La Guerra Del Vespro Siciliano Vol 1 Un Periodo Delle Storie Si

Chapter 9

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Morto Gregorio nel corso di sì alto disegno l'anno milledugensettantasei, si rinfrancò l'Angioino; e pensando di qual momento gli fosse un papa a sua posta, ogni pessim'arte adoprò nelle elezioni de' tre pontefici, ch'entro un anno fur visti regnare e morire. Ripigliò i preparamenti allora della guerra col Paleologo: ravvivò le pratiche in Acaia, ove mandò innanzi picciole forze, dai Greci agevolmente oppresse[17]: infine il titolo di re di Gerusalemme a' tanti suoi aggiunse. Vano nome quest'era ormai, disputato da parecchi principi cristiani. Federigo II imperatore aveal preso in dote; passato era poi col dritto al reame di Sicilia ne' figli di Manfredi; e altri pretendeanvi, e tra essi una Maria d'Antiochia, principessa tapina e raminga; dalla quale Carlo il comprò per vitalizio di quattromila lire tornesi sul contado d'Angiò, parendogli scala a nuove grandezze, e nuovo pretesto all'impresa di Grecia, perchè teneasi che quell'impero, nido d'eresiarchi e sleali, tagliasse la via ai luoghi santi, e che indi il re di Gerusalemme onestamente potesse assaltarlo[18]. Per tal {84} modo ripigliava con maggior vigore tutte le antiche ambizioni; e circuiva a ciò ogni conclave con violenza ed inganno, quando l'anno settantasette, abbassata tra' cardinali la parte francese, valse più della malizia di lui l'italian consiglio, che condusse al pontificato Niccolò III[19].

Di grande animo, di smisurati pensieri fu Niccolò[20]; superbo, sagace, chiuso nei disegni, veemente all'oprare, non curante della giustizia ne' mezzi purchè il fine conseguisse, ch'era ingrandir la Chiesa per ingrandire gli Orsini; e a nobile effetto il menava: sgombrare l'Italia d'ogni dominazione straniera. In Italia disegnava fondar novelli reami, e darli ad uomini di sua schiatta: vedeva ostacoli a questo l'imperatore e il re; battea dunque Carlo con Ridolfo; Ridolfo con Carlo; ambo con l'autorità della Chiesa. Al Tedesco strappò la concessione della Romagna, tenuta infino allora feudo imperiale: tolse al Francese l'uficio di senator di Roma, il vicariato di Toscana; e con forte mano il trattenne dall'impresa di Grecia, ch'egli sempre più affrettava; fomentando da un canto gli scandali tra i Greci intolleranti del domma nuovo, mal insinuato con le prigioni, gli accecamenti, e i patiboli; e dall'altro canto {85} accagionando il Paleologo di questi turbamenti medesimi, e sleale chiamandolo, e falso nella ritrattazione dall'eresia. Contuttociò il pontefice gli negò sempre favore alla impresa[21]: ond'ei si volse a sfogar contro gli occupatori di Soria la rabbia e il natural talento di rapacità: mandovvi Ruggier Sanseverino conte di Marsico, con titol di vicario del reame di Gerusalemme, e genti e navi, che dalla presa di Acri in fuori, tornarono senza alcun frutto[22]. Tra Niccolò e Carlo privato sdegno rinvelenì l'odio di stato, quando chiesta dal papa per un suo nipote una donzella di casa d'Angiò, ricusavala Carlo. «Perch'ei s'abbia rosso il calzamento, rispose stracciando le lettere di Niccolò, suo principato non è retaggio; non può il suo mescolarsi col sangue de' reali di Francia.» Que' detti, riportati, furon punta di coltello al cuor del pontefice, che tenea la gente Orsina niente inferiore a casa d'Angiò, e sè molto di sopra: onde serbolli a rugumarne e alimentare lo sdegno; ancorchè durassero tra lui e 'l re le sembianze di pace[23], per mutua simulazione, e perchè quegli in ogni altra cosa usò riverente col pontefice, ondeggiando sempre tra ambizione e paura del Cielo. Ma non era uom per {86} l'Orsino, il quale sciolto d'ogni riguardo, maturava i colpi, e aspettava il destro a vibrarli[24]. Profonda intanto sembrava in tutta Europa la pace[25].

