La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII
Part 11
Così fu vinta la giornata della Falconarìa. Il conte di Sanseverino s’arrendè, poichè vide non potersi rattestare i fuggenti. Bartolomeo e Sergio Siginolfo, Ugone Vizzi, Guglielmo Amendolia e altri nobili, caddero al pari in poter de’ nostri. Vano romore fu poi quello dei dugento cavalli; i quali, scrive Speciale, come avvezzi a dilettoso vivere, non aspettando le ferite, volsersi in fuga; ma un istorico men caldo direbbe, che perduto il lor capitano, dopo la sconfitta delle due ali dell’esercito, anzichè porre giù le armi o dar le vite senza pro, vollero da savi ritrarsi alla flotta, serbandosi a miglior uopo; ma loro il tolse l’oste vincitrice che inseguilli, e circondò, e soperchiò. In questa caccia un memorevol fatto mostrò vivamente a quali spiriti fosser saliti i Siciliani. Giletto, un soldato de’ nostri, addocchiando tra’ fuggenti Pier Salvacossa, il disertor dalle siciliane bandiere, il raggiugne, il ghermisce; alza il ferro. Gli offrì Salvacossa mille once d’oro in riscatto. Ma il soldato: «Gran fatica, rispose, è a contarle. Serba le mille once ai tuoi figli; e tu, traditore, tu muori;» e lo scannò. Delle sbaragliate genti, rari salvaronsi sulla flotta, stata spettatrice, e accostatasi nelle tenebre della notte a raccor quanti potesse; e indi partita per Napoli a riportar l’atroce novella. Federigo fe’ cibar le genti sul campo di battaglia; lasciò ad ogni combattente quantunque avesse preso di bottino o prigioni, serbando per sè i soli primari baroni; e al principe di Taranto con molta cura fe’ medicar le ferite, imbandir mensa, render ogni onore che s’addicesse a tal prigione. A sera entrava in Trapani; spacciava corrieri a spron battuto per tutta l’isola: che ne resta la lettera scritta a’ cittadini di Palermo, significando quella vittoria, ed esortandoli a montare su lor galee, e accozzati con le genovesi di Egidio Doria, salpare contro la sprovveduta flotta nemica. Poscia egli stesso vien co’ prigioni e l’oste, come a trionfo, in Palermo[288]. In merito de’ servigi di questi cittadini, chiama ad osservanza e riconferma i privilegi di Federigo imperatore, Corrado e Manfredi, sopra le franchige all’entrata o uscita delle derrate, i favori ai commerci, e altri di minore importanza[289]: e seguì, girando per tutti i luoghi in val di Mazzara, a mostrarsi vittorioso, e spronar gli animi a nuovi sforzi per la patria. La più parte de’ prigioni assegnò nelle carceri del real palagio di Palermo; il conte Sanseverino nel castel di Monte San Giuliano; altri in altri luoghi; e il principe Filippo in quella medesima rocca di Cefalù, ove stette chiuso quindici anni prima suo padre[290].
Così la battaglia della Falconarìa, la più grossa che si combattesse a campo aperto in tutta la guerra del vespro, rese a Federigo la riputazione, ch’è a dir anco la forza, perduta cinque mesi prima al capo d’Orlando. Il duca Roberto, saputala a mezzo cammino, mentre marciava a grandi giornate alle spalle di Federigo, incontanente si tornò in Catania. Erane uscito agli avvisi dell’impresa del principe di Taranto; quando, ristretti a consiglio i capitani con Roberto stesso e ’l cardinal Gherardo, tutti esultavano, fuorchè Ruggier Loria, il quale comprese che Federigo di leggieri potrebbe opprimere il principe; onde ei consigliò di marciare in fretta su i passi dell’oste siciliana, metterla in mezzo se si potesse; e a ciò partironsi da Catania in due punte, l’una dritto per lo mezzo dell’isola, l’altra pel sentiero piano delle marine di mezzogiorno. Fallito il colpo, non videro altro riparo che chieder di terraferma novelli aiuti di genti e vittuaglie, perchè si potesse ripigliar la guerra in primavera. Ruggier Loria dunque in un legno sottile, con la solita audacia, solo passò lo stretto del Faro, per apparecchiare ogni cosa a Napoli. Ammonì prima il principe, che per ninna lusinghevole occasione non si avventurasse a combattere il nemico, astuto e audace[291].
