La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII

Part 18

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Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia, _non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit_ (Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta, _quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata, rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur_.... poichè Pietro, _dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam_. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie, _machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter._ Indi, _quaesito colore_ di osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut_, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur_. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, di _exibito_, a Piero, _consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem_, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motivi della concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulla _diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota_ (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che: _de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare_, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, al quale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.

Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua: _reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant_, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!

Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato in Sicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).

Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse: _ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit_ (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).

Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di: _suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam_. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi: _scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales persone Calabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt_, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole che _Siculorum gravis et periculosa commocio_ nel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).

Tutti questi documenti mostrano ad evidenza che infino a tutto il secolo xiii, nè la corte di Roma, nè quella di Napoli ebber mai fronte di parlar di congiura siciliana; anzi, tratte dalla forza dell’evidenza, accettarono la manifesta cagione della rivoluzione dell’ottantadue, com’io l’ho ritratto. Ma coll’andar del tempo pensarono dipinger più nero il fatto, del quale già la verità s’incominciava a corrompere e dileguare. Il veggiamo in due diplomi, l’un di re Roberto dato il 2, l’altro di re Federigo II di Sicilia dato il 3 settembre 1314; mentre Roberto assediava Trapani, Federigo strignea Roberto. Avvenne allora, che un corsale napolitano prese una nave delle isole Baleari che mercatava in Sicilia, e che la città di Barcellona ne domandò a Roberto la restituzione. Costui dunque, scrivendo al comune di Barcellona, ingegnavasi a sostener buona la preda; e tra le altre ragioni allegava: _quod homines insulae Siciliae a longissimis retro temporibus, rebellionis, perfidiae et hostilitatis improbe spiritum assumentes, contra clarae memoriae progenitores nostros proditionaliter rebellarunt_, etc.; il quale _proditionaliter_ si può intendere o perfidamente, ovvero con delitto di maestà, che per la diffalta al giuramento, si volle chiamar tradigione. Ma Federigo, confutando tutte le ragioni, largamente anco dicea della ingiusta aggressione di Carlo contro re Manfredi, dell’empia tirannide con cui condusse a disperazione i popoli del regno preso da Pietro. _Non igitur_, continua, _scribi debuit quod proditionaliter rebellassent, cum rebellationem hujusmodi nullum propositum, nullaque factio, vel conspirans conjuratio praecessisset; et licebat nec minus eis liberis, quod servilis status hominibus erat licitum, ut confugientes ad Ecclesiam, saevitiam effugerent, etc ... Quomodo igitur ipsos Siculos proditores fuisse dici debuti sive scribi?_ etc. Così ribatte in ambo i sensi questa taccia di tradimento; dimostrando, che non ci fu cospirazione, e che potea la Sicilia a buon dritto scuotere il giogo dell’usurpatore. Non ritraggiamo che Roberto avesse replicato. E considerando quanto dubbia fu l’accusa, quanto asseverante e particolareggiata la risposta, possiam conchiudere, che trentadue anni dopo il fatto, quando si era potuto conoscere appieno tutta la macchina, se la corte di Napoli pur la fingea, non mancavano ragioni da confutarla e negarla.

Ma la tradizione popolare, altri dice, porta infino ai nostri dì Procida e la congiura; e in un avvenimento nazionale sì grande, la tradizione non erra. Rispondo, che fallace è sempre; e di niun peso contro le maggiori autorità istoriche. Di più la tradizione verbale, presso i popoli barbari è guasta da bizzarria e ignoranza; presso i popoli inciviliti da bizzarria, da ignoranza e dalle istorie scritte. Queste scendono infino al volgo, più ripetute quanto più strane; il volgo e gli scrittori le alterano a gara. La tradizione genera la istoria scritta, e questa talvolta genera la tradizione. Così, volgendoci a’ nostri racconti volgari del vespro, troviamo la uccisione di tutti i Francesi per tutta l’isola in un dì; Giovanni di Procida, infintosi matto, girar la Sicilia con una cerbottana, susurrando a tutti all’orecchio, per dire ai Francesi pazze cose, ai Siciliani il segreto della congiura; e, mescolati a queste grosse fole, alcuni fatti ch’han sembianza di vero, come la prova della pronunzia a sceverar Francesi da nazionali nell’eccidio, e il rifiuto di Sperlinga. E l’eccidio contemporaneo è prettamente la favola di fra Francesco Pipino, della Cronaca d’Asti, ec,, penetrata appo noi per cronache scritte o per tradizione di ciarle, quando la genuina tradizione nazionale con l’andar de’ tempi si diradò. A contrastar dunque la testimonianza di scrittori gravissimi o documenti, non si porti innanzi ciò che il volgo dice.