D'altra parte altri elementi sorgeano a conturbarla. Costanza figliuola di Manfredi, sposa di Pietro re d'Aragona, pretendea, com'erede ultima degli Svevi, la corona di Sicilia e Puglia[26]; e Pietro salito sul trono lo stesso {87} anno della esaltazione di Niccolò III, ancorchè in picciol reame più magistrato che principe, uom di mente e d'animo grandissimo era. Divisa la Spagna in quel tempo in parecchi stati: alcuno ne teneano i Mori; gli altri, riconquistati da' cristiani, con larghi ordini reggeansi, misti di monarchia, d'ottimati e di popolani, convenienti a liberi uomini, che per la nazionale indipendenza e la religione, mille pericoli avean durato insieme e duravano. Riconoscean lo stesso principe i reami di Aragona e Valenza, e la Catalogna o contea di Barcellona, ma la sovranità pressochè tutta dalle corti di ciascuno di quegli stati esercitavasi; composte di prelati, baroni, cavalieri, e rappresentanti di città; altere di lor franchezze; scienti della propria possanza. Somigliante agli efori di Sparta stava in Aragona a petto a petto col re l'inviolabile _Justiza_; il quale a nome dei baroni giuravagli il dì del coronamento: «Essi che valeano ciascun quanto il re, tutti insieme assai più di lui, ubbidirebbergli se lor franchezze mantenesse; e, se no, no[27].» Indi alti spiriti nei soggetti, miti costumi eran quivi nei re; sopra tutt'altri di que' tempi, facili alle udienze, dimestichi, senza riti di sussiego o sospetto, compagnevoli, e umani[28]. Con questi {88} ordini, con questi sudditi, poveri d'altronde e parteggianti, non potea Pietro divisare conquisti; e pur le qualità dell'uomo vinsero gli ostacoli della società in cui vivea. Inoltre per indole imperiosa e severa, avea concitato contro a sè durante il regno del padre i baron catalani, usi all'anarchia; avea mal purgato il suo nome dall'infamia del fratricidio di Ferrando Sanchez figliuol bastardo di re Giacomo, ch'egli assediò, e pressel fuggente, e il fe' annegare, scusandosi che Ferrando praticasse contro la sua vita con Carlo d'Angiò[29]. Ma insieme s'era segnalato l'infante Pietro per coraggio e gran vedere nelle guerre di Valenza e di Murcia[30]; avea saputo adoperar la divisione degli ottimati; e salito in grande rinomanza militare, e dotato di quella forza che rapisce e costringe gl'intelletti minori, poteva egli bene adunar a un'impresa di ventura quei suoi avvezzi a star sempre in sulle armi, or contro i Mori, or contro le altre genti spagnuole, or tra sè stessi, ed or piratescamente assaltando questa e quell'altra città del Mediterraneo. Picciol'oste sarebbe a fronte di re Carlo; ma audacissima, spedita, fatta a posta a guerre irregolari, e subite fazioni.

Le quali condizioni bilanciando in mente, taciturno, e come s'ad altro attendesse, ascoltava Piero le continue rampogne della sua donna. Perchè da lei non dileguandosi per volger d'anni il cordoglio dell'ucciso padre, dello occupato reame, del patibolo di Corradino; l'acceso femminil {89} pensiero incusava di viltà ogni differimento alla vendetta: e pregava Costanza, e sdegnavasi, e chiamava dappoco lo sposo, e ai figliuoli insegnava che careggiandolo, e abbracciandogli le ginocchia, ricordassero senza stancarsi l'invendicata morte dell'avolo[31]. Sorridea Pietro; e a disegni, non a querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida[32].