Ciò non di meno, entrato il milletrecento, di carnevale, non seppe guardarsi Roberto dalla cupidigia d’acquistar senza fatica il castel di Gagliano. Eravi prigione Carlo Moreletto, nobil francese, preso alla Falconarìa: teneva il castello un Catalano della corte di Federigo, Montaner di Sosa per nome. Costui cominciò ad usar col prigione più umanamente che non soleasi in quel tempo. Poi un dì, ragionando insieme, il portò ov’ei volle: parlava tra’ denti, come temendo non altri l’udisse; e, chiesto al prigione se manterrebbegli il segreto, gli disse pianamente, rimordergli la coscienza di tanto disubbidir la santa Chiesa di Roma, di combattere per una causa iniqua; volentieri ne uscirebbe, a rischio anco della vita, e con tal servigio da far ammenda d’ogni peccato. E il Francese: «Or sì lo spirito del Signore è con te; or ti ha reso il lume degli occhi. Ma di’, per Dio, quale ammenda faresti?» Il Catalano promettea schiudere a Roberto l’inespugnabil castello. Quei gliel credè; e pien d’allegrezza scrissene al duca[292].
Eran testè venuti in Catania, sotto la condotta del conte di Brienne e di due altri baroni, trecento cavalier francesi, legati tra loro con giuramento ad affrontarsi con Blasco Alagona e Guglielmo Calcerando, per vincerli o lasciar la vita in quest’impresa, e chiamatisi da ciò i cavalier della Morte[293]. Pare che il proponimento di costoro, facesse deliberare ne’ consigli di Roberto la fazione di Gagliano. Messone il partito, si divisero tra loro i consiglieri; e chi ammonia non si fidassero per niente a’ Catalani, inveterati nimici al nome francese; chi, col medesim’astio, replicava non esser, cosa di che i Catalani non fossero pronti a far bottega. Il cardinal Gherardo, all’incontro, tornava a mente i detti di Ruggier Loria; rispondean gli altri, le guerre non reggersi a preti; diceano il cardinale caparbio, l’ammiraglio invidioso; e alfine, non vincendosi alcun partito, si temporeggiò: venisse a Catania il castellano medesimo, a ratificar la promessa, da non credersi a lettere d’un prigione. Ma tirossene Montaner, con onesto colore di non poter in tempo di guerra partirsi egli dalla fortezza; e mandò in vece un nipote suo, ammaestrato e ingannevole; il quale patteggiò sì scaltro con Roberto, da non lasciar ombra di sospetto. Indi nella guerriera nobiltà accendeasi un’altra gara, chi farebbe l’impresa? e ognun brigava ad ottenerla, e facea ressa a ricordare i suoi meriti; onde Roberto, per toglier discordia, volle che venisser tutti, ed ei sarebbe il capitano; e allora, aggiugnea, se pure l’intero esercito siciliano stesse all’agguato, sen riderebbero. Gualtiero conte di Brienne e di Lecce, il conte di Valmonte, Goffredo di Mili, Jacopo de Brusson, Giovanni di Joinville, Oliviero di Berlinçon, Roberto Cornier, Giovan Trullard, Gualtiero de Noe, Tommaso di Procida[294], con lor uomini d’arme, al nuovo dì si presentano a castello Ursino, a prender Roberto. L’aveva ei taciuto alla sposa; e per sua ventura, non era ancor surto di letto, quando il fecer chiamare i guerrieri; ondechè Iolanda appostasi a ciò ch’era, tanto ne domandò amorevolmente a Roberto che seppe ogni cosa; tanto pregò, e disse ingloriosa e temeraria la fazione, che le sue amorevoli parole vinsero il duca a restarsene. Indi surrogato a condur l’impresa il conte di Brienne, costui con tutti que’ valorosi e i trecento cavalli, s’avviava a Gagliano. Il nipote di Montaner li guidava.
Ma d’ogni passo del doppio tradimento il castellano avea ragguagliato Blasco Alagona, il quale tenea spiatori in que’ contorni; e sapendo in via i nemici, con Guglielmo Calcerando e le siciliane genti, s’imboscò presso Gagliano. Temerari, e spensierati per conscio valore, andavano i Francesi. Forniti due terzi della via, a Tommaso di Procida corse alla mente un sospetto; e spronando verso il conte, il pregava non si mettesser così nelle tenebre della notte per greppi e gole ignote; pensasser ch’erano in terra di nemici; ei cavalcherebbe innanzi ad esplorare i luoghi, ch’avea tante fiate battuti in cacce, com’ei fu un tempo signor di Gagliano. E il conte gli die’ del codardo. «Con cotesti allato, dicea, tutta la Sicilia unita non temo.» Pervenuti tra sì fatte parole presso all’agguato, la guida li fe’ sostare; disse andrebbe ei solo al castello, per evitar che il presidio, accorgendosi d’inganno, non trucidasse Montaner e rovinasse ogni cosa. La schiera indi fermossi: il traditore andò a trovar Blasco all’agguato.
