La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII

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È detto innanzi quali interessi politici avvicinassero Genova alla Sicilia in tutto il corso della guerra del vespro, e come Federigo ne traesse aiuto. Favorivanlo i Ghibellini o Rampini, com’anco diceansi, che in quel tempo tenner lo stato in Genova. I Mascarati o Guelfi, tra’ quali qran primi i Fiaschi e’ Grimaldi d’antica nobiltà, ritentarono invano nel novantadue portar la repubblica a collegarsi con casa d’Angiò; e peggior prova fecero con le armi, tra ’l fine del novantacinque e il cominciamento dell’anno appresso. Contaminaron di sangue e arsioni la misera patria; e soverchiati e scacciati fuggendo, affortificaronsi nella città di Monaco; donde armaron poi a tentar disperati colpi su Genova, o ad aiutare di qualche naval forza re Carlo, che favoreggiavali dalle sue terre di Piemonte e di Provenza, ma non osava altro contro la repubblica, ancorchè desioso di voltarla a parte guelfa, e dispettoso degli aiuti a Sicilia[327]. Ma papa Bonifazio, men rispettivo assai, l’anno trecento, tra le altre pratiche dette, si volse a questa assai vivamente; pria sollecitando Giacomo di Aragona che distogliesse Genova da quella amistà; poi sforzandosi a parlar benignamente ai legati di Genova e ad abbacinarli con molte promesse, e anco richiedendo Filippo il Bello, che insistesse e minacciasse di chiudere ai Genovesi ogni commercio in Francia[328]. Alfine il dì della cena del Signore, che fu quest’anno il sette aprile, innanzi l’innumera moltitudine di fedeli accorrenti in Roma al giubbileo, promulgava la scomunica contro Oberto e Corrado Doria, Corrado Spinola e lor case e amistà, e con essi tutta Genova e ’l contado; sotto la solita sanzione, che se infino all’Ascensione non si spiccassero dagli aiuti della ribelle Sicilia, alle pene spirituali s’aggiugnerebbe lo spogliamento de’ beni tenuti dalla Chiesa, e ogni roba loro sarebbe del primo occupante, chiunque potrebbe prendere le persone, sol che non le mutilasse o spegnesse[329]. A questo bando dalla cristianità, Genova tentennò; mandò oratori al papa; e appiccossi una pratica con re Carlo, Bonifazio l’incalzava per mezzo del re d’Aragona, del re di Francia, e d’epistole a’ Genovesi; minacciando l’ira del Cielo, con seguito di mali terreni; promettendo benedizioni e prosperità se ubbidissero. Al medesimo fine ingaggiò Porchetto Spinola, arcivescovo di Genova, uomo di gran riputazione per pietà e dottrina[330] pur da lui offeso l’anno innanzi, all’entrar di quaresima, allorchè dando le ceneri a’ prelati, in luogo delle usate parole, disse allo Spinola il papa: «Rammenta che se’ ghibellino, e co’ Ghibellini in polvere tornerai!» e gliene buttò in sugli occhi[331]. Ma la debole umana razza, il più delle volte, a questi impeti trema e obbedisce.