Di questi il primo, nato di gran legnaggio, nella terra di Scalea in Calabria[33], imparentato colla siciliana famiglia de' conti d'Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria[34], venuto era fanciullo seguendo la regina Costanza, con madonna Bella madre sua, nutrice della reina; e a corte d'Aragona si era educato nelle armi e nelle astuzie. Pietro molto amore gli pose; il fe' cavaliere con Corrado Lancia, giovanetto congiunto della reina; e una sorella di Corrado a Ruggiero sposò. I due cognati prestantissimi {90} si fecero in armi: e avvenne che Corrado, pria dell'altro che tanto dovea vantaggiarlo di gloria, ebbe nome, e segnalossi capitan di navi catalane, in fatti audacissimi sopra Saraceni[35]. Giovanni di Procida per altra via più combattuta venne in grazia al re d'Aragona. Nacque costui, o fu allevato in Salerno; ebbe alto stato appo l'imperator Federigo e Manfredi, e oltre il feudo di Procida molti beni allodiali in Salerno; fu medico assai riputato[36]; e tradusse dal greco in latino, o compilò in latino, le massime di filosofia morale degli antichi sapienti[37]. Narrano alcuni, {91} a ringrandir Giovanni e rendere più patetici i suoi casi, che volontario ivane in bando, trafitto di mortal rancore perchè uomini francesi per violenza contaminasser la moglie e la figliuola di lui, uccidessero il figlio che difendeale; e di tanto misfatto negassegli giustizia il re[38]. Ma non sì drammatico appar questo esilio dai documenti, che attestan Giovanni fatto ribelle innanzi il milledugentosettanta, probabilmente per la guerra di Corradino, e se gittan qualche barlume su i suoi domestici torti, dan {92} luogo a tal sospetto più tosto dopo l'esilio che innanzi[39]. Come noto nella corte di Manfredi, Giovanni cercò asilo appo la reina Costanza in Aragona; ov'ebbe da Pietro le signorie di Luxen, Benizzano, e Palma; cortigiano suo fidatissimo divenne, e consigliere[40]: ch'uomo fu di molta saviezza e dottrina, aguzzato anco la mente da un intenso odio, e dalle aspre sue vicende ammaestrato a maneggiare questi sì vari e sfuggevoli animi degli uomini. Quegli usciti, dall'amaro soggiorno in corte straniera non volgendo altro nell'animo che la patria loro e la vendetta contro quella rea mano che li cacciò, forte stigavano il re. Tritavan insieme con esso le condizioni delle cose; la mala contentezza de' popoli in Sicilia e Puglia; la tirannide stolta di Carlo; i disegni del papa; i timori del Paleologo: aver {93} questi oro e non armi; Aragona il contrario; Roma saette d'altra tempra: s'accozzerebber pure; battesse l'ali questo Carlo, gli aggiusterebbero il colpo. E spiavan, vegliavano; ad ogni nuovo eccesso di Carlo, spuntava nel cupo consiglio d'Aragona un sorriso[41]. Memorabil epoca in cui i quattro principi che tenean la più parte delle regioni europee bagnate dal Mediterraneo, furono ad un medesimo tempo di gran valore, e di grandi vizi, degni se non di lode, certo di fama. In Oriente il Paleologo, usurpatore, ma ristorator d'un impero, fraudolento più che forte, tremava di re Carlo. Questi agognando a tal vastità di dominio, distruggea col mal governo la propria base in Sicilia ed in Puglia. Di ponente il re d'Aragona più giovane, più sagace e meno potente, torvo e cheto pigliava lena per islanciarsi addosso al conquistatore. Inaccessibile a timore sulla cattedra di san Pietro, rigoglioso nella smisurata autorità, e non meno nel proprio ingegno, e nella non ben acquistata ricchezza, l'italiano pontefice guardava le passioni di quegli stranieri: e chi sa a quali speranze non ne saliva? Forse un viver più lungo di Niccolò III avrebbe spento in altra guisa la dominazione angioina, e mutato le sorti d'Italia. Ma volle il Cielo che re Carlo non fosse umiliato da' potenti, ma sì dalla plebe; e che la sua rovina si consumasse nel modo che men poteva uomo immaginare: per una rissa di volgo, in Palermo!

Pietro ordinavasi a sforzo di guerra, sì come è mestieri, dice Montaner, con amistà, danari, segreto. Fe' tregua di cinque anni col re di Granata[42]: con Castiglia lega; e meglio se n'assicurò prendendo due giovanetti principi più vicini alla corona che non era Sancio loro zio, chiaritone erede, onde il re d'Aragona potea così a ogni piè sospinto {94} sturbare il vicin reame[43]. Provossi da un altro canto a serbare l'antica benivolenza con Filippo di Francia, marito della sorella, statogli amicissimo in gioventù, e or molesto coll'occupazione di Montpellier[44]. Con lo stesso re Carlo o coprì i disegni e mostrò l'odio, come scrive il Montaner, che sarebbe stata anco arte sopraffina, o dissimulò gli uni e l'altro, come Carlo stesso poi rinfacciavagli, venendo a dimostrazioni d'amistà, e trattato di matrimonio tra un figliuol suo con una figlia dell'Angioino[45]. Con ciò messe in punto gli arsenali di Valenza, Tortosa, Barcellona[46]; e maneggiò sì accortamente i suoi baroni e borghesi, che richiestili di sussidi per tale impresa, dicea, da tornarne grande utile al reame, con insolita docilità porgean essi il danaro[47]. Queste disposizioni, e i preparamenti d'armi e di navi che ne seguitarono, attestan gl'istorici più degni di fede.