Blasco avea al chiaror della luna veduto luccicare le armi, sventolar le insegne; avea disposto i suoi; ma il generoso animo non soffrì d’assaltare alla sprovveduta, notte tempo, da masnadiere. Fa dar fiato a’ corni; fa gridar presso all’ordinanza nemica: «Blasco Alagona.» A tal nunzio nacque uno scompiglio ne’ traditi. I Siciliani ch’eran con essi e aspettavansi assai peggior sorte da una prigionia, diersi alla fuga. Tommaso di Procida, tornando al conte, scongiuravalo ch’il seguisse almen ora; si ritirerebbero alquanto; ei li condurrebbe innanzi dì allo aperto, sì ratto da non poterli seguir tutti i nostri fanti, onde con avvantaggio avrebber da fare contro i soli cavalli. «No, disse il conte» non volgeran le spalle i cavalieri di Francia. «Ch’è infine la morte?» E Goffredo Mili: «Se tutti fuggan, ripigliava, io sol rimango. Chi scordar può la esecranda giornata di Catanzaro, ove l’orecchio m’ingannò, e n’ebbi vitupero d’avanzo per me e tutto il mio sangue! Ormai ho vivuto abbastanza.» Con questa franchezza d’animo s’apparecchiavano al disperato conflitto. Strinsersi a schiera, ov’era un po’ di piano rilevato; e Blasco lasciolli stare infino all’alba.
Con sottil arte egli avea ordinato in battaglia i suoi fanti, in due file, poste a forbice, da chiudere in mezzo il nemico; con l’avvantaggio alsì del terreno, che non potesservi caricare i cavalli; e anco della luce, che i nascenti raggi del sole ferissero i suoi alle spalle, in viso il nemico. Appena raggiornato, questi, per suprema temerità, non aspettando l’affronto, scese dalla collinetta a ingaggiarsi: e pria di giugnere alle file dei nostri, fu lacerato con un nembo di sassi e giavellotti, drizzati la più parte a’ cavalli, perchè mal potean passare i cavalieri, tutti vestiti di ferro; ma uguale era il danno, quando gli animali o uccisi cadeano, o feriti dando a sprangar calci, gittavan l’uomo, e incontanente, saltavangli addosso gli almugaveri e spacciavanlo. Pur que’ forti giungono ad abbattere la bandiera di Calcerando; e i nostri, rattestatisi sotto quella di Blasco, percosserli con un impeto estremo. Diradavasi il fitto nodo; cominciava lo sbaraglio e la strage; restava il solo conte di Brienne, con pochissimi intorno, salito sopra un gran sasso, difendendosi come lione, e a niun patto non volle dar la spada ad uom plebeo. Chiamato Blasco, a lui la rese. Ma il suo alfiere, che pien di ferite e di sangue, tenendo sempre in pugno la bandiera, cercava il signore per rendergliela pria di spirar l’ultimo fiato, vistolo prigione, gittò in aria l’insegna da farla ricadere su la testa del conte, e, sguainando la spada, si cacciò tra le punte de’ nostri. Tal fu la fine della più parte; pochi andaron prigioni col conte; niuno scampò.
E ’l castellano, com’oscena belva, uscì a veder la carnificina de’ suoi traditi, a brancicare i cadaveri; scelse quei de’ più nobili, e li cuocea, dice Speciale, a modo pagano, per mercatarne colla pietà de’ congiunti. Moreletto, in catene, da una finestra vide la battaglia; e per disperato dolore d’aver chiamato a morte i suoi Francesi, die’ col capo alla parete della prigione, ricusò cibo e bevanda, e in pochi giorni perì miseramente. Mentr’ei si consumava di questo volontario supplizio, percossi di spavento stavano i guerrieri e i partigiani dello straniero; tutto il rimagnente dell’isola tripudiava senza modo della seconda vittoria, che tanto scemò le forze di Roberto. Donde, seguita lo Speciale, i Siciliani rialzaron le creste a loro usanza, e scordate le vicende della fortuna, ricominciarono a superbire[295].