Per tal violenza di Bonifazio, di mezz’aprile del trecento, cominciarono a trattare Genova e Carlo; prima in parole tra amici, poi per due legati del re; e la somma fu questa: ch’ei procaccerebbe la dedizione di Monaco, togliendole tutt’aiuto di Nizza e Provenza, e intanto darebbe in sicurtà le castella di Torbia e Sant’Agnese, da riaverle quando Monaco s’arrendesse; e che Genova richiamerebbe di Sicilia, facendone caso di stato, Corrado Doria e tutt’altri Genovesi militanti con re Federigo, nè permetterebbe nuovi armamenti per esso, ma sì per lo re Carlo. Ma, appiccata la pratica, Genova si mettea in sul tirato: desse il re, in luogo di Sant’Agnese, Esa, fortissima sopra una rupe in mare; aggiognesse in ogni modo la torre d’Albegio; fossero benvisti a’ Genovesi il vicario del re in Nizza e ’l siniscalco di Provenza: e poco appresso, che Genova non darebbe statichi per la restituzione delle castella, ma solo la fede di Niccolò e Albertazzo Spinola, Niccoloso e Federigo Doria; nè dalla parte della repubblica si facea altra nuova concessione che rimettere gli usciti ne’ lor beni e anco nella città, da’ Grimaldi e pochi altri all’infuori. E Carlo, perch’avea maggior bisogno, non ostante la mediazione del papa, calavasi a questi patti; nè pur ultimava la negoziazione, saltando i Genovesi, or alla resa di Monaco senza accettar sicurtà d’altre castella, or ad altri ripieghi. Ond’è manifesto; che que’ capi di parte ghibellina, mal combattuti da’ fautori del papa e di re Carlo, volean temporeggiando scansar gli effetti materiali delle scomuniche; ma più amavano tardar l’acquisto di Monaco, che rimettere in patria i Grimaldi, e strignersi tanto con re Carlo, da rinnalzar parte guelfa nella repubblica. Anzi non si restavan essi d’armare per Federigo. I Grimaldi, non meno ostinati, ricusavano lasciar Monaco, per quanto Carlo e la corte di Roma li esortassero e minacciassero, con chiuder loro tutti soccorsi di Provenza, e farvi apparecchiar forze a lor danno. Invano dunque il papa v’intromettea suoi fidati; invano Carlo ad ogni intoppo accrescea il numero degli oratori[332], come se per questo mancasse, e non perch’era Genova più forte e più destra. Aifin Bonifazio, sdegnato, di novembre scagliò l’interdetto; l’anno appresso fe’ romoreggiare le armi del Valois; nè pur asseguì l’intento ad altro partito che la resa di Monaco[333], e, ciò che vinse ogni ostacolo in popolo mercatante, larghi favori al commercio de’ grani, sì nel regno di terraferma e sì in Sicilia nel caso del racquisto. Cattivato così il pubblico, fu facil cosa al papa toglier al tutto i soccorsi de’ privati a Federigo; chiedendone giuramento da’ magistrati di Genova, e domando con insinuazioni e scomuniche i parmigiani più ostinati[334].

Mentre in tal modo praticava casa d’Angiò a scemare il nemico e ingrassar sè d’aiuti di fuori, non meno studiavasi a far parte in Sicilia, continuando le lusinghe all’universale, tentate con poco frutto l’anno innanzi, e rincalzandole, che son le più efficaci, con le pratiche particolari di perdonare, promettere, dar largamente ad uomini e a cittadi. Raffermò a’ Catanesi le immunità lor concedute poc’anzi da Roberto vicario[335]; alla terra di San Marco, che si tenesse in demanio diretto dalla corona, gran favore in que’ tempi[336]; questo promesse a Camerata, disposta a tornar in fede, come dicea la cancelleria angioina[337]; a’ cittadini di Naso, pronti a fare il medesimo, profferse cinque anni di franchigia dalle collette[338]; diella, pria per anni dieci, poi infino a quindici, a que’ di Lipari per tutti pesi fiscali[339]: e in Calabria adoperava le medesime arti con le terre di parte siciliana; promesso a Geraci il perdono[340]; ad Amantea quantunque con essa fermerebbe Goffredo Sclavello, devoto del re[341]; a Tropea, come più importante, maggiori grazie, franchigia di alcune gravezze per sei anni, e licenza larghissima a misfare su le persone e robe de’ soldati nostri posti al presidio[342], a’ quali in van s’era profferto, in prezzo di tradimento, ritenerli agli stipendi angioini[343]. Sparsersi pei novelli convertiti simili allettamenti; a’ baroni, confermar loro i feudi[344]; agli uomini mezzani, rimetter colpe, assicurar l’avere, redintegrarli nelle dignità, e (dicono i diplomi) anche nell’onore[345]. Assai più liberale usò Carlo con chi era stato tra i primi alla tradigione di Catania, o d’altro luogo importante, ratificando tutte le concessioni feudali di Roberto, e altre nuove aggiugnendone, con ufici e dignità: a Gualtier di Pantaleone da Catania, data Biscari, e armato cavaliere; e a pro di Virgilio Scordia non finivano le regie larghezze; creato inoltre capitan della città di Catania, e comandante del castello[346]. Donde si vede qual dura impresa si trovò alla prova il racquisto della Sicilia; non fidandosi i nimici in sì grande soperchio di forza; e gittandosi a comperar traditori, sì ardentemente, che non bastava la terra a’ molti guiderdoni d’opere o buone o ree, e fu necessità dar l’aspettativa, or concedendo il valor d’un tanto all’anno da investirsi in beni feudali a misura che ne ricadessero alla corona[347], or dando, in nome, ad alcun barone i poderi de’ baroni di Federigo[348]. Queste ampolle di corruzione, lasciaronsi a ministrare in Sicilia stessa a Roberto e all’ammiraglio; il quale ebbe facultà, onori, comando, poco men che di principe. Alle continue concessioni feudali a pro di lui, s’aggiunse in questo tempo Malta e ’l Gozzo, con titol di conte[349]: chiamavalo poscia re Carlo, «fidatissimo quasi parte del suo corpo medesimo»; e tra tante virtù ch’egli ebbe, gli dicea, che par dileggio, purissimo nella fede; e armandolo d’autorità non minore dello stesso vicario Roberto, diegli che, osteggiando con l’armata, potesse rimetter colpe, debiti, pene qualunque a comuni, a privati[350]; che per richiamarli alla fede profferisse tutto che paressegli, e ratificherebbe sempre il re[351]. Così quella smisurata potenza, che Loria avea agognato invano nella siciliana corte, l’ebbe a corte di Napoli; e fallì le speranze dell’una e dell’altra; con noi talvolta per non volere; co’ nemici, volendo sempre, spesso non bastò.