Taccion del rimanente le pratiche con l'imperator di Costantinopoli e coi baroni siciliani, da altri storici meno autorevoli composte come in azione drammatica. Giovanni di Procida, al dir di costoro, esule volontario per la supposta ingiuria atroce, n'è protagonista; rassomiglian ombre gli altri personaggi, che la istoria figura ben altrimenti: Pier d'Aragona, Michele Paleologo, Niccolò III, {95} Alaimo da Lentini, e più altri nobili uomini di Sicilia. Non pensan, non osan essi senza Procida: al sol vederlo ogni fiata rompono in lagrime come fanciulli; ei solo, sospinto da amor di patria e desio di vendetta, va, torna, muta sembianti, ignoto ha credenza da' grandi; ei solo disegna, comincia, e fornisce l'impresa. Ignorando che Giovanni fosse esule dal sessantotto o sessantanove, come il mostrano i diplomi, e fatto uom di re Pietro, favoleggian costoro che venutogli in mente il disegno di tor la Sicilia a re Carlo, da sè solo cominciava a trattarlo con principi di fuori, e congiurati in casa. A Costantinopoli si portò l'anno settantanove, com'uscito che cercasse in quella corte asilo e stipendio; spacciandosi medico, ed uom di stato, delle cose di Sicilia espertissimo. Trovò sì piana la via appo il greco imperadore, che quegli in segreto luogo sopra una torre venne ad abboccamento con esso: e quivi Procida il tentò con favellar degli armamenti di Carlo a' danni suoi; a lui perduto d'animo e piangente fe' balenare innanzi agli occhi una speranza. Onde Michele, che l'imperio vedea sossopra, e Carlo sì intento e minaccioso a mala pena trattenuto da papa Niccolò, avidamente abbracciava il partito di turbargli i reami; e profferia centomila once d'oro: fermata l'impresa, le porgerebbe. Si infinse allor Procida scacciato dalla bizantina corte. Vestiti i panni di frate minore, furtivo in Sicilia entrò, che per esser più oppressa, o più disposta per le città più grosse, l'indole degli uomini, e la difesa dei mari, più opportuna gli parve al gran colpo. Appena Procida a' noti suoi del sicilian baronaggio disse di congiura, deliberati vi si tuffarono. Con lui vengono a parlamento Gualtier da Caltagirone, Alaimo da Lentini, Palmiere Abbate, ed altri valenti baroni: Procida accenna la via d'uscire dall'insoffribil servaggio: rivela gli aiuti dell'imperatore greco; i disegni sullo aragonese: ordina con loro che annodate tutte {96} le fila, sollevin la Sicilia a ribellione: e richiedeli di lettere credenziali, che della congiura re Pietro certificassero. Avutele, sotto i panni stessi di frate, passa a corte di Roma.

Correa già l'anno milledugentottanta, e papa Niccolò a castel Soriano soggiornava, quando un fraticello gli fe' chiedere occulta udienza; e raccolto, incominciò ad avvolgersi in misteriosi parlari, toccando la eccessiva potenza di Carlo, le ingiurie private al pontefice, le condizioni d'Italia. Procida nominossi alfine: all'attonito pontefice aperse quant'erasi ordito. Aggiungono, e par fola manifesta, ch'ei con l'oro bizantino comperasse l'assentimento del papa; il quale sì altamente ambiva, nè facea di mestieri corromperlo, perchè si volgesse a' danni di Carlo[48]. Dicono, e la credo dello stesso conio, ch'entrato nella congiura, Niccolò per segretissime lettere confortasse l'Aragonese; e del siciliano reame investisselo. Ma guadagnato il papa, sopraccorrea Giovanni in Catalogna; trovava re Pietro lontano, così continuano quegli storici, da ogni speranza dell'impresa; ed egli ne presentava il pensiero, esponea le trame ordinate, mostrava i trattati e le lettere. Così svolse a' suoi intenti il re d'Aragona. A ragguagliarne gli altri congiurati, ripiglia il viaggio: sbarca a Pisa; rivede il pontefice a Viterbo; i siciliani baroni a Trapani; quinci una galea veneziana sconosciuto il reca a Negroponte; di lì a Costantinopoli. E vien ultimato col Paleologo il trattato della guerra contro Carlo: a dar guarentigia più salda, un altro se n'appicca di parentado tra le {97} corti di Grecia e d'Aragona; il quale non si nasconde, ma serve di colore al Paleologo per mandar legato un suo cavaliere, messer Accardo di Lombardia; cui son affidate trentamila once d'oro delle promesse, che a Pietro le rechi. Accardo e Procida insieme entrarono in nave.