Riflettendo poi sulle sembianze politiche della sommossa di Palermo e de’ fatti che ne seguitavano, parrà inverosimile, e direi quasi assurdo, il supposto della congiura. Giovanni di Procida, nobil uomo, fidatissimo del re d’Aragona, mosso da amor di patria, odio a Carlo, o devozione all’Aragonese, praticava, secondo il Villani e gli altri della sua parte, perchè Pietro salisse al trono di Sicilia. Praticava con Niccolò, col Paleologo, e co’ baroni siciliani. Or lasciati da parte gli accordi con potentati stranieri, che tendean solo ad aggiugnere riputazione e forze a re Pietro, e poteano servir sempre, data o non data la congiura in Sicilia; il trattato di Procida coi nostri baroni dovea mirare a questi due effetti: che scacciassero i Francesi; e che chiamassero il re d’Aragona. I baroni dall’altro canto doveano, pria di gittare il dado, esser certi che Pietro stesse pronto in sull’armi, per aiutarli nel primo principio, o nei primi pericoli; dopo il fatto doveano, o gridar lui re, o almeno prender essi lo stato. Tutto il contrario si ricava dalle testimonianze degli stessi cronisti raccontatori della cospirazione, non che degli altri. Cominciò in Palermo il 31 marzo, si consumò in Messina il 28 aprile questa siciliana rivoluzione; e Pier d’ Aragona tuttavia faceva spalmar navi e scriver soldati in Catalogna, infino al 3 giugno. Partito allora, si drizza alle isole Baleari; vi soggiorna due settimane; indi fa vela, e il 28 giugno approda in Affrica; trattenendovisi a guerreggiare co’ barbari fin oltre mezz’agosto: mentre re Carlo, che avea in punto l’esercito per la impresa di Grecia, strignea già fieramente Messina; e si dovea aspettar sopra la Sicilia più spedito e più pronto ch’ei non fu. Se dunque a re Pietro eran mestieri due mesi più di tempo ad allestire l’armata, non è credibile per niun modo, che i congiurati scelto avesser la pasqua per cominciare il gran fatto, come Malespini e Villani portano espressamente.