Facendone or indietro a ripigliare i casi della guerra, vedremo come infino alla uscita di primavera del trecento, nissun’altra notevole fazione seguì in Sicilia: e in Calabria i combattenti giunsero a far tregua tra loro, non volente il governo angioino[352]; il quale, se riebbe qualche terra, la comperò dal presidio per moneta, o da’ cittadini per pratiche[353]. Intanto con gli aiuti detti, rinforzava l’esercito in Sicilia, allestiva l’armata; e i nostri nell’armata sola affidavansi, lasciando in mal punto, così li biasima Speciale, la guerra di lor casa per cercarne altra fuori. Confortovveli l’ardire di Peregrin da Patti, quell’eroe del ponte di Brindisi, il quale, forniti di macchine pochi legni, abbattendosi con dodici galee pugliesi, le avea investito, messo in fuga, rincacciato fin sotto le mura di Catania, veggente Roberto; nè si stette dall’insultar co’ tiri la stessa città[354].

Armate dunque ne’ nostri porti venzette galee, con cinque più de’ Ghibellini di Genova, vi montavano Giovanni Chiaramonte, Palmiero Abate, Arrigo d’Incisa, Peregrino da Patti, Benincasa d’Eustasio, Ruggier di Martino e altri molti, fior della nobiltà siciliana; il supremo comando tenea Corrado Doria, genovese. Navigaron depredando e guastando la riviera infino a Napoli, ove Ruggier Loria mettea in punto da quaranta galee del regno e spagnuole. Mandarono un legno a portargli la sfida: ed ei, ch’aspettava le dodici galee testè rifuggite in Catania, freddo rispondea, non esser pronto per anco a battaglia. Indi la nostra flotta, per vanto di chiudere in porto un tal ammiraglio, soprastette tra le isole del golfo; bravando, senza assalire, nè strignere il nemico, che rinforzavasi. Scorsero i Siciliani una scura notte infino a Ponza; e le dodici galee di Catania a vele gonfie presero il golfo: giunsevi nel medesimo tempo inatteso aiuto di sette galee genovesi de’ Grimaldi, anelanti di bagnarsi nel sangue de’ Doria. Con cinquantotto galee allora uscì Ruggier Loria, contro la nostra flotta di trentadue.