In questo la morte di papa Niccolò fu per distrugger tutto l'ordito. Per viaggio seppela Giovanni da una nave pisana, e a messer Accardo la occultò. Approdarono a Malta, come s'era ordinato prima co' baroni siciliani: in segreto luogo i cospiratori adunaronsi. Ed eran muti, ansiosi, parlavan sommesso della perdita del congiurato pontefice; e chi temporeggiar volea, chi lasciar ogni pensiero della ribellione, quando Procida surse a rampognarli, a confortarli: fosse amico o avverso il papa novello, ormai non mancherebbero le forze: Accardo, e loro il mostrava, non venirne ozioso spettatore: qui il sussidio bizantino; pronti in Aragona guerrieri e naviglio; e che temeano? perchè con animi sì femminili entrare in congiure? Ma a loro, già intinti sì profondamente, non gioverebbe lo starsi; risaprebbesi la trama, e morrebber da cani. Con tai rimbrotti li rapì seco all'estrema conclusione. Fu in Aragona da poi; rappresentò a Pietro l'ambasciatore di Grecia, e l'oro; vinse i rinascenti timori del re. Gli armamenti affrettaronsi allora; il dì fermossi e il modo che la Sicilia sorgerebbe a vendetta[49].

Tale il racconto della congiura, che dicon si conducesse per due o tre anni. I particolari nè niego, nè affermo io, perchè non ne ho fondamenti; ma non mi sembran verosimili {98} al tutto. Che tra Pietro e 'l Paleologo si maneggiasse un trattato per togliere a Carlo il reame di Sicilia, il tengo io certo, per quel che disse e fece poi contro ambidue papa Martino; e perchè Tolomeo da Lucca afferma aver veduto l'accordo; essere stato trattato da Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con altri Genovesi dimoranti in terra del Paleologo; e aver questi fornito danari allo Aragonese[50]. Le trame con alcuni baroni di Sicilia, non rafforzate di valida autorità istorica, il replico, probabili mi sembrano, ma non certe. Falso è che la pratica, si strettamente condotta, fosse a punto riuscita a produrre lo scoppio del vespro; perchè questi compilatori della congiura ci pongon fole da romanzo, e imbattonsi in cento errori manifesti; perchè i successi discordan dalla supposta cagione; perchè gli scrittori più autorevoli il tacciono, come nel capitol seguente diremo, e più largamente nell'appendice. Vagliate tutte le memorie de' tempi tornano a questo: che Piero agognava alla corona di Sicilia: che s'armava: che praticò per aiuti di danaro con l'imperator di Costantinopoli, minacciato da re Carlo; che Procida fu tra i suoi messaggi: che si tramò forse con alcun barone siciliano: ma che maturavano e preparavano tuttavia, quando il popolo in Sicilia proruppe. In questo intendimento al fil della istoria io torno; il quale non si smarrisce per la dubbiezza di quelle pratiche tenebrose, che nella rivoluzione punto o poco operarono[51]. {99}