CAPITOLO XVIII.
Forze di Federigo e de’ nemici, e pratiche di Bonifazio. Trattato di Carlo II con Genova. Pratiche di lui in Sicilia. Armamenti navali; battaglia di Ponza; trattamento de’ prigioni siciliani, e morte di Palmiero Abate. Continua con poco frutto la guerra. Naufragio della flotta di Roberto. Congiura contro la vita di Federigo. Blocco di Messina; orribil carestia; e virtù del re. Tregua. Dalla primavera del 1300 a quella del 1302.
Nondimeno queste due vittorie poco fruttarono a Federigo, come nè la sconfitta del capo d’Orlando l’avea spogliato al tutto delle Calabrie. E fu per cagione della difficoltosa espugnazion delle terre, secondo l’arte militare d’allora; e assai più pe’ vizi dell’ordinamento feudale, ai quali, per ben comprendere questi avvenimenti, dobbiamo spesso tornar col pensiero, noi che in questo secolo, in vizi contrari viviamo. A un assalto nemico, lo stato mal connesso tutto si sgomenava; si spicciolavan le armi per ogni terra, pensando ciascuno a guardarsi dassè, più che a rinforzar l’oste regia; e assai lenti sviluppavano tutti i casi della guerra: ondechè, se ne togli alcun subito sforzo, d’altronde nè universale nè durevole, picciola parte delle forze dello stato restava a maneggiarsi dal principe.
E così parrà men temeraria quella ostinazione di Federigo a ricombatter sul mare, con disparità di numero, e Loria a fronte; perchè in mare almen potea adoprare unite e ristrette tutte le forze, e scansava lo scompiglio al di dentro. Che se allo sbarco del principe di Taranto, s’infiammaron tanto gli abitanti di val di Mazzara, che popolarmente seguiano il re a rituffar in mare il nemico, e guadagnavan la battaglia della Falconarìa, tornaronsi a’ consueti esercizi delle industrie, quando non videro altra occasione a far oste, che in tediose e aspre espugnazioni. Indi gli stanziali restavan soli in arme quando si pugnò a Gagliano. Eran gente mescolata; Spagnuoli, Siciliani, e pochi altri Italiani di parte ghibellina; leggendosi tra’ condottieri un Farinata degli Uberti[296], e che molti Colonnesi, nello sterminio di lor casa, rifuggironsi a Federigo[297]. Maggior aiuto gli davan di Genova i Doria, gli Spinola, i Volta, e lor consorti, padroneggianti i consigli della repubblica, e armanti navi agli stipendi di Sicilia[298]. Donde avea Federigo forti ma poche schiere, alimentate da scarsi danari, per trovarsi la nazione esausta da diciott’anni di guerre, menomata dall’occupazione straniera, e ordinata con leggi assai gelose sopra i sussidi alla corona, i quali anco s’erano assottigliati per le franchige concedute alle più grosse città ed ai militi, in merito di segnalati servigi nella guerra. Ma la ferma volontà de’ popoli al mantener libertà e independenza, suppliva a tutto, e tenea la bilancia, che incredibil sembra, contro la smisurata potenza de’ nemici.