A tal disparità di numero, i baroni dell’armata siciliana, consultavano in fretta sulla nave dell’ammiraglio, per onestare, non la brama di ritrarsi, ma la temerità che accendeali a combattere. Perciò fu vana la saviezza di Palmiero Abate, uomo di gran cuore e nome, invecchiato nelle guerre del vespro[355], il quale scongiuravali: che di soverchio non tentassero la fortuna; non mettessero a certissima perdita quest’armata, e con essa le speranze tutte della patria; niun rossore, diceva, al ritrarsi con forze sì disuguali; si specchiassero nel gran Loria, che testè n’avea maggiori, e pur non tenne l’invito, ma combatter volle a suo comodo. Questa sentenza di Palmiero tutti approvavano in sè medesimi, con le parole il contrario, per parere più bravi. Ma Benincasa d’Eustasio, disensato oltre tutti, proruppe: non per isguizzar come delfini innanti il navilio nemico, averli mandato la patria e il re: il mare che solcavano vide già due splendide vittorie de’ Siciliani, sopra numero di nemici doppio del loro; ed or da questi mezzi uomini[356] fuggirebbero? «No, si combatta, finì, e i tralignanti Siciliani che tremano, fuggan pur ora; non ci rovinino con l’esempio, ingaggiata che sarà la battaglia!» E Palmiero con ferocissimo sguardo: «A me, gli disse, a me, Benincasa, accenni! Or tempo non è di parole, perchè incalzano i fatti, e mostreranno tra noi chi fugga e chi stia. Ma poichè voglion questo i Cieli, o compagni, d’altro omai non si parli; alla battaglia apprestiamci con l’usato coraggio.» Saltò sul palischermo, picciolo e lesto; e montata la sua galea, armossi da capo a piè. Alacremente tutti correano alla prova disperata. Corrado Doria, ammiraglio, che non ebbe principal parte nel consultare, la cercò bene al combattere, drizzandosi risolutamente a ferir di costa, al primo scontro, la capitana nemica.

Fu combattuta il quattordici giugno del trecento questa infelice battaglia, in cui le cinque galee genovesi ch’eran per noi, si trasser da canto, e venzette sole siciliane affrontarono tutta la flotta nemica, con molta strage scambievole; finchè accerchiate, soverchiate e peste s’accorser tardi di loro temerità. Benincasa d’Eustasio, ch’alla prima avea preso una galea nemica, ne tolse bottino quanto seppe, e die’ l’esempio della fuga. Sei galee il seguirono; le altre, dopo ferocissima lotta, furono prese co’ baroni, i guerrieri, i marinai, tutti carichi di ferite. E Doria solo pur non calava stendardo, ancorchè trovatosi nel più fitto de’ nemici dal principio della battaglia, quando il nocchier di Loria destro cansò l’urto del genovese; e tutti allor gli furono intorno, gli squarciavan co’ rostri i fianchi della galea, salivano all’abbordo, ed erano rincacciati in mare, inchiodati da’ valentissimi balestrieri genovesi. Loria alla fine, tirate indietro tutte le galee, gli spiccò addosso un brulotto. Così avuto prigione Corrado, onorò questa bella virtù con aggravar lui di catene; e a’ balestrieri die’ peggio cento volte che morte, fatto lor cavare gli occhi e mozzar le mani.

Fu a corte di Napoli e per la città e per tutto il reame, grande allegrezza di questa vittoria, di cui festeggiossi nelle città guelfe d’Italia, parendo l’ultima pinta alla rovina di Federigo[357]. Sopra ogni altra cosa, ne sperava re Carlo aver di queto le terre di quei baroni in Sicilia. Fattili venire quindi a Napoli, sbrancare in diverse carceri, e ad uno ad uno addur dinanzi a sè, li tastava or a trattamenti miti, carezze, promesse, or a minacce e stretture; nè mai potè spuntarne alcuno che gli facesse omaggio. Allora, con nuovo argomento, serbandone altri a Napoli in catene[358], altri mandava in catene in Sicilia, a fin di tentare i prigioni con la vista della patria, le cittadi con la carità di questi lor valenti; e affidolli a Loria, vegnente a girar l’isola con la flotta, col terror della recente battaglia, co’ pien poteri, che innanzi dicemmo, de’ quali fu armato appunto in questo tempo, per usarsi con sommo sforzo d’arti e d’armi la vittoria di Ponza. In tal viaggio morì Palmiero Abate. Fu preso a Ponza combattendo, tutto lacero e sanguinoso; il gittaron prima in un carcere, poi in un fondo di galea; ove ammalignatesi le ferite per disagio e niuna cura, struggendoglisi l’animo dal rammarico di vedersi in tal essere, dinanzi quella patria per cui avea speso la sua vita perigliando venti anni tra le armi e’ maneggi di stato, e ora nel maggior uopo non poteala aiutare, a vista di Catania, col nome di Sicilia sulle labbra, spirò. Fe’ onorare Roberto, con esequie e sepoltura nel duomo di Catania, il cadavere di quel grande[359].