Riseppersi innanzi la morte di papa Niccolò gli appresti del re d'Aragona. Era nei porti suoi e di Majorca una fervid'opra a costruire, a spalmar galee e navi da trasporto; fabbricar armi; adunar vittuaglie: scriveansi i marinai; si prometteano stipendi per un anno a chi militar volesse a cavallo o a pie': talchè per quanto Piero si studiasse a far chetamente, il romore s'udiva da lungi. Onde i Mori di Spagna e d'Affrica, avvezzi a questi aragonesi assalti, affortificavansi alla meglio; nè stavan senza sospetto i cristiani principi: tra i quali Carlo assai per tempo avvisò aversi a guardare sì in questi domini italiani, e sì in Provenza; oppressa al paro, vicina alla Spagna, e dai Catalani osteggiata altre volte[52]. Apparecchiava Carlo in questa stagione la detta impresa di Soria; ma non lasciò di munirsi in casa con forze navali, che guardasser le costiere; e in Sicilia aumentò oltre il doppio le provvedigioni delle regie fortezze[53]. Intanto bramoso d'investigar l'animo dell'Aragonese, {100} a Filippo di Francia ei scrisse: e questi per legati e lettere amichevolmente domandò a Pietro la cagion di tanto {101} armamento; se contro infedeli, proffersegli aiuti d'uomini e danari. S'avvolse allora in ambagi lo Spagnuolo: non accennare al re di Francia per certo, nè a suoi collegati: a chi, vedrebbesi ai fatti: ma prima, nol saprebbe persona al mondo: ch'ei s'armava senz'aiuti di niuno, onde a niuno dovea spiacere il silenzio. Somiglianti risposte ebber da lui il re di Majorca fratel suo, quel di Castiglia, quel d'Inghilterra[54]. Invano il ritentò più vivo Filippo, con mandargli anco moneta nel supposto dell'impresa contro i Mori[55]. Onde il re di Sicilia incerto pur dello scopo, inviò in Provenza Carlo figliuol suo principe di Salerno, in voce ad adunare armati per l'impresa d'Oriente, in realtà per vegliar da vicino, e guardare il paese[56].

In questo momento la fortuna arrise a Carlo l'ultima volta. Tra que' sospetti ch'egli avea di Pietro, ira contro il Paleologo, dispetto della nimistà del papa, vide trapassare il papa d'agosto milledugentottanta: e respirando, e non istando un attimo a pensarsela, se alla morte di Gregorio avea tant'osato a governare il conclave, or gittavasi ai più rotti partiti. Sommosse il popol di Viterbo, sì che traea fuor dal conclave tre cardinali di casa Orsina. Serrò il rimanente; tolse loro ogni cibo fuorchè pane e acqua[57]; e {102} forse di furto, come in una elezione antecedente, recar fece altre vivande ai cardinali francesi perchè stessero più forti a negare il voto a quei di parte italiana[58]. Per queste arti, di febbraio milledugentottantuno, Martino IV di nazione francese fu papa, o ministro di Carlo. Congiunta dunque nel re la sua possanza, e la smisurata del roman pastore, a grandi eventi si dava principio. Divampò d'un subito in Italia la guelfa rabbia. Affidò il papa a Francesi i governi tutti di Romagna; rifece Carlo senator di Roma; con una crudele persecuzione de' Ghibellini servì a sue ambizioni[59]. Duro viso mostrava intanto a re Pietro. Come gli oratori di lui veniano a complire per la esaltazione del papa, e sollecitavan la canonizzazione di frate Ramondo da Pegnaforte, santo uomo spagnuolo, gittando anco qualche parola su i dritti della Costanza al sicilian reame, brusco replicava Martino: non isperasse il re d'Aragona mai grazia alcuna dalla santa sede, se non pria soddisfattole il censo; il quale la romana corte pretendea, interpretando per ligio omaggio la pia peregrinazione d'un di quegli antichi principi a Roma[60]. Di lì a poco, tentando nuov'arte, parve più dolce Martino. Mandò a Piero un frate Jacopo dei predicatori, a richieder, tra autorevole e benigno, contezza di quel sì occulto disegno; inibire ogni atto ostile contro principi cristiani; contro infedeli profferire benedizioni e sussidi. Ma chiuso, e pur non mendace, ringraziavalo Piero: pregasse il Cielo per l'esito della guerra; lo scopo nol domandasse. «Tanto ho caro, conchiudea, questo segreto, che se la mia manca il sapesse, con la dritta la mozzerei.» All'ostinato silenzio crebber nella {103} parte francese i sospetti. Ma poco vi stette sopra re Carlo, che teneasi ormai secondo a Dio solo; onde sfogò con superbe parole: saper bene falso e sleale questo Pietro; ma nascondesse il segreto a sua posta, ei, Carlo d'Angiò, non curare sì picciol reame, nè principe sì mendico[61].