Aveano i nemici quanto danaro si potea trarre dal reame di Napoli, quanto ne sapea fornire la corte di Roma e la fazion guelfa dell’Italia di mezzo. Avean gente dalle or dette province, dalla Spagna, e dalla Francia soprattutto, alla cui materna carità la schiatta angioina di Napoli si volse e prima e poi in ogni suo pericolo. Ond’ecco appena saputa la sconfitta della Falconarìa, Carlo II scrivere a Filippo il Bello a dì otto dicembre, attestando che a lui ricorrea, come a capo e sostegno del suo legnaggio, e prima speranza dopo Dio, e ripregandolo con le più calde parole che gli fornisse gli aiuti di gente, chiesti già prima; che se il re di Francia avea altre guerre più vicine, nondimeno «le sue mani eran sì gagliarde e sì lunghe da poterle, volendo, stendere a’ suoi, e mandare speditamente un soccorso qual che si fosse, perchè in oggi il picciolo varrebbe quanto altra volta il grande; ma tardandosi, ne scenderebber così basso le sorti del re, che veruno sforzo non basterebbe poi a rialzarle[299].» Un’altra copia di questa lettera mandò il tre gennaio milletrecento con due ambasciadori, frate Volfranc de’ predicatori, e Pietro Pilet[300]. Nè la Francia ricusava quegli aiuti, co’ quali si tentò l’ultima volta il racquisto della Sicilia. Ma Bonifazio era il più potente aiuto, anzi il principe dell’impresa, con quel comando pontificale, quel grande ingegno, e veemente e alto animo. Intende costui nei primi dell’anno trecento, come re Carlo, per pietà del figliuol prigione, o tedio e spossamento, abbia dato ascolto ad oratori di Federigo; e prorompe a scrivergli atroci rampogne; conoscerlo già da lunghi anni, per la vil tregua di Gaeta, la disennata pace con Giacomo nel novantacinque, la stolta fazione del principe di Taranto; e così dalla sua pochezza tornasse danno a lui solo, non alla romana Chiesa o a cristianità tutta! Che saviezza, che riverenza al sommo pontefice, che gratitudine ei mostrava, a trattar di soppiatto la pace con Federigo! Perciò, il pontefice era necessitato ad ingiungere ad uomo sì incapace, non osasse continuar la pratica, senza comandamento scritto di lui: se disubbidisse, sentirebbe il peso di scomuniche e processi; e il papa, ch’aveaci speso tanta fatica e danari, saprebbe allo estremo far pace egli con Federigo, a danno della sola corte di Napoli, perchè non si ritardasse il racquisto di Terrasanta. Queste acerbe lettere scrisse il nove gennaio, replicò poco appresso: e ben mostrano chi fosse in quel tempo il sovrano di Napoli, se Carlo II o Bonifazio[301].
Carlo allor venne a lui tutto supplichevole, insieme con l’ammiraglio: l’uno per discolparsi, entrambi per chieder soccorsi, da ristorar la fortuna precipitata alla Falconarìa. E il papa, che non sapea perdonar questo rovescio, forte rampognò, ma forte insieme aiutò. Chiama a sè i cavalieri del Tempio e dell’Ospedale di san Giovanni di Gerusalemme, che rechino in aiuto di Carlo tutte lor armi stanziate di qua dal mare; ne richiede anco le città guelfe d’Italia. Esorta con frequenti lettere Roberto a incalzar la guerra; il cardinal Gherardo a sopravvegliare e governare ogni cosa; ai Siciliani gittatisi a parte angioina, scrivea carezzando e piaggiando. Il breve indirizzato a Gherardo, dato di Laterano il primo febbraio, spiega la gran tela che Bonifazio ordiva per volger mezza l’Europa contro quest’indomito siciliano scoglio; e chiudesi con accennare più altre pratiche, che pareagli bene di passar sotto silenzio, e son indi da giudicarsi men lodevoli assai delle dette dinanzi[302]. Ben egli è vero che il giubbileo, bandito appunto in questo tempo, molto aiutava gli sforzi della romana corte contro Sicilia. Bonifazio l’istituì primo, o confermò con papal decreto la consuetudine antica di festeggiar con istraordinarie pratiche di religione il cominciamento del nuovo secolo[303]. Chiuse allora a’ suoi nemici politici i tesori d’indulgenza, largheggiati a tutto il popol di Cristo; privonne segnatamente cui desser favore agl’infedeli, o a Federigo, o ricettassero gli usciti Colonnesi[304]. E attirò in Roma, in poco spazio di tempo, da due milioni di stranieri, che veniano alle perdonanze, e con loro spese arricchian la città e ’l contado; e più la camera apostolica con le limosine, sì larghe, che nella cappella di san Paolo, due chierici senza mai cessare raccoglievano con rastrelli la moneta gittata dai fedeli ai piè dell’altare[305].
Grandi somme ne fornì dunque il papa a re Carlo, or in sussidio, or in nome di prestito, che tornava allo stesso, per la difficoltà di riaversi[306]; e ne dieron anco Firenze e Lucca e altre cittadi, oltre i soliti accatti di Carlo da mercatanti stranieri[307], e da’ sudditi fin delle città occupate in Sicilia[308], e oltre le sovvenzioni che impetrava da’ suoi fuor da’ termini soliti; come fece co’ prelati e feudatari di Provenza, che intendendo la presura del figliuolo, gli si proffersero, ed ei lor chiese danari, armature, navi[309]. In tal modo sopperiva alle spese della guerra, divenute più esorbitanti per cagion de’ continui soccorsi di vittuaglie e moneta all’esercito in Sicilia, ov’era carestia, e ostinato animo de’ popoli, da non lasciar all’occupatore altro terreno, che quello sul quale posava il piede[310].
