli altri nobili e’ conti; fuorchè Guido di Monteforte, quel che non temè d’assassinare nel tempio del Signore l’innocente Arrigo d’Inghilterra, e or nelle prigioni di Messina morì di malattia, dicono alcuni scrittori, per serbare castità e coniugal fede[38].

Valida per queste vittorie e per prosperità al di dentro, posò la Sicilia intorno a due anni, non curante delle invettive che lanciavale papa Niccolò IV, non guari dopo la sua esaltazione, il giovedì santo dell’ottantotto[39]: e, durando la tregua, trattavasi anco la pace, ma da oltramontani, e perciò male per noi. Perchè stando gl’Inglesi con Francia in pace sospettosa e mal ferma, Eduardo, veggente assai nelle cose di stato, temea non s’aggrandisse quel reame con l’impresa d’Aragona; e, a torne cagione, procacciava in sembianze amichevoli la liberazione di Carlo lo Zoppo e la pace. A ciò mosse le raccontate pratiche al tempo di re Pietro[40]. A ciò, dicendo muoversi ai preghi de’ figliuoli di Carlo e degli ottimati di Provenza, divisava un congresso a Bordeaux con gli oratori di Aragona, Francia, Castiglia, Maiorca, e i legati di Roma[41]: e ito a Parigi a dì venticinque luglio dell’ottantasei, fermò tra Francia e Aragona una tregua[42], non potendo la pace; perch’era durissimo a sciorre tal nodo. Giacomo, afforzandosi ne’ preliminari assentitigli in Cefalù dallo stesso Carlo, chiedeva, oltre il parentado con lui, la Sicilia, la diocesi di Reggio, e il tributo di Tunisi: la corte di Roma, pugnando pe’ reali d’Angiò più ostinatamente ch’essi medesimi non bramavano, rivolea la Sicilia a ogni modo: Alfonso per interessi di famiglia e di nazione tenea al fratello: induravano il re di Francia la romana corte e il Valois. Eduardo dunque, poichè non seppe spuntar di suoi propositi il pontefice che nulla temea, si volse ad Alfonso, imbrigliato assai strettamente dalle corti d’Aragona e di Catalogna, ch’erano impazienti di tal cumulo di danni per interesse non proprio, e le turbava il novello romoreggiar delle armi francesi in Rossiglione. Alfonso tentennò: poi a poco a poco, tirato da Eduardo, cominciò ad abbandonare il fratello, in un accordo fermato ad Oleron in Bearn. Parve poco questo trattato alla corte di Roma, che il disdisse; e perciò i pazienti principi l’anno appresso rifecerlo, il venzette ottobre milledugentottantotto, a Campofranco; ove, menomate in fatto le guarentige d’Oleron, e lasciato dubbio là dove non poteasi far l’accordo, Alfonso liberò il prigione, senza fermar patti espressi per Giacomo, nè per la Sicilia, posponendo al suo proprio comodo il manifesto dritto della Sicilia, le cui armi, non quelle d’Aragona, avean cattivato il principe nel golfo di Napoli. Indi Carlo II, lasciati per lui in carcere tre figliuoli, e pagati ad Alfonso trentamila marchi d’argento, libero n’andò all’entrar di novembre milledugentottantotto. Giurò che renderebbesi alla prigione, s’entro un anno non procacciasse la pace ad Aragona. Ma di tal sacramento il papa lo sciolse, insieme con Eduardo e co’ baroni mallevadori; stracciò come disorbitante e nullo il trattato di Campofranco, scritto da un officiale della romana corte; e continuò a conceder decime ecclesiastiche al re di Francia, e a mostrar di favorire gagliardamente l’impresa di Valois, per allontanar sempre Alfonso dal fratello, e ottener senz’altri compensi la liberazione de’ figli di Carlo lo Zoppo, com’avea conseguito quella del padre. L’anno appresso questo principe, ancorchè uomo onesto e intero, fu piegato da simili ragioni a compier la favola, appresentandosi con un grosso stuolo d’armati al colle di Paniças, come se pronto a rientrare in prigione: e promulgò non aver trovato chi ’l raccettasse; aver soddisfatto dal suo canto a ogni cosa; e ridomandò infine gli statichi e la moneta.

Tal fu il primo esito delle negoziazioni tra gli oltramontani principi pe’ fatti della rivoluzione nostra del vespro. Piegavano, com’anzi dissi, a nostro danno, per la potenza della corte di Roma, e perchè gl’interessi della Sicilia restarono in balìa del re d’Aragona, ch’era costretto ad abbandonarli se volea restare sul trono. Indi Giacomo ripigliò incontanente le armi, fidando nella nazione siciliana, che avrebbe avuto a combattere per le vite, per la libertà e per la corona del re. E Carlo II intanto, passato di Provenza in Italia, fe’ omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta parte guelfa d’Italia, che si vedea reso il suo principe. Cavalcò questi immantinenti alla volta del regno, che i Siciliani già laceravano con aspra guerra[43].