Arrigo d’Incisa, cittadin di Sciacca, portato a zimbello del pari, ebbe libertà dal caso, che fe’ sdimenticarlo in un carcere a Catania, quando Loria ripartì con l’armata per iscorrer le costiere di mezzogiorno. Donde l’ammiraglio, volendo mostrarlo a’ concittadini, mandava un legno sottile a torlo, con una grossa somma di danaro pe’ bisogni dell’armata; e il legno avveniasi con un di Sicilia, che il combattè e vinse; sì che Arrigo n’andò sciolto non solamente, ma gittò ancor le mani sulla moneta angioina[360]. Corrado Doria intanto tra li artigli di Ruggiero, emulo e avaro e però di tanto più crudele, era stretto in catene, abbruciato di sete, nudrito appena di quanto bastasse a tenerlo vivo, minacciato e macerato in mille guise, perchè rendesse a Loria la terra di Francavilla. Ei durò questo martirio gran tempo; poi scrissene a re Federigo, e assentendol questi, risegnò il feudo. Ma Francavilla fu il solo acquisto, che tornò a parte angioina dallo strazio disonesto de’ prigioni di Ponza.

Poche altre terre guadagnò in questo tempo, tutte senz’arme: Asaro, data da due omicidi per fuggir la vendetta delle leggi, e incontrarono in brev’ora quella del popolo, che li vergheggiò a morte, mentre ordiano nuova prodizione[361]; Racalgiovanni[362] per tradigione del signore del luogo; Taba[363] d’un vil soldato, che aprì una porta a’ nemici, e nel trambusto fu ucciso, innanzi che imborsasse i danari del tradimento; Delia per maggior viluppo di iniquità di Giobbe e Roberto Martorana. Eran costoro amicissimi del signor della terra, ma presi di rea passione per la moglie e la figliuola del castellano, che il signore posto avea in Delia, nè potendo ottenerle per minore misfatto, il castellano trucidarono, fecero violenza alle donne, e, sperando che così n’andrebbero impuni, detter la rocca a Roberto. Ma innanzi ch’ei mandassevi maggior forza, Berengario degl’Intensi, condottier di Federigo[364], riprese Delia, intromesso occultamente da un cittadino; e i due scellerati, tratti a coda di cavallo, spirarono sulle forche. Racalgiovanni, assediata da Federigo, non soccorsa da’ nemici, in pochi dì si arrese[365].

L’ammiraglio in questo mentre girava l’isola intorno intorno, recando sulla flotta il cardinal Gherardo, senza fare alcun frutto con le arti; e la fortuna delle armi, che aveagli fatto fuggir di mano Arrigo d’Incisa, non l’aiutò in alcun luogo delle costiere di mezzogiorno e ponente, munite egregiamente da’ nostri; e per poco non perde a Termini lui stesso. Tentò Ruggiero lo sbarco per non vedervi forze; e non sapea che Manfredi Chiaramonte e Ugon degli Empuri v’erano entrati la notte innanzi, e chetamente armata una torma di cavalli, aspettavanlo. Datesi dunque le ciurme a predar la città bassa, i nostri cavalli le caricano; le pestano, taglian la ritirata alle navi, gli sbaragliati fanno in pezzi o recan prigioni. L’ammiraglio, che non fuggì mai rischio, era sbarcato co’ suoi; ma non potendoli rannodare in tal contrattempo, si nascose in un cantuccio d’osteria, finchè, ritiratisi i siciliani cavalli, trovò un palischermo, e tornossi alla flotta, ove il piangean morto. Passò il Faro poi, senza tentar Messina; die’ un assalto a Taormina; nè altro ne riportò che il vanto di aver superato quegli ardui luoghi, e fattovi pochissima preda[366].