E sia pure che una impazienza, o un pericolo de’ cospiratori li avesse affrettato; e suppongasi che Pietro, per tenere un poco più la maschera, avesse voluto rischiar tutta l’impresa con differir tuttavolta la sua venuta; non si negherà che in Sicilia gli autori della rivoluzione doveano prender essi lo stato. Ma noi non solamente non veggiam punto nè poco Giovanni di Procida nel fatto del vespro, nè tra i capitani di popolo del primo periodo incontriamo alcuno de’ nomi riferiti da Malespini, da Villani e dall’anonimo scrittor della cospirazione; ma nè anco alcuno de’ grandi feudatari siciliani; nè delle famiglie più cospicue in que’ tempi. In un luogo popolani senz’alcun titolo di nobiltà; in un altro son fatti capitani di popolo uomini senza vassallaggio, fors’anco senza grande avere, e soltanto militi, ossia cavalieri, ch’era onoranza della persona, non già stato politico; i quali furon trascelti, come usi alle armi, o per altra loro riputazione personale. Così in Palermo Ruggier Mastrangelo con due cavalieri e un popolano; in Corleone Bonifazio, e altri in altri luoghi: e così anche de’ consiglieri, tra i quali si notano molti giurisperiti, cioè uomini del popolo, che la plebe infelicemente suol porre volentieri al reggimento delle sue rivoluzioni, credendoli dello stesso suo sangue e di mente molto maggiore. Veggiam di più la sollevazione propagata nell’isola secondo il corso delle armi palermitane, non già per movimenti spartiti che si potessero attribuire ai feudatari; veggiamo assai comuni mettere a fil di spada i Francesi, e pur tentennare al chiarirsi ribelli, cioè abbandonarsi all’impeto dell’ira e della vendetta, senza saperne altro scopo; veggiam la sollevazione in Messina cominciata dalla plebe, contrastante anzi una parte dei nobili; e per ogni luogo gridato il governo a comune sotto la protezion della Chiesa, ch’era escluder Pietro e i feudatari, i quali non avean parte nel reggimento a comune. Gli adunati sindichi delle città e terre deliberano delle cose pubbliche; i comuni si strìngono con reciproci vincoli di federazione; Palermo e Messina tengon la somma delle cose, e a pien popolo prendon le loro deliberazioni. Ove son dunque «i baroni e’ caporali» del Malespini? Se le forze della congiura cagionavano il 31 marzo e le sollevazioni delle altre città; se de’ baroni cospiratori era la riputazione della vittoria; dovean essi compier lo intento, non venirne al dominio della Chiesa e alla repubblica, nè lasciar questa costituirsi con ordini popolani e uomini o popolani o della nobiltà minore e cittadinesca, Aggiungasi, che il dominio della Chiesa portava ostacol maggiore al re d’Aragona, che non più all’usurpator francese, ma al sommo pontefice veniva a togliere il reame: onde niuno mi persuaderà che Pietro, o uomini che praticavan con lui, avessero mai scelto tal partito. Aggiungasi, che con questi ordini, più debole tornava la rivoluzione; mancando un nome di re, una sembianza di legittimità monarchica, un centro di forze da accrescere riputazione, rapire i timidi come gli animosi, gl’interessati come i generosi. Non era infine senza sospetto gridar la repubblica in un’isola sì vicina alle repubbliche italiane, che potea assodarsi in quegli ordini popolani. Impossibil è, per natura umana e necessità sociale, che principe ambizioso, congiurato con baroni del secol decimoterzo, vincendo, abbandonasser lo stato in quell’andare. E basterebbe sol questo a disdire tutti gl’istorici del tempo, se tutti dicessero il vespro effetto immediato della congiura. Raccogliendo dunque il detto fin qui, abbiamo, che portano il vespro effetto immediato della congiura pochissimi cronisti francesi, d’altronde non molto gravi, la istoria dei guelfi Malespini, seguita dal più guelfo Villani, e dalla Cronaca siciliana d’incerto autore, d’incerto tempo; alla narrazion de’ quali aggiugneano incredibil favola la Cronaca d’Asti, e Boccaccio, vivuto mezzo secolo appresso; e la stessa narrava dubbiamente il favoleggiante frate Pipino: tutti renduti sospetti da spirito di parte, lontananza di tempo e di luogo, e copia di altri errori. Non è più valida la tradizione che oggi troviamo in Sicilia, guasta dal tempo e dagli scrittori. Per lo contrario, lasciando anco i siciliani Speciale, Neocastro, e l’anonimo, e i catalani Montaner e D’Esclot, contemporanei e di autorità non lieve, noi leggiam la sollevazione di Palermo casuale e nata dal più non poterne, in un Francese, e in nove scrittori di vari luoghi d’Italia, tra’ quali Auria, Saba Malaspina e Dante, degni tanto di fede, e il secondo più, perchè famigliare del papa. I documenti del tempo, slmilmente, non dicono la congiura di Pietro co’ Siciliani, nè il vespro effetto di essa; ma che quel re facea disegni da lungo tempo sull’isola, e che seguita la rivoluzione, tanto adoprossi con artifizi e sollecitazioni, che il vôto soglio occupò. Gli ordini pubblici e gli uomini messi su nella rivoluzione, provan impossibile la narrazione degli scrittori guelfi. Ma ben si scorgono gli anteriori disegni di Pietro, dal Neocastro, dal Montaner, da Saba Malaspina, dal Memoriale de’ podestà di Reggio; e le sue pratiche col Paleologo da Tolomeo da Lucca e Ferreto Vicentino; e gli uni e le altre, dalle carte pontificie e di Carlo di Angiò. Sembra infine che ne porgano il bandolo Tolomeo, Ferreto e Saba Malaspina; perchè, nella stessa guisa che fanno Montaner e il Neocastro, dopo un cenno de’ disegni di Pietro sopra la Sicilia, i detti tre istorici portano, senza legarlo a quelli, il tumulto del vespro, e ne indican anzi le cagioni. Or se essi furono a tempo a saper le pratiche col Paleologo, il doveano essere a sapere il rimanente della cospirazione; e l’avrebbero scritto, se fosse stato pur vero.