Perchè Giacomo di primavera dell’ottantanove risoluto l’assaltava, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio il quindici aprile con quaranta tra teride e galee, quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti: il quindici maggio muove a risalir lungo la costiera occidentale di Calabria; avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta; l’uno a veggente dell’altro, perchè operassero insieme. Occupavan Sinopoli, Santa Cristina, Bubalino, Seminara, e per duri assalti anco Monteleone, sbarcatevi le ciurme; e Rocca, Castel Mainardo, Maida, Ferolito, Aiello. Volle Artois fronteggiarli, e s’ebbe a ritirare in fretta alle province di sopra; dapprima campando appena da un agguato; poi non fidatosi a investire il siciliano campo; e infine confuso dall’ardir di Calcerando e de’ fratelli Sarriano, che con picciolo stuolo, percotendo di mezzo al suo campo sotto Squillaci, entrarono a rafforzar la terra e mantenerla nella fede di Giacomo. Arrendeansi indi a’ nostri Amantea, Fiume Freddo, Castel di Paola, Fuscaldo; resistean le rocche di Castel Belvedere e San Gineto, tenute entrambe da Ruggiero San Gineto, assecurandole il forte sito e la virtù del signore, e anco della moglie, la quale con virile animo fu vista sugli spaldi di San Gineto inanimire il presidio, e di sua mano piombar sassi sulle teste de’ nostri, che con l’audacia di tante vittorie stormeggiavano il castello. Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza, impaziente di seguire il corso delle sue vittorie, e adirato contro Ruggiero, che caduto già una volta prigione dei nostri nel frequente scaramucciar di Calabria, avea promesso di risegnare il castello, dando statichi due figliuoli, ed or negava i patti e si difendea con tanto valore[44].

Quivi un miserando caso attristò que’ medesimi animi infelloniti nelle ostinate lotte dell’assalto e della difesa. Era il castello presso ad arrendersi per diffalta d’acqua, quando una inaspettata speranza di pioggia tanto il rinfrancò, che tornando alle offese, fu tolta di mira coi mangani la tenda stessa di Giacomo. L’ammiraglio a questo, rompendo ai soliti trapassi d’ira cieca e spietata, fa drizzare co’ remi un palco dinanzi la tenda; fa legarvi i due figliuoli, avvertito e veggente Ruggiero. Il seppe la madre, e con dolor disperato, corse alle mura, pregò i suoi, pregò i nemici, scongiurò ora il re di Sicilia, ora il feroce consorte: e i combattenti arrestavan la mano da’ colpi, lacrimosi guardando tutti Ruggier San Gineto. Qui altri dice ch’ei fe’ star la macchina, altri che con atroce virtù comandava di trar sempre. In questa tragica tensione d’umani affetti, s’era chiuso d’oscuri nugoli il cielo; disserravasi un turbine; il fremito de’ venti, il polverio confondeano ogni cosa; quando tra le ondate della caligine si vide il palco andare giù in un fascio, non si sa bene se per tiro del castello o folata di vento. Al maggior de’ giovanetti entrò nella tempia un palo aguzzo che l’uccise. Giacomo rendea ai miseri genitori il cadavere con onor di pompa funerale, rendea libero l’altro figliuolo, e scioglieva anco l’assedio. Perchè vedendo per quella medesima tempesta rifornito d’acqua il castello, e la propria sua flotta campata appena da grave rischio su quelle costiere; e tardandogli di mandare ad effetto una pratica con cittadini di Gaeta, rientrò in mare con tutte le sue forze per seguire i disegni della guerra[45].

Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida che per lui si teneano; soprastette in Ischia; e smontò l’ultimo di giugno a Gaeta, agevolmente messo in fuga il conte d’Avellino, che in quello incontro ricordossi troppo vivamente la passata sua prigionia in Sicilia. Mala fazione che avea chiamato Giacomo, presumendo assai delle proprie forze[46], sparatissima si trovò in quel tempo, in cui re Carlo II con tutti gli aiuti di Roma, rientrato nei regno per Solmone e Venafro, avviavasi a Napoli[47]. Largivagli il papa le decime ecclestastiche per tre anni[48]; bandiva per tutta Italia la croce, seguita in frotte da Guelfi di Lombardia e di Toscana, da Abbruzzesi, Campani e altri regnicoli, oltre le milizie feudali chiamate al servigio. Sotto il vessillo della croce e i comandi del legato pontificio, veniano i Saraceni di Lucera. Vide con gli occhi propri il Neocastro, donne portar armi tra quelle masnade, menarsi a guinzaglio grassi mastini per isfamarli di scomunicata siciliana carne. Questo esercito smisurato, sì diverso e bizzarro, capitanava il conte d’Artois[49], in cambio del non guerriero monarca, inteso in Napoli a chiamar parlamento[50], e con arti più miti tentare i Siciliani, promettendo perdono, e riforme, e che Francesi non manderebbe a governare la Sicilia, ma un legato del papa[51].