Così andando in lungo la guerra, l’anno trecento e gran tratto del seguente, passarono senz’altre fazioni, in vane parole di pace per oratori di Federigo a Carlo, pratiche di scambio de’ prigioni[367], e altre mene di parte d’Angiò, delle quali appena scopriam le vestigia nelle tenebre del tempo[368]. Eran deboli i due eserciti, per le cagioni che innanzi toccammo, e più per la carestia, che obbligò Loria a tornarsi con l’armata in terra di Napoli, per tor vittuaglie da provvederne Catania e le castella prese in val di Noto. Ciò fatto, vedendo uscire scarsi tutti i partiti, nella state del trecentouno, l’ammiraglio consultavane con Roberto di farsi veder, se non altro, ai nemici: e scelsero la via del mare, perchè Federigo avea oste e non armata. Spartita dunque la loro, sciolgono di Catania, Roberto per la costiera di mezzogiorno col grosso delle navi, Loria per settentrione con le rimagnenti. Osteggiava l’un Siracusa, forte di sito, avvezza a maggiori turbini di guerra, onde questo agevolmente sostenne; assaltava Scicli, e n’era ributtato del pari: ma Loria sol vettovagliò le castella di val Demone. Ed erano, l’uno presso li Scoglitti sulle rive di Camerina, ove un fiumicello serba ancor l’antico nome, l’altro alla marina di Brolo, del mese di luglio, pensando a tutto fuorchè ai rischi del mare, quando lo stesso dì scatenaronsi due opposti venti, che spingevan del pari i nemici navigli a farsi in pezzi su le nostre spiagge, assaliti, quel di Roberto da un forzato libeccio, l’altro dagli aquiloni. Gittarono l’ancora i nocchieri di Roberto; e si spezzavan le gomone, e cominciavan le galee a rompere sulli scogli, nè forza di remeggio valea; talchè tutte perivano, se il pilota della capitana non avvisava dar le vele al medesimo vento, stremandosi a più potere lungi dalla riva. Così, preso capo Pachino, furon salvi i più; lasciando su quelle rive miserabile strage di ventidue navi e grande numero d’uomini; e quei che vivi giunsero a terra, ignudi e inermi, fuggendo il miglior sentiero per sospetto de’ nostri, inerpicandosi tra le spine, per luoghi più alpestri, alfin semivivi si ridussero a Ragusa, che tenea per parte d’Angiò. L’ammiraglio, perdute sol cinque galee, compier volle il giro dell’isola. Giunto a Camerina, fermossi a ripescar le ancore della flotta di Roberto, raccorre gli avanzi del naufragio; e saputo ov’era in fondo la galea di Guglielmo Gudur, vescovo eletto di Salerno, cancelliere del duca, tant’oprò con ramponi e altri ingegni, che levonne una gran cassa di moneta, e tutto appropriossi, facendo a sè guadagno del danno de’ suoi. Ma prima, soprastato innanzi Palermo, ebbe segreto abboccamento con Blasco Alagona, dicendo spossati al paro Siciliani e Angioini; agli uni e agli altri necessaria la pace[369]: e chi dir potrebbe se Loria, mentre con tal parlare intrattenea il fedel Blasco, non annodò i fili d’un attentato che indi a poco scoprissi?

Una congiura contro la vita di Federigo, tramata da tre cittadini di Palermo, di grande riputazione in tutta l’isola, per nome Pietro di Caltagirone; Gualtier dì Bellando e Guidone Filingeri; i quali ebber complice Pier Frumentino[370], marito d’una Toda, sorella di latte del re, cresciuta dall’infanzia con Federigo, e nota a corte; ond’anco potrebbesi pensare, che vergogna domestica stigasse alla congiura costui. Era un ribaldo dappoco, che ripentito o tremante, flagellato dal pensiero d’essersi ingaggiato sì profondo, non seppe chiuder occhio una notte, non trovar posa sul letto; finchè la donna se n’accorse, e lo strinse, e tutto gli strappò, congiura e congiurati e assentimento che si svelassero al re. Ella innanzi dì, correva al palagio di Palermo; instava co’ famigliar!, menarla nuova, gravissima faccenda, da non tardarsi un istante; e portata alle stanze di Federigo, volle prima l’impunità del marito, poi disse per ordine la trama. Il rimanente andò ancor come suole. Presi i cospiratori e convinti; punito nel capo Pier di Caltagirone, reo principale; e Federigo, ch’era magnanimo, perdonò la vita a Bellando e Filingeri, cacciandoli solo dal reame. Di quest’attentato, più nero di tanto, quanto avrebbe distrutto insieme con la vita del re la libertà del paese, non possiamo penetrar le cagioni; perchè seccamente il narra Speciale, forse per caderne sospetti contro la corte angioina, ch’indi rappiccossi con Federigo, e diegli una sposa che sedea sul trono di Sicilia, quando Speciale dettò le sue istorie. A tal giudizio anco porta il dir dello Speciale, che si scoprisse la congiura, mentre Federigo, vista due volte l’armata nemica girar l’isola intorno intorno, temè nuova macchinazione, e con ogni studio ne investigava[371].