Molta anco fu la cura a ingrossare l’esercito, che struggeasi, ora per battaglia, or nei casi della guerra guerriata; e spesso anco vedeansi i mercenari lasciar le bandiere, o neghittosi e disobbedienti seguirle a ritroso, e voltar faccia al primo scontro; talchè fu necessitato re Carlo a dar illimitata balìa a Ruggier Loria, di punirli nella persona e nei beni[311]. Condottieri inoltre ricercava per ogni luogo, con grandi promesse, larghi stipendi: richiese Carlo di Valois e Roberto conte di Artois[312]; ebbe gente di Spagna, con l’opera di Loria, che non solamente scrivea i soldati, ma obbligatasi al pagamento se il re fallisse[313]. Firenze mandavagli dugento cavalli[314]; e tra’ capitani suoi leggonsi Tommaso di Procida, il conte di Fiandra, il delfino di Vienna, Ranieri Grimaldi uscito di Genova[315], e altri condottier venduti di gente a lor vendute, pestilenza che per molti secoli poi invilì e distrusse l’Italia. Nelle Calabrie re Carlo armava contro i nostri acquisti le milizie feudali[316], e masnade leggiere raccolte a mo’ degli almugaveri, senz’altra legge nè soldo che ’l bottino[317]. Ma que’ disciplinati mercenari fea traghettare in Sicilia[318], misurando le speranze dagli stipendi; e falliangli ancora, come tutt’armi venderecce. De’ cavalli toscani porta l’istoria che fur quattrocento, capitanati da Ranieri Buondelmonte, e congiurati tra loro contro quel Blasco Alagona, ch’avea tanto rinomo tra i capitani di Federigo. Ruggier Loria con l’armata li pose a terra in vai Demone; indi passarono in Catania, ove chiudeasi l’angioino esercito; e braveggianti ivan per vie e piazze domandando ove trovar potessero Blasco. Ma quando sepper da vicino chi egli era, e quali i suoi, scrive Speciale, cessaron l’inchiesta, come pronti alle parole non a’ fatti; talchè scherniti da’ lor consorti e da’ nemici, in breve ora si sciolsero[319].
Al medesimo effetto di far gente per l’esercito, e più per la flotta, e per toglier anco gli aiuti che occulti ne veniano a Federigo, la casa d’Angiò ripigliava gli sforzi per tirarsi Giacomo e i popoli suoi. E prima Carlo concedette a’ Catalani, Aragonesi e altri sudditi di Giacomo, ch’avessero per lui militato in Sicilia sulla flotta, la terra d’Agosta, e la città di Patti, abbandonate dagli abitatori negli atroci casi di queste guerre; dando lor anco quei contadi, co’ privilegi medesimi de’ Provenzali coloni nel reame, e altre immunità, come paresse allo ammiraglio[320]. Oltre questo allettamento, fortissimo ad uomini di mare, per la bellezza de’ porti e importanza delle colonie, non fu avaro di concessioni feudali a’ capitani spagnuoli più segnalati[321]. Il papa ritentava Giacomo per mezzo del cardinal Gherardo d’illibato nome, e per altri messaggi[322]; e alfine scrìssegli, affettando stil tra amorevole e severo, con che toccava quella biasimevole partita dopo la battaglia del capo d’Orlando, lo scandalo, i sospetti indi nati: purgasseli con richiamar sotto pene rigorosissime i suoi sudditi dalle bandiere di Federigo; vietar che altri vi corresse; e, al contrario, procacciar armamento di uomini e navi al servigio della Chiesa[323]. Dettegli Bonifazio, per miglior argomento, due anni più di decime ecclesiastiche[324]: e nello stesso tempo re Carlo facea assai viva dimostrazione a soddisfargli i crediti della passata impresa, con investir su entrate certe e spedite delle contee di Provenza e Forcalquier once duemila annuali, già promessegli sugli acquisti che si speravano in Sicilia[325]. Ma sia per fuggir novella vergogna, sia per conoscere il peso di tai promesse, o per altra cagione che taccian le memorie del tempo, Giacomo non si lanciò. Rispose al papa aver già fatto abbastanza: e sol rinnovò le inibizioni a’ condottier catalani di Federigo; e lasciò armar ne’ suoi porti per casa d’Angiò, che poi, con questi aiuti, guadagnava la battaglia di Ponza[326].