Indi tutto qual è si scerne, tra tanto viluppo d’autorità istoriche, il progresso de’ fatti. La pessima signoria straniera puzzava in Sicilia, sì che nobile o popolano non v’era che non bramasse uscirne. I grossi proprietari, che sogliono esser sempre più cauti e lenti, avean forse dato ascolto alle istigazioni del re d’Aragona; il quale consigliavasi con parecchi usciti di parte sveva, e adoprava principalmente tra questi Giovanni di Procida, non patriotta, ma destro, accorto e audace ministro d’un principe straniero, contro il tiranno della propria sua patria. Re Pietro, aiutato per comun interesse dal Paleologo, e connivente papa Niccolò, preparava un’armata e un piccolo esercito; con le quali forze potrebbe credersi ch’ei divisava dapprima portar la guerra in Sicilia col favor de’ baroni; perchè se avesse immaginato infin dal 1281 la finta impresa d’Affrica, con la medesima simulazione avrebbe fatto le viste di comunicarla a Francia, al papa e a Carlo, invece di ribadire i sospetti con quel suo silenzio. Mentre Pietro s’armava, e i nobili bilanciavano, e, concedasi pure, stigavano gli animi in Sicilia, ma non si dava principio alle opere, nè forse si sarebbe mai dato; il popolo di Palermo die’ dentro; innasprito per la nuova stretta di violenze di Giovanni di San Remigio, e acceso dagli oltraggi alle donne, rapito dalla tenzone che ne seguì. Il popolo scannò i Francesi; e ordinò lo stato a suo modo, perch’ei fu che vinse. E qui è da tornare a mente, che la feudalità fu sempre moderata in Sicilia nelle dominazioni normanna e sveva; che le grandi città demaniali aveano umori popolani, sì come in Italia, in Alemagna, in Provenza, in Catalogna, in Inghilterra; che le stesse terre feudali godean appo noi ordini di municipio non dipendenti dal barone; ch’era fresca e gradita la memoria della repubblica del cinquantaquattro, e vicino l’esempio delle città italiane; che infine il baronaggio, rinnovato in gran parte sotto Carlo, dovea essere odiato vieppiù per la gente nuova e per gli abusi nuovi. Perciò il popol di Palermo gridò la repubblica: e com’egli armato corse l’isola, l’esempio, la forza, la influenza delle stesse cause, portaron rapidamente tutta l’isola alla repubblica. Ci avea in Sicilia ottimati e popolo; nè i primi amavan forse reggimento democratico, ma per l’impeto e la riputazione della rivoluzione si stettero. Lasciaron fare; e insieme strinsero le loro pratiche con Pietro, non potendo nè metter su una oligarchia, nè soffrir la repubblica a popolo: e per la influenza delle proprietà, per la riputazione della prosapia e degli uomini, in un paese, scosso sì da movimento popolano, ma avvezzo da lunghissimo tempo al baronaggio moderato, s’impadronirono alfine de’ consigli pubblici. Pietro, che non potea dritto venir sopra l’isola, perchè ciò sarebbe stato apertamente portar guerra alla Chiesa e alla repubblica, non all’usurpatore, immaginò la impresa d’Affrica, per mostrarsi armato e vicino. Allora i nobili valser tanto nel parlamento, da farlo chiamare al trono: e così, supposta anche la congiura aristocratica estesa quanto si voglia, si argomenterebbe che la medesima, sviata dai suoi primitivi disegni per la rivoluzione del vespro, li consumasse civilmente dopo cinque mesi, nel parlamento.